– Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? – chiese Marco. La risposta di sua moglie lo lasciò di sasso Marco finiva il caffè e osservava di sbieco Francesca. Capelli raccolti con un elastico di qualche tipo… da bambina, coi gattini dei cartoni animati. Invece Claudia del piano di sopra era sempre vivace, curata, con quel profumo costoso che rimaneva nell’ascensore anche dopo che era uscita. – Sai – Marco posò il telefono – a volte mi sembra che viviamo insieme come… vicini di casa. Francesca si fermò, lo straccio si bloccò nella sua mano. – Che vuol dire? – Niente di particolare. Dico solo, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? A quel punto lei lo guardò. A lungo. E Marco sentì che qualcosa stava andando fuori controllo. – E tu, Marco, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu? – chiese Francesca con voce bassa. Seguì una pausa imbarazzante. – Francesca, non drammatizzare. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. Basta guardare Claudia… Eppure, ha la tua età. – Ah… Claudia. E qualcosa nel suo tono mise Marco sull’attenti. Era come se avesse capito una cosa importante. – Marco – disse dopo una pausa – forse è il caso che io vada un po’ da mia madre. Rifletto sulle tue parole. – Va bene. Vivremo separati per un po’, vediamo come va. Non è che ti sto cacciando! – Sai – Francesca appese lo straccio con cura – forse è vero, devo proprio riguardarmi allo specchio. E partì a fare la valigia. Marco restò in cucina a pensare: “Cavolo, era proprio quello che volevo”. Solo che invece di essere felice, sentiva un vuoto. Per tre giorni Marco visse come in vacanza. Caffè lento al mattino, la sera faceva quello che gli pareva. Niente serie tv strappalacrime. Libertà, capite? La tanto sospirata libertà maschile. La sera incontrò Claudia davanti al portone. Portava le borse della “Esselunga”, tacco alto, vestito perfetto. – Marco! – sorrise – Tutto bene? Non vedo Francesca da un po’. – È da sua madre in questo periodo. Si riposa, – mentì serenamente. – Ah. – Claudia annuì comprensiva – A volte le donne hanno bisogno di staccare. Dalla casa, dalla routine. Lo diceva come se lei la routine non l’avesse mai vista: casa che si pulisce da sola, cena che appare per magia. – Cla’, che ne dici di un caffè, così… tra vicini? – Volentieri, – sorrise lei. – Domani sera? Marco trascorse tutta la notte a pensare al giorno dopo. Camicia o maglione? Jeans o pantaloni? Il profumo, meglio non esagerare. Al mattino squillò il telefono. – Marco? – voce sconosciuta. – Sono Lucia, la mamma di Francesca. Il cuore gli si fermò. – Sì, mi dica. – Francesca mi ha chiesto di dirle che sabato verrà a prendere le sue cose, mentre lei non è in casa. Lascerà le chiavi dal portinaio. – Aspetti, prende le cose? – Ma che pensava? – nel tono di Lucia c’era una nota tagliente – Mia figlia non intende passare la vita ad aspettare che lei decida se vuole davvero stare con lei oppure no. – Lucia, io non ho mai… – Ha detto abbastanza. Arrivederci, Marco. E riattaccò. Marco restò in cucina a fissare il telefono. Cos’era successo? Non stavano divorziando! Aveva solo chiesto una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto senza di lui! La sera il caffè con Claudia fu strano. Lei era gentile, raccontava aneddoti sulla banca dove lavorava, rideva alle sue battute. Ma quando lui provò a toccarle la mano, lei si scostò con delicatezza. – Marco, capisce… non posso. Lei è sposato. – Ma ora viviamo separati. – Ora, sì. E domani? – Claudia lo fissò intensamente. Marco l’accompagnò al portone e salì da solo. Casa piena di silenzio e odore di libertà da scapolo. Arrivò sabato. Uscì apposta di casa, non voleva scene, spiegazioni o lacrime. Che Francesca prendesse quello che voleva, in pace. Ma alle tre la curiosità lo divorava. Cosa aveva preso? Tutto? Solo il necessario? E, davvero, com’era? Alle quattro cedette e tornò a casa. Davanti al portone una macchina con targa locale. Al volante un uomo sui quarant’anni, curato, giacca nuova. Aiutava qualcuno a caricare delle scatole. Marco si sedette sulla panchina a aspettare. Dopo dieci minuti uscì una donna col vestito blu. Capelli scuri raccolti con una bella molletta invece della solita con i gattini. Trucco leggero che risaltava gli occhi. Marco guardava incredulo. Era Francesca. La sua Francesca. Solo diversa. Caricava l’ultima valigia, e l’uomo le fece subito posto, aiutandola a salire in macchina con delicatezza. Come fosse di cristallo. Marco non tenne più. Si alzò e si avvicinò alla macchina. – Franci! Lei si voltò. E lui vide il suo viso. Sereno, bello. Senza quella stanchezza eterna che ormai dava per scontata. – Ciao, Marco. – Sei… tu? L’uomo al volante si irrigidì, ma lei lo tranquillizzò con una mano – tutto bene. – Sì, – rispose semplicemente. – Solo che tu non mi vedevi da tempo. – Francesca, aspetta. Possiamo parlarne. – Di cosa? – nessuna rabbia nella voce, solo sorpresa. – Sei stato tu a dire che una donna deve apparire sempre splendida. Eccomi: ti ho ascoltato. – Ma non intendevo questo! – gli batteva il cuore in gola. – Che volevi, Marco? – Francesca inclinò leggermente la testa. – Che diventassi bellissima solo per te? Interessante ma solo tra queste mura? Che curassi me stessa, ma non troppo da lasciarti se tu non mi vedi più? Ad ogni parola sentiva qualcosa scivolare via dentro di sé. – Sai – proseguì dolcemente lei – ho capito che ho smesso di curarmi, non per pigrizia. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. Nella mia casa, nella mia vita. – Francesca, non era questo che volevo. – Sì, invece. Volevi una moglie invisibile, che fa tutto senza disturbare. E quando ci si stufa, si può cambiare con un modello più allegro. L’uomo in macchina le disse qualcosa, lei annuì. – Dobbiamo andare – disse a Marco – Alessandro ci aspetta. – Alessandro? Chi sarebbe? – Una persona che mi vede, – rispose Francesca. – Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mia madre hanno aperto un centro fitness. Immagina: a quarantadue anni ho messo piede in palestra per la prima volta. – Franci, basta. Diamoci un’altra possibilità. Sono stato uno stupido. – Marco, – lo guardò a lungo – ricordi quand’è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella? Marco taceva. Non ricordava. – O quando hai chiesto come stavo? Capì di aver perso. Non contro Alessandro. Né contro il destino. L’aveva persa da solo. Alessandro accese il motore. – Marco, non ho rancore. Davvero. Mi hai aiutato a capire una cosa importante: se non mi vedo io per prima, nessuno mi vedrà mai. La macchina partì. Marco rimase davanti al portone a guardare la vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, e invece era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Marco incontrò Francesca al centro commerciale. Per caso. Lei sceglieva il caffè in chicchi, leggeva le etichette con attenzione. Accanto una ragazza sui vent’anni. – Prendiamo questo – diceva Francesca – Papà dice che arabica è meglio della robusta. – Francesca? – Marco si fece avanti. Lei si voltò. Sorrise – leggera, naturale. – Ciao, Marco. Ti presento: questa è Chiara, la figlia di Alessandro. Chiara, questo è Marco, il mio ex marito. Chiara annuì gentile. Bella ragazza, forse all’università. Guardava Marco curiosa, senza ostilità. – Come va? – chiese lui. – Bene. E tu? – Così così. Seguì una pausa imbarazzante. Che si dice all’ex moglie, ormai diversa? Rimasero davanti agli scaffali del caffè e Marco la osservava. Abbronzata, blusa estiva, taglio nuovo. Felice. Proprio così: felice. – E tu? – chiese lei – Come va la vita sentimentale? – Niente di particolare, – sospirò lui. Francesca lo fissò. – Sai, Marco, cerchi una donna bella come Claudia ma docile come io ero. Intelligente ma non troppo, così non vede che ti piacciono anche le altre. Chiara ascoltava il dialogo a occhi sgranati. – Una donna così non esiste, – concluse Francesca pacata. – Francesca, andiamo? – intervenne Chiara – Papà ci aspetta in macchina. – Sì, arrivo. – Francesca prese il caffè. – Buona fortuna, Marco. Se ne andarono, lasciando Marco tra gli scaffali. E pensò che Francesca aveva ragione. Stava davvero cercando una donna che non esiste. La sera si sedette in cucina con il tè. Pensò a Francesca, a come era cambiata. E che a volte una perdita è l’unica strada per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non è trovare una moglie comoda. Ma imparare a vedere davvero la donna che si ha accanto.

Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? chiese il marito, in tono che sembrava dissolversi come zucchero nel caffè. La risposta di sua moglie fu sorprendentemente strana.

Alessio finiva il suo espresso, osservando di sbieco Martina che strofinava il tavolo della cucina. I capelli raccolti in una coda con un elastico di quando era bambina, pieno di gattini disegnati, come se i felini animati potessero tenerle insieme i pensieri.

La vicina, Cristina dallappartamento di fronte, era sempre unesplosione di colori. Il profumo delle sue acque di colonia francesi rimaneva sospeso nellascensore come una promessa anche dopo che lei spariva, lasciando dietro una scia visibile solo nei sogni.

Sai, disse Alessio abbandonando il cellulare come si lascia una palla magica nella sabbia , a volte penso che viviamo come se fossimo coinquilini.

Martina si fermò. Il panno tra le sue dita smise di vivere.

Cosa significa?

Nulla di speciale. Solo, mi chiedo quando è stata lultima volta che ti sei guardata allo specchio?

Martina lo fissò, profondamente. Alessio sentì che la realtà si piegava in una direzione che non aveva contemplato.

E tu, quando è stata lultima volta che hai guardato veramente me? sussurrò lei, la sua voce sembrava una carezza nella nebbia.

Il silenzio si allungò tra loro, come il crepuscolo su un vicolo di Milano.

Dai, non drammatizzare, Marti. Dico solo che una donna dovrebbe sempre essere spettacolare. Non è difficile! Guarda Cristina. Eppure ha la tua età.

Ah, disse Martina. Cristina.

Qualcosa nelle sue parole faceva vibrare un senso che Alessio non riusciva ad afferrare. Come se avesse appena decifrato una formula segreta.

Ale, riprese dopo una pausa irreale , facciamo così. Vado un po da mia madre. Rifletto su quello che hai detto.

Facciamo che sì. Viviamo separati, pensiamo. Solo non sentirti cacciata!

Sai, Martina appese il panno al gancio con una attenzione da orafa , forse ho davvero bisogno di guardarmi allo specchio.

E incominciò a preparare la valigia, i vestiti sembravano piegarsi da soli.

Alessio rimase in cucina a pensare: Accidenti, era proprio quello che volevo. Eppure la gioia somigliava a un vento che portava via la sabbia sotto i piedi.

Per tre giorni, Alessio vagò nel suo appartamento come se fosse una vacanza. Il caffè la mattina senza fretta, la sera libertà totale: niente serie tv sulle passioni tradite.

Libertà, ecco. Quella libertà maschile tanto agognata che si scioglie come burro al sole.

Una sera incontrò Cristina davanti al portone. Portava sacchetti di Eataly, tacchi alti, un vestito che sembrava cucito con filo doro.

Alessio! sorrise. Come va? Sai, è da tempo che non vedo Martina.

È da sua madre per un po. Sta riposando, inventò lui, facile come una moneta da un euro lasciata su un tavolo di bar.

Certo. Cristina annuì come se sapesse tutto. A volte alle donne serve una pausa. Da casa, dalla normalità.

Parlava come se la sua casa si pulisse da sola e la cena saltasse fuori da una bottiglia di vino rosso.

Cris, magari ci prendiamo un caffè un giorno? Da buoni vicini.

Ma sì, domani sera va bene? ridacchiò lei, e la notte si riempì di abiti e profumi immaginari.

Quella notte Alessio inventariò le possibilità: camicia bianca o azzurra, jeans o pantaloni, profumo sì, ma non troppo.

Al mattino il telefono suonò come se portasse notizie dal futuro.

Pronto, Alessio? voce sconosciuta. Sono Luciana, la mamma di Martina.

Il cuore saltellò come ghiaccioli sciolti nel caldo di Roma.

Sì, mi dica.

Martina voleva farti sapere che sabato passa a prendere le sue cose, quando tu non sarai in casa. Lascerà le chiavi dalla portinaia.

Aspetti, cosa vuol dire prendere le sue cose?

Ma cosa pensavi? nella voce di Luciana cera la lama di un coltello. Mia figlia non può aspettare eternamente che tu decida se le vuoi bene.

Non ho detto nulla di strano, signora.

Hai detto abbastanza. Buona fortuna, Alessio.

La chiamata si chiuse come una finestra al tramonto.

Alessio rimase in cucina, fissando il telefono come se fosse un oracolo. Che diavolo succedeva? Non era mica un divorzio! Voleva solo una piccola pausa, un esercizio di pensiero.

Avevano già deciso tutto. Senza di lui.

La sera, il caffè con Cristina fu irrealmente bello. Lei parlava del suo lavoro in banca, rideva alle sue battute. Ma quando lui tentò di prenderle la mano, lei si scostò leggera.

Alessio, capisci non posso. Sei sposato.

Ma ora viviamo separati.

Adesso. E domani? rispose Cristina con occhi di chi vede oltre la nebbia.

Laccompagnò al portone, salì nel suo appartamento, accolto da un silenzio che odorava di chi vive solo.

Sabato arrivò come una pagina piegata in due. Alessio uscì a zonzo, non voleva scene, lacrime, spiegazioni. Voleva che Martina recuperasse ciò che serviva senza testimoni.

Ma alle tre il desiderio di sapere lo divorava. Aveva preso tutto? Solo lessenziale? E che aspetto aveva ora?

Alle quattro crollò, tornò a casa.

Davanti al portone cera unauto con la targa della città. Un uomo di circa quarantanni, elegante, aiutava qualcuno a caricare scatole. La realtà si piegava.

Alessio si sedette, come una statua, sulla panchina a fissare il tempo.

Dopo dieci minuti, dal portone uscì una donna in vestito blu. Capelli scuri raccolti in una bella molletta, trucco leggero. Gli occhi brillavano come serate sulla costa ligure.

Alessio stentava a credere: era Martina. Sua Martina. Ma unaltra.

Portava una borsa, e luomo scrutava ogni suo movimento con premura. Laiutò a sedersi con gesti di cristallo.

Alessio si sciolse, si avvicinò allauto.

Martina!

Lei si voltò. Il volto era sereno, luminoso, senza quella patina di stanchezza consueta.

Ciao, Ale.

Sei tu?

Luomo sulla guida trattenne il respiro; Martina gli sfiorò la mano, come a dire che andava tutto bene.

Sì, sono io. È solo che tu hai smesso di vedermi

Mar, aspetta. Possiamo parlare.

Di cosa? chiese tranquilla. Ricordi che tu stesso dicevi che una donna deve essere sempre bella. Allora ho seguito il tuo consiglio.

Ma non intendevo così! ad Alessio il cuore scivolava tra le costole.

Che volevi, Ale? Che tornassi bella, solo per te? Interessante, ma solo tra le mura domestiche? Imparassi ad amarmi, ma non abbastanza da andarmene da chi non mi vede?

Ogni parola era una mattonella che si decostruiva sotto i suoi piedi.

Sai, continuò dolce , ho capito che avevo smesso di prendermi cura di me, non per pigrizia, ma perché ero diventata invisibile. In casa mia, nella mia vita.

Non volevo

Sì, volevi. Una moglie invisibile che fa tutto, ma non ti disturba. Che si può cambiare, se te ne stanchi, con una versione più brillante.

Luomo disse qualcosa a Martina. Lei annuì.

Dobbiamo andare, Ale. Vladimir ci aspetta.

Vladimir? Alessio sentiva la bocca asciutta. Chi sarebbe?

Uno che mi vede. Martina rispose. Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mamma ne hanno appena aperta una. Immagina, a quarantadue anni la mia prima esperienza sportiva.

Non fare così, Martina. Proviamoci ancora. Sono stato un idiota, ma ora capisco.

Ale, occhi fissi , ricordi quando mi hai detto lultima volta che ero bella?

Alessio non ricordava.

Quando mi hai chiesto dellumore mio?

Alessio capì che non era Vladimir il problema. Era lui.

Il motore si accese.

Non sono arrabbiata con te, Ale. Mi hai insegnato una cosa: se non mi guardo io, non mi vedrà nessuno.

Lauto partì, portando via il tempo.

Alessio rimase davanti al portone così come si rimane davanti a un tramonto destate. Non era la moglie ad andarsene, era la sua vita. Quindici anni che pensava fossero routine, e invece erano felicità.

Solo che non lo sapeva.

Sei mesi dopo, Alessio incrociò Martina in un supermercato a Firenze. Era casuale come un lampione acceso a mezzogiorno.

Martina esplorava i chicchi di caffè, leggeva le etichette. Vicino a lei cera una ragazza di ventanni.

Prendi questo, diceva la ragazza. Papà dice che larabica è meglio della robusta.

Martina? si avvicinò.

Lei si voltò. Sorrise, il sorriso di chi ha trovato il proprio posto.

Ciao, Ale. Ti presento Anastasia, la figlia di Vladimir. Ana, lui è Alessio, il mio ex marito.

Anastasia annuì. Bella, forse studentessa, lo guardava senza giudizio.

Come va? chiese lui.

Bene. E tu?

Sì, tranquillo.

Il silenzio ondeggiava tra i barattoli di caffè, mentre Alessio fissava Martina. Abbronzata, blusa leggera, nuovo taglio di capelli. Felice. E questa era la novità: era davvero felice.

E tu? chiese lei. Come va la vita sentimentale?

Niente di speciale, sospirò.

Martina lo fissò curiosa.

Sai Ale, cerchi una donna che sia bella come Cristina, ma docile come ero io. Intelligente, ma non troppo. Così non si accorgerebbe di come guardi le altre.

Anastasia ascoltava, occhi grandi come la luna.

Non esiste una donna così, concluse Martina tranquilla.

Andiamo? intervenne Anastasia. Papà ci aspetta in macchina.

Sì, Martina prese il pacco di caffè. Buona fortuna, Ale.

Si allontanarono, lasciando Alessio tra le corsie di un sogno dove il tempo aveva rincorso se stesso.

Quella sera Alessio si svuotò una tazza di tè, pensando a Martina e alla metamorfosi che aveva compiuto. Capì che certe perdite sono lunico specchio che riflette la vera ricchezza di ciò che avevamo.

Forse la felicità non è trovare la moglie perfetta, ma imparare a vedere davvero la donna accanto a sé, prima che diventi invisibile anche nei sogni.

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– Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? – chiese Marco. La risposta di sua moglie lo lasciò di sasso Marco finiva il caffè e osservava di sbieco Francesca. Capelli raccolti con un elastico di qualche tipo… da bambina, coi gattini dei cartoni animati. Invece Claudia del piano di sopra era sempre vivace, curata, con quel profumo costoso che rimaneva nell’ascensore anche dopo che era uscita. – Sai – Marco posò il telefono – a volte mi sembra che viviamo insieme come… vicini di casa. Francesca si fermò, lo straccio si bloccò nella sua mano. – Che vuol dire? – Niente di particolare. Dico solo, quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? A quel punto lei lo guardò. A lungo. E Marco sentì che qualcosa stava andando fuori controllo. – E tu, Marco, quando è stata l’ultima volta che mi hai guardata tu? – chiese Francesca con voce bassa. Seguì una pausa imbarazzante. – Francesca, non drammatizzare. Dico solo che una donna dovrebbe essere sempre splendida. Basta guardare Claudia… Eppure, ha la tua età. – Ah… Claudia. E qualcosa nel suo tono mise Marco sull’attenti. Era come se avesse capito una cosa importante. – Marco – disse dopo una pausa – forse è il caso che io vada un po’ da mia madre. Rifletto sulle tue parole. – Va bene. Vivremo separati per un po’, vediamo come va. Non è che ti sto cacciando! – Sai – Francesca appese lo straccio con cura – forse è vero, devo proprio riguardarmi allo specchio. E partì a fare la valigia. Marco restò in cucina a pensare: “Cavolo, era proprio quello che volevo”. Solo che invece di essere felice, sentiva un vuoto. Per tre giorni Marco visse come in vacanza. Caffè lento al mattino, la sera faceva quello che gli pareva. Niente serie tv strappalacrime. Libertà, capite? La tanto sospirata libertà maschile. La sera incontrò Claudia davanti al portone. Portava le borse della “Esselunga”, tacco alto, vestito perfetto. – Marco! – sorrise – Tutto bene? Non vedo Francesca da un po’. – È da sua madre in questo periodo. Si riposa, – mentì serenamente. – Ah. – Claudia annuì comprensiva – A volte le donne hanno bisogno di staccare. Dalla casa, dalla routine. Lo diceva come se lei la routine non l’avesse mai vista: casa che si pulisce da sola, cena che appare per magia. – Cla’, che ne dici di un caffè, così… tra vicini? – Volentieri, – sorrise lei. – Domani sera? Marco trascorse tutta la notte a pensare al giorno dopo. Camicia o maglione? Jeans o pantaloni? Il profumo, meglio non esagerare. Al mattino squillò il telefono. – Marco? – voce sconosciuta. – Sono Lucia, la mamma di Francesca. Il cuore gli si fermò. – Sì, mi dica. – Francesca mi ha chiesto di dirle che sabato verrà a prendere le sue cose, mentre lei non è in casa. Lascerà le chiavi dal portinaio. – Aspetti, prende le cose? – Ma che pensava? – nel tono di Lucia c’era una nota tagliente – Mia figlia non intende passare la vita ad aspettare che lei decida se vuole davvero stare con lei oppure no. – Lucia, io non ho mai… – Ha detto abbastanza. Arrivederci, Marco. E riattaccò. Marco restò in cucina a fissare il telefono. Cos’era successo? Non stavano divorziando! Aveva solo chiesto una pausa. Un po’ di tempo per pensare. E invece avevano già deciso tutto senza di lui! La sera il caffè con Claudia fu strano. Lei era gentile, raccontava aneddoti sulla banca dove lavorava, rideva alle sue battute. Ma quando lui provò a toccarle la mano, lei si scostò con delicatezza. – Marco, capisce… non posso. Lei è sposato. – Ma ora viviamo separati. – Ora, sì. E domani? – Claudia lo fissò intensamente. Marco l’accompagnò al portone e salì da solo. Casa piena di silenzio e odore di libertà da scapolo. Arrivò sabato. Uscì apposta di casa, non voleva scene, spiegazioni o lacrime. Che Francesca prendesse quello che voleva, in pace. Ma alle tre la curiosità lo divorava. Cosa aveva preso? Tutto? Solo il necessario? E, davvero, com’era? Alle quattro cedette e tornò a casa. Davanti al portone una macchina con targa locale. Al volante un uomo sui quarant’anni, curato, giacca nuova. Aiutava qualcuno a caricare delle scatole. Marco si sedette sulla panchina a aspettare. Dopo dieci minuti uscì una donna col vestito blu. Capelli scuri raccolti con una bella molletta invece della solita con i gattini. Trucco leggero che risaltava gli occhi. Marco guardava incredulo. Era Francesca. La sua Francesca. Solo diversa. Caricava l’ultima valigia, e l’uomo le fece subito posto, aiutandola a salire in macchina con delicatezza. Come fosse di cristallo. Marco non tenne più. Si alzò e si avvicinò alla macchina. – Franci! Lei si voltò. E lui vide il suo viso. Sereno, bello. Senza quella stanchezza eterna che ormai dava per scontata. – Ciao, Marco. – Sei… tu? L’uomo al volante si irrigidì, ma lei lo tranquillizzò con una mano – tutto bene. – Sì, – rispose semplicemente. – Solo che tu non mi vedevi da tempo. – Francesca, aspetta. Possiamo parlarne. – Di cosa? – nessuna rabbia nella voce, solo sorpresa. – Sei stato tu a dire che una donna deve apparire sempre splendida. Eccomi: ti ho ascoltato. – Ma non intendevo questo! – gli batteva il cuore in gola. – Che volevi, Marco? – Francesca inclinò leggermente la testa. – Che diventassi bellissima solo per te? Interessante ma solo tra queste mura? Che curassi me stessa, ma non troppo da lasciarti se tu non mi vedi più? Ad ogni parola sentiva qualcosa scivolare via dentro di sé. – Sai – proseguì dolcemente lei – ho capito che ho smesso di curarmi, non per pigrizia. Ma perché mi ero abituata a essere invisibile. Nella mia casa, nella mia vita. – Francesca, non era questo che volevo. – Sì, invece. Volevi una moglie invisibile, che fa tutto senza disturbare. E quando ci si stufa, si può cambiare con un modello più allegro. L’uomo in macchina le disse qualcosa, lei annuì. – Dobbiamo andare – disse a Marco – Alessandro ci aspetta. – Alessandro? Chi sarebbe? – Una persona che mi vede, – rispose Francesca. – Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mia madre hanno aperto un centro fitness. Immagina: a quarantadue anni ho messo piede in palestra per la prima volta. – Franci, basta. Diamoci un’altra possibilità. Sono stato uno stupido. – Marco, – lo guardò a lungo – ricordi quand’è stata l’ultima volta che mi hai detto che ero bella? Marco taceva. Non ricordava. – O quando hai chiesto come stavo? Capì di aver perso. Non contro Alessandro. Né contro il destino. L’aveva persa da solo. Alessandro accese il motore. – Marco, non ho rancore. Davvero. Mi hai aiutato a capire una cosa importante: se non mi vedo io per prima, nessuno mi vedrà mai. La macchina partì. Marco rimase davanti al portone a guardare la vita che se ne andava. Non la moglie – la vita. Quindici anni che aveva scambiato per routine, e invece era felicità. Solo che non lo aveva mai capito. Sei mesi dopo, Marco incontrò Francesca al centro commerciale. Per caso. Lei sceglieva il caffè in chicchi, leggeva le etichette con attenzione. Accanto una ragazza sui vent’anni. – Prendiamo questo – diceva Francesca – Papà dice che arabica è meglio della robusta. – Francesca? – Marco si fece avanti. Lei si voltò. Sorrise – leggera, naturale. – Ciao, Marco. Ti presento: questa è Chiara, la figlia di Alessandro. Chiara, questo è Marco, il mio ex marito. Chiara annuì gentile. Bella ragazza, forse all’università. Guardava Marco curiosa, senza ostilità. – Come va? – chiese lui. – Bene. E tu? – Così così. Seguì una pausa imbarazzante. Che si dice all’ex moglie, ormai diversa? Rimasero davanti agli scaffali del caffè e Marco la osservava. Abbronzata, blusa estiva, taglio nuovo. Felice. Proprio così: felice. – E tu? – chiese lei – Come va la vita sentimentale? – Niente di particolare, – sospirò lui. Francesca lo fissò. – Sai, Marco, cerchi una donna bella come Claudia ma docile come io ero. Intelligente ma non troppo, così non vede che ti piacciono anche le altre. Chiara ascoltava il dialogo a occhi sgranati. – Una donna così non esiste, – concluse Francesca pacata. – Francesca, andiamo? – intervenne Chiara – Papà ci aspetta in macchina. – Sì, arrivo. – Francesca prese il caffè. – Buona fortuna, Marco. Se ne andarono, lasciando Marco tra gli scaffali. E pensò che Francesca aveva ragione. Stava davvero cercando una donna che non esiste. La sera si sedette in cucina con il tè. Pensò a Francesca, a come era cambiata. E che a volte una perdita è l’unica strada per capire il valore di ciò che si aveva. Forse la felicità non è trovare una moglie comoda. Ma imparare a vedere davvero la donna che si ha accanto.
È entrata senza bussare, tenendo tra le mani qualcosa che si muoveva.