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0124
La suocera derideva mia madre perché faceva le pulizie nelle case altrui… oggi pulisce proprio a casa mia.
Non potrò mai dimenticare la prima volta che portai mia moglie a casa dei miei genitori. Mia mamma aveva
— Mamma, papà, salve, ci avete chiesto di passare: che succede? — Marina e suo marito Tullio fecero irruzione nell’appartamento dei genitori. Tutto era iniziato molto tempo fa… Mamma era malata, un brutto male, secondo stadio… Dopo la chemio e la radioterapia sembrava andare meglio, ma a quanto pare era presto per stare tranquilli: la mamma peggiorava di nuovo. — Marinella, Tullio, buonasera, entrate pure — la mamma era pallida, magra come una ragazzina. — Figli, sedetevi, abbiamo una richiesta insolita da farvi, ascoltate la mamma — il papà era visibilmente emozionato. Marina e Tullio si sedettero curiosi. Irina guardò il marito Beppe in cerca di sostegno. — Marina, Tullio, forse vi sembrerà strano ma… vi chiediamo tanto una cosa. Adottate un bambino per noi, vi preghiamo! A noi non lo darebbero mai, per l’età e altre ragioni. Un attimo di silenzio. Per prima si riprese la figlia: — Mamma, forse ti stupirà ma noi volevamo già dirvelo… Volevamo un maschietto, abbiamo già due bambine — le vostre nipotine. E non ci sono garanzie che il terzo sia un maschietto, e poi ormai la salute non lo permette, Margherita già è nata con il cesareo, i medici non consigliano altre gravidanze. Ci avevamo pensato: magari adottare davvero un bimbo dal brefotrofio, un maschietto da crescere. E adesso lo chiedi tu… Da dove ti viene questa idea? — Marinella, non so da dove iniziare, — Irina accarezzò i capelli corti ricresciuti — la verità è che sto di nuovo male. La scorsa settimana mi è venuta a trovare una vecchia amica di lavoro, Nadia… Ti ricordi, aveva quella voglia sopra l’occhio? Dicevano fosse pericolosa, ma adesso è sparita, le ha fatto una strega di campagna, la nonna Zina. Nadia insisteva che dovevo incontrarla anch’io… e così siamo andate. Marina e Tullio ascoltavano, senza capire dove volesse arrivare. — La nonna Zina mi ha chiesto subito se avessi un figlio maschio. Ho spiegato che ho solo te, Marinella, e due nipoti femmine. Ma poi mi ha chiesto: e prima di tua figlia? Solo papà e io lo sappiamo, ma tanti anni fa ho perso un bambino, era un maschietto, doveva essere il primogenito… Non ce l’ha fatta. Irina si torceva la maglietta tra le dita. — E poi? — sussurrò Marina. — Nonna Zina mi ha detto: “adotta un bambino maschio”. Poi mi ha lasciata lì. Mi sono sentita in colpa… Forse è il destino che vuole che io dia amore e calore a un altro bimbo, per ritrovare un equilibrio. E poi in fondo io e papà possiamo davvero dare tanto a un bimbo solo e bisognoso. Non è solo per guarire, è proprio che lo desidero col cuore. Salvare una piccola vita dall’orfanotrofio. Mi capite? — Mamma, sì, ti capisco e ti appoggio — Marina corse ad abbracciarla. Marina e Tullio avevano già avvisato la direzione dell’orfanotrofio. Vennero invitati a conoscere i bambini. Irina e Beppe andarono con loro. Nella sala giochi c’era un bambino biondo che costruiva diligentemente una torre, la lingua tra i denti. Ma da un angolo giunse la voce più flebile di un altro bimbo, più grande, con occhi tristi. — Signora, per favore, porti via me. Le prometto che non se ne pentirà mai. Mi prenda con sé… Marina e Tullio completarono rapidamente le pratiche e adottarono Niccolò. Le sorelline Maja e Tatina erano fiere di avere un fratello. Niccolò prese presto a chiamare Marina e Tullio “mamma” e “papà”. Andava spesso anche dai nonni Irina e Beppe, che abitavano vicino. Chiamava Irina “mamma Irina”, con naturalezza. Lei lo fissava e sentiva che forse sì, era veramente il suo bambino perduto che ora le era tornato. Sotto consiglio dei medici Irina iniziò una nuova terapia, ma peggiorava sempre più. Niccolò la accarezzava, le chiedeva: — Mamma Irina, perché sei malata? Io voglio che guarisci! — Non lo so, Niccolò, ma prometto che ci proverò — a Irina piaceva tantissimo sentirsi chiamare così. Beppe parlò con i medici: serviva un’operazione, ma le probabilità erano 50 e 50. Ma dovevano provarci. Il giorno dell’intervento tutti erano in apprensione. Marina chiamava di continuo, Beppe aveva promesso di avvisare tutti appena ci fossero novità. Solo dopo si accorse che non vedeva Niccolò. Lo trovò accovacciato sul pavimento, con la faccia contro la vestaglia di Irina, che piangeva sussurrando: — Mamma Irina, non andare via. Non voglio perderti di nuovo, per favore! Resta con me per sempre… Il telefono squillò, Beppe e Niccolò saltarono. Era il chirurgo, voce stanca e seria, e il cuore di Beppe si fermò… Possibile fosse la fine? — Beppe? Sono il dottor Michele Ivani. L’intervento è stato difficile, ma è andato a buon fine. Sua moglie ce l’ha fatta. Era davvero in bilico, sembrava aiutata da qualcosa o qualcuno… Le faccio i complimenti, ha ancora molto per cui vivere. — Grazie, grazie dottore! — Beppe abbracciò Niccolò. — Hai sentito? Tutto bene! La nostra mamma Irina è viva! E che fortuna averti con noi, piccolo mio. E grazie per come hai pregato per mamma Irina, grazie di cuore, figlio mio!
Mamma, papà, ciao, ci avete chiesto di venire, che succede? Marina e suo marito Tonio fecero irruzione
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0157
– Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? – chiese Marco. La risposta di sua moglie lo lasciò di sasso Marco finiva il caffè e osservava di sbieco Francesca. Capelli raccolti con un elastico di qualche tipo… da bambina, coi gattini dei cartoni animati. Invece Claudia del piano di sopra era sempre vivace, curata, con quel profumo costoso che rimaneva nell’ascensore anche dopo che era uscita. – Sai – Marco posò il telefono – a volte mi sembra che viviamo insieme come… vicini di casa. Francesca si fermò, lo straccio si bloccò nella sua mano. – Che vuol dire? – Niente di particolare. Dico solo, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? A quel punto lei lo guardò. A lungo. E Marco sentì che qualcosa stava andando fuori controllo. – E tu, Marco, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu? – chiese Francesca con voce bassa. Seguì una pausa imbarazzante. – Francesca, non drammatizzare. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. Basta guardare Claudia… Eppure, ha la tua età. – Ah… Claudia. E qualcosa nel suo tono mise Marco sull’attenti. Era come se avesse capito una cosa importante. – Marco – disse dopo una pausa – forse è il caso che io vada un po’ da mia madre. Rifletto sulle tue parole. – Va bene. Vivremo separati per un po’, vediamo come va. Non è che ti sto cacciando! – Sai – Francesca appese lo straccio con cura – forse è vero, devo proprio riguardarmi allo specchio. E partì a fare la valigia. Marco restò in cucina a pensare: “Cavolo, era proprio quello che volevo”. Solo che invece di essere felice, sentiva un vuoto. Per tre giorni Marco visse come in vacanza. Caffè lento al mattino, la sera faceva quello che gli pareva. Niente serie tv strappalacrime. Libertà, capite? La tanto sospirata libertà maschile. La sera incontrò Claudia davanti al portone. Portava le borse della “Esselunga”, tacco alto, vestito perfetto. – Marco! – sorrise – Tutto bene? Non vedo Francesca da un po’. – È da sua madre in questo periodo. Si riposa, – mentì serenamente. – Ah. – Claudia annuì comprensiva – A volte le donne hanno bisogno di staccare. Dalla casa, dalla routine. Lo diceva come se lei la routine non l’avesse mai vista: casa che si pulisce da sola, cena che appare per magia. – Cla’, che ne dici di un caffè, così… tra vicini? – Volentieri, – sorrise lei. – Domani sera? Marco trascorse tutta la notte a pensare al giorno dopo. Camicia o maglione? Jeans o pantaloni? Il profumo, meglio non esagerare. Al mattino squillò il telefono. – Marco? – voce sconosciuta. – Sono Lucia, la mamma di Francesca. Il cuore gli si fermò. – Sì, mi dica. – Francesca mi ha chiesto di dirle che sabato verrà a prendere le sue cose, mentre lei non è in casa. Lascerà le chiavi dal portinaio. – Aspetti, prende le cose? – Ma che pensava? – nel tono di Lucia c’era una nota tagliente – Mia figlia non intende passare la vita ad aspettare che lei decida se vuole davvero stare con lei oppure no. – Lucia, io non ho mai… – Ha detto abbastanza. Arrivederci, Marco. E riattaccò. Marco restò in cucina a fissare il telefono. Cos’era successo? Non stavano divorziando! Aveva solo chiesto una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto senza di lui! La sera il caffè con Claudia fu strano. Lei era gentile, raccontava aneddoti sulla banca dove lavorava, rideva alle sue battute. Ma quando lui provò a toccarle la mano, lei si scostò con delicatezza. – Marco, capisce… non posso. Lei è sposato. – Ma ora viviamo separati. – Ora, sì. E domani? – Claudia lo fissò intensamente. Marco l’accompagnò al portone e salì da solo. Casa piena di silenzio e odore di libertà da scapolo. Arrivò sabato. Uscì apposta di casa, non voleva scene, spiegazioni o lacrime. Che Francesca prendesse quello che voleva, in pace. Ma alle tre la curiosità lo divorava. Cosa aveva preso? Tutto? Solo il necessario? E, davvero, com’era? Alle quattro cedette e tornò a casa. Davanti al portone una macchina con targa locale. Al volante un uomo sui quarant’anni, curato, giacca nuova. Aiutava qualcuno a caricare delle scatole. Marco si sedette sulla panchina a aspettare. Dopo dieci minuti uscì una donna col vestito blu. Capelli scuri raccolti con una bella molletta invece della solita con i gattini. Trucco leggero che risaltava gli occhi. Marco guardava incredulo. Era Francesca. La sua Francesca. Solo diversa. Caricava l’ultima valigia, e l’uomo le fece subito posto, aiutandola a salire in macchina con delicatezza. Come fosse di cristallo. Marco non tenne più. Si alzò e si avvicinò alla macchina. – Franci! Lei si voltò. E lui vide il suo viso. Sereno, bello. Senza quella stanchezza eterna che ormai dava per scontata. – Ciao, Marco. – Sei… tu? L’uomo al volante si irrigidì, ma lei lo tranquillizzò con una mano – tutto bene. – Sì, – rispose semplicemente. – Solo che tu non mi vedevi da tempo. – Francesca, aspetta. Possiamo parlarne. – Di cosa? – nessuna rabbia nella voce, solo sorpresa. – Sei stato tu a dire che una donna deve apparire sempre splendida. Eccomi: ti ho ascoltato. – Ma non intendevo questo! – gli batteva il cuore in gola. – Che volevi, Marco? – Francesca inclinò leggermente la testa. – Che diventassi bellissima solo per te? Interessante ma solo tra queste mura? Che curassi me stessa, ma non troppo da lasciarti se tu non mi vedi più? Ad ogni parola sentiva qualcosa scivolare via dentro di sé. – Sai – proseguì dolcemente lei – ho capito che ho smesso di curarmi, non per pigrizia. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. Nella mia casa, nella mia vita. – Francesca, non era questo che volevo. – Sì, invece. Volevi una moglie invisibile, che fa tutto senza disturbare. E quando ci si stufa, si può cambiare con un modello più allegro. L’uomo in macchina le disse qualcosa, lei annuì. – Dobbiamo andare – disse a Marco – Alessandro ci aspetta. – Alessandro? Chi sarebbe? – Una persona che mi vede, – rispose Francesca. – Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mia madre hanno aperto un centro fitness. Immagina: a quarantadue anni ho messo piede in palestra per la prima volta. – Franci, basta. Diamoci un’altra possibilità. Sono stato uno stupido. – Marco, – lo guardò a lungo – ricordi quand’è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella? Marco taceva. Non ricordava. – O quando hai chiesto come stavo? Capì di aver perso. Non contro Alessandro. Né contro il destino. L’aveva persa da solo. Alessandro accese il motore. – Marco, non ho rancore. Davvero. Mi hai aiutato a capire una cosa importante: se non mi vedo io per prima, nessuno mi vedrà mai. La macchina partì. Marco rimase davanti al portone a guardare la vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, e invece era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Marco incontrò Francesca al centro commerciale. Per caso. Lei sceglieva il caffè in chicchi, leggeva le etichette con attenzione. Accanto una ragazza sui vent’anni. – Prendiamo questo – diceva Francesca – Papà dice che arabica è meglio della robusta. – Francesca? – Marco si fece avanti. Lei si voltò. Sorrise – leggera, naturale. – Ciao, Marco. Ti presento: questa è Chiara, la figlia di Alessandro. Chiara, questo è Marco, il mio ex marito. Chiara annuì gentile. Bella ragazza, forse all’università. Guardava Marco curiosa, senza ostilità. – Come va? – chiese lui. – Bene. E tu? – Così così. Seguì una pausa imbarazzante. Che si dice all’ex moglie, ormai diversa? Rimasero davanti agli scaffali del caffè e Marco la osservava. Abbronzata, blusa estiva, taglio nuovo. Felice. Proprio così: felice. – E tu? – chiese lei – Come va la vita sentimentale? – Niente di particolare, – sospirò lui. Francesca lo fissò. – Sai, Marco, cerchi una donna bella come Claudia ma docile come io ero. Intelligente ma non troppo, così non vede che ti piacciono anche le altre. Chiara ascoltava il dialogo a occhi sgranati. – Una donna così non esiste, – concluse Francesca pacata. – Francesca, andiamo? – intervenne Chiara – Papà ci aspetta in macchina. – Sì, arrivo. – Francesca prese il caffè. – Buona fortuna, Marco. Se ne andarono, lasciando Marco tra gli scaffali. E pensò che Francesca aveva ragione. Stava davvero cercando una donna che non esiste. La sera si sedette in cucina con il tè. Pensò a Francesca, a come era cambiata. E che a volte una perdita è l’unica strada per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non è trovare una moglie comoda. Ma imparare a vedere davvero la donna che si ha accanto.
Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? chiese il marito, in tono che
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03
Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo
Parenti dal passato Avevo sedici anni quando mi hanno buttato fuori di casa. È difficile dire se, in
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0478
— E tu non devi sederti a tavola. Tu devi servirci! — dichiarò mia suocera. Stavo vicino ai fornelli, nel silenzio della cucina del mattino — indossavo un pigiama stropicciato e i capelli raccolti in uno chignon disordinato. Odore di pane tostato e caffè forte nell’aria. Sul piccolo sgabello, accanto al tavolo, sedeva mia figlia di 7 anni, il naso immerso nell’album, intenta a disegnare arabeschi colorati con i pennarelli. — Di nuovo con quei tuoi panini dietetici? — risuonò una voce alle mie spalle. Sussultai. Alla porta c’era mia suocera — una donna dal volto severo e la voce che non ammette repliche. Era in vestaglia, capelli raccolti in uno chignon perfetto, le labbra strette. — A proposito, ieri a pranzo ho mangiato quello che capitava! — continuò, sbattendo il canovaccio sul bordo del tavolo. — Né minestra, né un pasto normale. Sai fare le uova? Come si deve, non con quelle tue… mode moderne! Spensi il fornello e aprii il frigorifero. Nel petto, una spirale stretta di rabbia, ma la trattenni. Non davanti alla bambina. E non in un territorio dove ogni centimetro sembrava ripetermi: “Qui sei solo di passaggio”. — Adesso preparo — dissi a fatica, voltandomi per non farle vedere la mia voce tremante. Mia figlia non distoglieva lo sguardo dai pennarelli, ma con la coda dell’occhio osservava la nonna — silenziosa, tesa, in allerta. «Vivremo qualche mese da mia madre» Quando mio marito mi propose di trasferirci da sua madre, sembrava una soluzione ragionevole. — Viviamo da lei — solo per poco. Al massimo due mesi. È vicino al lavoro, e a breve ci approvano il mutuo. Lei non è contraria. Io esitavo. Non perché avessi qualche conflitto con mia suocera. No. Siamo sempre state cortesi l’una con l’altra. Ma io conoscevo la verità: due donne adulte nella stessa cucina — è come camminare su un campo minato. E mia suocera era una che aveva un bisogno quasi ossessivo di ordine, controllo e giudizi morali. Ma non avevo scelta. Il nostro vecchio appartamento era venduto in fretta, il nuovo era ancora in preparazione. Così ci trasferimmo tutti e tre nel suo bilocale. «Solo per poco.» Il controllo divenne normalità I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era particolarmente gentile, aggiunse una sedia per la bambina e ci offrì una torta. Ma già dal terzo giorno arrivarono le “regole”. — In casa mia c’è ordine — dichiarò a colazione. — Alle otto si è in piedi. Le scarpe solo nella scarpiera. La spesa — da concordare. E la TV più bassa, sono sensibile ai rumori. Mio marito sorrise, scrollando le spalle: — Mamma, stiamo solo per poco. Siamo ospiti, portiamo pazienza. Io annuii in silenzio. Ma pazientare diventava una condanna. Cominciavo a svanire Passò una settimana. Poi un’altra. La disciplina aumentava. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Questi danno fastidio. Tolse la tovaglia a quadretti che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cornflakes sparirono dalla mensola: — Erano lì da troppo, saranno scaduti. I miei shampoo — “spostati”: — Mi girano tra i piedi. Mi sentivo non un’ospite, ma una senza voce, senza diritto di parola. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. Mio marito ripeteva sempre: — Porta pazienza. Questo è l’appartamento di mamma. È sempre stata così. Io… giorno dopo giorno perdevo me stessa. Rimaneva sempre meno della donna che una volta era sicura e tranquilla. Ora c’era solo adattamento e pazienza. Vivere secondo regole che non sono le mie Ogni mattina mi svegliavo alle sei per prendere il bagno per prima, preparare la pappa, organizzare la bambina… e non finire vittima di mia suocera. La sera cucinavo due cene. Una per noi. Una secondo i “suoi standard”. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva lei con rimprovero. — Solo le cose fatte come si deve. Il giorno in cui l’umiliazione divenne pubblica Una mattina avevo appena lavato il viso e acceso il bollitore, quando mia suocera entrò in cucina come se fosse normale non chiedere mai permesso. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Cetriolini, insalata, qualcosa per il té — una cosetta semplice. “Cosetta semplice” per lei significava una tavola imbandita come per Natale. — Ah… non lo sapevo. Non ho gli ingredienti… — Farai la spesa. Ti ho fatto la lista. Nulla di complicato. Mi vestii e andai al supermercato. Compra tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Tornai. Iniziai a cucinare senza pause. Alle due era tutto pronto: la tavola apparecchiata, il pollo al forno, l’insalata fresca, la torta dorata. Arrivarono tre signore in pensione — precise, con i riccioli e profumi di altri tempi. E subito capii che non ero lì come “ospite”. Io ero il “personale”. — Vieni, vieni… siediti qui vicino a noi — sorrise mia suocera. — Così ci servi bene. — Servirvi? — ripetei. — Che sarà mai? Noi siamo anziane. Per te è facile. E così eccomi di nuovo: con il vassoio, i mestoli, il pane. “Porta un po’ di té.” “Passami lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è un po’ asciutto — commentò una. — Hai cotto troppo la torta — aggiunse un’altra. Io stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo il tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O prendere fiato. — Che bello quando c’è una padrona di casa giovane! — disse mia suocera con finta dolcezza. — Si regge tutto su di lei! E lì… qualcosa in me si spezzò. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne andarono, lavavo pentole e piatti, mettevo via gli avanzi, lavavo la tovaglia. Poi mi sedetti sul bordo del divano con una tazza vuota in mano. Fuori calava il buio. La bambina dormiva rannicchiata. Mio marito era accanto, immerso nel cellulare. — Ascolta… — dissi piano, ma decisa. — Così non posso più. Lui alzò lo sguardo, sorpreso. — Viviamo da estranei. Io servo tutti, e tu… lo vedi? Non rispose. — Questa non è una casa. È una vita in cui mi adatto e sto zitta. Ci siamo io e la bambina. Non voglio reggere altri mesi così. Sono stanca di essere invisibile e comoda per tutti. Lui annuì… lentamente. — Ho capito… Scusami se non l’ho capito prima. Cercheremo un appartamento. Qualsiasi cosa, basta che sia nostra. E abbiamo iniziato a cercare da quella sera stessa. La nostra casa – anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il padrone aveva lasciato i mobili vecchi. Il linoleum scricchiolava. Ma appena entrai… sentii un sollievo. Come se mi fossi ripresa la mia voce. — Ecco… siamo arrivati — sospirò mio marito posando le valigie. Mia suocera non disse niente. Non cercò nemmeno di fermarci. Non sapevo se fosse rimasta male, o se avesse capito che aveva esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con la musica. La bambina disegnava sul pavimento. Mio marito preparava il caffè. Io osservavo tutto e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza dover “portare pazienza”. — Grazie — mi disse lui una mattina, abbracciandomi. — Di non aver taciuto. Lo guardai negli occhi: — Grazie a te, che mi hai ascoltata. La nostra vita non era perfetta. Ma finalmente era casa nostra. Con le nostre regole. Con il nostro rumore. Con la nostra confusione. Ed era reale. ❓E tu, che ne pensi? Se fossi al posto della protagonista, avresti resistito “per poco”, oppure te ne saresti andata già dopo la prima settimana?
Tu non hai motivo di sederti a tavola. Tu devi servirci! dichiarò mia suocera. Ero lì, accanto ai fornelli
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Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo
Parenti dal passato Avevo sedici anni quando mi hanno buttato fuori di casa. È difficile dire se, in
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06
Le figlie ingrata Irene, sudata e curva sull’orto, sentiva il sudore che le scivolava fastidiosamente lungo la schiena, incollando la maglietta alla pelle. Lidia, la sua sorella gemella, sbuffava e si lamentava accanto a lei, lottando per infilare una ciocca ribelle sotto il cappellino. Stavano strappando le odiate erbacce tra le fragole. — Irene, ma perché stiamo facendo tutto questo? — si lamentò Lidia, appoggiando il rastrello e asciugandosi la fronte col dorso della mano. — Siamo pure tutte e due allergiche alle fragole! Che se ne vadano pure al diavolo… — “Perché bisogna aiutare i genitori”, — imitò Irene la voce della mamma, Anna Maria, con una precisione tale che Lidia non poté trattenere un sorriso — “Perché loro sono ‘anziani’ e noi ‘figlie ingrata’”. In casa loro spesso si ripeteva la canzone delle figlie ingrata. Bastava che si rifiutassero di lavorare nell’orto: subito, ingrata! Anche se avevano passato tutta l’infanzia tra pomodori e patate. Risate arrivarono dall’altra parte della recinzione. Erano gli amici di sempre — Sergio, Dario e Silvia. Erano arrivati in bici, tintinnando i campanelli e con bottiglie di bibita fresca in mano. — Ehi ragazze, dove siete? Venite al fiume in bici! L’acqua è come il latte caldo! Abbiamo già preso tutto al supermercato. Boris sta facendo la grigliata! Venite? — Andatevene senza di noi! — gridò Lidia. — I genitori non ci lasciano! — aggiunse Irene. — Fate voi… — rispose Silvia. Lidia fu assalita dall’invidia. — Dio mio, quanto vorrei essere con loro… — sussurrò, mentre gli occhi le si velavano di nostalgia. Il fiume, la carne alla griglia, la fresca sera di luglio… Aprì gli occhi. Ma davanti a lei c’era ancora l’orto. — Passerà anche la voglia! — tagliò corto Irene, con tono duro ma anche ironico. — Qui il lavoro non finisce mai! E ti sei dimenticata cosa dice la mamma? Finché non è tutto pulito, niente fiume! E se piove poi è la fine: le erbacce ricrescono peggio di prima. Tocca ricominciare da capo! — Già… e le fragole sono solo il male minore… Lidia guardava sconsolata le distese di patate, le file tristi di cavoli più simili a rovi che a futuro raccolto, e la serra di cetrioli dove, con un po’ di sfortuna, poteva anche svenire dal caldo. — Più che orto, questa è una piantagione — mormorò Lidia trattenendo le lacrime. — Lavori, lavori… e non finisce mai! E appena finisci, ricominci daccapo… Irene fece una smorfia più vicina allo sconforto che alla gioia. In effetti, Lidia aveva ragione. Quello non era un semplice orto: era un impero agricolo grande almeno mezzo ettaro, forse di più. I genitori, Anna Maria e Massimo, coltivavano di tutto: dalle patate ai cavoli fino alle varietà più strane di pomodori e cetrioli, i cui nomi Irene e Lidia non ricordavano nemmeno, pur passandoci tutta l’estate. Una parte andava in tavola, ma la maggior parte si vendeva al mercato locale, per guadagnare qualche soldo extra. E per vendere, bisognava lavorare dalla mattina alla sera — con qualunque tempo e qualunque umore — mentre amici e compagni giravano liberi in bici. Anche le figlie, da sempre, lavoravano con i genitori. Irene e Lidia si erano lasciate alle spalle infanzia e adolescenza tra quelle dannate zolle, vedendo le amiche della città andare al cinema, in discoteca o in campeggio. Per loro, solo sogni… *** Avevano ormai superato i quarant’anni. Entrambe vivevano ormai in città, con famiglie, lavoro, qualche hobby, e — quello che da bambine non avevano mai avuto — il diritto al tempo libero. Ma ogni anno, appena si avvicinava luglio, i genitori iniziavano la stessa solfa: — Ragazze, venite ad aiutarci! Siamo vecchi, non ce la facciamo da soli! L’orto è una giungla! Senza di voi non ce la facciamo! Irene e Lidia adattavano le ferie ai bisogni dei genitori e lasciavano lavoro, vacanze e programmi per trascorrere il mese di luglio in “esilio forzato”. Solo che le ferie, ovviamente, non durano tutto l’anno. E sia Irene che Lidia avevano ormai le loro famiglie. I loro mariti volevano riposarsi pure loro. E i figli erano stufi del paesino, preferivano il mare. Senza contare che a loro, a stento, reggevano solo a sentire la parola “orto”. Eppure, anche se a malincuore, non potevano mai dire di no ai propri genitori. Così, anche quell’anno, le due sorelle, con mariti e figli, partirono per casa dei genitori e si insediarono lì tutto luglio. Il primo giorno, grande tavolata e sauna “per rilassarsi dopo il viaggio”. Ma già dal secondo giorno, alle sette di mattina, la madre le svegliava: “Se avete riposato bene, potete cominciare a lavorare!”. In quel mese si stancarono tutti così tanto che alla fine non avevano più neanche la forza di arrabbiarsi. Mentre era piegata sull’insalata, Irene sentì le imprecazioni del marito, Gennaro, che, sotto il melo, cercava di raccogliere uva spina nascosta tra i rami. — Gennà, che stai a fare là sotto? — gridò, cercando di superare il fruscio del vento tra le foglie. — Lascia stare quell’uva spina che ancora non è matura. Piuttosto raccogli le mele, altrimenti marciscono! Poi con quelle facciamo la marmellata… In realtà, Irene non ci credeva nemmeno più. Peggio che strappare le erbacce sotto il sole c’era solo invasare chili di marmellata in cucina, tra pentoloni e fornelli accesi. Meglio che se le mangino i vermi, ste mele. — Irene, io non ce la faccio più! — piagnucolò Gennaro uscendo da sotto il melo. — La mia schiena dice che è ora di divorziare! Piuttosto pago gli alimenti vita natural durante, ma non passo un’altra vacanza in questo inferno! Scusami, ti amo da morire, ma mi sa che qui ci lasciamo… — e crollò teatrale sul sentiero. — Non esagerare, Gennaro! — borbottò Irene. — Neanch’io sono contenta, ma che dobbiamo fare? Sono i nostri genitori! Come pensi che farebbero da soli? — Lasciali perdere — sbuffò Gennaro — e che ce li scampi il santo… — Ah, certo! Gennaro, c’è pure da sistemare il tetto della legnaia, eh. — Arrivo, arrivo… Il marito di Lidia, Eugenio, era molto più tranquillo, ma si comportava come un lord inglese che aspetta il tè. Comodamente sdraiato sulla sedia a sdraio sotto il pero, sorseggiava kvas fresco portato dalla figlia e osservava la moglie soffrire. Colto, raffinato e sensibile alla bellezza, ma del lavoro manuale non ne voleva sapere. In realtà, di lavoro non ne voleva sapere in genere. — Eugenio, almeno dai una falciata all’erba! — protestò Lidia allontanando le zanzare. — Ma dai, amore, sembro forse un contadino? — fece spallucce Eugenio, con un sorriso furbo negli occhi. — Io sono un uomo di città. Le mie mani sono fatte per ispirare voi donne alle fatiche! Spiritoso… Lidia alzò gli occhi al cielo. Eugenio era maestro nel delegare, ma di sudare, mai. Ogni tanto faceva finta di darsi da fare, ma lavorare, mai. Alla fine delle “ferie”, ormai coi nervi a pezzi, Irene e Lidia tentarono un confronto decisivo, capendo che non se ne poteva più. — Ma insomma, perché tutto questo? — iniziò Irene, sedendo i genitori al tavolo della cucina, dove si radunava sempre la famiglia. — Quanti pomodori, cetrioli o patate vi servono davvero? Non siete più giovani! È faticoso. Tanto non li mangiate tutti, e mica siete obbligati a vendere. Possiamo aiutarvi anche solo con i soldi: comprate quello che volete, andate in vacanza! Basta con sto orto! — Sì, mamma, — aggiunse Lidia speranzosa. — Non dovete spaccarvi la schiena! Vi aiutiamo noi. Se non volete i soldi, vi trovate qualcuno per aiutarvi in campagna. Non costa più della salute vostra e del nostro tempo! — Ma che scemenze state dicendo? — sbuffò la mamma. — Come sarebbe a dire: niente orto? — chiese papà. — Soldi? Aiutanti? L’orto non è solo il raccolto: è anche un lavoro, un passatempo. Che facciamo tutto il giorno, col culo sul divano? — Beh… — balbettò Irene — Si può andare a teatro, al cinema… — Ma va là! — tagliò corto Anna Maria — Noi siamo abituati a lavorare! E non pensavamo che vi pesasse così tanto aiutare i genitori. — E poi — aggiunse Massimo — che vita è vivere con i soldi degli altri? Dover sperare che ce li mandiate ogni mese? No, ognuno si mantiene da sé! Questo dialogo si era già ripetuto. L’anno prima. E anche tre anni prima. — Ma papà, è faticoso! — protestò Lidia, proprio non capendo quell’ostinazione. — Sta male solo chi non fa niente! — tranciò Massimo. — Noi, invece, siamo ancora forti! — Ma… — Volete solo liberarvi di noi coi soldi! — gridò Anna Maria. — Vi siete stufate di lavorare. Non pensavamo che aiutare i genitori vi pesasse così tanto. Senza orto, nemmeno verreste più qui! Fine della discussione. *** Passò un anno. L’estate si avvicinava, promettente come sempre. Gennaro annunciò a Irene un viaggio in Italia, quello dei suoi sogni. Lidia, appena divorziata dal suo scansafatiche Eugenio (che neanche la dignità di cercarsi un lavoro aveva trovato), aveva solo voglia di pace e silenzio. Voleva solo stare a casa con la figlia, senza impegni, senza obblighi. Le sorelle si incontrarono davanti a una tazza di tè, tra pettegolezzi e progetti per l’estate. Discutendo, presero una decisione difficile e andarono a comunicarla ai genitori. Di solito, durante la settimana non passavano dai genitori, solo nei weekend. Ed è andata di lusso che vivessero abbastanza lontano, altrimenti avrebbero passato tutte le ferie e i weekend nell’orto. Così, qualche visita ogni tanto e basta. Irene e Lidia non sapevano da dove cominciare. Ma la mamma iniziò subito, con uno sguardo sospettoso: — Che succede? Cosa vi state inventando questa volta? — Niente, mamma, tranquilla, — anticipò Lidia. — Solo che quest’anno non riusciamo a venire a luglio. E neanche in agosto. — E questo che vuol dire? — protestò la madre. — Che storia è questa? Non avete proprio vergogna? E subito giù con le spiegazioni di rito. — Gennaro ha le ferie pure lui, andiamo in Italia come sogniamo da una vita! Tutto prenotato, biglietti pagati… Non andiamo in vacanza da anni… Anche Gennaro è stanco. Ovviamente, questo non commosse nessuno. Papà fece una smorfia. — In Italia, eh! — ripeté la mamma ironica. — E noi cosa facciamo qua? L’orto si sistema da solo? Ci tocca arrangiarci da soli? — Mamma, ti abbiamo già detto che vi possiamo aiutare con i soldi! — insistette Lidia. — Potete assumere qualcuno che vi aiuti. Qui c’è sempre chi cerca un lavoretto estivo, il vicino viene volentieri a tirar su le vostre patate! — Gli operai non sono la stessa cosa! — tagliò corto Massimo — Non ci si può fidare: tutto fatto in fretta e male. Voi invece siete di famiglia! Mettete l’anima… — Papà, ma che anima vuoi metterci a diserbare patate? — non ce la fece più Irene. — Il lavoro nobilita. — Nobilita niente! Solo mal di schiena e mani tutte piagate! — sbottò Lidia. — Non siamo mica contadini a giornata! E a lavoro lavoriamo già tanto, almeno nelle ferie vogliamo riposarci. Basta! — Riposerete in pensione! — decretò la mamma. — Finché avete energie, dovete aiutare i genitori. — Non diciamo che non vi vogliamo aiutare, ma qui si sta esagerando… Già. Ormai, nessuno ricordava più cosa fosse una vera vacanza. — Si esagera, eh! — ripeté Anna Maria. — E chi vi ha cresciute? Chi ha rinunciato a dormire la notte per darvi da mangiare? Chi ha investito tutto su di voi? Per poi sentire che dieci giorni al mare con la pancia all’aria valgono più dei vostri genitori! — Basta ricatti emotivi! — sospirò Irene. — Siamo grate, mam, ma qui bisogna trovare una via di mezzo… Si alzarono i toni. Le figlie hanno abbandonato i genitori. Le figlie non pensano più a mamma e papà. Le figlie sono diventate delle sfaticate. — E vabbè! — gridò Irene. — Fate pure quello che volete! Potete pure lasciare la casa alla vicina, potete smettere di parlarci. Ma noi quest’anno non veniamo! — Ah sì?! — strillò la mamma. — Allora arrangiatevi! Non lo perdonerò mai! — Fai pure! Fai quello che vuoi! *** Irene e Gennaro volarono finalmente in Italia. Quelle due settimane furono le più belle degli ultimi anni! Solo loro due, il mare, il caldo… e i bambini. Ma i figli, entusiasti di un’estate diversa, si comportarono benissimo. Lidia si concesse il suo “centro benessere” domestico: divano, serie tv, libri, uscite con le amiche, massaggi — nessuna preoccupazione. Quando ormai la vacanza era agli sgoccioli, con Irene e Gennaro appena rientrati e Lidia che tornava alla solita routine, arrivò quella telefonata che cambiò tutto. Era papà. — Lidia, vieni subito. La mamma sta male. È in ospedale. Chiama Irene! Le mancò un battito. Nel giro di un’ora corsero in auto all’ospedale più vicino al paese. Cercarono subito il padre. — Che è successo? — Come sta la mamma? — È la testa? — Un ictus? — È cosciente? — Avete parlato con lei? — Possiamo vederla? Si sovrapposero domande. — Il cuore, — spiegò Massimo. — Dalle sei del mattino alle tre del pomeriggio nell’orto sotto il sole… Ed è crollata. Per fortuna, la situazione non era grave. La madre era cosciente, in reparto normale, si muoveva pure bene. Era pallida, la pressione era probabilmente alle stelle, ma niente di veramente serio. Alle figlie rivolse solo una rapida occhiata. — Ah, siete voi, — disse la mamma. — Siete venute a dare un’ultima occhiata alla mamma morente? — Ma che dici, mamma! — la zittì Irene. — Non è nulla. Dicono che fra un paio di giorni ti dimettono. Ti rimetti presto. — Mah, ragazze, — sospirò Anna Maria. — Ormai sono vecchia. Non reggo più. Peccato che nessuno sia venuto ad aiutarmi… Lidia serrò appena i denti. — Mamma, chi te l’ha fatto fare? Ti abbiamo proposto aiuto! Ti avevamo detto che potevi prendere qualcuno ad aiutare: c’è chi cerca lavoretti estivi qui. Perché no? — Aiuto! — ripeté Anna Maria con disprezzo. — Non ho bisogno del vostro aiuto! Mi arrangio da sola! Se nessuno viene… Sono abituata a lavorare. — E infatti! — sibilò Irene senza trattenersi. — Irene! — la rimproverò Lidia. — Che ho detto di male? — protestò Irene. — Ragazze, non litigate per me. Non ne vale la pena, — disse la mamma con voce melodrammatica. Le figlie tacquero: per ora era inutile discuterne. — Mam, paghiamo tutto noi, — disse Lidia. — Medicine, cure. Tu pensa solo a rimetterti. — E prendiamo anche qualche aiutante, — aggiunse Irene. Anna Maria tacque. Dopo pochi giorni fu già in netto miglioramento, e in una settimana i medici le diedero il via libera per tornare a casa. La salute tornava, ma i medici avevano tassativamente proibito sforzi. Irene e Lidia speravano che, almeno stavolta, i genitori si calmassero. Ma quando andarono a fare visita, trovano una scena deprimente. Le due signore che avevano assunto non si vedevano, e Anna Maria — ignorando i divieti — stava già di nuovo a zappare tra i pomodori. — Ma’, cosa fai? Non puoi! — Non riesco a star ferma! Quelle signore fanno tutto di corsa e non combinano niente. Bisogna far da sé! E i vostri soldi li ho risparmiati, li useremo per qualcosa di utile. E se ci tenete davvero, venite voi a darci una mano. Forza, c’è un altro filare che aspetta. Discutere con la mamma era inutile. Avrebbe sempre fatto di testa sua. Le figlie ingrata.
Figlie Ingrate Sara, curva sullorto, sentiva il sudore colare fastidioso lungo la schiena, incollando
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Nemmeno trent’anni di matrimonio sono una giustificazione per sopportare un tradimento Elena teneva tra le mani una piccola scatolina: il velluto era consumato, le lettere dorate quasi cancellate. Dentro brillavano tre pietre minuscole. Bisogna ammettere: molto belle. – Cinquemila euro, – disse Oleg mentre sfogliava le notizie sul tablet. – Le ho prese da “Gioielli d’Italia”, con la carta fedeltà. – Grazie, caro. Sentì una stretta al petto. Non per la cifra, ormai non aveva pretese a quell’età. Ma per come lui aveva parlato. Distrattamente. Come se le avesse detto quanto aveva speso per il latte. Trent’anni di vita insieme. Nozze di perla – una rarità oggi. Elena si era svegliata presto, aveva tirato fuori dal mobile la tovaglia elegante con merletto: regalo di nozze della suocera. Aveva iniziato a preparare la “Torta Paradiso” – il dolce che Oleg chiamava “un angolo di cielo”. Ora lui sedeva immerso nello schermo e rispondeva a malapena alle domande. – Oleg, te lo ricordi che avevi promesso di portarmi in Italia per il nostro trentesimo anniversario? – Mh, – senza alzare lo sguardo. – Pensavo, magari andiamo almeno in Costiera Amalfitana? È tanto che non facciamo una vacanza insieme. – Elena, ho un progetto che scotta. Non posso ora. Progetto. C’è sempre un progetto. Specialmente nell’ultimo anno e mezzo, da quando Oleg ha “preso la febbre della giovinezza”. Si è iscritto in palestra, comprato scarpe costose, rinnovato il guardaroba. Anche la pettinatura è cambiata: frangia di lato, tempie rasate. – Crisi di mezz’età, – diceva l’amica Silvia. – Capitano a tutti gli uomini. Passa. Non è passato. Si è solo rafforzato. Elena provò l’anello – la misura era perfetta. Dopo tanti anni, almeno questo lo ricordava. Le pietre scintillavano con un bagliore gelido. – Bello, – ripeté guardando il regalo. – Sì, è una montatura di tendenza. Design giovane. La sera, seduti al tavolo festivo, mangiarono quasi in silenzio. La torta era venuta come sempre – soffice, delicata. Oleg ne mangiò una fetta, la lodò distrattamente. Elena lo osservò e pensò: quando era diventato un estraneo? – E chi è questa ragazza? – domandò all’improvviso. – Quale ragazza? – Oleg sollevò gli occhi dal piatto. – Quella che ha scelto l’anello “giovane”. – Cosa c’entra? – Oleg, – la voce calma, – non sono stupida. L’anello l’ha scelto una donna. Un uomo non dice mai “design giovane”. Pausa. Lunga. Pesante. – Elena, che assurdità. – Si chiama Alessia? Oleg impallidì. Neanche chiese come lo sapesse. Quindi aveva indovinato. – C’ho dato un’occhiata per caso. Un mese fa, quando mi hai chiesto di cercare il numero dell’assicurazione sul tuo telefono. “Amore, a presto!” – ricordi quel messaggio? Taceva. – Ventotto anni, lavora nel vostro ufficio. Ieri ha pubblicato sui social una foto da un ristorante – quel tavolo vicino alla finestra dove vi siete seduti. Ho riconosciuto la tovaglia. – Come lo sai del ristorante? – L’ha visto Silvia. Per caso. Credi che in città non si nota? Oleg sospirò gravemente: – Va bene. Sì, c’è Alessia. Ma non è come pensi. – E com’è? – Mi capisce. Con lei è facile, interessante. Parliamo di libri, film. – E con me non hai nulla da dire? – Elena, guardati! Parli solo di figli, salute, dei prezzi che aumentano. Con Alessia mi sento vivo. – Vivo, – ripeté Elena. – Capisco. – Non volevo farti soffrire. Oleg abbassò la testa. – Lei sa che sei sposato? – Sa. – E non le importa? Sta bene con un uomo sposato? – Elena, è una ragazza moderna. Non si fa illusioni. – Moderna, – sorrise amara Elena. – E trent’anni con te sono illusioni? Si alzò dal tavolo e iniziò a sparecchiare. Le mani tremavano, ma non lasciò trasparire nulla. – Elena, parliamone con calma. – Non c’è più nulla da dire. Hai fatto una scelta. – Non ho scelto nessuno! – Sì che hai scelto. Ogni giorno. Quando torni tardi. Quando menti sulle trasferte. Quando le compri regali con i miei soldi. – Con i nostri soldi! – Sono anche miei. Lavoro anch’io, ti sei scordato? Elena lavò i piatti, li mise ad asciugare. Togliendo la tovaglia elegante, la ripose nell’armadio. Tutto come sempre. Solo le mani continuavano a tremare. – Elena, cosa vuoi? – chiese Oleg fermo sulla soglia della cucina. – Voglio restare sola. Stanotte. Per riflettere. – E domani? – Non so. Per due giorni rimase muta. Oleg provava a parlare, ma riceveva solo risposte monotone, cortesi. Il terzo giorno cedette: – Quanto durerà? – Cosa non ti va bene? – chiese Elena stirando la sua camicia. – Faccio tutto: cucino, pulisco, lavo. Come sempre. – Ma non parli con me! – Perché dovrei? Hai Alessia per parlare. – Elena! – Cosa Elena? Tu stesso hai detto – con me è noia, nessun discorso. Perché forzarsi? La sera uscì. Disse – dagli amici. Elena sapeva che sarebbe andato da lei. Si mise al computer: aprì la pagina social di Alessia. Carina. Giovane. Foto da resort di lusso, abiti alla moda, flute di champagne. Un post di ieri: “La vita è bella quando accanto c’è chi ti apprezza”. E i tag – amore, felicità, uomo maturo. Uomo maturo. Elena sorrise. Un tag come un’etichetta. Nei commenti, le amiche: “Ale, quando la giornata?”, “Che fortuna, che uomo!”, “E la moglie che dice?” Al commento sull’ex-moglie Alessia rispose: “Il loro è solo un matrimonio di facciata. Vivono come coinquilini da tempo”. Trent’anni – da coinquilini. La mattina dopo, Elena chiamò un avvocato. Un ragazzo giovane ascoltò la sua storia con attenzione. – Chiaro. Tutto quello che avete accumulato si divide a metà: casa, casa vacanze, auto. Se proviamo l’infedeltà, può chiedere una quota maggiore. – Non voglio di più, – disse Elena. – Mi basta la giusta metà. A casa fece la lista: Casa – vendere e dividere a metà. Casa vacanze – a lui. Io non ci torno più. Auto – a me. Si compri la sua. Conti bancari – dividere. Oleg rientrò tardi, vide la lista sul tavolo. – Cos’è questa? – Divorzio. – Sei impazzita? – No. Finalmente mi sono ritrovata. – Elena, ti ho spiegato! È solo un capriccio. Passa! – E se non passa? Dovrei aspettare altri trent’anni che ti calmi? Oleg si buttò sul divano, il viso tra le mani: – Non volevo farti del male. – Ma l’hai fatto. – Cosa devo fare? – Scegliere, – disse Elena. – O la famiglia, o Alessia. Terze strade non esistono. Per tre mesi vissero come coinquilini per davvero. Oleg dormiva in camera degli ospiti. Parlavano solo per cose pratiche. Elena iniziò corsi d’inglese, piscina, finalmente leggeva i libri che aveva messo da parte. Alessia chiamava ogni tanto, piangeva al telefono. Oleg usciva in balcone e spiegava tutto sottovoce. Una sera tornò presto. Si sedette di fronte a Elena. – Ho chiuso con lei. – Perché dovrei saperlo? – Elena, ho capito. Sono stato uno stupido. Ho fatto un errore terribile. – Concordo. – Possiamo riprovare? Sono cambiato. Elena posò il libro: – Oleg, l’hai lasciata non perché hai capito il mio valore. Ma perché ti sei stancato. E un’altra “Alessia” arriverà fra un anno, due. – Non succederà! – Invece sì, perché non hai perso me – hai perso la gioventù. E io non posso aiutarti a ritrovarla. – Elena. – I documenti per il divorzio sono pronti. Firma. Lui firmò. Senza litigi, né discussioni sui beni. Elena prese solo ciò che aveva deciso. Sei mesi dopo, conobbe Romano – coetaneo, vedovo, insegnante d’inglese. Si erano trovati ai corsi. Lui la invitò a teatro. – Sa, Elena, – disse lui dopo lo spettacolo davanti a un caffè, – mi piace parlare con lei. È una persona interessante. – Davvero? Mio ex marito mi trovava noiosa. – Allora non sapeva ascoltare. Romano sapeva. Apprezzava i pensieri di Elena, rideva alle sue battute, si raccontava – senza voler sembrare più giovane. – Cos’è che l’attrae in una donna? – chiese Elena un giorno. – L’intelligenza. La gentilezza. La sincerità. E lei negli uomini? – La sincerità. E che non abbia paura della sua età. Risero. Oleg chiamava, a volte. Augurava buona festa, chiedeva come stava. Come vecchi conoscenti. – Sei felice? – domandò una volta. – Sì, – rispose Elena senza esitazione. – E tu? – Non lo so. Forse no. – Beh, ognuno sceglie la propria strada. L’anello da cinquemila euro lo tiene ancora. Non lo indossa – resta nella scatola. Un ricordo di come si possono sminuire trent’anni di vita. Romano, per il compleanno, le regalò una vecchia spilla trovata al mercatino – niente di costoso, ma scelta con amore. “La bellezza non è nel prezzo, – disse. – È nel modo in cui viene donato.” Elena capì che, dopo i cinquant’anni, la vita non finisce. Ricomincia. E voi cosa ne pensate? Si può ricominciare da capo in età matura? Scrivetelo nei commenti.
Nemmeno trentanni di matrimonio sono motivo per sopportare un tradimento Caterina rigirava tra le mani
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Ottimo per Tutti
Caro diario, oggi mi è tornata in mente un episodio che non riesco più a far tacere, anche se preferirei
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Il Fatiscente Patrigno Ingrato
Il figliastro ingrato Una foglia dautunno si posò sulla mano tesa di Alessio. La girò tra le dita, osservando