Uncategorized
0100
Un regalo speciale per la mamma: una nuova cucina, un cuore grande e una scelta difficile tra famiglia, fiducia e tradizione italiana
Diario di Giulio Martina, mi serve il tuo aiuto per il regalo della mamma. Martina posò il telefono e
Uncategorized
013
Il marito ha cacciato la moglie di casa
Traditrice! Sparisciti! Io Non voglio più sentire le tue bugie! Ho capito tutto di te. Guardami!
Mi ami o sei solo gelosa? Quando la gelosia diventa ossessione: la storia di Oksana e Massimo tra pazienti, colleghe e lampioni — una relazione al limite della sopportazione e della fiducia
Tu sei gelosa dei miei pazienti, delle infermiere, dei medici. Anche dei lampioni per la strada.
Uncategorized
04
Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene — Dasha, perché ti sei chiusa dentro? — lui sorrideva, ma nei suoi occhi c’era un’ombra d’inquietudine. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli scivolò via dal volto. — Perché ho imparato la lezione. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. Dasha ha quarantasei anni, il suo “Romeo” ne ha cinquantuno. Sembrava la differenza perfetta: entrambi adulti, cresciuti, senza più illusioni. Dasha si è lasciata alle spalle un divorzio già archiviato, Romano due tragedie… Sembravano una coppia perfetta. Romano la elogiava sempre: — Che profumo delizioso, — diceva assaggiando la torta. — Sei una maga, Dasha. — È solo una semplice torta di mele, — si schermiva lei arrossendo. — Mangia finché è calda. L’unica cosa che infastidiva Dasha del suo convivente era la sua abitudine di parlare sempre del passato. — Sai che anche a Lucia cucinavo tanto. Nei weekend. Le facevo le crêpes. E lei mi diceva che sprecavo la farina. Immagina? “Romano, — mi faceva, — rovini solo il cibo”, e poi, quando abbiamo divorziato, si è tenuta persino tutte le padelle. Ha detto: “È un regalo di mia madre, non lo toccare”. — Che taccagna, — scuoteva la testa Dasha. — Litigare per delle padelle… — Eh, magari solo per le padelle! — rise amaramente Romano. — Si è presa tutto quanto. Si è intestata la casa mentre io ero in trasferta per portare soldi alla famiglia. Ha dato l’auto a nostro figlio, che ha appena compiuto diciotto anni e non ha nemmeno la patente. Sono uscito di casa con una borsa da palestra. Letteralmente. Solo mutande, calzini e uno spazzolino da denti. In quei momenti Dasha lo compativa molto. Com’è possibile? Vivere anni con una persona e poi buttarlo fuori come un cane randagio. — E la seconda? — gli aveva chiesto piano, anche se conosceva già la storia. — Con la seconda abbiamo capito subito che non era cosa. Quattro anni persi. Anche lì… La suocera si è messa in mezzo. Abbiamo dovuto dividere i beni, anche se non c’era niente da spartire, solo debiti e un figlio. Ho lasciato tutto. Non faccio causa a una donna. Non sono così. Sono un uomo, mi rifaccio. “Un uomo”, — pensava Dasha con rispetto. Nobile. Un altro si sarebbe attaccato a ogni forchetta, lui invece se n’è andato a testa alta! — Io ho una casa grande, c’è posto, — gli aveva detto lei all’inizio della loro relazione, tre mesi fa. — E ho anche la casa in campagna. Lì servono mani forti. — Dasha, mi sento a disagio, — abbassò lo sguardo Romano. — Non sono mica un parassita. Cerco lavoro, appena mi sistemo… — Non dire sciocchezze. In due è più facile. Alla fine lui si trasferì davvero. Di roba ne aveva poca: una valigia vecchia, un paio di abiti vissuti e il portatile. Dasha l’aveva circondato di attenzioni. Voleva scaldarlo, fargli capire che non tutte le donne sono delle iene. *** Il primo campanello d’allarme arrivò dopo un mese di convivenza. Una sciocchezza, ma… Romano disse che doveva andare a comprare delle cerniere per l’armadio in ingresso — lo sportello era penzolante. — Faccio in fretta, — urlò dal corridoio. — Vado e torno. Tornò dopo quattro ore. Le cerniere non le aveva. — Puoi crederci? Chiusi! — raccontava indignato, togliendosi le scarpe. — C’era l’inventario o qualcosa del genere. Ho girato tutta la città, non ho trovato la misura giusta. Dasha fu sorpresa: — Allo “BricoMaster” inventario? Di sabato? Sono sempre aperti! — Appunto! Che casino. Sulla porta c’era un cartello. — Strano, — Dasha scrollò le spalle. — Vabbè, le prendiamo un’altra volta. Quella sera, uscendo per buttare la spazzatura, Dasha incontrò la vicina, la signora Valentina. Portava una busta gigante di materiali proprio dallo “BricoMaster”. — Dev’essere pesante, eh? — le tenne la porta Dasha. — Eh, non dirlo a me! Ma almeno oggi ci sono gli sconti, una folla! Ci ho messo una vita a pagare in cassa. Dasha rimase di pietra. — In che senso c’era la folla? Non era chiuso per inventario? La signora la guardò come una marziana: — Quale inventario? Sono aperti, sempre. Eh! Ci sono stata un’ora fa. Dasha rincasò col cuore in gola. Perché aveva mentito? Se fosse andato da un amico, a prendere un caffè, a farsi un giro, poteva dirlo! Perché inventarsi un negozio chiuso? Romano era davanti alla TV, a cambiare canale. — Romano, — tentò di restare calma. — Ho incontrato la vicina. Viene proprio dal Brico, dice che è tutto aperto. Romano nemmeno si girò. Volto impassibile. — Eh? Allora hanno riaperto. Quando sono passato io c’era scritto “Pausa tecnica 15 minuti”. Ho aspettato mezz’ora, non aprivano. Sono andato al mercato, anche lì niente. — Hai detto “inventario”. E che hai girato tutta la città. Finalmente si voltò. Sguardo sinceramente sorpreso. — Dasha, perché ti attacchi alle parole? Inventario, pausa — che importa? Non l’ho trovato, pazienza. Domani lo prendo. Che sarà mai? Dasha si sentì in colpa. In fondo perché andare a fondo? Avrà sbagliato, confuso… Gli uomini non badano ai dettagli… La settimana dopo la scena si ripeté. Romano disse che l’aveva chiamato il vecchio capo per un colloquio. — Azienda seria, Dasha! Stipendio top. Se mi prendono, altro che vacanze… Ti compro una pelliccia. La sera tornò imbronciato. — Com’è andata? — lo accolse Dasha. — Lascia stare! Una fregatura. Promettono oro e danno due spicci e turni da schiavi. Gli ho detto: trovatevi qualcun altro! — Peccato, — sospirò lei. — Troverai altro. Era Ivan Petrovič a chiamare? — Quale Ivan Petrovič? — Romano si rabbuiò. — Il tuo ex capo, no? L’avevi detto tu. — Ah sì… No, era Sergio, il vicedirettore. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Ivan Petrovič è già in pensione da un pezzo, — abbassò subito lo sguardo andando a lavarsi le mani. Eppure Dasha ricordava benissimo: tre giorni prima lui le aveva raccontato che Ivan Petrovič l’aveva salutato di persona quando si era licenziato, promettendo di richiamarlo. “Forse sono io a ricordare male?”, pensò. La sera, quando Romano si addormentò, il telefono sul comodino trillò. Dasha non era tipo da controllare il cellulare degli altri — le sembrava indegno. Ma lo schermo si illuminò con un messaggio in bella vista: “Amore, quando mi restituisci i soldi? È passato un mese. Non si fa così, ignorarmi” Numero non salvato. *** A colazione Dasha chiese: — Romano, hai ricevuto un sms questa notte. Qualcuno vuole indietro dei soldi. Romano si strozzò col panino. Si fece rosso in volto. — Avranno sbagliato persona. Sarà spam. Ormai i truffatori sono dappertutto… — Ma ti ha chiamato “amore”. Lui scoppiò a ridere, ma con un tono forzato. — Ancora meglio la truffa! Sanno come accalappiare i clienti. Non pensarci, Dasha. Afferrò il telefono e velocemente cancellò qualcosa con mani nervose. — Senti, — cambiò subito discorso. — A proposito. Mia figlia del primo matrimonio, Caterina, ha dei problemi. Il nipotino è malato, servono medicine costose. Mi ha chiamato in lacrime. Come faccio a dirle di no? È sangue del mio sangue. — Certo, — si irrigidì Dasha. — E quanto ti serve? — Quindicimila euro. Non so a chi chiedere. Mi puoi aiutare? Appena trovo lavoro te li restituisco, fino all’ultimo centesimo. Dasha lo fissò. — Quindicimila… e che malattia ha? — Be’, una… forte allergia. Aveva edema di Quincke, ora fa riabilitazione. — Capisco. Si alzò, prese i soldi dal comò. — Tieni. — Grazie, tesoro! — Romano si gettò ad abbracciarla, la baciò sulla guancia. — Sei d’oro. Caterina ti sarà grata a vita. Quella giornata, però, Dasha non riuscì a scrollarsi di dosso un senso di disgusto. Non per i soldi. I soldi vanno e vengono. Era la sensazione, sotto la pelle, che Romano la stesse prendendo in giro. Le venne in mente che Romano aveva lasciato il suo vecchio tablet in carica in salotto. Usava solo il cellulare, quasi mai il tablet. Dasha conosceva il codice: quattro uno. Gliel’aveva detto lui stesso, tempo prima. Apre i social, va a vedere i messaggi. Trova subito la chat con Ekaterina Romanova. La figlia. Messaggi brevissimi: “Papà, salve. Quando ci restituisci gli alimenti arretrati? Mamma dice che passerà agli avvocati. Non abbiamo da mangiare, e tu racconti sempre bugie!” Data: ieri. Risposta di Romano: “Cate, abbi pazienza. Sto spillando soldi a una credulona, appena riesco ti sistemo. Non stressarmi.” Dasha crollò sul divano: le gambe di gelatina. Una credulona… Lei. Era lei la credulona. Scorre ancora avanti. Chat con certa Tania. “Amore, dove sei? Ti aspetto. Hai promesso oggi di portare i soldi” Risposta di Romano: “Arrivo, piccola. Ho appena spillato un po’ di grana alla mia gallina con la scusa del nipote. Dieci minuti e sono da te” Dasha lasciò giù il tablet. Non le tremavano le mani. Era calma come il ghiaccio. Tutto era chiaro. Le “ex malvagie” che lo avevano rovinato. I “matrimoni sfortunati”… Non erano streghe. Erano donne normali che, probabilmente, non ne potevano più delle sue bugie. L’unica vera sanguisuga era lui. Raccolse sacchi neri della spazzatura e svuotò tutto: valige, vestiti, giacche, camicie. Il suo spazzolino, il rasoio, i caricabatterie: tutto davanti alla porta. E cambiò la serratura. Aveva imparato, negli anni, a fare tutto da sola. *** Romano tornò dopo tre ore, provò ad aprire. Niente. Suona al citofono. Dasha aprì, con la catena inserita. — Dasha, perché ti sei chiusa? E la serratura non va… — sorrideva, ma negli occhi, stavolta, c’era paura. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli si spense. — Perché la credulona ha capito chi sei. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. — Ma che dici? Quale credulona? — Quella che spacchi per soldi. Prendi la roba e vattene. — Stai male? Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini? Sono stato da mia figlia a portare le medicine! — Ho letto le chat. Con Caterina. Con Tania. Lui si bloccò. Per un attimo paura negli occhi, poi rabbia. — Ah! Ti sei messa a ficcare il naso nel mio tablet? Che diritto credi di avere? È la mia privacy! — La mia privacy è la mia casa. Il mio portafoglio. Tu sei solo un bugiardo e un ladro. — Ma va’ al diavolo! — urlò. — Non mi servi, vecchia gallina! Ho vissuto con te per pietà! Pensavo almeno cucinassi bene, invece pure il brodo è immangiabile! — Prendi la roba, Romano. E considera i quindicimila euro un compenso per la tua recita. È anche poco. Lui disse ancora qualcosa, ma Dasha chiuse la porta in faccia a Romano. Lei entrò in cucina. Sul tavolo la sua tazza, il tè ormai freddo con il fondo sporco. Dasha svuotò la tazza nel lavandino. La buttò nel sacco. Seguita dal piatto preferito di Romano. Il telefono squillò: era il suo ex marito. “Ciao! Nostra figlia dice che perde acqua il rubinetto in campagna. Sabato passo di lì, vuoi che lo riparo? Vieni anche tu?” Dasha sorrise. “Certo. Fermati, ti preparo la torta di mele. Sto bene, davvero. Più di quanto pensavo.” * * * L’alfiere tornò a infastidirla, per settimane. Ogni sera saliva sotto casa: piangeva, implorava, oppure urlava insulti e prendeva a calci la porta. Denunciò tutto alla polizia — e Romano smise di tormentarla. A Dasha non serviva altro. Solo silenzio, pace e… la libertà.
Le tue cose sono accanto allascensore. Prendile e vattene Donatella, perché ti sei chiusa dentro?
Uncategorized
020
NON HO SAPUTO AMARE — Ragazze, confesso: chi di voi è Lilli? — chiese la ragazza scrutandoci con astuzia. — Sono io, Lilli. Come mai? — risposi, sorpresa. — Prendi, è una lettera per te da Volodya, — disse la sconosciuta porgendomi una busta spiegazzata. — Da Volodya? E lui dov’è? — mi stupii. — L’hanno trasferito all’istituto per adulti. Ti ha aspettato come la manna dal cielo. Ogni giorno ti cercava con gli occhi. Mi ha chiesto di controllare la lettera per non fare brutta figura con te. Ora scusami, ho il turno alla mensa. Faccio l’educatrice qui, — mormorò la ragazza, sospirò e corse via. …Una volta, fu durante le vacanze estive, io e la mia amica Sveva ci trovammo per caso nel cortile di una struttura sconosciuta. Avevamo sedici anni e volevamo avventura. Ci sedemmo su una panchina comoda, chiacchierando e ridendo. Senza accorgercene, si avvicinarono due ragazzi. — Ciao ragazze! Vi annoiate? Facciamo amicizia? — mi tese la mano uno, — Volodya. Io risposi: — Lilli. E questa è la mia amica Sveva. E il tuo amico silenzioso come si chiama? — Leonida, — disse piano l’altro ragazzo. Ci sembravano antiquati, troppo perbene. Volodya ci fece subito notare: — Ragazze, perché portate gonne così corte? E Sveva, quel tuo scollo è davvero audace. — Ragazzi, non guardate dove non dovete… Altrimenti rischiate di far “sguardi vaganti” — scherzammo io e Sveva. — Difficile non guardare, siamo uomini. Fumate almeno? — continuò l’implacabile Volodya. — Certo, ma non di gusto! — ironizzavamo. Solo allora io e Sveva notammo che i due ragazzi avevano problemi alle gambe. Volodya si muoveva a fatica, Leonida zoppicava visibilmente. — Vi state curando qui? — domandai. — Sì. Ho fatto un incidente in motorino. Leonida è caduto male da una scogliera, — rispose Volodya con una frase che sembrava ripetuta spesso. — Presto ci dimettono. Noi ci credemmo subito, ignare che Volodya e Leonida fossero invalidi fin dall’infanzia, costretti a vivere in quell’istituto. Io e Sveva eravamo per loro aria di libertà. Li trovammo brillanti, colti, maturi per la loro età. Cominciammo a trovarci ogni settimana. Ci dispiaceva per loro e volevamo tirarli su. Inoltre, avevamo davvero qualcosa da imparare da quei ragazzi. Le nostre brevi visite divennero un’abitudine. Volodya mi portava fiori colti dalle aiuole, Leonida regalava origami fatti da lui a Sveva, arrossendo. Poi stavamo sulla stessa panchina: Volodya vicino a me, Leonida tutto attento a Sveva. Lei si imbarazzava, si faceva rossa… ma si vedeva che le piaceva. Passò così quell’estate dolce e spensierata. Arrivò l’autunno piovoso, finirono le vacanze. Ricominciò la scuola: l’esame di maturità davanti a noi. Così ci dimenticammo completamente di Volodya e Leonida. …Conclusi gli esami, il suono dell’ultimo campanello, il ballo di fine anno. Di nuovo estate, tempo di speranze. Io e Sveva tornammo all’istituto a trovare i ragazzi. Sedemmo sulla solita panchina, sperando che Volodya e Leonida ci raggiungessero. Volodya avrebbe portato dei fiori freschi, Leonida qualche nuovo origami. Invece, passammo due ore ad aspettare invano. All’improvviso uscì una ragazza dall’istituto e mi consegnò una lettera da Volodya. La aprii subito: “Amata Lilli! Sei il mio fiore profumato! Stella irraggiungibile! Mi sono innamorato di te a prima vista, anche se forse tu non te ne sei accorta. Le nostre chiacchierate sono state per me la vita, il respiro. Ti ho aspettato inutilmente per sei mesi. Tu ti sei dimenticata di me. Che peccato! Le nostre strade sono diverse. Ma ti ringrazio, perché ho conosciuto il vero amore. Ricordo la tua voce vellutata, il tuo sorriso invitante, le tue mani delicate. Che dolore stare senza di te, Lilli! Vorrei rivederti, almeno una volta! Voglio respirare, ma non ci riesco… Io e Leonida abbiamo appena compiuto diciotto anni. In primavera ci trasferiranno in un altro istituto. Improbabile che ci rivedremo. Il cuore mi si spezza! Spero di guarire da te e andare avanti. Addio, adorata!” Firmato: “Eternamente tuo, Vladimir”. Nella busta c’era anche un fiore secco. Mi vergognai terribilmente. Il cuore mi si strinse per l’impotenza. Mi tornò in mente quella frase: “Siamo responsabili di ciò che addomestichiamo.” Non sospettavo quanto fosse profondo il sentimento di Volodya. Ma io non sarei mai riuscita a ricambiarlo. Non provavo nulla di più di una simpatia, curiosità per un bravo conversatore. Sì, forse qualche civetteria, qualche scherzo leggero. Ma non avrei mai pensato che il mio giocare potesse trasformarsi in un incendio nel cuore di Volodya. …Son passati tanti anni. La lettera è ingiallita, il fiore è polvere. Ma ricordo quelle nostre ingenue avventure, le chiacchiere leggere, le risate contagiose alle battute di Volodya. …La storia ha un seguito. Sveva si è affezionata a Leonida, abbandonato dai genitori perché “diverso”. Sveva si è laureata in pedagogia, lavora in un centro per disabili dall’infanzia. Leonida è suo marito, hanno due figli ormai grandi. Volodya, secondo Leonida, ha vissuto a lungo in solitudine. Quando aveva quaranta anni, la madre è tornata a cercarlo all’istituto, piangendo, riscoprendo un amore dimenticato, portandolo in campagna con sé. Dopo… nessuno sa più nulla.
NON RIUSCII AD AMARE Ragazze, confessate, chi di voi si chiama Fiorella? una giovane donna ci studiava
Uncategorized
031
Voglio solo tornare a casa, figliolo Vittorio Petrovici uscì sul balcone, accese una sigaretta e si sedette su uno sgabello basso. Un nodo amaro gli salì alla gola, cercava di trattenersi ma le mani iniziarono a tremare. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe arrivato il giorno in cui non ci sarebbe più stato posto per lui nella sua stessa casa… — Papà! Non fare il permaloso, non ti arrabbiare! — Larisa, la figlia maggiore di Vittorio, corse sul balcone. — Non ti chiedo tanto… Lasciaci solo la tua stanza! Se non hai cuore per me, pensa almeno ai tuoi nipoti. A breve iniziano la scuola e ancora devono vivere tutti nella stessa camera… — Lara, non andrò in una casa di riposo, — rispose calmo l’anziano. — Se siete troppo stretti qui, potete trasferirvi dalla madre di Michele: ha un appartamento con tre stanze ed è sola. Ci sarà una camera per voi e per i bambini. — Lo sai che non potrei mai convivere con lei! — gridò la figlia, sbattendo forte la porta del balcone. Vittorio accarezzò il vecchio cane, fedele compagno di vita, e ricordando la sua Nadenka, si mise a piangere. Ogni volta che pensava alla moglie gli venivano le lacrime; era rimasto vedovo cinque anni prima, sentendosi subito orfano, nonostante figlia e nipoti. L’avevano cresciuta con amore e gentilezza, eppure qualcosa era andato storto… Larisa era diventata egoista e crudele. Barone, il cane, si accucciò mestamente ai suoi piedi. Sentiva la sofferenza del padrone e ne soffriva a sua volta. — Nonno! Non ci vuoi bene? — il nipotino di otto anni entrò nella stanza. — Cosa dici, piccolo mio? Chi ti ha messo certe idee? — chiese stupito il nonno. — Perché non vuoi lasciarci la tua stanza? Sei avaro? — gli rivolse lo sguardo carico di rabbia, ripetendo evidentemente le parole della madre. Vittorio voleva rispondere ma capì che contro Larisa non aveva scampo. — Va bene. Me ne vado, — rispose spento. — Lascerò la stanza. Sentiva che in quella casa ormai tutti lo detestavano, dal genero ai nipoti, ai quali era stato insegnato che il nonno rubava loro lo spazio. — Davvero te ne vai? — entrò felice Larisa. — Sì, ma promettimi almeno che ti occuperai di Barone. Mi sento proprio un traditore… — Bastaaa! Ci penseremo noi, lo porteremo a spasso ogni giorno. E il weekend ti veniamo a trovare, — promise la figlia. — Ti ho trovato la migliore casa di riposo, vedrai che ti piacerà. Due giorni dopo Vittorio fu portato nella casa di riposo. Larisa lo aveva organizzato da tempo e aspettava solo che il padre cedesse. Appena entrato nella stanza umida e impregnata di cimici, l’anziano si pentì amaramente. Era stato ingannato: non era un residence privato ma un normale istituto, dove vivevano persone sole e abbandonate. Dopo aver sistemato le sue cose, scese in cortile, si sedette su una panchina e si sentì sopraffatto dalla tristezza. Vedendo altri anziani, pensava a quanta miseria e solitudine lo attendevano. — Sei nuovo? — gli si avvicinò una signora anziana, gentile. — Sì… — sospirò Vittorio. — Non ci pensare troppo. Anch’io all’inizio stavo male, poi mi sono abituata. Mi chiamo Valentina. — Vittorio, — si presentò. — Anche a te i figli ti hanno messa qui? — No, il mio unico nipote. Non ho avuto figli e ho lasciato a lui la casa… ma forse ho sbagliato. Ora è sua e io sono qua. Almeno non sono finita in strada… Passarono la serata parlando della gioventù, dei rispettivi amori, e il giorno dopo andarono a passeggiare insieme. La presenza di Valentina era una piccola gioia. Vittorio passava più tempo possibile fuori, il cibo era pessimo ma mangiava il minimo per tirare avanti. Aspettava la figlia, sperava che Larisa si pentisse e lo riportasse a casa. Ma i giorni passavano e lei non arrivava. Provò a telefonare, voleva sapere di Barone, ma nessuno rispose. Un giorno, vicino all’ingresso della casa di riposo, Vittorio incontrò Steno Iellini, suo vicino di casa. — Ma allora sei qui! — esclamò Steno, sorpreso. — Tua figlia diceva che ti eri trasferito in campagna! Non ci ho mai creduto. Sapevo che non avresti abbandonato Barone. — Che vuoi dire? Cos’è successo al mio cane? — L’abbiamo portato in canile. Larisa mi disse che eri andato a vivere in campagna e che la casa sarebbe stata venduta… riguardo al cane, diceva che era troppo vecchio per occupartene. Ma cosa è successo davvero? — domandò l’uomo, vedendo la faccia pallida di Vittorio. Vittorio gli raccontò tutto, compreso il desiderio di tornare indietro e cambiare scelta. Non solo la figlia l’aveva privato di una vita dignitosa, ma aveva anche cacciato il suo fedele Barone. — Voglio solo tornare a casa, figliolo… — sussurrò Vittorio. — Ecco perché sono qui. Sono avvocato e tutelo spesso gli anziani. Se non ti hanno ancora tolto la residenza, possiamo agire subito, — spiegò Steno. — No, non ho fatto nulla. A meno che lei non mi abbia tolto di nascosto… — Prepara le valigie, ti aspetto in auto! Una figlia così non è degna… Vittorio salì rapidamente, buttò tutto in una borsa e scese. Alla porta trovò Valentina. — Valentina, devo andarmene. Ho saputo che mia figlia ha venduto la casa e cacciato Barone… — E adesso io? — Appena mi sistemo, vengo anche per te, — promise Vittorio. — Dici così… ma chi mi vorrà mai? — mormorò lei. — Abbi fede. Devo andare, ma manterrò la promessa. Vittorio non riuscì a rientrare a casa. Non aveva le chiavi e l’appartamento era stato già affittato. Steno lo ospitò. Poco tempo dopo scoprirono che Larisa si era sistemata dalla suocera, mentre l’appartamento era stato dato in affitto. Grazie all’avvocato e vicino, Vittorio riuscì a riottenere i suoi diritti. — Grazie, — disse al suo amico. — Ma non so come andare avanti. Continuerà a perseguitarmi… — C’è solo una soluzione, — rispose Steno. — Possiamo vendere la casa, dare la sua parte a Larisa e con il resto comprare una piccola casa in campagna per te. — Sarebbe meraviglioso! — si entusiasmò Vittorio. Dopo tre mesi Vittorio si trasferì nel suo nuovo casale. Steno lo aiutò sempre e ora lo accompagnava con Barone. — Dobbiamo passare da una persona, — chiese Vittorio. Da lontano vide Valentina, sola sulla loro panchina, con uno sguardo malinconico. — Vale! Vieni con noi, ora abbiamo un casale in campagna. Aria buona, pesca, frutti di bosco, funghi… che ne dici, vieni? — Come faccio? — Alzati e vieni, — rise Vittorio. — Deciditi! Non c’è più nulla per noi qui. — Aspetta solo dieci minuti, — sorrise lei, commossa. — Ti aspetto! — rispose lui sorridendo. Nonostante l’egoismo di chi li circondava, questi due anziani sono riusciti a lottare per la loro felicità. Hanno scoperto che il mondo è ancora pieno di persone buone e che, malgrado tutto, la bontà vince sempre. Vittorio e Valentina lo hanno provato sulla propria pelle: hanno combattuto, e infine trovato la serenità e la gioia di vivere.
Voglio tornare a casa, figlio mio Vittorio Pedroni uscì sul balcone, accese una sigaretta col filtro
Uncategorized
02
Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene — Dasha, perché ti sei chiusa dentro? — lui sorrideva, ma nei suoi occhi c’era un’ombra d’inquietudine. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli scivolò via dal volto. — Perché ho imparato la lezione. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. Dasha ha quarantasei anni, il suo “Romeo” ne ha cinquantuno. Sembrava la differenza perfetta: entrambi adulti, cresciuti, senza più illusioni. Dasha si è lasciata alle spalle un divorzio già archiviato, Romano due tragedie… Sembravano una coppia perfetta. Romano la elogiava sempre: — Che profumo delizioso, — diceva assaggiando la torta. — Sei una maga, Dasha. — È solo una semplice torta di mele, — si schermiva lei arrossendo. — Mangia finché è calda. L’unica cosa che infastidiva Dasha del suo convivente era la sua abitudine di parlare sempre del passato. — Sai che anche a Lucia cucinavo tanto. Nei weekend. Le facevo le crêpes. E lei mi diceva che sprecavo la farina. Immagina? “Romano, — mi faceva, — rovini solo il cibo”, e poi, quando abbiamo divorziato, si è tenuta persino tutte le padelle. Ha detto: “È un regalo di mia madre, non lo toccare”. — Che taccagna, — scuoteva la testa Dasha. — Litigare per delle padelle… — Eh, magari solo per le padelle! — rise amaramente Romano. — Si è presa tutto quanto. Si è intestata la casa mentre io ero in trasferta per portare soldi alla famiglia. Ha dato l’auto a nostro figlio, che ha appena compiuto diciotto anni e non ha nemmeno la patente. Sono uscito di casa con una borsa da palestra. Letteralmente. Solo mutande, calzini e uno spazzolino da denti. In quei momenti Dasha lo compativa molto. Com’è possibile? Vivere anni con una persona e poi buttarlo fuori come un cane randagio. — E la seconda? — gli aveva chiesto piano, anche se conosceva già la storia. — Con la seconda abbiamo capito subito che non era cosa. Quattro anni persi. Anche lì… La suocera si è messa in mezzo. Abbiamo dovuto dividere i beni, anche se non c’era niente da spartire, solo debiti e un figlio. Ho lasciato tutto. Non faccio causa a una donna. Non sono così. Sono un uomo, mi rifaccio. “Un uomo”, — pensava Dasha con rispetto. Nobile. Un altro si sarebbe attaccato a ogni forchetta, lui invece se n’è andato a testa alta! — Io ho una casa grande, c’è posto, — gli aveva detto lei all’inizio della loro relazione, tre mesi fa. — E ho anche la casa in campagna. Lì servono mani forti. — Dasha, mi sento a disagio, — abbassò lo sguardo Romano. — Non sono mica un parassita. Cerco lavoro, appena mi sistemo… — Non dire sciocchezze. In due è più facile. Alla fine lui si trasferì davvero. Di roba ne aveva poca: una valigia vecchia, un paio di abiti vissuti e il portatile. Dasha l’aveva circondato di attenzioni. Voleva scaldarlo, fargli capire che non tutte le donne sono delle iene. *** Il primo campanello d’allarme arrivò dopo un mese di convivenza. Una sciocchezza, ma… Romano disse che doveva andare a comprare delle cerniere per l’armadio in ingresso — lo sportello era penzolante. — Faccio in fretta, — urlò dal corridoio. — Vado e torno. Tornò dopo quattro ore. Le cerniere non le aveva. — Puoi crederci? Chiusi! — raccontava indignato, togliendosi le scarpe. — C’era l’inventario o qualcosa del genere. Ho girato tutta la città, non ho trovato la misura giusta. Dasha fu sorpresa: — Allo “BricoMaster” inventario? Di sabato? Sono sempre aperti! — Appunto! Che casino. Sulla porta c’era un cartello. — Strano, — Dasha scrollò le spalle. — Vabbè, le prendiamo un’altra volta. Quella sera, uscendo per buttare la spazzatura, Dasha incontrò la vicina, la signora Valentina. Portava una busta gigante di materiali proprio dallo “BricoMaster”. — Dev’essere pesante, eh? — le tenne la porta Dasha. — Eh, non dirlo a me! Ma almeno oggi ci sono gli sconti, una folla! Ci ho messo una vita a pagare in cassa. Dasha rimase di pietra. — In che senso c’era la folla? Non era chiuso per inventario? La signora la guardò come una marziana: — Quale inventario? Sono aperti, sempre. Eh! Ci sono stata un’ora fa. Dasha rincasò col cuore in gola. Perché aveva mentito? Se fosse andato da un amico, a prendere un caffè, a farsi un giro, poteva dirlo! Perché inventarsi un negozio chiuso? Romano era davanti alla TV, a cambiare canale. — Romano, — tentò di restare calma. — Ho incontrato la vicina. Viene proprio dal Brico, dice che è tutto aperto. Romano nemmeno si girò. Volto impassibile. — Eh? Allora hanno riaperto. Quando sono passato io c’era scritto “Pausa tecnica 15 minuti”. Ho aspettato mezz’ora, non aprivano. Sono andato al mercato, anche lì niente. — Hai detto “inventario”. E che hai girato tutta la città. Finalmente si voltò. Sguardo sinceramente sorpreso. — Dasha, perché ti attacchi alle parole? Inventario, pausa — che importa? Non l’ho trovato, pazienza. Domani lo prendo. Che sarà mai? Dasha si sentì in colpa. In fondo perché andare a fondo? Avrà sbagliato, confuso… Gli uomini non badano ai dettagli… La settimana dopo la scena si ripeté. Romano disse che l’aveva chiamato il vecchio capo per un colloquio. — Azienda seria, Dasha! Stipendio top. Se mi prendono, altro che vacanze… Ti compro una pelliccia. La sera tornò imbronciato. — Com’è andata? — lo accolse Dasha. — Lascia stare! Una fregatura. Promettono oro e danno due spicci e turni da schiavi. Gli ho detto: trovatevi qualcun altro! — Peccato, — sospirò lei. — Troverai altro. Era Ivan Petrovič a chiamare? — Quale Ivan Petrovič? — Romano si rabbuiò. — Il tuo ex capo, no? L’avevi detto tu. — Ah sì… No, era Sergio, il vicedirettore. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Ivan Petrovič è già in pensione da un pezzo, — abbassò subito lo sguardo andando a lavarsi le mani. Eppure Dasha ricordava benissimo: tre giorni prima lui le aveva raccontato che Ivan Petrovič l’aveva salutato di persona quando si era licenziato, promettendo di richiamarlo. “Forse sono io a ricordare male?”, pensò. La sera, quando Romano si addormentò, il telefono sul comodino trillò. Dasha non era tipo da controllare il cellulare degli altri — le sembrava indegno. Ma lo schermo si illuminò con un messaggio in bella vista: “Amore, quando mi restituisci i soldi? È passato un mese. Non si fa così, ignorarmi” Numero non salvato. *** A colazione Dasha chiese: — Romano, hai ricevuto un sms questa notte. Qualcuno vuole indietro dei soldi. Romano si strozzò col panino. Si fece rosso in volto. — Avranno sbagliato persona. Sarà spam. Ormai i truffatori sono dappertutto… — Ma ti ha chiamato “amore”. Lui scoppiò a ridere, ma con un tono forzato. — Ancora meglio la truffa! Sanno come accalappiare i clienti. Non pensarci, Dasha. Afferrò il telefono e velocemente cancellò qualcosa con mani nervose. — Senti, — cambiò subito discorso. — A proposito. Mia figlia del primo matrimonio, Caterina, ha dei problemi. Il nipotino è malato, servono medicine costose. Mi ha chiamato in lacrime. Come faccio a dirle di no? È sangue del mio sangue. — Certo, — si irrigidì Dasha. — E quanto ti serve? — Quindicimila euro. Non so a chi chiedere. Mi puoi aiutare? Appena trovo lavoro te li restituisco, fino all’ultimo centesimo. Dasha lo fissò. — Quindicimila… e che malattia ha? — Be’, una… forte allergia. Aveva edema di Quincke, ora fa riabilitazione. — Capisco. Si alzò, prese i soldi dal comò. — Tieni. — Grazie, tesoro! — Romano si gettò ad abbracciarla, la baciò sulla guancia. — Sei d’oro. Caterina ti sarà grata a vita. Quella giornata, però, Dasha non riuscì a scrollarsi di dosso un senso di disgusto. Non per i soldi. I soldi vanno e vengono. Era la sensazione, sotto la pelle, che Romano la stesse prendendo in giro. Le venne in mente che Romano aveva lasciato il suo vecchio tablet in carica in salotto. Usava solo il cellulare, quasi mai il tablet. Dasha conosceva il codice: quattro uno. Gliel’aveva detto lui stesso, tempo prima. Apre i social, va a vedere i messaggi. Trova subito la chat con Ekaterina Romanova. La figlia. Messaggi brevissimi: “Papà, salve. Quando ci restituisci gli alimenti arretrati? Mamma dice che passerà agli avvocati. Non abbiamo da mangiare, e tu racconti sempre bugie!” Data: ieri. Risposta di Romano: “Cate, abbi pazienza. Sto spillando soldi a una credulona, appena riesco ti sistemo. Non stressarmi.” Dasha crollò sul divano: le gambe di gelatina. Una credulona… Lei. Era lei la credulona. Scorre ancora avanti. Chat con certa Tania. “Amore, dove sei? Ti aspetto. Hai promesso oggi di portare i soldi” Risposta di Romano: “Arrivo, piccola. Ho appena spillato un po’ di grana alla mia gallina con la scusa del nipote. Dieci minuti e sono da te” Dasha lasciò giù il tablet. Non le tremavano le mani. Era calma come il ghiaccio. Tutto era chiaro. Le “ex malvagie” che lo avevano rovinato. I “matrimoni sfortunati”… Non erano streghe. Erano donne normali che, probabilmente, non ne potevano più delle sue bugie. L’unica vera sanguisuga era lui. Raccolse sacchi neri della spazzatura e svuotò tutto: valige, vestiti, giacche, camicie. Il suo spazzolino, il rasoio, i caricabatterie: tutto davanti alla porta. E cambiò la serratura. Aveva imparato, negli anni, a fare tutto da sola. *** Romano tornò dopo tre ore, provò ad aprire. Niente. Suona al citofono. Dasha aprì, con la catena inserita. — Dasha, perché ti sei chiusa? E la serratura non va… — sorrideva, ma negli occhi, stavolta, c’era paura. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli si spense. — Perché la credulona ha capito chi sei. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. — Ma che dici? Quale credulona? — Quella che spacchi per soldi. Prendi la roba e vattene. — Stai male? Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini? Sono stato da mia figlia a portare le medicine! — Ho letto le chat. Con Caterina. Con Tania. Lui si bloccò. Per un attimo paura negli occhi, poi rabbia. — Ah! Ti sei messa a ficcare il naso nel mio tablet? Che diritto credi di avere? È la mia privacy! — La mia privacy è la mia casa. Il mio portafoglio. Tu sei solo un bugiardo e un ladro. — Ma va’ al diavolo! — urlò. — Non mi servi, vecchia gallina! Ho vissuto con te per pietà! Pensavo almeno cucinassi bene, invece pure il brodo è immangiabile! — Prendi la roba, Romano. E considera i quindicimila euro un compenso per la tua recita. È anche poco. Lui disse ancora qualcosa, ma Dasha chiuse la porta in faccia a Romano. Lei entrò in cucina. Sul tavolo la sua tazza, il tè ormai freddo con il fondo sporco. Dasha svuotò la tazza nel lavandino. La buttò nel sacco. Seguita dal piatto preferito di Romano. Il telefono squillò: era il suo ex marito. “Ciao! Nostra figlia dice che perde acqua il rubinetto in campagna. Sabato passo di lì, vuoi che lo riparo? Vieni anche tu?” Dasha sorrise. “Certo. Fermati, ti preparo la torta di mele. Sto bene, davvero. Più di quanto pensavo.” * * * L’alfiere tornò a infastidirla, per settimane. Ogni sera saliva sotto casa: piangeva, implorava, oppure urlava insulti e prendeva a calci la porta. Denunciò tutto alla polizia — e Romano smise di tormentarla. A Dasha non serviva altro. Solo silenzio, pace e… la libertà.
Le tue cose sono accanto allascensore. Prendile e vattene Donatella, perché ti sei chiusa dentro?
Uncategorized
047
«Perdonami, figlio mio, stasera non c’è la cena», ha sussurrato la mamma… Un imprenditore milionario ha sentito: «Mamma… ho fame». Lucia strinse le labbra per non farle tremare. Matteo aveva solo quattro anni, ma il suo stomaco conosceva già una lingua che nessun bambino dovrebbe mai imparare: quel vuoto che nessuna promessa può riempire. Gli accarezzava i capelli con una mano, mentre con l’altra stringeva un sacchetto leggerissimo, quasi ridicolmente piccolo, pieno di bottiglie di plastica vuote raccolte durante la giornata. «Presto mangeremo qualcosa, amore mio», mormorò. Ma la bugia le graffiava la gola. Aveva mentito troppe volte quella settimana. Non per abitudine, ma per sopravvivenza. Perché dire la verità a un bambino era come lasciarlo cadere senza un materasso sotto. Il supermercato brillava di lucine natalizie. Ghirlande dorate, musica allegra, persone che spingevano carrelli stracolmi. Il profumo di pane appena sfornato e di cannella era per Lucia come il lusso. Milano quella notte sembrava indossare un abito da festa… ma lei camminava con scarpe consunte, attenta a ogni passo per non far trasparire la paura a Matteo. Matteo si fermò davanti ad una montagna di panettoni avvolti in carta argentata. «Quest’anno lo compriamo, mamma? Come l’anno scorso con la nonna…» L’anno scorso. Lucia sentì un colpo al petto. L’anno scorso la mamma era viva. L’anno scorso aveva un lavoro fisso come donna delle pulizie nelle case e, anche se non possedeva nulla, almeno c’era una cena in tavola. Almeno c’era un tetto che non si appannava dentro come il parabrezza della vecchia Fiat dove dormivano ormai da due settimane. «No, amore mio… non quest’anno.» «Perché?» Perché il mondo può crollare senza preavviso. Perché la febbre di tuo figlio pesa più di qualunque turno. Perché un capo può licenziarti per un giorno di assenza, anche se in quell’attimo stringi tuo figlio bruciante di febbre in corsia d’ospedale. Perché l’affitto non aspetta, il cibo non aspetta e nemmeno il dolore. Lucia deglutì con fatica e si forzò un sorriso. «Oggi faremo qualcosa di diverso. Aiutami a restituire le bottiglie.» Attraversavano corsie che dicevano “sì” e “non è per te” allo stesso tempo. Succhi, biscotti, cioccolato, giochi. Matteo guardava tutto con occhi grandissimi. «Posso bere il succo oggi?» «No, amore.» «E i biscotti? Quelli con il cioccolato…» «No.» «Nemmeno quelli semplici…?» Lucia rispose più secca di quanto avrebbe voluto e vide la faccina di Matteo spegnersi, come una piccola luce che vacilla. Il cuore le si ruppe di nuovo. Quante volte può rompersi un cuore prima di sparire del tutto? Arrivarono al macchinario della plastica. Lucia inserì una bottiglia, poi un’altra. Suoni metallici, numeri che salivano pianissimo. Dieci bottiglie. Dieci piccole speranze. La macchina sputò un buono. Un euro. Lucia lo guardò come se la deridesse. Uno. Alla vigilia di Natale. Matteo si aggrappava alla sua mano con una speranza che le faceva male. «Ora andiamo a comprare la cena, vero? Ho tanta fame.» Lucia sentì cedere qualcosa dentro. Fino a quel momento aveva resistito con i denti, ma lo sguardo del figlio, così sicuro, le aveva rotto ogni difesa. Non poteva mentirgli più. Non quella sera. Lo portò al reparto frutta e verdura. Le mele rosse brillavano, le arance erano perfette, i pomodori sembravano gioielli. Lì, circondata dall’abbondanza altrui, si inginocchiò davanti a lui e gli prese le manine. «Matteo… Mamma deve dirti una cosa molto difficile.» «Cosa succede, mamma? Perché piangi?» Lucia nemmeno si era accorta di piangere. Le lacrime le uscivano da sole, come se il corpo sapesse prima di lei che non ce la faceva più. «Tesoro… perdonami. Quest’anno… non ci sarà la cena.» Matteo si fece serio, confuso. «Non mangiamo?» «Non abbiamo soldi, amore mio. Non abbiamo una casa. Dormiamo in macchina… e mamma ha perso il lavoro.» Matteo guardava il cibo intorno, come se il mondo gli avesse giocato un brutto tiro. «Ma… qui c’è tanto cibo.» «Sì, ma non è il nostro.» Allora Matteo pianse. Non con urla, ma con quel pianto silenzioso che scalda più di qualsiasi rabbia. Le spalle piccole che tremavano. Lucia lo strinse forte, come se potesse compiere un miracolo tra le braccia. «Perdonami… perdonami se non posso darti di più.» «Mi scusi, signora.» Lucia alzò lo sguardo. Un addetto alla sicurezza li osservava, imbarazzato, come se la povertà fosse una macchia sul pavimento. «Se non deve comprare nulla, vada via. Sta disturbando i clienti.» Lucia si asciugò il volto in fretta, vergognandosi. «Stiamo andando…» «No, sono con me.» La voce veniva da dietro, ferma e sicura. Lucia si voltò e vide un uomo alto, in completo scuro, i capelli grigi alle tempie. Aveva un carrello vuoto e una presenza che imponeva rispetto. Guardò la guardia senza alzare il tono, solo con l’autorevolezza che faceva arretrare. «Sono la mia famiglia. Sono venuto a cercarli, facciamo la spesa insieme.» La guardia esitò, guardò i vestiti usati di Lucia, il bambino affamato, poi l’uomo elegante… e deglutì. «Va bene, signore. Mi scusi.» Quando se ne andò, Lucia rimase impietrita, senza sapere se ringraziare o scappare. «Non so chi lei sia», disse con voce tremante, «ma non abbiamo bisogno di…» «Ne ha bisogno eccome.» Non c’era cattiveria nell’espressione. Solo verità. Le parlò negli occhi. «Ho ascoltato. Nessuno dovrebbe patire la fame a Natale. Soprattutto un bambino.» Si abbassò al livello di Matteo, con un sorriso gentile. «Ciao, io sono Sebastiano.» Matteo si nascose dietro alla madre, ma sbirciò. «Tu come ti chiami?» Silenzio. Sebastiano non insistette. Chiese solo: «Dimmi una cosa… Se potessi mangiare qualsiasi cosa per cena stanotte, cosa vorresti?» Matteo guardò Lucia, cercando il permesso. Non capiva, ma negli occhi dell’uomo non c’era scherno, né pietà, né curiosità indiscreta. Solo umanità. «Puoi rispondere, amore mio», sussurrò lei. «Polpette fritte… con purè di patate», disse Matteo quasi senza voce. Sebastiano annuì come se avesse ricevuto la più grande richiesta al mondo. «Perfetto. Anche la mia cena preferita è quella. Vieni, aiutami.» E si mise a spingere il carrello. Lucia lo seguì, il cuore a mille, aspettando la fregatura, la condizione, l’umiliazione nascosta. Ma non c’era niente di tutto ciò. Sebastiano riempiva il carrello con carne, patate, pan grattato, insalata, succhi e frutta. Ogni volta che Matteo indicava qualcosa, Sebastiano aggiungeva, senza contare, senza sospirare, senza guardare il prezzo. Alla cassa pagò come se fosse una semplice colazione. Lucia vide il totale e vacillò: era più di quanto aveva guadagnato in due settimane di lavoro. «Non possiamo accettare», cercò di dire tremando. Sebastiano la guardò serio. «Quello che hai detto a tuo figlio… nessuno dovrebbe mai pronunciare quelle parole. Lasciami fare, ti prego.» Nel parcheggio, Lucia si avvicinò alla vecchia Panda della signora Rosa. L’auto era ancora più triste vicino alla Mercedes nera di Sebastiano. Lui capì tutto subito: lo sporco sul sedile, la coperta, la borsa piccola con i vestiti. «Dove andate ora?», chiese. Il silenzio fu pesante. «Da nessuna parte», ammise Lucia. «Dormiamo qui.» Sebastiano posò le borse a terra, passandosi una mano tra i capelli come se la realtà lo schiacciasse. «Il mio hotel ha un ristorante. È aperto questa sera. Venite a cenare con me. Poi… vediamo. Ma almeno stanotte non rimarrete qui.» Le diede un biglietto da visita: Hotel Imperiale. Lucia lo tenne in mano come se bruciasse. Quando Sebastiano se ne fu andato, Matteo le tirò la giacca. «Andiamo mamma. Mangiamo le polpette.» Lucia guardò il figlio, guardò l’auto, guardò il biglietto. Non aveva scelta. Accettando quella cena, senza sapere, apriva una porta immensa… una porta che avrebbe potuto salvarli, o forse perderli se fosse stata solo un’illusione. Il ristorante sembrava un altro mondo: tovaglie bianche, luci calde, musica dolce, fiori freschi. Matteo non abbandonava la mano della mamma. Lucia, in abiti striminziti, si sentiva osservata, anche se nessuno davvero la guardava. «Sono miei ospiti», disse Sebastiano al cameriere. «Ordinate quello che desiderate.» All’inizio Matteo mangiava lentamente, temendo che qualcuno gli portasse via il piatto. Poi divorò, con una fame antica che non si può curare in una sola notte. Lucia lo guardava con il nodo in gola: diceva che era «la cena più buona del mondo» e per lei era una tragedia travestita da bellezza. Sebastiano non chiese subito. Parlò di cose semplici, domandando a Matteo dei dinosauri. Matteo tirò fuori dal taschino un piccolo tirannosauro malconcio, con graffi sulle gambe. «Si chiama Rex», disse fiero. «Mi protegge quando dormo.» Sebastiano lo guardò con una tristezza composta. «I tirannosauri sono i più forti», rispose. Dopo, quando Matteo aveva già il cioccolato sulla guancia dal dessert, Sebastiano finalmente chiese, educato: «Lucia… come siete arrivati a questo punto?» E Lucia raccontò la storia. La madre morta. I lavori persi. L’ospedale. Lo sfratto. Il padre scappato quando Matteo era piccolo, mai più tornato. Sebastiano ascoltava senza interrompere, come se ogni parola gli confermasse qualcosa. «Il mio hotel cerca personale di pulizie», disse poi. «Contratto regolare, orario fisso, tutto in regola. Ci sono degli appartamenti per i dipendenti. Piccoli, ma dignitosi.» Lucia lo guardò con diffidenza, perché anche la speranza fa paura. «Perché?» «Perché mi servono dipendenti», rispose, poi aggiunse più piano: «e perché nessun bambino dovrebbe vivere in una macchina.» Il giorno dopo Lucia tornò. La responsabile, Patrizia Menegazzi, fece un colloquio normale, senza sensazionalismi. Tre giorni dopo, Lucia e Matteo entrarono per la prima volta in un appartamento con vere finestre. Matteo corse di stanza in stanza come se scoprisse un pianeta nuovo. «È davvero nostro, mamma?» «Sì, amore… è nostro.» La prima notte Matteo dormì in un letto… ma si svegliò spesso piangendo, per controllare che la mamma fosse lì. Lucia trovò biscotti nascosti sotto il cuscino. Il figlio teneva il cibo in caso tornasse la fame. E capì che la povertà non scompare cambiando stanza: resta dentro, come un rumore di fondo. Sebastiano veniva ogni tanto. Portava libri, parlava sinceramente con Matteo e giocava a calcio al parco. E un giorno, per il compleanno, portò una torta gigante a forma di dinosauro. Matteo espresse il desiderio a voce alta: «Vorrei che lo zio Sebas restasse per sempre. Che non se ne andasse mai.» Sebastiano si inginocchiò, con gli occhi lucidi. «Farò di tutto, promesso.» Ma un giorno arrivò la voce nel palazzo… e la voce finì all’uomo che non doveva sapere. Roberto, il padre biologico, si presentò un martedì nella hall dell’hotel odorando di birra e con un sorriso falso. «Sono venuto a vedere mio figlio», disse. «Ne ho diritto.» Lucia si sentì soffocare. Sebastiano le si mise davanti come un muro. Roberto urlò, minacciò, annunciò cause legali. E le fece: arrivarono le carte per visite, affidamento. Nel documento Lucia era «una donna in condizioni discutibili». Sebastiano «il datore di lavoro» che confondeva un bimbo. Tutto elegante sulla carta, tutto veleno. La prima visita fu un disastro. Matteo non voleva lasciare la gamba di Sebastiano. Roberto cercò di prenderlo, Matteo urlò. Quella notte, il bambino ebbe incubi. Pianse, sicuro che lo avrebbero portato via, che non avrebbe più visto la mamma, né «papà Sebas». «Anche io vorrei essere il tuo papà», confessò Sebastiano una mattina, seduto sul letto del bambino. «Più di ogni cosa.» «Allora… perché non puoi esserlo?» Non c’era una risposta facile. Solo una scelta difficile. L’avvocato fu chiaro: da sposati, Sebastiano poteva iniziare l’adozione. La famiglia sarebbe apparsa stabile davanti al giudice. La paura di Lucia era enorme, ma la verità era cresciuta in silenzio per mesi: Sebastiano restava, non per dovere. Restava perché li amava. «Non sarebbe una bugia», disse in un pomeriggio con voce commossa. «Mi sono innamorato di te guardandoti madre. Mi sono innamorato di lui… perché è impossibile non farlo.» Lucia, che aveva sopravvissuto anni senza concedersi sogni, disse “sì” con lacrime di sollievo. Le nozze furono semplici. Civili. Patrizia come testimone. Matteo, in giacca corta, portò le fedi serio, come se fosse un tesoro. «Ora siamo una famiglia vera!», gridò quando furono dichiarati marito e moglie, e tutti risero tra le lacrime. Il processo fu la vera rivelazione. Roberto, elegante, recitava la vittima pentita. Sebastiano raccontò quella vigilia di Natale al supermercato, di Lucia in ginocchio a chiedere perdono perché non c’era la cena, di come non poté ignorarli. Lucia narrò quattro anni di assenza e silenzio. Il giudice osservò tutto. Carte, lettere, referti dove Roberto non appare mai. Testimonianze dell’asilo, dell’hotel, video di routine semplici: storie della buonanotte, risate, colazioni. Infine chiese di parlare solo con Matteo. Lucia quasi svenne di ansia. Nell’ufficio del giudice, offrirono succo e biscotti. Matteo rispose con la più sincera verità. «Prima vivevamo in macchina, e non era bello. Ora ho la mia stanza. Ho cibo. La mamma ride.» «Chi è tuo papà?», domandò il giudice. Matteo non esitò. «Sebas. Papà è Sebas. L’altro signore… non lo conosco. Fa piangere la mamma. E io non voglio che la mamma pianga più.» Quando il giudice annunciò la decisione, il tempo sembrò fermarsi. Affidamento totale a Lucia. Visite sorvegliate solo se il bambino le vuole e solo per poco tempo. E autorizzazione a Sebastiano per iniziare l’adozione. Roberto uscì furente, gridando minacce nell’atrio. Non tornò più. Non cercò mai una visita. Non voleva il figlio, voleva il controllo, i soldi. E quando non li ottenne, svanì. Sui gradini del tribunale, Matteo stava tra i suoi due genitori, stretto in un abbraccio che finalmente non aveva paura. «Quindi… posso restare con voi per sempre?», chiese. «Per sempre», dissero insieme. Mesi dopo arrivò il certificato di adozione, con i timbri ufficiali che confermavano solo ciò che il cuore già sapeva. Matteo Rossi Orsini. Sebastiano lo incorniciò e lo appese al muro come fosse una medaglia vinta nella battaglia più importante. Cambiarono appartamento per una casa con giardino. Matteo scelse la sua stanza e mise Rex in un angolo speciale, anche se ogni tanto lo portava con sé “per sicurezza”. Non perché dubitasse della famiglia, ma perché il bambino che era stato non era del tutto sparito: stava solo imparando pian piano che anche la sicurezza può essere reale. Un sabato Sebastiano propose di andare al supermercato. Lo stesso della vigilia di Natale. Entrarono mano nella mano. Matteo in mezzo, saltellando e parlando senza pausa. Scelse le arance, le mele, i cereali con il dinosauro sulla scatola. Lucia guardava e sentiva il petto riempirsi di qualcosa che credeva impossibile: pace. Al reparto frutta, Matteo si fermò dove lei si era inginocchiata mesi prima, piangendo. Prese una mela, la posò nel carrello e disse fiero: «Per la nostra casa.» Lucia batté le ciglia per trattenere le lacrime. Sebastiano le strinse la mano. Non dissero nulla, perché le cose più grandi spesso non si dicono: si sentono. Quella sera cenarono insieme alla loro tavola. Matteo raccontò barzellette stupide, Sebastiano finse che fossero le più belle al mondo, Lucia rise con quella risata profonda che arriva solo quando il corpo non ha più paura. Poi, come sempre, Sebastiano lesse le storie. Tre. Matteo si addormentò durante la seconda, con Rex poggiato tranquillo sul petto. Lucia restò per un po’ sulla porta, osservando. Pensò alla donna che era stata: quella che chiedeva scusa per la cena assente, che dormiva in una macchina scassata, che pensava solo a sopravvivere. E capì una verità che non si scrive nei documenti né nei decreti: a volte, nel momento più buio, un atto di umanità può scatenare una vera catena di miracoli. Non miracoli da film. Miracoli veri. Un lavoro. Un tetto sulla testa. Pane fresco. Storie della buonanotte. Una mano tesa. E soprattutto, un bambino che non aveva più fame… né paura… perché finalmente aveva ciò che meritava da sempre: una famiglia che non vuole andare via.
«Perdonami, figlio mio, stasera non cè la cena», gridò la mamma Un milionario ascoltò. «Mamma…
Uncategorized
08
“Il Nipote Abbandonato: Una Famiglia Italiana e un Acceso Scontro di Responsabilità e Cuori”
**Diario di Natascia – Un Nipote Abbandonato** – Natascia, non ti sto chiedendo, ti sto semplicemente
Uncategorized
06
“Si vede che ho sprecato le mie energie”, disse la suocera con tono insoddisfatto — È Dio che ti punisce per aver rovinato una famiglia non tua! — continuò con amarezza la suocera. — Ora soffri pure! — Io non ho rovinato niente, — rispose infine Vera. — Vadim voleva già divorziare. — Ma certo! Voleva, non voleva, ma ha vissuto con Zoya quasi 15 anni! E invece l’ha lasciata per colpa tua, si è data all’alcol e poi è morta. A trent’anni, Vera aveva già alle spalle un matrimonio fallito e diverse storie finite male, ma sognava davvero una vera famiglia e un figlio. Così, quando iniziò la storia con Vadim, sentì di nuovo rinascere. Più grande di lei di cinque anni, alto, robusto, un autista di furgoni che agli occhi di Vera sembrava proprio quell’uomo affidabile dietro cui potersi sentire protetta come dietro un muro di pietra. Dopo solo due settimane, Vadim già le parlava con entusiasmo del loro futuro insieme e di quanto desiderasse un figlio. Vera pregava in cuor suo che i loro progetti e i loro sogni si realizzassero. Quello a cui non era preparata era scoprire dopo quattro mesi che Vadim era ancora sposato. — Dai, non spaventarti così, — disse lui, vedendo come le era cambiata la faccia. — È da un pezzo che voglio divorziare, soltanto che non c’era nessuno dove andare. Non posso tornare a vivere dalla mamma, sono un uomo adulto. — Tutti gli uomini sposati dicono così, — rispose a bassa voce Vera, trattenendo a fatica le lacrime. — Io non sono tutti gli uomini, — tagliò corto Vadim. E infatti, non mentiva. Dopo altri due mesi le mostrò i documenti del divorzio e, dopo poco, si sposarono. Anche se Vadim aveva già una figlia dal primo matrimonio che viveva con la madre, lui incoraggiava Vera a cercare di avere insieme un bambino. Ma qui cominciarono i problemi. Per due anni cercarono senza successo e poi Vera si decise a farsi vedere da un medico. Non aveva mai pensato di avere problemi di salute e fu molto sorpresa quando la dottoressa le disse che invece c’erano. — Non sei la prima né l’ultima, nulla di grave, segui la cura e vedrai che rimani incinta, — la rassicurò la ginecologa. La cura però fu pesante. Con i farmaci ormonali Vera divenne irascibile, a volte aveva una fame incredibile e poi dolori di stomaco. Vadim vedeva questi cambiamenti, cercava di capire il perché dei suoi scatti d’ira, delle sue crisi, delle urla. Ma Vera non volle mai parlargli del problema. E se lui la lasciava? Non avrebbe retto… E nessuno doveva saperne nulla. Poi, all’improvviso, Vadim tornò a casa con una ragazzina. — Ti presento Dasha, mia figlia, — disse indicandola. — E questa è mia moglie Vera. La mamma di Dasha è morta, ora vivrà con noi, — aggiunse con noncuranza. — In che senso? — rimase tra lo stupito e il turbato Vera, che però evitò di approfondire davanti alla bambina. — Su, accomodatevi. Stranamente, non aveva mai incontrato la figlia di Vadim. Lui la vedeva fuori casa, di rado, e pagava ovviamente gli alimenti: tutto quello che lei sapeva. Di certo era terribile perdere la mamma a tredici anni, ma Vera non si sentiva di crescere la figlia di un’altra. Lo disse apertamente a Vadim quando rimasero soli. — Dovremmo lasciarla in orfanotrofio? — la fulminò Vadim. — Ma no, potrebbe stare da tua madre. Hai sempre detto che Maria Alessandrovna la adora! — Ma mia madre è anziana e malata, come può pensare anche a una ragazzina? Vera e la suocera quasi non avevano rapporti: si erano viste dieci volte in tutto, sempre con la massima educazione. A 58 anni, Maria Alessandrovna le era parsa tutt’altro che fragile. — E io sarei sana? — ribatté Vera, subito pentendosi di aver dato ulteriori indizi. — Penso proprio di sì. Sei solo molto nervosa. Forse dovresti andare da un medico? — Vadim, io e Dasha non ci conosciamo affatto! — Fidati, è una bravissima ragazza. Diventerete amiche… E chiudiamola qui, domattina mi aspetta una lunga giornata. Vera preferì tacere, non voleva rovinare tutto con una lite. Il giorno dopo tentò di parlarne con la suocera che però fu lapidaria. — Sapevi che sposavi un uomo con una figlia, ora non lamentarti! — e le chiuse il telefono in faccia. La sera, Vadim si presentò a casa e, nonostante la figlia, la rimproverò aspramente. — Sai che ti dico? Sono stufo! Divorziamo. Dasha starà qui con te per adesso. Poi troverò una casa nuova e la porto con me, — concluse Vadim. Prese poche cose e uscì, lasciando Vera attonita e terrorizzata all’idea che il marito la lasciasse davvero. Ma Vadim prima o poi sarebbe tornato, si ripeteva Vera. E intanto lei e Dasha avrebbero vissuto insieme. La ragazza si rivelò davvero adorabile: gentile, timida, sempre pronta ad aiutare in casa, ordinata e mai capricciosa. Dopo una settimana, Vera si accorse che ormai le piaceva molto e che stavano anche bene insieme. Dasha adorava cucinare ed era felice di imparare nuove ricette dalla matrigna. La sera guardavano film o facevano programmi per il giorno dopo. Vadim non si faceva vedere, ma la suocera telefonava spesso alla nipote. Vera capì che voleva sapere se la matrigna trattava bene la bambina, ma Dasha parlava entusiasta della loro nuova vita. L’unico vero problema per Vera era la scuola: la vecchia era troppo lontana da casa. Provò a chiamare Vadim, ma non rispose. In compenso, la sera entrò di nuovo in casa e ricominciò a urlare. — Non puoi darmi un figlio e sai solo mentire! Da te non me l’aspettavo… — Vadim, ma di che stai parlando? — Non fare la scema! Mia madre mi ha raccontato tutto! Della tua sterilità, delle cure inutili! E poi, tutte queste scene e isterismi! Non ti voglio più vedere! — Vadim, ascoltami, ti prego… — Vera tratteneva a stento le lacrime, ma lui non voleva sentire ragioni. Per fortuna Dasha era uscita a fare la spesa e non vide questa scena orribile. — Dove sono le cose di Dasha? Ce ne andiamo! Ora il divorzio è sicuro. Che stupido che sono stato a pensare che tutto si sarebbe aggiustato, che mi avresti amato e avresti accettato mia figlia. — Ti amo! — Lascia perdere, Vera… — rispose Vadim, facendo i bagagli della figlia. Vera piangeva. In quel momento Dasha rientrò. — Sei stata tu, vero? Hai parlato tu con la nonna? — le chiese tra le lacrime. — Pensavo fossimo amiche… — Non ho detto nulla a nessuno, — si spaventò Dasha. — Ma di che state parlando? — Dai, tesoro, va in macchina — apparve all’improvviso Maria Alessandrovna. — Te l’avevo detto di non venire qui. È stata Vera a insegnarti a non ascoltare i grandi? — Nonna! Ma che dici? — Su, figlia — la interruppe Vadim, — aspetta fuori. Dasha obbedì e uscì. — Cosa ti salta in mente di accusare la ragazzina? — ringhiò la suocera. — Semmai, qui la colpa è tutta tua! Sono stata io, entrando una volta in camera vostra per portare un maglioncino a Dasha, a trovare tutta quella montagna di medicine. Era facile capire a cosa servissero. Era evidente che Maria Alessandrovna aveva frugato tra le cose di Vera, ma lei ormai non se ne curava. Tanto il problema non era quello. — È Dio che ti punisce per aver distrutto una famiglia che non era la tua! — proseguì la suocera. — Ora soffri pure! — Io non ho distrutto nulla, — riuscì finalmente a dire Vera. — Vadim voleva separarsi da tempo. — Sì, certo! Voleva o non voleva, intanto ha vissuto con Zoya per quasi 15 anni! Ed è stata colpa tua se l’ha lasciata, lei si è data all’alcol e poi… è morta. Mia nipote è rimasta orfana! E la colpa della sua infelicità è la tua! Vadim, smarrito, guardava ora l’una ora l’altra senza sapere come fermare la lite. Fu Dasha a bloccarle. — Basta nonna, perché dici bugie?! — spalancò la porta. Era rimasta ad ascoltare tutto. — La mamma beveva già da tempo, e per questo litigava sempre con papà! Per questo voleva divorziare! — Ma vai, cosa dici? — esclamò Maria Alessandrovna — Stai male per la morte della mamma… ti capisco… — Non capisci proprio niente! Papà ha fatto bene ad andarsene, con lei non si poteva vivere! Sempre ubriaca, sempre a gridare, anche con me. Solo io non potevo andarmene… era la mia mamma… E zia Vera è bravissima! Fa tante cose con me, parla con calma, mi insegna tutto… — scoppiò a piangere Dasha. Tutti e tre si precipitarono a consolarla. — E allora, che problema c’è se zia Vera è malata, — disse tra i singhiozzi. — Tornerà sana, ne sono sicura! Papà, perché te ne sei andato? Vera ti ama, io anche… — Si vede che ho sprecato le mie energie, — sbuffò la suocera. — Avevo anche rifiutato di prendere Dasha sperando che tu non reggessi e divorziassi. E ho ficcanasato con le medicine. E guarda come sta piangendo la mia nipote. — Eh già, si è visto quanto ci hai provato, — non ce la fece più Vera, abbracciando Dasha e portandola a lavarsi la faccia in bagno. Vadim rimase in silenzio, senza parole. Alla fine si rappacificarono, Dasha scelse di restare da loro e rifiutò categoricamente di trasferirsi dalla nonna. Vera, in fondo, ne fu sollevata. Tutti e tre ora vedono raramente Maria Alessandrovna, che ancora spera di ricucire i rapporti.
Evidentemente ho perso tempo inutilmente… disse la suocera con una smorfia che avrebbe fatto impallidire