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Mio marito manteneva la sua ex con i nostri soldi – e io gli ho dato un ultimatum. Fin dall’inizio sapevo della sua ex. Lui non ha mai nascosto di essere stato sposato, di avere una figlia e di pagare il mantenimento. Mi sembrava giusto, persino nobile. Lo rispettavo per questa responsabilità. Ma pian piano ho capito qualcosa di ben più inquietante: quello che io vedevo come responsabilità era in realtà un doloroso senso di colpa, cronico e logorante, che qualcuno sapeva sfruttare con astuzia. Il mantenimento arrivava puntuale, le cifre erano consistenti… Ma oltre a questo esisteva un intero universo di “spese extra”. Serviva un nuovo portatile per la scuola. Il vecchio era lento, e tutti i compagni di classe ne avevano di migliori. Mio marito sospirava… e comprava. Occorreva mandarla a un campo estivo di lingue. Senza sarebbe rimasta indietro rispetto agli altri. E lui acconsentiva, anche se la spesa equivaleva alle nostre vacanze. Regali di Natale, compleanno, festa della mamma, per il semplice gusto di farli… tutto doveva essere il massimo, il più costoso e brillante. Perché “il papà deve essere buono”. La sua ex moglie sapeva esattamente come parlargli. Chiamava con un tono di voce appena sofferente: “Si rattristerà… Capisci? Da sola non ce la farò”. E lui capiva. Così tanto da dimenticarsi della realtà che ci circondava: quella in cui vivevamo io e lui insieme, con progetti, sogni e un futuro davanti. Solo che i soldi per quel futuro colavano via, goccia a goccia, verso un passato che non voleva andarsene. Io provavo a parlare. – Non pensi che sia troppo? Lei ha tutto. E noi, da due mesi, non riusciamo nemmeno a comprare una lavatrice. Svegliati… E lui mi guardava con colpa, dicendo: – È una bambina… Non posso negarle nulla. Mi hanno detto che è un’età complicata. Deve sentirsi appoggiata. – E la mia dignità? La nostra vita? – chiedevo io, più secca. Mi guardava confuso. – Ma… sei gelosa? Di una bambina? Non era gelosia. Era giustizia. Viviamo come in stato d’emergenza – finanziando sempre qualche “urgenza” che non finisce mai. La nostra lavatrice era ormai sul punto di esplodere. Tremava, si bloccava, smetteva a metà ciclo. Sognavo una lavatrice normale, silenziosa, trovata in offerta, mi ero messa da parte la paga, avevo scelto modello e giorno. Già mi vedevo finalmente senza preoccupazioni. Il giorno scelto, lui era stranamente silenzioso. Vagava per casa come in cerca di qualcosa. E proprio mentre stavo uscendo, mi disse: – Ho… preso i soldi… della lavatrice. Mi si gelarono le mani. – Preso? Dove li hai presi? – Per mia figlia. Urgente… problemi ai denti. Mia ex mi ha chiamato tardi la sera: panico, dolore fortissimo, bisogna andare subito da uno specialista privato, costa tanto… Non potevo rifiutare. Mi appoggiai al telaio della porta. – E… sta meglio ora? – Sì, sì! – disse sollevato, come se la tempesta fosse passata – Tutto a posto, è andata benissimo. Lo fissai qualche istante… poi gli dissi piano: – Chiamala subito. – Che cosa? Perché? – Chiamala, chiedi come sta la bambina… e quale dente la faceva soffrire. Si rabbuiò, ma chiamò. Scambio breve. E vidi il suo volto cambiare – da sicuro a imbarazzato. Chiuse. – Ecco… tutto ok. Il dolore è passato. – Quale dente? – insistetti. – Non importa… – QUALe DENTE? – la mia voce era dura, straniera. Sospirò: – Mi hanno detto che non era dolore. Era programmato. Sbiancamento. Ormai si può fare a questa età. La piccola aspettava da un anno… Mi sedetti al tavolo della cucina. I soldi della nostra vita normale erano andati per lo sbiancamento dei denti, per capriccio di qualcun altro. La cosa peggiore? Lui non aveva neppure dubitato. Non aveva verificato. Solo dato. Perché la colpa è un pessimo consigliere… ma uno strumento perfetto per ricattare. Da quel momento in casa è calato il silenzio glaciale. Io parlavo poco. Lui provava a “rimediare” con piccoli gesti, ma era come mettere un cerotto gigante su una ferita aperta. Ormai avevo capito: non sto lottando con la sua ex. Sto lottando col fantasma che lui porta dentro di sé. Il fantasma di un matrimonio fallito. La sensazione di non aver fatto abbastanza, di dover sempre compensare. Un fantasma affamato. Che chiedeva sempre nuovi sacrifici – soldi, tempo, nervi, umiliazione. Il culmine fu al compleanno della bambina. Sopportando la tensione, le regalai un bel libro, semplice ma di qualità – proprio quello che la bambina aveva una volta nominato a caso. I super regali però venivano da “mamma e papà”: un telefono nuovo, da ricchi. La ex era vestita come da rivista. Accoglieva gli invitati con eleganza. Sorriso dolce… ma era pericolosa. Al momento dei regali, quando la bambina prese in mano il mio libro, disse forte, davanti a tutti, sorridendo: – Ecco, tesoro… chi ti vuole davvero bene ti regala quello che sogni. – e indicò il pacchetto scintillante. – Quello lì… – e fece un cenno sprezzante verso il libro – è solo da “una zia qualunque”. Così… per dovere. La stanza si immobilizzò. Tutti guardarono me. Poi mio marito. E lui… non disse nulla. Non mi difese. Non la corresse. Nulla. Guardava il pavimento, il piatto, dentro di sé. Rigido, rimpicciolito, come se volesse sparire. Il suo silenzio era più forte di uno schiaffo. Era un consenso. Resistetti con faccia di pietra. Sorrisi, annuii… Dentro di me però era finita. Non una crisi. Non una rottura. Fine. Quando tornammo a casa, niente scenate. Le scenate sono per chi ha ancora la forza di combattere. Andai in camera, tolsi la vecchia valigia impolverata dall’armadio – quella con cui mio marito era arrivato da me anni prima. E iniziai a piegare i suoi vestiti. Lenta. Precisa. Senza tremare. Camice. Pantaloni. Calzini. Tutto in ordine. Sentì il rumore, venne, vide la valigia… e rimase di ghiaccio. – Che stai facendo? – Ti aiuto a preparare le tue cose – risposi calma. – Che? Dove? Che assurdità sono? Per oggi? È sempre uguale, lei… – Non è per lei – lo interruppi. – È per te. Misi l’ultimo abito. – Vivi nel passato. Ogni tuo euro, pensiero, silenzio – è lì. Io vivo nell’oggi. Oggi non abbiamo i soldi per una lavatrice, perché sono andati allo sbiancamento dentale su capriccio di qualcun altro. Oggi vengo umiliata in pubblico e mio marito abbassa lo sguardo. Chiusi la valigia. La misi in piedi. Lo guardai negli occhi. – Vai. Vai da lei. Aiutala con tutto. Con i denti, le lezioni, i suoi drammi e manipolazioni. Salda i tuoi conti, se tanto ti pesano. Ma fallo lì, non qui. Liberami questo spazio. – Che spazio? – Lo spazio di un uomo nella mia vita. È già occupato. Dal fantasma di un’altra donna. E io sono stanca di condividerlo con lui letto, soldi e futuro. Presi la valigia, la portai alla porta e la lasciai lì. Lui la prese… e se ne andò. Non guardai la porta. Per la prima volta dopo tanto tempo sentii che finalmente l’aria era mia. Che la casa era mia. Che la mia anima aveva finalmente spazio per sé stessa. Due mesi dopo, il nostro matrimonio era ufficialmente finito.
Mio marito manteneva la sua ex con i nostri soldi e io gli ho imposto un ultimatum. Sin dallinizio, sapevo
– Per colpa di questo tuo amore sei stato cacciato dall’università! Ti abbiamo mandato a studiare, non a sposarti! Non ci serviva certo una ragazza di campagna in famiglia, – sbottò il padre. La passione travolgente del figlio venne stroncata dalla separazione decisa dai genitori: su richiesta di papà, Vittorio andò a fare il servizio militare. A distanza di anni, Vittoria ritrova in soffitta la scatola con le sue lettere d’amore: ricordi dal tempo del Politecnico di Milano, quando il figlio di città e la ragazza del paesino si innamorarono perdutamente. Ma l’opposizione dei genitori, l’inattesa interruzione della corrispondenza e il tradimento di un amico deviarono il loro destino… Ora, trentacinque anni dopo, le loro vite parallele, segnate da matrimoni senza amore e rimpianti, sono nuovamente a un bivio: basterà una lettera spedita all’antico indirizzo per regalare ai due innamorati di un tempo il secondo tempo della loro storia? Il vero amore non conosce confini né tempo: il commovente racconto di una seconda possibilità e una nuova, inaspettata felicità.
Sei stato espulso dalluniversità per colpa di questo tuo amore! Ti abbiamo mandato a studiare, non a sposarti!
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Il papà presenta la nuova compagna: quando la badante diventa la “fidanzata” e la famiglia va in pezzi dopo la morte della mamma
Il padre portò a casa la nuova moglie E allora, come la risolviamo, Romano? chiese Dario, che era arrivato
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La felicità tanto attesa: la storia di Vittoria, dodici anni di speranza, l’incontro con Kirill al cancello dell’orfanotrofio, l’adozione che riempie la casa di gioia e l’arrivo miracoloso di Polina, quando il cuore di una mamma italiana si apre all’amore senza confini
LA FELICITÀ TANTO ATTESA Oggi è stato il giorno più felice nella vita di Vittoria. Era raggiante!
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«Tua moglie si sta davvero lasciando troppo andare. Spiegale come bisogna comportarsi» — ammoniva la suocera di Massimo – Marinella, domani inauguro la casa nuova! Ho invitato un sacco di persone e sai bene che nell’appartamento non è ancora sistemato nulla. Mi dai una mano, vero? – Certo, signora Nina, – rispose Marina, anche se per il weekend aveva altri programmi. E così comincia: tartine per trenta persone, insalata “Cesare”, tagliere di salumi. Composizione di frutta. Decorazioni della sala. Sistemare i mobili. Immaginate: il venerdì sera invece di una cena romantica con il marito – tour all’Esselunga. Sabato, sveglia all’alba e cucina nella casa d’altri. – Massimo, almeno aiutami a mettere a posto le sedie! – supplicava Marina al marito. – Dai, tu sai senz’altro farlo meglio di me! – svicolava lui, scrollando le notizie sul telefono. Alle tre il salotto della suocera era trasformato. Buffet elegante, tutto decorato con gusto: fiori sistemati alla perfezione. Marina osservava esausta il risultato. I primi ospiti arrivarono puntuali alle quattro: colleghi della signora Nina, vicini della vecchia casa, amiche. Tutti abbracciavano la padrona, ammiravano l’appartamento, portavano regali per il trasloco. Marina stava in cucina a tagliare altro limone. – Ma dov’è la tua nuora? – domandò qualcuno. – È lì che traffica in cucina, – indicò svogliatamente la suocera. – Marina! Vieni a salutare! Marina uscì. Sorrise e salutò tutti. – Che nuora premurosa che hai! – esclamò ammirata una donna in tailleur elegante. – Si vede che ha le mani d’oro! – Eh sì, l’ho educata bene, – rise soddisfatta Nina. – Ora ho un vero sostegno. E poi il colmo: per Marina non c’era nemmeno una sedia. – Oh Marinella, tanto tu non hai tempo di sederti, – la scusò la suocera. – Meglio che sorvegli gli stuzzichini, porta le portate. Marina annuì. Cosa poteva fare? Così, sta da parte come una cameriera: porta i vassoi, versa lo spumante, toglie i tovaglioli usati. Al tavolo risate, brindisi, chiacchere vivaci. – Ricordi, Nina, quando lavoravi con noi… – inizia una collega. Marina ascolta in silenzio storie di una vita dove lei è di troppo. – Marina, puoi sistemare la frutta? – chiede ad alta voce la suocera. Marina va in cucina, lava l’uva, prepara il piatto. – Che meraviglia! – esultano gli invitati. – Signora Nina, avete un vero talento tra le mani! – Massimo è stato furbo a scegliere una moglie così in gamba! – aggiunge la signora in tailleur. – Chissà, cena sempre pronta e casa ordinata! Tutti ridono. Anche Massimo si fa bello. Ma di cosa va fiero? Di avere una domestica gratis? Non è nemmeno la fine. Al tavolo le conversazioni si sciolgono, l’atmosfera si scalda, le voci si alzano. – Nina, raccontaci di quando Massimo all’università faceva impazzire tutte le ragazze! – ride una vecchia amica della suocera. – Eh, che ricordi! – svicola civettuola Nina, felice di essere al centro. – Erano tutte innamorate! Vent’anni e già un adone! Risate generali. Massimo arrossisce, ma ci è abituato. Marina sta al tavolino, pulisce i bicchieri. Nessuno bada a lei. Un oggetto utile, ma invisibile. – All’università le ragazze facevano la fila! – si vanta ancora la suocera. – Anche il preside scherzava: “Massimo sarà un don Giovanni”. Ed è stato vero! Prima di Marina chissà quante storie! – Basta, mamma, – cerca di troncare Massimo. – Ma dai, cosa importa? Marina sa che non è l’unica, – ride Nina. – Un uomo deve saper vivere, no? Solo così può mettere su famiglia! La donna in tailleur annuisce: – Giusto, Nina. Alle donne conviene: marito esperto! – Proprio così! – conferma la suocera. – E Marina è tranquilla, non è gelosa! Tutti si girano verso Marina. Aspettano la conferma che lei sia “tranquilla”. Marina annuisce. Non ha scelta. – Marina, come vi siete conosciuti tu e Massimo? – chiede la vicina. Marina apre bocca, ma la suocera la precede: – In banca! Lui appena manager, lei consulente. Si capiva subito che era una ragazza seria, affidabile. Affidabile. Come raccomandazione per un lavoro. – Dissi a Massimo: “Guarda quella ragazza! Non è una frivola, ma una da famiglia”. Immaginate che parlino di voi come di merce. “Da famiglia”. – E che scelta giusta! – esclama la signora in tailleur. – Si vede che è bravissima! Ha organizzato tutto il trasloco! – Sì, sì – conferma Nina con orgoglio. – Ho capito subito che a lei si può affidare la famiglia. Non come certe egoiste moderne. Il peggio: Massimo tace. Non dice: “Mamma, basta”. Ascolta la moglie discussa come una purosangue all’asta. – E i bambini quando li fate? – arriva la domanda fatidica. – Nina, sogni i nipotini! La suocera sospira: – Lo sogno tanto! Ma i giovani rimandano: lavoro, mille cose. E il tempo passa! Marina si scalda in volto. Argomento doloroso: da quasi due anni provano ad avere un figlio. Marina si è fatta visitare di nascosto, prende vitamine. Nulla di anomalo, ma ogni mese è una delusione. – Ma sono affari loro, – commenta con tatto la vicina. – Certo! – conferma Nina. – Però gliel’ho ripetuto: è ora! Gli anni passano, vorrei viziarli io un po’ questi bimbi. Marina si morde le labbra. “Hai suggerito?” In realtà ogni settimana chiede: “Novità?” E Marina arrossisce e si scusa. – E magari non sono pronti? – prova a dire un’ospite. – Pronti o no che differenza fa? – svicola Nina. – Ai nostri tempi si facevano figli, punto! Ora tutti esitano. Il senso materno non cambia! Marina si allontana verso la finestra. – Marinella! – la richiama la suocera. – Perché ti sei intristita? Vieni qui, stiamo parlando di cose importanti. Marina si avvicina. Si mette accanto alla poltrona di Massimo. – Guardate che brava moglie ha Massimo, – riprende la suocera. – Le chiedi una cosa, la fa. Non come certe moderne, che hanno solo pretese. – Ma quali diritti ha la moglie? – commenta filosofica la signora in tailleur. – Essenziale è che il marito sia felice e la famiglia vada bene. – Ecco, appunto! – segue un’altra invitata. – La felicità di donna è la famiglia, i figli. Marina ascolta e sente un nodo sempre più stretto. Parlano di lei, ma non con lei. – Nina, ricordi la prima storia seria di Massimo? – chiede una delle ospiti. – Si chiamava Alena? – Oh, lasciamo stare! – ride la suocera. – Era carina, ma aveva un brutto carattere. Meglio che sia finita! – Cosa aveva che non andava? – domandano curiose. Nina guarda il gruppo: – Era intrattabile. Voleva dire sempre la sua, ribatteva su tutto. Non una moglie, ma una pena! Consigliai subito a Massimo: “Figlio, pensaci. Ti serve una così?” Massimo si agita, ma non parla. – Hai fatto bene! – approva la signora in tailleur. – Una madre capisce chi è giusta per il figlio. Altrimenti soffriva per sempre. – Marina, mi porti altro ghiaccio? – chiede la suocera. Marina annuisce, va in cucina, prende il ghiaccio. Rimane lì a guardare i cubetti. Improvvisamente capisce: lei non fa parte della festa. È personale di servizio. Marina resta in cucina col secchiello in mano, fissa il buio fuori. Sui balconi vicini la gente vive la propria vita. Dal salotto arriva il coro allegro. Qualcuno canta al karaoke. Tutti cantano. – Marinella! – grida la suocera. – Dov’è il ghiaccio? E metti su il caffè! Marina avvia la macchina del caffè. Prende il secchiello, va in salotto. – Ecco la nostra laboriosa! – scherza la signora in tailleur. – Ma Marina, perché così seria? Vieni a divertirti! – È stanca, – taglia corto la suocera. – Tutto il giorno in piedi. Ma va bene, la donna deve saper fare tutto. Questo è il destino di una donna: prendersi cura della famiglia. – Certo! – conferma la vicina. – E l’uomo deve lavorare! – E io non lavoro forse? – domanda piano Marina. Tutti si girano. In sala cala il silenzio. – Cosa, cara? – chiede stupita la suocera. – Ho chiesto: non lavoro forse? – ripete più forte Marina. Massimo si incupisce: – Marina, che senso ha? – Che zia Giulia ha detto “l’uomo lavora e si riposa”. E io, allora, non lavoro? Gli ospiti si guardano perplessi. Nessuno si aspettava questa svolta. – Sì, lavori, – dice la signora in tailleur. – Ma sono cose diverse. – Diverse? – Beh, – tituba lei. – Tu sei consulente. Massimo è project manager. Ha più responsabilità. – Capisco. La mia non è vera professione. E le cose di casa sono solo mie. Quindi io lavoro sia in ufficio sia a casa. Ma Massimo solo in ufficio. E a riposare è lui. Imbarazzo generale. – Marina, ma che dici? – sbotta Massimo. – Non c’entra. – C’entra, – dice posando il secchiello sul tavolo. – Due giorni a preparare questo trasloco: fare la spesa, cucinare, decorare. Oggi dalla mattina senza sosta. Ma nemmeno un posto a tavola. – Non è stato voluto! – prova a giustificarsi la suocera. – Solo un errore nei conti. – Sbagliato, – Marina annuisce. – Non avete pensato a me. Sono la domestica. – Marina! – la zittisce Massimo. – Basta! – Basta cosa? Dire la verità? – Marina, calmati, – prova a intervenire un ospite. – Saranno i nervi. – Basta figuracce! – tuona la suocera. – Non si litiga davanti a tutti! – E invece davanti a tutti si può discutere la mia vita di coppia? Si può dire che non ho figli? Si può parlare delle ex di Massimo? La suocera impallidisce. – Non volevo… – Avete parlato di Alena. Di quanto fosse meglio che se ne sia andata, perché aveva una sua opinione. Tutti d’accordo: meglio una marita accomodante. Marina guarda ognuno. – Sapete cosa? Alena aveva ragione! Non bisogna permettersi di diventare una serva gratis! – Ma cosa dici! – Massimo si alza – Che serva?! – Sapete cosa desideravo oggi? – continua Marina piano. – Sentire: “Questa è mia moglie, lavora in banca, è intelligente e brillante”. Invece: “Che brava casalinga, che accomodante. Proprio da famiglia”. – Marina, ma… – Ma cosa?! – lo interrompe – Tu sei stato zitto! Quando tua madre diceva che sono perfetta – zitto! Quando zia Giulia parlava dei diritti della moglie – zitto! Quando tutti discutevano sulla mia vita – zitto! La voce le trema. Le lacrime trattenute escono finalmente. – Sapete che c’è? Sono stanca di essere comoda! Marina si asciuga gli occhi. – Scusate se ho rovinato la festa. Ma non voglio più fingere l’ideale nuora. E si dirige verso la porta. – Marina, fermati! – urla Massimo. – Dove vai? – Sul balcone, a prendere aria, – risponde. – Continuate pure senza il personale di servizio. La porta si chiude. Resta solo il brusio e la musica ovattati. Fuori, sotto il cielo stellato, Marina può finalmente essere se stessa. Può piangere. Marina resta più di un’ora sul balcone. Prima piange di rabbia, vergogna e sollievo. Poi asciuga le lacrime e guarda le luci della città. Dall’appartamento si sentono solo due voci: Massimo e la suocera. – Non capisco che le sia preso! – sbotta Nina. – Davanti agli ospiti! – Mamma, forse non ha torto, – abbozza Massimo. – In cosa? Per aver sgridato i grandi? Per aver rovinato la festa? Marina ascolta. – Ha lavorato tutto il giorno. – E allora? Anch’io lavoravo! Mai lamentarsi! La famiglia è un lavoro, una donna deve sapere qual è il suo ruolo. Marina sorride amaramente. La suocera non capirà mai. – Ma comunque… – Niente “ma”! Parlaci seriamente. Dille come deve comportarsi. Si è proprio lasciata troppo andare. Marina apre la porta ed entra. Massimo e la suocera tra i piatti sporchi. – Una bella chiacchierata, ottima idea, – dice calma Marina. Si voltano sorpresi. – Marinella, – comincia la suocera con voce dolce. – Ma dai, non volevamo ferirti. – Lo so, – annuisce Marina. – Solo che non siete abituati a sentirmi parlare. – Discutiamone a casa, – propone Massimo. – No. Quello che è iniziato qui, qui finisce. Marina si siede sulla poltrona dove c’erano gli ospiti. – Massimo, domani vado dai miei. Una settimana. Devo riflettere. – Riflettere su cosa? – si preoccupa Massimo. – Se voglio ancora una famiglia dove non vengo rispettata. – Marina, non esagerare. – Non esagero, – risponde tranquilla. – È una scelta. O cambiano le cose, o cambio io la mia vita. La suocera sbuffa: – Ecco la gioventù: subito ultimatum! – Massimo, se tieni al nostro matrimonio, rifletti. Non su come farmi “rientrare nei ranghi”, ma sul perché tua moglie piangeva sul balcone mentre tua madre riceveva gli auguri. Una settimana dopo Massimo va dai suoceri. Siede in cucina, giocherella con la fede. – Marina, torna a casa, ti prego. Cambierà tutto. Marina lo guarda a lungo. – Va bene. Proviamoci. Non pianse mai più durante una festa di famiglia. Perché aveva capito come difendere il suo diritto al rispetto.
Tua moglie si sta proprio lasciando andare. Devi spiegarle come si deve comportare, rimprovera la suocera
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Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.
Di nuovo con questa storia? Qui il padrone sono io, decido io chi resta e chi se ne va. Occhio, che magari
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Uno Scossone al Cuore: Il Divorzio di Anna dopo Quarant’Anni di Matrimonio in Una Tranquilla Cittadina Italiana
**Divorziare in età avanzata** “Divorzio!” Decise Anna Leonardi, con i suoi “
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– “Devo venire a vivere da voi” ha annunciato la suocera. La risposta di Natasha l’ha spiazzata!
Dovrò stare un po da voi, disse la suocera. La risposta di Bianca la lasciò di sasso. Ascolta, Bianca
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Tornerà di nuovo dall’amante. Racconto Grazie di cuore per il vostro sostegno, i like, l’interesse e i commenti ai miei racconti, grazie per le iscrizioni e un ENORME grazie da parte mia e dei miei cinque gatti per ogni vostra donazione. Se vi è piaciuto il racconto, condividetelo sui social: anche questo fa piacere all’autrice! – Su richiesta della madre, Antonio alla fine ha lasciato Lilia; anche lui non riusciva proprio a capire il suo stile di vita. Poi la madre ha insistito, ha sottolineato i punti critici e portato prove che Lilia non era una ragazza perbene, di quelle con cui costruire una famiglia. Antonio sentiva che la loro relazione era fragile. Lilia era sempre in giro per lavoro: oggi in un bar, domani a un ristorante, matrimoni, anniversari, funerali, feste per bambini. Faceva l’animatrice, ma la mamma di Antonio, venuta a sapere di questa professione, ne è rimasta indignata: – Tu sei un ragazzo a posto, vendi divani e materassi. Esci la mattina per il lavoro, torni la sera, come si deve. Invece quella Lilia tua la mattina dorme fino a tardi, la sera nemmeno ti accoglie a casa perché torna solo a mezzanotte. Profumerà sempre di fumo, alcol e di altri uomini: ti va davvero bene così? Guarda come sorride: si vede che non è una ragazza seria! La madre l’aveva vista una sola volta, eppure si era già fatta un’idea. Antonio si è lasciato convincere: anche lui soffriva e si sentiva geloso quando lei si preparava per andare al lavoro nei locali, cosa che trovava inopportuna. Il giudizio della madre ha consolidato i suoi dubbi: brontolona sì, ma non sbaglia mai. Dopo un anno Antonio si è sposato con Nadia, una bibliotecaria. Alla madre è piaciuta subito: timida, modesta e premurosa. – Ecco la vera moglie! Guarda com’è discreta: non si trucca per andare al lavoro, si veste in modo decoroso, niente scollature, le gonne mai sopra il ginocchio. La sera corre a casa e ti guarda dritto negli occhi… – borbottava la madre quando Antonio la presentò a Nadietta, – Un vero tesoro: ora sì che sono contenta della tua scelta, Antonino… Antonio aveva una mamma fantastica, la vita però non era stata clemente con lei. Non era mai stata bella, lavorava all’ufficio postale. Sognava una famiglia e un figlio, ma a trentacinque anni aveva capito che difficilmente si sarebbe mai sposata. Decise comunque di avere un bambino, anche se lo riteneva molto imbarazzante. Così nacque Antonio, che sua madre chiamò come il padre. All’inizio i nonni l’avrebbero aiutata, ma quando sono mancati lei e Antonio sono rimasti soli… Antonio adorava la madre e la sosteneva in tutto. Non era un genio a scuola, ma si impegnava. Finita la scuola professionale, cominciò a lavorare in un negozio di mobili come consulente alle vendite. Sua madre era fierissima di lui: lavorava in giacca e guadagnava bene. E ora aveva anche trovato una brava ragazza, Nadia. Avrebbero finalmente vissuto felici, sarebbero arrivati figli e nipoti: il sogno di Inna Antonovna… Il matrimonio si era tenuto in casa: non hanno parenti, solo un collega Antonio, Nicola, e un amico di scuola, Tullio. Nadia aveva i genitori e due colleghe della biblioteca, d’altronde le amiche non servivano, ora che aveva una famiglia… Finalmente la madre aveva sistemato il figlio, grazie a Dio, con una ragazza perbene… Ora Nadia accoglieva Antonio con una cena calda. Cucinava però in modo molto semplice e insipido, per via del padre che soffriva di gastrite. In generale era lenta, silenziosa, non rideva quasi mai, sempre a leggere libri. Disprezzava la televisione, così la suocera non si azzardava più a guardare le sue serie preferite a volume alto. Niente più fritti o piatti piccanti che Antonio amava: per Nadia erano tutti cibi dannosi. La casa era sempre silenziosa e monotona, e Antonio si era fatto spento e triste… Dopo sei mesi una sera Antonio fece tardi al lavoro, poi spense il telefono e non tornò a dormire. Nadia pianse tutta la notte, chiese un permesso dal lavoro, mise via le sue cose e tornò dai genitori, dicendo amaramente a Inna Antonovna, – Credevo che vostro figlio fosse una persona onesta. Mi ha tradita… Nadia, così mite e arrendevole, era in realtà ostinata e di principio come l’acciaio. Antonio non la trattenne, chiese solo scusa per avere deluso le sue aspettative. – Dove sei stato? Dimmelo! – lo interrogò Inna Antonovna, finché Antonio cedette. – Mamma, è successo che Lilia è venuta in negozio a comprare un divano: non sapeva che lavorassi proprio lì. – Non lo sapeva? Quella furba lo ha fatto apposta per riprendersi! – si indignò Inna Antonovna. – Mamma, non è come pensi… Ho solo voluto riaccompagnarla e chiarire, ma lei mi ha mandato via! – ribatté Antonio. – Ovvio, mandarti via è la solita tattica! Non la rivedere, Antonio, quella ti rovina la vita! – gli occhi di Inna Antonovna erano terrorizzati, temeva davvero che suo figlio tornasse con quella avventuriera… – Mamma, tu non sai, è una storia complicata… – provò ancora Antonio, ma lei lo interruppe: – Basta, mi hai già fatto innervosire abbastanza… Dopo tutte queste storie, il divorzio da Nadia lasciò Antonio ancora più abbattuto. Quando finalmente trovò una nuova ragazza, Inna Antonovna quasi tirò un sospiro di sollievo: forse ci saranno nipoti dopo tutto! Alina, da poco, lavorava come consulente con Antonio nello stesso negozio di mobili. – Mamma, abbiamo deciso di non sposarci subito, meglio convivere e vedere se funziona – annunciò Antonio a sua madre, che non gradì la cosa. Peggio ancora quando si accorse che Alina era pigra e disordinata, e addirittura la licenziarono per scortesia con i clienti. Alina passava le giornate sul divano col cellulare e il caffè, fingendo di cercar lavoro. Com’è che a suo figlio capitano sempre le ragazze sbagliate? Vederla ogni giorno irritava Inna Antonovna. Quando poi Alina disse che presto avrebbe sposato Antonio, la futura suocera sbottò: – Non sposarlo, tanto lui torna sempre da “quella”. Ha già una donna e pure un figlio da Antonio, continua a scappare da loro, dà i soldi per il bambino e ci tornerà sempre, loro si lasciano e si riprendono di continuo, capito? Ma Alina se la rideva, convinta che la vecchia dicesse così per dispetto, che Antonio amasse solo lei e le permettesse di non lavorare… Inna Antonovna guardò con compassione la terza “fidanzata” del figlio, capì che era inutile parlare, e lasciò perdere: – Vivete finché vi pare, mi siete venuti a noia con tutte queste storie. Poi, di nascosto, andò da Lilia, decisa a scoprire la verità: perché suo figlio continuava a pensare a lei e portava a casa solo chiunque… Non sapendo il numero dell’appartamento di Lilia, ebbe fortuna: arrivata sotto casa vide Lilia uscire tenendo per mano un bimbo piccolo. Inna Antonovna lo guardò e rimase senza fiato. Com’è possibile, è ancora peggio di quanto immaginava… aveva proprio indovinato, anche se ne aveva solo parlato ad Alina senza saperlo. Quel bambino teneva proprio i tratti di Antonio da bambino: occhi chiari e vivaci, orecchie a sventola, stesso naso e lo stesso sorriso. Proprio lui, identico! – Lilia, Lilina, fermati, voglio parlarti… – la chiamò Inna Antonovna strozzata dall’emozione. Com’è possibile, il suo nipotino già ci cammina accanto e lei non ne sa nulla! Lilia si voltò, la riconobbe dagli occhi, rabbrividì ma si fermò. – Salve, Inna Antonovna, la ascolto. – Ma come, Lilia, io non lo sapevo e Antonio… come avrebbe potuto… lui è una persona seria… – balbettava senza riuscire a scusare il figlio. – Non si preoccupi, lui semplicemente non lo sapeva – rispose Lilia fredda, e voleva andare via. Ma Inna Antonovna insisteva: – Lui ti ama, sono stata io a confonderlo! Non lo cacciare via, almeno parlatevi… – pregò, senza staccare gli occhi dal bambino, identico al piccolo Antonio! – Come si chiama il tuo bimbo? – chiese con voce tremante. Lilia la guardò, si impietosì: – Si chiama Niccolò. Dai Niccolino, abbiamo fretta, ora faccio solo animazione per bambini e lui sta sempre con me, non abbiamo nessun altro… – Ma ci sono io, io potrei… sono la sua nonna… – sussurrò Inna Antonovna, ma Lilia non rispose, si voltò e se ne andò con Niccolò. – Mamma, sei andata da Lilia? – pochi giorni dopo Antonio entrò nella stanza. In quel periodo la mamma era cupa e non si era nemmeno accorta che Alina se n’era andata. – Mamma, grazie. Lilia mi ha perdonato e mi permette di vedere mio figlio, ma farò di tutto perché accetti di sposarmi. Inna Antonovna guardò il figlio con stupore. Lo aveva sempre pensato attaccato a lei, debole, e si era permessa di guidarlo. Ora era cambiato e gli disse solo: – Bravo, figlio mio, perdona una mamma sciocca… ma per la propria felicità bisogna lottare, anche… anche contro la mamma. Antonio e Lilia Antonio e Lilia si sono presto sposati, vivono a casa di lei ma nonna Inna va spesso a tenere Niccolò quando i genitori lavorano. Qualche volta il nipotino resta a dormire dalla nonna. E la felicità non finisce qui: tra poco nascerà anche una bambina e Inna Antonovna si sta già preparando a viziare la nipotina fin da subito. Ora non si intromette più nella loro vita, e va bene così. Lilia si è rivelata una donna di casa straordinaria e Antonio è così felice che non smette più di sorridere. Per fortuna quella volta il cuore le ha suggerito che solo con Lilia suo figlio poteva essere davvero felice; senza di lei avrebbe appassito. La felicità non si costruisce calpestando la vita degli altri, scegliendo la moglie per il proprio figlio e decidendo con chi debba vivere. Si deve sposare quella donna… senza la quale non riesce nemmeno a vivere.
Tornerà di nuovo dallamante. Racconto Grazie di cuore per il vostro sostegno, i mi piace, le recensioni
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013
Tornando a casa prima del previsto, Zoya ascolta una conversazione tra il marito e la sorella – e resta sconvolta
Diario di Giacomo Ferrante Rientrando una sera prima del previsto, mi sono trovato davanti alla verità