Figlie Ingrate
Sara, curva sullorto, sentiva il sudore colare fastidioso lungo la schiena, incollando la maglietta. Laura, la sua sorella gemella, sbuffava accanto a lei, maledicendo la ciocca di capelli che non riusciva a infilare sotto il berretto da baseball.
Stavano estirpando le odiatissime erbacce tra le fragole.
Sa, ma perché dobbiamo farlo noi? si lamentò Laura, mettendo da parte la zappa e asciugandosi la fronte col dorso della mano. Tutte e due siamo allergiche alle fragole! Che sparissero almeno tre volte!
Perché bisogna aiutare i genitori, scandì Sara imitando perfettamente la voce della madre, Anna Ferri, tanto che Laura non poté fare a meno di sorridere. Loro sono anziani e noi figlie ingrati.
La canzone delle figlie ingrati era una costante nella loro casa. Se si rifiutavano di zappare e strappare, allora subito ingrati. Anche se avevano regalato allorto gli anni più belli dellinfanzia.
Da dietro la rete arrivò una risata allegra.
Erano gli amici di sempre Sergio, Domenico e Silvia. Arrivarono in bicicletta, con le borse piene di bibite frizzanti fresche.
Ehi, ragazze! Dove siete? Venite al fiume con noi! Lacqua è una meraviglia! Siamo già passati al negozio. Fabrizio sta già preparando le grigliate. Dai che ci divertiamo!
Andate voi! gridò Laura.
I nostri non ci lasciano! rincarò Sara.
Come volete rispose Silvia.
A Laura venne quasi da piangere per linvidia.
Oddio, quanto vorrei andarci con loro sussurrò, e le si velarono gli occhi di sogni. Là cera il fiume, la carne alla brace, la sera destate Chiuse gli occhi. Li riaprì, immutata la vista sullorto.
Lascia stare, ormai! tagliò corto Sara, un po dura ma anche autoironica. Qui cè da lavorare fino a domani e oltre. E ti sei già scordata cosa ha detto la mamma? Finché non finiamo tutto, niente fiume! Se poi dovesse anche piovere, un disastro le erbacce ricrescono in un attimo! E tra una settimana, punto e a capo.
Già E le fragole sono solo una piccola parte del male
Laura gettò unocchiata triste agli sterminati filari di patate, alle file di cavoli che sembravano più una foresta di erbacce che un orto produttivo, e alla serra dei cetrioli dove, con un po di sfortuna, si rischiava pure di svenire dal caldo.
Ma questo più che orto è una piantagione, borbottò Laura trattenendo a stento le lacrime, Lavori e lavori, e non finisce mai E appena finisci, tocca ricominciare
Sara fece una smorfia, più da spavento che da gioia. In fondo, Laura, strano a dirsi, aveva ragione. Chiamare quellappezzamento orto era riduttivo. Più che altro, sembrava il centro operativo della Coldiretti di mezza provincia, mezzo ettaro buono, se non di più.
I loro genitori, Anna Ferri e Massimo Mori, coltivavano di tutto: patate, cavoli, varietà di pomodori dai nomi che nemmeno Sara e Laura ricordavano, pur passandoci giornate intere.
Una parte era per la famiglia, ma molta andava al mercato in paese, per ricavarne qualche euro in più.
E per vendere, bisognava spaccarsi la schiena dallalba al tramonto. E le figlie lavoravano con loro. Da quando erano bimbe.
Sara e Laura avevano passato infanzia e gioventù su quelle maledette zolle. Vedevano gli amici cittadini godersi lestate tra cinema, discoteche, gite fuori porta, e sognavano una vita simile…
***
Ora avevano passato i quaranta.
Entrambe vivevano in città, con le loro famiglie, un lavoro, delle passioni, e quella libertà di riposo che da bambine non conoscevano.
Ma ogni anno, quando giugno si avvicinava, ricominciava il tormentone:
Ragazze, venite ad aiutarci! Noi non ce la facciamo più! Lorto è invaso dalle erbacce! Da soli non riusciamo!
Così Sara e Laura pianificavano ferie in funzione delle esigenze dei genitori, rimandavano viaggi, appuntamenti, progetti e partivano per la penitenza annuale.
Naturalmente, le ferie non erano infinite. E pure loro, ormai sposate, avevano mariti che volevano rilassarsi. Ai figli la campagna era venuta a noia, chiedevano il mare. E di certo anche loro avrebbero voluto solo starsene tranquille, anziché fare gli schiavi dellorto.
Ma, nonostante tutto questo, non riuscivano a dire di no ai genitori.
Così, lintero mese di luglio, con figli e consorti, lo passavano al paese dai genitori.
Il primo giorno si mangiava e si beveva per loccasione, una bella sauna nella vecchia stufa di famiglia, per togliere la stanchezza del viaggio. Dal secondo giorno: lavoro, sveglia alle sette quando la mamma bussava energica.
Alla fine del mese erano talmente esausti che mancava la forza anche solo per arrabbiarsi.
Piegata sulle piantine, Sara sentiva le imprecazioni del marito Gianluca arrivare da sotto il melo, dove provava invano a raccogliere uva spina.
Luca, che mugugni? gridò cercando di superare il fruscio delle foglie, Lascia perdere quelluva, non è ancora matura! Raccogli le mele, piuttosto. A terra marciscono! Fai qualcosa di utile! Poi ci facciamo la marmellata, la composta
Nemmeno lei ci credeva a quello che diceva. Perché, se possibile, cera di peggio che lavorare sotto il sole: stare in cucina a fare conserve. Cera da soffocare per il caldo, tra fornelli e pentoloni… No, meglio lasciarle ai vermi, le mele.
Sa, io mi arrendo! gemette Gianluca uscendo da sotto il melo. La mia schiena mi dice di divorziare! Piuttosto pago gli alimenti che passare unaltra vacanza in questo paradiso! Questa non è vita, è una condanna! Scusami, ti amo molto, ma… penso sia la fine annunciò teatralmente lasciandosi cadere sul vialetto.
Smettila di fare il tragico! ribatté Sara. Nemmeno io me la spasso qui. Però che vuoi fare? Sono i miei! Come farebbero da soli?
Lasciandolo stare, replicò Gianluca. E sarebbe pure ora
Luca! Cè ancora il tetto del capanno da sistemare.
E arrivo…
Il marito di Laura, Eugenio, era molto più tranquillo, anzi si comportava come un lord inglese, come se fosse lì solo per farsi servire. Beato sullo sdraio sotto il pero, sorseggiava una bottiglia di chinotto portatagli dalla figlia, con aria filosofica ammirava la moglie sudare. Era brillante, colto e raffinato, ma allergico a qualunque tipo di fatica. Anzi, a qualsiasi genere di attività.
Euge, almeno taglia un po lerba! sbottò Laura scacciando le zanzare.
Laurina, ma posso io fare lo sfalcio? rise Eugenio con sguardo beffardo. Io sono cittadino. Le mie mani servono ad ispirarvi, mie care donne, alle vostre imprese!
Grande umorista…
Laura roteò gli occhi.
Eugenio era un vero artista della contemplazione, dei grandi discorsi e dello scaricare la fatica sugli altri. Faceva finta di darsi da fare, ma a conti fatti non lavorava mai.
A fine vacanza, con i nervi a pezzi, Sara e Laura decisero di tentare il tutto per tutto.
Ma cosa ve ne fate di tutto questo? cominciò Sara, facendo sedere i genitori attorno al tavolo, luogo delle riunioni di famiglia. Ma quanti pomodori, patate e cetrioli vi servono? Siete grandi, è troppo difficile. Non vi serve vendere la roba! Possiamo semplicemente aiutarvi con qualche soldo. Compratevi quello che vi va, andate in vacanza! Basta orto!
Sì, mamma, la spalleggiò Laura, sperando di farsi finalmente ascoltare. Non ha senso che vi stanchiate così. Vi diamo volentieri una mano economica! Se proprio non vi va di accettare soldi, possiamo anche pagare qualcuno. Un aiutante per due mesi non costa così tanto. E di certo vale più della vostra salute e del nostro tempo libero.
Ma che sciocchezze! sbuffò la mamma.
Niente orto? chiese il padre. Soldi, aiutanti? Lorto non è solo raccolto, è vita. Cosa faremmo altrimenti? Guardare la televisione?
Mah… esitò Sara, Potete andare a teatro, al cinema…
Il teatro non fa per noi! tagliò corto Anna Ferri. Siamo gente di lavoro! E non credevamo che aiutarci fosse così difficile per voi.
E poi, aggiunse Massimo Mori, Che vita sarebbe? Ogni mese ad aspettarvi che ci mandiate qualcosa. Dobbiamo badare a noi stessi!
Quella conversazione lavevano già affrontata. Lanno prima. E ancora tre anni fa.
Ma papà, vi viene troppo pesante! provò a intervenire Laura, ancora incredula per la cocciutaggine dei genitori.
Pesante è solo per chi non fa nulla! rispose Massimo. Noi siamo ancora in gamba!
Però
Volete solo togliervi di torno! gridò Anna Ferri. Vi pesa perfino aiutarci! Se non ci fosse lorto, non verreste nemmeno.
Insomma, tutto come sempre, a vuoto.
***
Un altro anno passò.
Alla soglia dellestate, piena di promesse come sempre.
Gianluca fece una sorpresa a Sara: avevano prenotato finalmente una vacanza in Sardegna, sogno inseguito da anni.
Laura, reduce da un difficile divorzio dal pigro Eugenio (che non aveva mai trovato un vero lavoro), sentiva solo il bisogno di silenzio e relax. Desiderava semplicemente restare a casa con la figlia, senza nessun obbligo, solo seguendo i propri desideri.
Le due sorelle si ritrovarono per un tè, aggiornandosi su tutto e studiando i programmi estivi. Dopo averci riflettuto, presero la decisione che sembrava finalmente giusta e si presentarono dai genitori per comunicarla con decisione.
Di solito nei giorni feriali non andavano mai a casa loro, massimo qualche volta nel weekend: ci mancava solo che vivessero vicini da non avere nemmeno i fine settimana liberi destate!
Sara e Laura non sapevano come iniziare.
Cominciò Anna Ferri, guardandole con sospetto, già prevedendo qualcosa.
Cosè successo questa volta? Cosa state tramando?
Niente, la rassicurò Laura. Solo che questanno luglio e agosto non veniamo al paese. Non possiamo, davvero.
E perché mai?! esasperata la mamma. Ma che scusa è? Vi siete dimenticate di noi proprio?
Con quel tono, scattavano subito in modalità difesa.
Dai mamma, lo sai anche tu. Anche Gianluca ha ferie, e da anni sogniamo di andare in Sardegna. Tutto già pagato, biglietti e tutto il resto È da una vita che non ce ne andiamo da nessuna parte. E sia io che Gianluca siamo davvero esausti.
Naturalmente, zero comprensione.
Il papà fece una smorfia.
In Sardegna, eh! rimarcò la mamma. E i genitori cosa fanno? Lorto si farà da solo, magari! Benissimo.
Mamma, vi avevamo già offerto una soluzione! ricordò Laura. Potete assoldare dei braccianti. In paese cè chi lavora per poche decine di euro al giorno per manutenzione, semina e irrigazione.
Gli estranei non sono la stessa cosa! tagliò Massimo Mori. Non puoi fidarti: lavorano svogliati, tanto per intascare i soldi. Voi, invece ci mettete lanima.
Ma quale anima, a tirar su le patate? sbottò Sara.
Il lavoro nobilita.
Nobilita? Quando ti senti morire dalla fatica e hai le mani piene di vesciche?! esplose Laura. Non siamo schiave! Già lavoriamo troppo in città, se mi resta un po di vacanza vorrei solo riposare! Sono esasperata.
Riposare lo farete in pensione! dichiarò la mamma. Adesso che avete energia aiutateci ancora.
Non diciamo di no sempre, ma adesso basta…
Ecco la verità.
Non ricordavano più lultima vacanza normale.
Basta, quindi! ripeté Anna Ferri. E chi vi ha mantenute da bambine? Chi non dormiva la notte per farvi studiare e vestirvi? Chi vi ha cresciute e amate? Ora il vostro mare e i buffet valgono più dei vostri genitori?!
Mamma, finirla coi sensi di colpa! sbottò Sara. Siamo riconoscenti, ma basta così…
La discussione degenera.
Le figlie le hanno abbandonate. A loro non importa niente. Sono pigre.
E va bene! urlò Sara con rabbia. Fate come volete! Potete anche lasciare la casa a Zia Maria, smettere di parlarci. Tanto noi non veniamo!
Così sia! strillò la mamma. Questa non ve la perdono!
Come volete!
***
Sara e Gianluca partirono davvero per la Sardegna. Furono le due settimane più belle di sempre: solo loro, il mare, il sole… e i bambini, ovvio. Che tra la gioia di scoprire unestate così diversa, furono angioletti.
Laura si regalò una vacanza casalinga: divano, film, libri, cene con le amiche, massaggi, e zero pensieri.
Quando ormai la vacanza stava finendo, e i giorni filtravano via verso la normalità, arrivò una telefonata che stravolse ogni equilibrio.
Chiamava il padre.
Laura, vieni subito. La mamma sta male. È in ospedale. Chiamala tu, Sara!
Il cuore le si gelò.
Dopo unora, correvano entrambe verso lospedale del paese.
Trovarono subito il padre.
Che succede?
Come sta la mamma?
Infarto?
È cosciente?
Avete parlato?
La fanno vedere?
Chiedevano una sullaltra.
È il cuore, spiegò Massimo Mori. Stamattina dalle sei alle tre sotto il sole, sempre nellorto e si è sentita male.
Per fortuna, non era stato grave. Era lucida, nella stanza comune, si muoveva, sia pure pallida, con la pressione ballerina. Ma sembrava fuori pericolo.
A malapena lanciò uno sguardo alle figlie.
Ah, siete voi, sospirò la mamma. Venute a vedere la madre morente?
Mamma, per favore! la zittì Sara. Non è niente di grave. I medici dicono che tra un paio di giorni ti rimandano a casa. Ti rimetti subito.
Non so, ragazze, sospirò Anna Ferri. Sono vecchia. Ormai non reggo più la fatica. Che peccato che nessuno sia venuto ad aiutarmi
Laura si morse le labbra.
Mammina, chi ti ha detto di spaccarti così? Ti avevamo proposto aiuto. Potevamo ingaggiare qualcuno, ci sono tanti a cui serve un piccolo lavoretto estivo! Perché no?
Aiuto! ripeté sarcastica Anna Ferri. Del vostro aiuto non ho bisogno! Faccio da sola! Se nessuno viene Mi arrangio.
Brava, complimenti, mugugnò Sara.
Sara! la ammonì Laura.
Che ho detto di male?
Ragazze, non state a litigare per me, non ne vale la pena, sospirò la mamma, teatrale.
Le sorelle capirono che non era il momento di discutere.
Mamma, pagheremo tutto noi, assicurò Laura. Farmaci e cure. Ma tu ristabilisci.
E assumiamo qualcuno, aggiunse Sara.
Anna Ferri non rispose.
Dopo pochi giorni stava già meglio, dopo una settimana la dimisero. Le imposero riposo.
Sara e Laura speravano che stavolta i genitori avrebbero cambiato abitudini.
Ma, alla visita successiva, lo scenario era sempre quello. Le due signore assunte, sparite. Anna Ferri, curve su una fila di pomodori, le mani nella terra, contro ogni indicazione medica.
Mamma! Ma che fai? Ti è vietato lavorare!
Non so stare con le mani in mano! Quelle signore non fanno nulla. Lavorano solo per portare via i soldi! Meglio risparmiare i vostri soldi per cose utili. Se non vi importa dei vostri genitori, venite pure a zappare voi la prossima fila.
Discutere era inutile. Quel che aveva in mente, lo avrebbe sempre fatto a modo suo.







