Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio? chiese il marito, in tono che sembrava dissolversi come zucchero nel caffè. La risposta di sua moglie fu sorprendentemente strana.
Alessio finiva il suo espresso, osservando di sbieco Martina che strofinava il tavolo della cucina. I capelli raccolti in una coda con un elastico di quando era bambina, pieno di gattini disegnati, come se i felini animati potessero tenerle insieme i pensieri.
La vicina, Cristina dallappartamento di fronte, era sempre unesplosione di colori. Il profumo delle sue acque di colonia francesi rimaneva sospeso nellascensore come una promessa anche dopo che lei spariva, lasciando dietro una scia visibile solo nei sogni.
Sai, disse Alessio abbandonando il cellulare come si lascia una palla magica nella sabbia , a volte penso che viviamo come se fossimo coinquilini.
Martina si fermò. Il panno tra le sue dita smise di vivere.
Cosa significa?
Nulla di speciale. Solo, mi chiedo quando è stata lultima volta che ti sei guardata allo specchio?
Martina lo fissò, profondamente. Alessio sentì che la realtà si piegava in una direzione che non aveva contemplato.
E tu, quando è stata lultima volta che hai guardato veramente me? sussurrò lei, la sua voce sembrava una carezza nella nebbia.
Il silenzio si allungò tra loro, come il crepuscolo su un vicolo di Milano.
Dai, non drammatizzare, Marti. Dico solo che una donna dovrebbe sempre essere spettacolare. Non è difficile! Guarda Cristina. Eppure ha la tua età.
Ah, disse Martina. Cristina.
Qualcosa nelle sue parole faceva vibrare un senso che Alessio non riusciva ad afferrare. Come se avesse appena decifrato una formula segreta.
Ale, riprese dopo una pausa irreale , facciamo così. Vado un po da mia madre. Rifletto su quello che hai detto.
Facciamo che sì. Viviamo separati, pensiamo. Solo non sentirti cacciata!
Sai, Martina appese il panno al gancio con una attenzione da orafa , forse ho davvero bisogno di guardarmi allo specchio.
E incominciò a preparare la valigia, i vestiti sembravano piegarsi da soli.
Alessio rimase in cucina a pensare: Accidenti, era proprio quello che volevo. Eppure la gioia somigliava a un vento che portava via la sabbia sotto i piedi.
Per tre giorni, Alessio vagò nel suo appartamento come se fosse una vacanza. Il caffè la mattina senza fretta, la sera libertà totale: niente serie tv sulle passioni tradite.
Libertà, ecco. Quella libertà maschile tanto agognata che si scioglie come burro al sole.
Una sera incontrò Cristina davanti al portone. Portava sacchetti di Eataly, tacchi alti, un vestito che sembrava cucito con filo doro.
Alessio! sorrise. Come va? Sai, è da tempo che non vedo Martina.
È da sua madre per un po. Sta riposando, inventò lui, facile come una moneta da un euro lasciata su un tavolo di bar.
Certo. Cristina annuì come se sapesse tutto. A volte alle donne serve una pausa. Da casa, dalla normalità.
Parlava come se la sua casa si pulisse da sola e la cena saltasse fuori da una bottiglia di vino rosso.
Cris, magari ci prendiamo un caffè un giorno? Da buoni vicini.
Ma sì, domani sera va bene? ridacchiò lei, e la notte si riempì di abiti e profumi immaginari.
Quella notte Alessio inventariò le possibilità: camicia bianca o azzurra, jeans o pantaloni, profumo sì, ma non troppo.
Al mattino il telefono suonò come se portasse notizie dal futuro.
Pronto, Alessio? voce sconosciuta. Sono Luciana, la mamma di Martina.
Il cuore saltellò come ghiaccioli sciolti nel caldo di Roma.
Sì, mi dica.
Martina voleva farti sapere che sabato passa a prendere le sue cose, quando tu non sarai in casa. Lascerà le chiavi dalla portinaia.
Aspetti, cosa vuol dire prendere le sue cose?
Ma cosa pensavi? nella voce di Luciana cera la lama di un coltello. Mia figlia non può aspettare eternamente che tu decida se le vuoi bene.
Non ho detto nulla di strano, signora.
Hai detto abbastanza. Buona fortuna, Alessio.
La chiamata si chiuse come una finestra al tramonto.
Alessio rimase in cucina, fissando il telefono come se fosse un oracolo. Che diavolo succedeva? Non era mica un divorzio! Voleva solo una piccola pausa, un esercizio di pensiero.
Avevano già deciso tutto. Senza di lui.
La sera, il caffè con Cristina fu irrealmente bello. Lei parlava del suo lavoro in banca, rideva alle sue battute. Ma quando lui tentò di prenderle la mano, lei si scostò leggera.
Alessio, capisci non posso. Sei sposato.
Ma ora viviamo separati.
Adesso. E domani? rispose Cristina con occhi di chi vede oltre la nebbia.
Laccompagnò al portone, salì nel suo appartamento, accolto da un silenzio che odorava di chi vive solo.
Sabato arrivò come una pagina piegata in due. Alessio uscì a zonzo, non voleva scene, lacrime, spiegazioni. Voleva che Martina recuperasse ciò che serviva senza testimoni.
Ma alle tre il desiderio di sapere lo divorava. Aveva preso tutto? Solo lessenziale? E che aspetto aveva ora?
Alle quattro crollò, tornò a casa.
Davanti al portone cera unauto con la targa della città. Un uomo di circa quarantanni, elegante, aiutava qualcuno a caricare scatole. La realtà si piegava.
Alessio si sedette, come una statua, sulla panchina a fissare il tempo.
Dopo dieci minuti, dal portone uscì una donna in vestito blu. Capelli scuri raccolti in una bella molletta, trucco leggero. Gli occhi brillavano come serate sulla costa ligure.
Alessio stentava a credere: era Martina. Sua Martina. Ma unaltra.
Portava una borsa, e luomo scrutava ogni suo movimento con premura. Laiutò a sedersi con gesti di cristallo.
Alessio si sciolse, si avvicinò allauto.
Martina!
Lei si voltò. Il volto era sereno, luminoso, senza quella patina di stanchezza consueta.
Ciao, Ale.
Sei tu?
Luomo sulla guida trattenne il respiro; Martina gli sfiorò la mano, come a dire che andava tutto bene.
Sì, sono io. È solo che tu hai smesso di vedermi
Mar, aspetta. Possiamo parlare.
Di cosa? chiese tranquilla. Ricordi che tu stesso dicevi che una donna deve essere sempre bella. Allora ho seguito il tuo consiglio.
Ma non intendevo così! ad Alessio il cuore scivolava tra le costole.
Che volevi, Ale? Che tornassi bella, solo per te? Interessante, ma solo tra le mura domestiche? Imparassi ad amarmi, ma non abbastanza da andarmene da chi non mi vede?
Ogni parola era una mattonella che si decostruiva sotto i suoi piedi.
Sai, continuò dolce , ho capito che avevo smesso di prendermi cura di me, non per pigrizia, ma perché ero diventata invisibile. In casa mia, nella mia vita.
Non volevo
Sì, volevi. Una moglie invisibile che fa tutto, ma non ti disturba. Che si può cambiare, se te ne stanchi, con una versione più brillante.
Luomo disse qualcosa a Martina. Lei annuì.
Dobbiamo andare, Ale. Vladimir ci aspetta.
Vladimir? Alessio sentiva la bocca asciutta. Chi sarebbe?
Uno che mi vede. Martina rispose. Ci siamo conosciuti in palestra. Vicino a casa di mamma ne hanno appena aperta una. Immagina, a quarantadue anni la mia prima esperienza sportiva.
Non fare così, Martina. Proviamoci ancora. Sono stato un idiota, ma ora capisco.
Ale, occhi fissi , ricordi quando mi hai detto lultima volta che ero bella?
Alessio non ricordava.
Quando mi hai chiesto dellumore mio?
Alessio capì che non era Vladimir il problema. Era lui.
Il motore si accese.
Non sono arrabbiata con te, Ale. Mi hai insegnato una cosa: se non mi guardo io, non mi vedrà nessuno.
Lauto partì, portando via il tempo.
Alessio rimase davanti al portone così come si rimane davanti a un tramonto destate. Non era la moglie ad andarsene, era la sua vita. Quindici anni che pensava fossero routine, e invece erano felicità.
Solo che non lo sapeva.
Sei mesi dopo, Alessio incrociò Martina in un supermercato a Firenze. Era casuale come un lampione acceso a mezzogiorno.
Martina esplorava i chicchi di caffè, leggeva le etichette. Vicino a lei cera una ragazza di ventanni.
Prendi questo, diceva la ragazza. Papà dice che larabica è meglio della robusta.
Martina? si avvicinò.
Lei si voltò. Sorrise, il sorriso di chi ha trovato il proprio posto.
Ciao, Ale. Ti presento Anastasia, la figlia di Vladimir. Ana, lui è Alessio, il mio ex marito.
Anastasia annuì. Bella, forse studentessa, lo guardava senza giudizio.
Come va? chiese lui.
Bene. E tu?
Sì, tranquillo.
Il silenzio ondeggiava tra i barattoli di caffè, mentre Alessio fissava Martina. Abbronzata, blusa leggera, nuovo taglio di capelli. Felice. E questa era la novità: era davvero felice.
E tu? chiese lei. Come va la vita sentimentale?
Niente di speciale, sospirò.
Martina lo fissò curiosa.
Sai Ale, cerchi una donna che sia bella come Cristina, ma docile come ero io. Intelligente, ma non troppo. Così non si accorgerebbe di come guardi le altre.
Anastasia ascoltava, occhi grandi come la luna.
Non esiste una donna così, concluse Martina tranquilla.
Andiamo? intervenne Anastasia. Papà ci aspetta in macchina.
Sì, Martina prese il pacco di caffè. Buona fortuna, Ale.
Si allontanarono, lasciando Alessio tra le corsie di un sogno dove il tempo aveva rincorso se stesso.
Quella sera Alessio si svuotò una tazza di tè, pensando a Martina e alla metamorfosi che aveva compiuto. Capì che certe perdite sono lunico specchio che riflette la vera ricchezza di ciò che avevamo.
Forse la felicità non è trovare la moglie perfetta, ma imparare a vedere davvero la donna accanto a sé, prima che diventi invisibile anche nei sogni.




