Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo

Parenti dal passato

Avevo sedici anni quando mi hanno buttato fuori di casa. È difficile dire se, in quei sedici anni, mi sia mai sentita davvero a casa in quella casa; probabilmente no, visto che ogni giorno mi ricordavano che anche il pane che mangiavo era come se lo dovessi restituire con gli interessi. Eppure, lì avevo trascorso tutta la mia infanzia. E poi, davvero, trovare un posto dove andare a quelletà non era cosa semplice.

Tutto cominciò come in un incubo.

Mio padre, che non è mai stato capace di fare il padre e men che meno di trattare bene le figlie, urlava soprattutto bestemmiava. Mia madre, a cui avevo detto tutto il giorno prima, adesso era seduta con la faccia impassibile come quella di una statua.

E mia sorella, Barbara, con quegli occhi che luccicavano di ironia, stava già mettendo in ordine i suoi trucchi sul tavolo per prepararsi per uscire: non si sarebbe persa lo spettacolo per nulla al mondo.

Metti via quei trucchi, non ti serviranno! urlò mio padre, spostando la sua furia su di lei. Da oggi non metti più piede fuori di casa fino a trentanni. Non voglio che segui la strada di tua sorella!

Ma Barbara, a quella sfuriata, non fece nemmeno una piega. In fondo, aveva rischiato di riflesso, ma sapeva che la vera condannata quel giorno ero io.

E bravo, Aline, alla fine hai fatto il macello, eh? mi fece la linguaccia, mentre metteva via la trousse.

Stai attenta anche tu, che non ci metto niente a farti compagnia, tuonò lui ancora.

Ma che centro io? Io mica sono una come lei!

Barbara! la richiamò mamma, Come parli?

Dico la verità, mamma. E tu, non mi dire che sei in disaccordo!

E purtroppo anche papà sembrava daccordo.

Rimasi sulluscio della cucina, senza il coraggio di andarmi a sedere al tavolo. Ancora il pancione non si vedeva, ma ormai il segreto lo sapevano tutti. Quello che avevo cercato di tenere nascosto con tutte le forze.

Papà mamma io non lo so cercavo le parole per ho sbagliato, ma non riuscivo a trovarne di abbastanza miti.

A nessuno importò nulla delle mie spiegazioni.

Ah, non lo sapevi? incalzò mia madre, E con chi parlavo, da quando avevi dodici anni? Non eri tu? Ah, sì, tu tutto sai. E poi mentivi, nascondevi. Credevi che fossimo ciechi? Speravi si risolvesse tutto da solo? Avresti dovuto dirlo subito. Almeno, avremmo fatto le cose in silenzio, senza stare qui a vergognarci E hai solo sedici anni!

Forse proprio perché sentivo sempre questi discorsi, da colpevole o innocente che fossi, mi sono lasciata andare con il primo che mi ha detto parole gentili.

Mio padre urlò e urlò, fino a restare senza fiato. Anche mia madre, a bassa voce, piangeva: cosa facciamo, cosa facciamo.

Pensavo che il peggio fosse passato, ma non era niente in confronto a quello che doveva ancora succedere.

Prepara la roba, disse papà, a testa bassa, Hai unora. Se vuoi essere adulta, ti fai la vita da adulta. Ma non qui.

Forse stai esagerando disse mamma, che improvvisamente si intenerì, ma non contraddisse suo marito. Tacque.

Unora. Sessanta minuti per salutare la mia infanzia, la casa, la famiglia. Unora per realizzare che era tutto finito.

Papà, ti prego dissi, Lo so che ho sbagliato, ma almeno lasciami altre due anni

Niente due anni. Da adesso ti arrangi da sola. Prepara le tue cose. O te ne vai anche senza niente.

Mi chiusi nella stanza, raccattando in una borsa quello che potevo: tutto sembrava indispensabile. Cera anche il diario di terza media, anche se ormai non andavo più a scuola. Un maglione? Il berretto? Lorologino A cosa serve, cosa no?

Tornai in cucina proprio allo scadere dellora. La borsa, grossa e pesante, lasciava una striscia per terra. Inspirai profondamente per darmi coraggio.

Posso restare? Mi impegno, aiuto in casa rantolai, rivolta più a mia madre che a mio padre.

Magari avevano parlato per nervi e ora, a freddo, ci avevano ripensato?

Ma anche mamma non fece una piega.

Dovevi pensarci prima. Già così ce nè abbastanza di vergogna.

Barbara rise sarcastica, trafficando tra i suoi trucchi. Lei, ormai, poteva andare a divertirsi. A lei in fondo tutto veniva perdonato.

Eh, Aline, ne hai combinata una grossa. Oh, volevo dire: sei rimasta incinta. Cercati un rifugio. Lho sempre saputo che finiva così

Mi fu chiaro che ero spacciata. Avrei vagato per strada, tra stazioni e sottopassi e poi, col bambino, chissà dove finivo.

Provai una solitudine che non ho mai più sentito in vita mia.

Alla fine, la borsa me la gettarono dietro, fuori dal portone. Barbara, dietro i vetri, rideva e mi faceva le corna con le dita.

Trascorsi qualche giorno dai vicini. Mi giudicavano, certo, ma non ebbero il coraggio di lasciarmi dormire per strada. Rimasi da loro quasi invisibile, per non dare fastidio. Finché arrivò zia Rita.

Ma dovè Aline? Metà paese mi ha già raccontato che lavete cacciata!

Non cacciata, lasciata libera di farsi la vita. Se sei adulta trovati la casa da sola, disse impassibile mio fratello.

Sembri proprio tu, uno che si guadagna la casa! Vivi ancora dalla mamma! E dovè lei?

Mi sa che sta dai vicini.

Zia Rita non aveva avuto figli, ma era innamorata delle sue nipoti, anche se con Barbara era sempre stata guerra. Con me, invece, andava a meraviglia.

Zia Rita mi portò da lei. Un appartamento in un condominio normale, di un quartiere normale.

Non ti preoccupare, Aline, la sistemiamo diceva, Basta non disperarsi. La disperazione è il modo giusto per affondare. Hai ancora una vita davanti. Il bambino lo crescerai, ce la farai. Tutte ce la fanno, vedrai. Io ti aiuto, poi lavorerai anche tu

Zia, ma posso davvero stare con te?

Certamente.

E non mi giudichi?

Ci pensò un attimo.

Giudicare no. Però nemmeno applaudo, scusa. Queste cose si pensano prima, non dopo Ma non è che ti puoi lapidare ora.

Nel cortile, mentre zia Rita scaricava le mie cose, vidi un ragazzo che spazzava il marciapiede. Così scrupoloso. Un tipo carino, di sicuro appena assunto. Ma io subito distolsi lo sguardo: lamore, per me, era proprio finito.

Quello è Giovanni, mi spiegò poi zia Rita, mentre mettevamo tutto in casa. Gli hanno appena assegnato un appartamento qui vicino, perché orfano. Fa il portinaio e studia alluniversità. Sta sulle sue. Bravo ragazzo, niente compagnia da bar.

Bere, beve da solo allora? provai a scherzare, finalmente rilassata dopo giorni.

Ma va là rise lei, Non beve proprio per niente.

Il mattino seguente, verso le otto, mi svegliai e, guardandomi intorno, quasi non ci credevo: adesso quella era casa mia. Uscii a comprare il pane e davanti al portone incontrai Giovanni.

Buongiorno, disse, Io sono Giovanni, abito qui lì quelle sono le mie finestre.

Seguii la direzione che indicava.

Piacere, Aline.

Ieri mi sei piaciuta molto.

Ah sì, colpo di fulmine, dissi ironica.

Puoi dirlo.

Non ci diedi troppa importanza, ma lui era serio. Gli dissi subito che ero incinta, lui mi rispose che mi avrebbe voluto bene comunque.

Giovanni, cerca una ragazza normale, lasciami stare, gli dissi.

E chi ha detto che tu non sei normale?

Beh, dai, hai capito cosa voglio dire

Lo so tutto. E resto qui, se vuoi.

Questo avvenne quasi quarantanni fa.

Io e Giovanni ci siamo sposati, abbiamo cresciuto nostro figlio, Romano. Ora Romano abita con la sua famiglia proprio in quellappartamento ricevuto tanto tempo fa da Giovanni. Io e lui, invece, siamo rimasti nellappartamento di zia Rita, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto.

Tutti dicevano che io e Giovanni fossimo nati luno per laltra, nonostante come ci siamo conosciuti.

Abbiamo sempre avuto un lavoro fisso e non ci è mai mancato nulla.

A poco a poco, sono riuscita a ristabilire un po di rapporti anche con i miei genitori e con Barbara, ma nulla di davvero profondo. Ogni tanto ci si vedeva a Natale, con dei regalini simbolici. Laffetto vero, quello no non si era mai creato.

Giovanni, comunque, è sempre stato gentile con tutti, anche con i miei.

Mi ha anche insegnato unimportante regola della vita: mettere da parte un po’ di soldi a ogni stipendio. Piccole somme, ma con costanza. La casa non ci mancava, la macchina cera, così mettevamo da parte per un sogno: viaggiare. Quando fossimo stati anziani, in pensione, volevamo visitare qualche bel posto del mondo

E così, ogni mese, Giovanni infilava nella cassa altri mille euro.

Poi, una settimana dopo, ricevetti la tredicesima. Cinquecento euro li aggiunsi anchio, il resto decisi di spenderlo per fargli un regalo: una cyclette, perché potesse fare un po di movimento senza dover uscire.

La consegna è per mercoledì? Dopodomani? Va benissimo. Per me va bene.

Mi piaceva fargli le sorprese.

La cyclette la portarono subito. E io aspettavo il suo rientro, curiosa di vederlo contento. Non sapevo ancora che Giovanni, a casa, non sarebbe più tornato.

***

È passato un anno dalla sua morte.

Lanniversario.

Sono venuti solo i parenti stretti. I colleghi e gli amici hanno fatto memoria a parte. È venuto ovviamente anche Romano con la moglie e il loro piccolo, i miei genitori, Barbara. Tutti a parlare di che persona straordinaria fosse Giovanni

Non ricordo una volta che abbia alzato la voce con qualcuno ha detto Romano tra le lacrime. Per lui, Giovanni era sempre stato il vero padre. La verità, glielavevamo raccontata con calma, per evitare complicazioni prima o poi, qualcuno glielavrebbe detto comunque. Ma Romano non ha mai dubitato di Giovanni. Quello era suo papà.

Anche se lho conosciuto poco, ha detto mia nuora, non dimenticherò mai la prima volta che sono venuta qui Giovanni mi ha messo i guanti sul termosifone per scaldarli Si è interrotta: aveva un nodo alla gola.

Ognuno diceva qualcosa.

Io fissavo la foto di Giovanni e pensavo a tutti quei soldi che avevamo messo da parte e che lui non avrebbe mai usato Non era nemmeno riuscito a fare un viaggio.

Quanto desiderava viaggiare sussurrai, E io invece stavo sempre bene a casa ora non so proprio come

Avevamo messo da parte una bella cifra; trecentomila euro. Ma adesso, senza Giovanni, nessun viaggio mi sembrava più interessante.

Quando Romano e la sua famiglia se ne sono andati e sono rimasta da sola a lavare i piatti, mi ha raggiunta mamma. Ha chiuso silenziosamente la porta della cucina.

Aline, lo so che oggi non è il giorno migliore, parliamo poco ormai, ma non so quando avrò ancora occasione di chiedertelo: quei soldi che avevate messo da parte con Giovanni li hai già spesi?

Ho scosso la testa senza una parola. In teoria nessuno avrebbe dovuto saperlo, ma Giovanni era uno di quelli che si fidava di tutti. Una parola qui, una là, e la notizia gira.

Mamma ha cominciato a camminare avanti e indietro, serra le mani.

Aline, tu lo sai che Giovanni quei soldi li ha messi da parte per una sciocchezza Sì, è bello pensare ai viaggi, ma non è la priorità E tu sei sempre stata una da stare in casa: tanto non partirai mai Quei soldi a prender polvere non servono. La vita va avanti. Linflazione li mangia.

La fissai, cercando di capire dove volesse parare.

Lo sai che io e Barbara viviamo ancora in affitto, no? A questa età! E persino i suoi figli sono senza casa propria disse alzando la voce.

Ma la colpa era solo loro.

Avete venduto la casa della nonna. Così avete detto che era da buttare, ormai un rudere.

Già allora non capivo: perché vendere lunica casa che avevate? L’avreste potuta sistemare, tenere, ma venderla così

Dovevamo costruirne una nuova! ribatté.

E allora perché non lavete mai costruita? non ce la feci più a trattenermi.

Lo capisci che Giovanni i soldi li gestiva male? gridò, Si investe nellimmobiliare! Non nei viaggi! E tu pure

Non intendevo sopportare simili accuse verso mio marito, proprio nellanniversario della sua morte.

Mamma, vai via le dissi piano ma decisa.

Scusami, disse lei, Non dico più nulla su Giovanni. Ma ora che lui non cè più, tu cosa farai con quei soldi? Li vuoi davvero sprecare per girare il mondo? Metti che ti perdi tutto così!

Mamma, ho anche un nipote, sai? Potrei pensare a lui, magari dargli una mano per la casa

Povero Giovanni! Prima la casa data a quel figlio che non era suo, ora i risparmi a un nipote che manco è suo Lhai combinata tu, e ora pagano gli altri

Chissà a chi si riferiva.

Mamma, vai via, mi sono appoggiata al lavello.

Fine della conversazione.

Mamma, brontolando, se ne andò.

E io non sono riuscita a dormire. Sono passati quarantanni ma per loro io resterò sempre quella lì, la svergognata.

Mentre cercavo di riprendermi con un caffè e pensavo di darci un taglio sulle faccende di casa, è arrivata anche Barbara.

Ho capito subito che qualcosa non quadrava.

I soldi non te li do, ho anticipato, senza lasciarle nemmeno il tempo di togliersi il cappotto.

Ma va là, mica sono qui per quello! Ho pensato che ieri, con tanta gente in casa, magari si è fatto un po di disordine. Sono venuta a darti una mano per rassettare. Dai, dobbiamo riavvicinarci un po anche noi sorelle

Abbiamo iniziato a pulire. Sembrava davvero disponibile. Mentre chiacchierava di tutto, cercando di tirarmi su, ma io ormai ci credevo poco.

A un certo punto, Barbara ha iniziato a sentirsi male.

Il secchio è caduto per terra.

Barbara, stai attenta! ho detto, poi mi sono voltata, Barba, che hai? Non cadere! Aspetta arrivo!

Le le mie pastiglie guarda nella borsa

Ho svuotato tutto:

Ma qui non ci sono!

Le ho dimenticate Le ho lasciate a casa

Stringi i denti! Ma che pastiglie???

Sono corsa in farmacia e, per strada, ho chiamato il 118.

Quando sono rientrata, la casa era sottosopra. Tutti gli armadi aperti, roba sparsa dappertutto, e Barbara non si trovava.

Ho capito tutto.

Barbara aveva provato a derubarmi.

Per fortuna, i soldi li avevo appena messi in banca, come se avessi sentito qualcosa nellaria.

Mi sedetti al tavolo, fissando il vuoto con le mani che tremavano.

Ora sapevo cosa avrei fatto con quei soldi. Avrei davvero viaggiato. Magari non sarebbe stato il viaggio lungo che sognavamo, ma sì: sarei partita. E tutto ciò che fosse avanzato lo avrei lasciato a mio figlio e al nipote. Giovanni, ne sono sicura, non avrebbe avuto nulla in contrario.

Fu in quel momento che capii una cosa: Giovanni, anche se era andato via, sarebbe rimasto con me per sempre.

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Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo
Meglio così che male accompagnata — «Come “l’utente non è raggiungibile”? Ma se parlava con qualcuno cinque minuti fa!» — Natasha era ferma in corridoio, stringendo il telefono all’orecchio. Gettò uno sguardo alla cassettiera. La scatolina dove teneva i suoi gioielli era al suo posto, ma qualcosa non andava: il coperchio era socchiuso. — Roman! — gridò verso il bagno. — Sei lì? Natasha si avvicinò piano alla cassettiera. Appena toccò il legno lucido, un brivido le corse lungo la schiena: la scatolina era vuota. Completamente. Neanche lo scontrino del negozio, che usava come segnalibro, era rimasto. Insieme ai gioielli erano spariti anche i soldi. Certo, glieli aveva dati lei… — Dio mio… — sussurrò abbassandosi sul pavimento. — Com’è possibile? Ieri litigavamo per la carta da parati… Avevi promesso che in agosto saremmo andati al mare insieme… Eppure tutto era iniziato in modo ridicolmente normale. Un giugno dell’anno scorso la sua “cinquina” si era fermata con un pistone bloccato. In officina avevano chiesto una cifra assurda, così lei — arrabbiata — aveva scritto sul gruppo Facebook “AutoAiuto Lombardia”. «Ragazzi, chi sa se posso sbloccare da sola il pistone del freno? Ecco la foto della ruota tutta sporca». I commenti erano arrivati subito. Chi la sconsigliava di toccare nulla, chi proponeva di comprare il pezzo nuovo. Poi arrivò un messaggio da “Roman85”: «Signorina, non li stia a sentire. Prenda un WD-40 e un kit riparazione da venti euro. Smonti la ruota e, con cautela, prema il pistone col pedale, ma non del tutto. Pulito con il liquido dei freni, ingrassi. Se il cilindro è liscio tutto bene, correrà come nuova». Natasha si incuriosì: era scritto bene, senza spocchia. «E se il cilindro è rovinato?», ribatté. «Solo da cambiare. Ma dalla foto la sua macchina è tenuta bene, non credo sia messa così male. Se ha dubbi, mi scriva in privato, aiuto volentieri.» Così cominciarono. Roman era una miniera di consigli pratici. In una settimana la “istruì” su cambio dell’olio, scelta delle candele, persino su quale antigelo evitare. Lei si sorprese nel desiderare i suoi messaggi. «Senti Roman, sei proprio un salvatore! — a fine luglio — Pensavo… perché non prendere un caffè insieme? Offro io, o qualcosa di più forte, visto il budget risparmiato». Roman rispose dopo tre ore. «Natasha, lo farei volentieri. Davvero. Solo che ora… sono in trasferta. Lunghissima. All’estero, diciamo.» «Davvero? Lontano?» «Il più lontano possibile. Non voglio mentirti. Mi piaci molto, come persona. Ma non sono davvero in trasferta: sto scontando una pena. San Vittore, se ti dice qualcosa.» Il telefono le cadde sul divano. Le fece male il petto. Un detenuto? Lei, contabile in una grossa azienda, da due settimane chattava con un criminale?! «Per cosa?» digitò con le dita che tremavano. «Truffa… Ho fatto una stupidaggine, un po’ vittima, un po’ colpa mia. Finisco tra meno di un anno. Se vuoi, cancella tutto, capisco.» Lei non rispose. Lo bloccò e per tre giorni fu uno zombie al lavoro. Ma pensava: “Perché un uomo così intelligente, operativo, così bravo — è in galera?!” Una settimana dopo trovò una mail. Roman aveva chiesto il suo indirizzo. Lei non aveva eliminato il contatto, solo chiuso la chat. «Natasha, davvero non mi offendo. Sapevo che sarebbe finita così. Tu sei una brava persona, io non faccio per te. Volevo solo ringraziarti per la compagnia. Sono stati per me i due giorni più belli degli ultimi tre anni. Ti auguro felicità. Addio.» Leggendo queste righe in cucina, Natasha si mise a piangere. Le dispiaceva per lui, per se stessa, per la vita ingiusta. — “Perché tutti hanno fortuna e a me capitano solo sposati, bambocci o — quando finalmente un uomo normale — lui è dietro le sbarre?”— si chiedeva. E non rispose nemmeno stavolta… Natalia provò a frequentare altri uomini, ma nessuno andava. Uno parlava solo della sua collezione di francobolli, un altro era venuto con le mani sporche e aveva chiesto di dividere il conto. A marzo, il giorno dei suoi trentacinque anni, si sentiva più sola che mai. Al mattino arrivò la notifica: «Buon compleanno, Natasha! — scriveva Roman. — So che non dovrei disturbarti, ma non ho resistito. Che tutto ti vada bene. Meriti che ti portino sulle mani. Con mollica di pane e filo di ferro ho realizzato una cosetta qui… Se potessi te la regalerei. Sappi che da qualche parte, in Emilia, oggi bevo una tazza di the pessimo alla tua salute.» «Grazie, Roman. Fa piacere», rispose lei, non resistendo. «Hai risposto! — lui era al settimo cielo. — Come va? La “Cinquina” ha tenuto col gelo?» E ricominciò tutto. Ora si sentivano ogni giorno. Roman la chiamava quando poteva. Aveva una voce profonda e calda. Le raccontava della sua infanzia col fratello, di come ora allevasse i nipotini, del sogno di ricominciare da zero. — Non torno a casa, Natasha, — le confessava mentre lei scaldava la cena. — Lì ci sono i soliti amici e finisce che ricasco nei guai. Voglio andare dove nessuno mi conosce. Ho le mani, in un’officina o in cantiere lavoro lo trovo sempre. — Dove vorresti andare? — domandava lei col fiato sospeso. — Da te verrei. Affitterei una stanza o un monolocale, per stare solo nella tua città, solo per sapere che respiriamo la stessa aria. Poi si vedrà. Non voglio impormi, capiscimi… A maggio Natasha era innamorata persa. Conosceva tempi e modalità dei suoi controlli, quando c’era la “doccia settimanale” o il turno in mensa. Le spediva pacchi: tè, caramelle, calze calde, ricambi strani. — Roman, basta che non ti metti nei guai, — lo pregava. — Resta tranquillo. — Per te, cara, starò buono come l’acqua. — scherzava. — Ad aprile sono libero. — Ti aspetto. Ad aprile Natasha era ai cancelli del carcere. Gli aveva comprato giubbotto nuovo, jeans, scarpe da ginnastica. Aveva il cuore in gola per la tensione. Quando lo vide, piccolo e robusto, con i capelli corti sale e pepe, per un attimo rimase paralizzata. In foto era un po’ diverso. Ma quando sorrise e disse: — Eccoti, padrona, — lei gli saltò al collo. — Grazie a Dio stai bene, — sussurrava sulla sua guancia ruvida. — Dove vuoi che vada, — la strinse — che profumo buono… fiori? Andarono a casa sua. La prima settimana fu una favola. Roman si diede subito da fare: aggiustò il rubinetto, sistemò la serratura semibloccata da mesi. La sera stavano in cucina con del rosso, raccontava storie buffe della “vita di prima”, evitando scivoloni scomodi. — Senti, Roman — disse una sera — volevi prendere casa. Forse non serve. Ho spazio, in due è meglio. Risparmi i soldi, ti servono per comprare attrezzi, sistemarti. — Non mi sembra giusto, — lui mescolava lo zucchero pensieroso. — Sono uomo, dovrei avere una casa da offrire. Vivo sulla tua schiena, mangio a tue spese. — Dai smettila! — lei gli prese la mano. — Non siamo estranei. Presto troverai il tuo equilibrio. — Mio fratello mi ha chiamato — mormorò, evitando lo sguardo. — Il nipote sta male, serve un’operazione costosa. Chiede un prestito, ma io non ho una lira. Che vergogna, Natasha. Mi vergogno della mia famiglia. — Quanto serve? — domandò. — Tanto… Cinquemila euro. Ma dice che una parte ce l’hanno già. Pensavo di andare a lavorare a Milano, lì si guadagna bene, potrei restituire in fretta. Natasha rimase in silenzio. I cinquemila euro stavano nella scatola dei suoi risparmi. Tre anni che li metteva da parte per rifare bagno e cucina, concedersi finalmente una doccia idromassaggio… — Ce li ho io quei soldi, — disse piano. Roman alzò di scatto la testa. — Neanche per idea! Sono tuoi, non li prendo. — Roman, è per la famiglia. Li restituisci quando potrai. Ormai siamo insieme. Lui resistette. Per due giorni si tormentò cupo, ricominciò pure a fumare in balcone nonostante avesse promesso di smettere. Alla fine, fu Natasha a posare i soldi sul tavolo. — Prendili. Vai da tuo fratello, aiutalo. O fali arrivare a lui. — Meglio che vada di persona, — la abbracciò. — Così parlo anche di lavoro dalle sue parti, magari trovo una soluzione. Torno tra due giorni, Natasha. E poi vediamo… *** Natasha era ancora a terra dopo un’ora. Le gambe intorpidite, ma né i piedi né il cuore sentivano dolore. Ripensava alla sera prima: avevano visto una commedia scema, lui rideva, la abbracciava, e lei si sentiva la donna più felice del mondo. — Parto un giorno prima, — le aveva detto prima di dormire. Era fuggito all’alba. Lei dormiva, non l’aveva sentito vestirsi. Aveva solo sognato il rumore della porta — aveva pensato fossero i vicini. Alle due, forse, telefonò finalmente al fratello di Roman. Il numero che lui le aveva lasciato “per emergenze”. — Pronto? — voce ruvida — Chi parla? — Salve, sono… l’amica di Roman. È venuto oggi da voi? Silenzio. Poi un respiro pesante. — Signorina, che Roman? Mio fratello si chiama diversamente, è ancora dentro fino a ottobre. Natasha sentì un vuoto alle tempie. — Come… ottobre? Lui è uscito in aprile. L’ho preso io fuori da San Vittore. — Senta, — la voce si fece dura. — Mio fratello Alex è a Opera. Roman… Roman era il mio ex compagno di cella, uscito due mesi fa. Mi ha rubato il telefono, ha copiato tutti i contatti. Lei è l’ennesima “pen-friend” che ha raggirato. È un genio nei raggiri. Tecnico industriale, cervello brillante. Natasha posò il telefono a terra. Ripensò a quando insegnava a cambiare le candele. — Mai serrare troppo, — diceva. — O rovini la filettatura, ciao motore. — Rovinata, — sussurrò. — Presa in pieno. Si accorse in quel momento che non sapeva niente del suo “compagno”. Mai visto i suoi documenti, né un certificato di scarcerazione. E se nemmeno si chiamasse davvero Roman?! *** Certo, Natasha andò alla Polizia e fece denuncia. Mostrò le foto e scoprì parecchio sul suo “convivente”. Si chiamava davvero Roman — ed era l’unica verità che avesse mai detto. Scontava una lunga pena per reati gravi ed era alla terza condanna — aveva incontrato Natasha grazie alle “amicizie epistolari”. Lei si fece il segno della croce, cambiò serratura e si ritenne fortunata: rispetto alle precedenti vittime di lui, se l’era cavata bene.