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040
Dopo aver parlato con la bambina adottata, ho capito che non tutto era come sembrava.
Dopo ce ho fatto due chiacchiere con la bambina adottata, ho capito che non tutto era così limpido come sembrava.
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03
Bisogna dare retta alla mamma: una storia di giovani amori, famiglie italiane e lezioni di vita tra affitti, sacrifici e verità svelate
Bisogna ascoltare la mamma Ma perché sei sempre arrabbiata, mamma? Sei forse gelosa che io sia felice?
Kuzia Il matrimonio è finito, gli invitati se ne sono andati e nostra figlia si è trasferita dal marito. La casa è rimasta vuota. Dopo una settimana passata a struggersi nel silenzio, io e mia moglie abbiamo deciso di prendere un animale domestico. Lo volevamo come degno sostituto della figlia, per non lasciar svanire i nostri istinti genitoriali di nutrire, educare, portare a spasso e pulire i disastri di qualcun altro. Sognavo anche che, a differenza della mia ragazza, la bestiola non avrebbe ringhiato, rubato le mie sigarette o frugato rumorosamente in frigorifero di notte. Non avevamo ancora deciso che animale scegliere: avremmo deciso sul posto. La domenica ci siamo diretti al mercato degli animali di Porta Portese. All’ingresso vendevano graziosi porcellini d’India. Ho guardato interrogativo mia moglie. — Non va bene, ha tagliato corto lei, la nostra era terrestre. I pesci tacevano, i pappagalli — colorati e chiassosi — scatenavano invece in mia moglie allergia al piumaggio. A me intrigava una piccola scimmia: le sue smorfie ricordavano quelle di mia figlia nell’adolescenza. Ma mia moglie ha minacciato di stendersi morta tra me e lei, così ho dovuto rinunciare: in fondo con la scimmia ci conoscevamo da appena cinque minuti, con mia moglie ormai da anni. Restavano cani e gatti. Ma i cani bisogna portarli fuori sempre, e i gatti sono impegnativi: non mi vedevo certo vendere cuccioli alla fermata della metro. Insomma, gatto. Il nostro Gatto l’abbiamo riconosciuto subito. Sdraiato in un acquario di plexiglass, circondato da gattini confusi che sfregavano col naso il suo pancione e tiravano le zampette nel sonno. Il Gatto dormiva. Sul vetro la targhetta: Kuzia. La venditrice ci ha raccontato una storia commovente di un’infanzia difficile: il cane cresciuto con lui aveva rischiato di sbranarlo, e non c’era più posto per lui in casa. Esteticamente era un persiano grigio dall’aspetto regale. Ma mancavano i documenti che certificassero che il naso schiacciato fosse un tratto di razza e non un incidente. Secondo quei documenti, ormai persi, il vero nome era Kaiser, ma rispondeva perfettamente a Kuzia. Così l’abbiamo preso. Il viaggio verso casa è andato bene: Kuzia ha ronfato tranquillo sotto il sedile in macchina. Già sulle scale, sicura della mia avversione alla mutilazione, mia moglie mi ha domandato con perfidia: — Sei sicuro che non sia castrato? Mi sono irrigidito. Non che io abbia pregiudizi contro le minoranze, ma un gatto castrato mi ricorda Quasimodo: orrendamente mutilato dagli umani. Ho steso Kuzia sul pianerottolo e, a lume d’ombra, ho tentato una visita urologica. Gli attributi felini erano difficilmente visibili tra il pelo infeltrito. Ho provato a sentire, con delicatezza. Il Gatto ha miagolato con sdegno, ma, pareva, tutto fosse al suo posto. Quella sera nostra figlia è venuta in visita, a fare l’inventario del frigo. Appena visto Kuzia, ha lasciato il dolce e si è gettata su di lui. Insieme alla madre lo hanno lavato in vasca con lo shampoo per bambini. Poi lo hanno avvolto come un neonato e asciugato, naturalmente con il mio asciugamano. Assunto un aspetto decoroso, mia moglie ha cominciato a pettinarlo, tagliando via i nodi di pelo. Il gatto protestava piagnucolando. Ho preferito lasciarle lavorare e sono andato in cucina con una birra. L’idillio si è spezzato all’improvviso da un urlo felino e dal rumore di vetri in frantumi, seguito da un lamento lacerante. Ho posato la birra e sono accorso. Mia moglie era seduta sul divano, cullandosi e mostrando mani rigate di sangue dalle graffiature. Attorno, forbici e ciuffi di pelo ovunque. Ci siamo avvicinati con nostra figlia al capezzale della sofferente. — Cosa succede? Mia moglie ci ha fissato disperata e ha gemuto: — Ie-e-e-ova… — Che uova? — Si sono staccate! — Da dove? — Dal gatto! Non sono un veterinario, ma la convinzione che certe cose non cadano via così mi pare solida. Soprattutto nei gatti. A fatica, tra lacrime e singhiozzi, abbiamo cercato di capire. Sarebbe stato meglio se avessi soffocato l’istinto omicida che mi viene di fronte a una donna che piange: sempre per compassione, come si fa con un soldato agonizzante. Perché non soffra lei e non torturi chi le sta intorno. Alla fine, mia moglie ha aperto i pugni: nelle mani insanguinate e bagnate di lacrime, due batuffoli pelosi. Il pelo grigio era chiazzato di sangue. Aveva tagliato — insieme ai nodi — anche ciò che credeva essere i gioielli. In realtà, a detta sua, proprio quelli. Dalle sue lacrime si capiva che, mentre tagliava tra le zampe, il gatto s’era mosso, e la forbice aveva reciso tutto ciò che c’era nel mucchio. Il gatto era urlato dal dolore e si era nascosto sotto il divano, graffiando furiosamente le mani di mia moglie e, di passaggio, spaccando anche un vaso. Francamente, se fossi stato nei suoi panni, avrei fatto ancora peggio. L’ho anche detto a mia moglie, che si è rimessa a ululare. Io e mia figlia ci siamo armati di scopa e ci siamo sdraiati sul pavimento. Nell’angolo più buio e polveroso, brillavano gli occhi gialli del neo-castrato. Miagolava con tono minaccioso e non rispondeva alle nostre offerte di wurstel. E come uomo posso comprenderlo. Mia figlia avanzava la scopa sotto il divano, io tentavo di afferrarlo quando usciva una zampa. Ma il gatto era astuto e non si lasciava prendere: ringhiava e graffiava il manico di legno. Finalmente, afferrata la scopa, si trascinava verso di noi. Era uno spettacolo: occhi gialli impazziti, baffi intrisi di polvere, e la coda grigia piena di lanugine da sotto-divano. Mez’ora con mia moglie e da splendido persiano era diventato un randagio. Il paragone che mi venne in mente mi fece quasi impressione. Stretto tra le mie braccia, il bestione si calmò a poco a poco e cominciò a fare le fusa. Forti e roca, a occhi semi-chiusi. A quanto pareva, mia moglie si era sbagliata: bisogna essere proprio stupidi a fare le fusa dopo una castrazione. Ma la mia signora, sulle punte e senza toccarlo, insisteva: — Sta male? Rantola? Chiamo il veterinario! Il gatto ha fessurato l’occhio e, vista la torturatrice, ha smesso di fare le fusa. Credo fosse tentato di smettere di respirare. Ho allontanato le donne e portato il gatto in cucina. Lì abbiamo bevuto birra insieme, sfogando lo stress. Io gli raccontavo quanto è dura la vita di un maschio se in casa regnano solo donne, e Kuzia miagolava in segno di comprensione. Dopo un po’ si è sdraiato a pancia in su sulle mie ginocchia, facendo le fusa e riscaldando l’anima. In quel clima d’intimità, mi sono permesso di controllare con delicatezza: volevo essere sicuro che ciò che mia moglie aveva tagliato non compromettesse il futuro riproduttivo del gatto. Ma la visita ha confermato i miei sospetti: i segni di un maschio non c’erano. Neanche a scavare tra il pelo. Niente. E non ci sarebbero mai stati. Sulle ginocchia stava una gatta. Una bella persiana grigia, con la pancia rotonda. Quello che mia moglie aveva tagliato era solo un ciuffo di peli incollati e sangue dalle sue stesse graffiate. Non siamo andati a prendercela con la venditrice per l’inganno. Le esperienze in comune ci hanno uniti. E ora non si chiama più Kuzia. Ieri, tra l’altro, la nostra Kosa ha partorito quattro soffici micetti. E in casa, finalmente, ci sono di nuovo bambini.
CarloIl matrimonio era finito, gli invitati se n’erano andati e nostra figlia si era trasferita
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092
I nostri parenti sono venuti a trovarci portando regali, ma poco dopo hanno preteso che li mettessimo subito in tavola
Allora, ascolta qui ce mi è successo: i nostri parenti sono venuti a trovarci e, come succede spesso
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01
Solo con il test del DNA. Non vogliamo figli di altri, – ha dichiarato la suocera – Solo centomila euro! – sogghignò Elisabetta. – Valuti così poco la libertà del tuo figliolo? Magari riesci a raccattare persino duecentomila? – Se serve, li trovo, – borbottò Maria. – Quindi, accetti? Se è solo questione di soldi… – Dimmi la verità, Maria, ci hai pensato molto prima di propormi questa cosa? – chiese Elisabetta. – Mettiamo da parte i soldi per ora! Parlamene da donna a donna! – Su, non facciamo la morale, – fece una smorfia Maria, – nessuno è senza peccato! Tu, da mamma con tanti figli, dovresti capire che per il proprio bambino… – Vuoi forse comprarmi? – incalzò Elisabetta. – O vuoi comprare mia Daria? Pensi che siamo tanto disperate che bastano due soldi per sistemare tutto e renderci felici? E che tuo Ivan abbia prima riempito la testa di mia Daria di promesse, poi l’abbia messa incinta e ora… Non so neanche come dirlo. Se la stia svignando o se si sia rifugiato sotto le gonne di mammà! Perché, insomma, si occupino gli altri dei suoi guai! – Elisabetta, guardiamoci in faccia, – disse Maria. – Ivan ha solo diciott’anni! Non è pronto per famiglia e figli! Deve studiare, trovarsi un lavoro! Dove credi che andrà, se deve già portarsi dietro il peso di una famiglia con bambino? – E prima non ci pensava Ivan, quando si è avvicinato a mia Daria? – ridacchiò Elisabetta. – Sta iniziando ora la vita da adulto responsabile! Ha fatto un figlio, che se ne assuma la responsabilità! Altrimenti ci sono un sacco di possibilità! Tribunali, alimenti… Maria rimase sbalordita. – Ti entrerà una cornacchia in bocca, resta così! – sbottò Elisabetta. – Non pensare che siccome sto via da mattina a sera non sappia nulla! – Non voglio litigare, sono venuta a risolvere tutto in pace! – riuscì a dire Maria. – Sono pronta a pagare, per così dire, il disturbo! – E perché dovresti pagare? – domandò Elisabetta. – Perché tuo Ivan ha messo incinta mia Daria? O perché la sta evitando da due mesi? O perché credi che mia Daria dovrebbe abortire? O vuoi già darmi la prima rata dei futuri alimenti, quando nascerà il bambino? Maria vacillò davanti a quella valanga. Ma la prospettiva che quest’ultima ipotesi potesse diventare realtà, la turbava di più di tutte. Perché in tal caso, suo figlio sarebbe sempre a rischio, tirato dentro quella faccenda! – Non cambiarmi le carte in tavola! – disse Maria puntando il dito. – Ti sto offrendo soldi veri per chiudere la questione per sempre! Come lo farai, a me non importa! Volete abortire? Abortite! Volete tenerlo? Crescetelo voi! Oppure lasciatelo alla casa-famiglia! Basta che Ivan non abbia mai più nulla a che fare con questa storia! Se non basta, dimmi quanto vuoi! Al massimo chiedo un prestito a mio marito! – Maria, ma perché non te ne vai da un’altra parte! – replicò Elisabetta. – Io, come donna perbene, non posso dirti dove. Ma visto che hai avuto il coraggio di venire con questa proposta, certo la parola “perbene” non la conosci! Quindi sai bene dove andare e quanto in fondo puoi infilare i tuoi soldi! – Elisabetta, troviamo una soluzione pacifica! – disse Maria furibonda. – Vai in pace! – rispose Elisabetta. – O slego il cane! Non era chiaro se Maria fosse riuscita a salvare suo figlio, ma finché Elisabetta era furiosa, di certo Daria non si sarebbe avvicinata a Ivan. Così lui avrebbe avuto tempo di riprendersi e continuare gli studi con calma. E se Elisabetta avesse cambiato idea, Ivan avrebbe fatto perdere le proprie tracce. Lo avrebbero mandato a studiare in città. E la città è grande! È facile sparire e nessuno ti trova più! Maria a stento resistette dall’afferrare Elisabetta per le trecce: – Guarda un po’, che principesca! Schifa pure i soldi! E sono pure venuta con le migliori intenzioni! Quella, invece, slega il cane! Ma con gente come lei neanche un passo insieme, ti rivolta come un calzino! Ma allora Maria non sapeva che quella storia era solo l’inizio, e non la fine. Anche se, in realtà, era iniziata un po’ prima. I genitori raramente scoprono in tempo i problemi dei figli. Spesso, succede quando ormai è tardi, o quasi. E non resta che sperare che non sia troppo tardi per rimediare. Quando Maria seppe dalla “cornacchia” del paese che Ivan aveva messo incinta la figlia di Elisabetta, il cuore le si fermò. – Impossibile che il mio Ivan si sia interessato a Daria! Lei… – per non farsi scappare qualcosa di brutto, cambiò subito tono, – viene da una famiglia numerosa! Non ha nulla di speciale! Ivan non l’avrebbe mai guardata! – Ti racconto solo quello che so, – disse la signora Ignazia. – Se non mi credi, chiedi in giro! Lo sanno tutti! Solo tu no! Tra le risate rauche di Ignazia, Maria rientrò in casa. Né marito né figlio c’erano, erano andati nel bosco all’alba. Tornavano solo la sera. Maria avrebbe dovuto sbrigare le faccende, ma tutto le cadeva di mano. Non riusciva a togliersi la notizia dalla testa. – Ma dove stavano guardando? Perché? E proprio a chi? Cosa ce ne facciamo di questi impicci? Consumata dai nervi, Maria quasi impazziva fino a sera. Appena Ivan arrivò, cominciò l’interrogatorio: – Ma che ti è saltato in mente? Non c’erano altre ragazze in paese? Ivan dovette confessare. E pensava di restare nascosto fino a fine vacanze, o scappare nel paese vicino, dove studiava all’istituto. Lì sì che non l’avrebbero trovato! Magari gli sarebbe anche andata liscia! Ma non scampò alla furia materna. Ivan si mise a piangere e a raccontare, cercando di impietosirla. Ivan non era un adone. Né troppo sveglio. Né particolarmente prestante. Insomma, non era il tipo che faceva strage di cuori. Però l’età e gli ormoni spingevano! E gli amici lo prendevano in giro che sarebbe rimasto zitello a vita. – E Daria ha detto di sì! – Daria direbbe di sì anche al diavolo! – sbottò Maria. – Ha già diciannove anni, e i ragazzi la evitano! Ma chi vuoi che voglia prendersi una ragazza con quella famiglia! Sono poverissimi! Un sacco di bambini, il marito malato! Se ti prendi una Daria così, poi ti tocca mantenere tutti quanti! – Mamma, è brava! È dolce e gentile! – singhiozzava Ivan. – E il fatto che sia bruttina non ti ha dato fastidio? – urlò Maria. – Come ti è venuto in mente… Ivan arrossì e abbassò la testa. – Ma chi te l’ha fatto fare! – Maria si prese la testa fra le mani. – È successo solo un paio di volte, – mormorò Ivan. – Ecco, basta poco! – esclamò Maria. – E ora il risultato si vede subito! E tra un anno devi andare all’università! Come pensi di farcela con un bambino? Ti metteranno pure a pagare gli alimenti! – Magari il bambino non è mio? – chiese Ivan con speranza. – Piacerebbe crederlo, ma chi vuoi che se la prenda una così, – sospirò Maria. – In ogni caso, se non si riesce a trovare un accordo, solo con il test del DNA: non vogliamo figli di altri! – Però diceva di essermi fedele, – sussurrò Ivan. – Meglio sperare che abbia mentito, – borbottò Maria, aprendo la scatola dei risparmi. – Grisha! Questo era per il padre di Ivan, così Ivan andò via in punta di piedi. – Grisha, qua non c’è molto! – urlò Maria. – Il grosso è sul conto, – rispose calmo Grisha. – Manca una settimana alla scadenza. Dimenticato? – Eh già! Qua ti prendono pure il cervello! – Maria si lasciò cadere sulla poltrona stringendo la scatola. – Hai sentito che roba ha combinato Ivan? – È diventato uomo! – sorrise Grisha. – Dobbiamo già pensare al matrimonio? – Sei matto? Quale matrimonio? Con chi? – Maria quasi si strozzò. – Mai nella vita! Piuttosto li paghiamo per andarsene! Secondo te, bastano centomila? – E come faccio a saperlo? – si strinse nelle spalle Grisha. – Anche se, con la situazione che ha Elisabetta, forse accetterebbe anche pochi euro! – No, qua pochi spicci non bastano, – scosse la testa Maria. Contò il contante, poi pensò a quello che c’era sul conto. – Abbiamo centomila euro, – dichiarò infine. – Inizio con quelli. Se tratta, do duecentomila! Al massimo, tra una settimana saranno cinquecentomila. Maria annuì, convinta. – Vengo con te? – chiese Grisha. – Meglio se stavi più attento a tuo figlio, così ora non bisognava pagare! – brontolò Maria. – Faccio da sola! *** La risposta di Elisabetta non fu granché chiara, e Daria non serviva neanche consultarla. Tanto non decideva niente. Ma Ivan finì l’estate tranquillo e partì per il paese vicino a studiare. Gli era stato tassativamente vietato di tornare prima dell’estate successiva. E con Ivan ormai fuori dal paese, non se ne parlò più. Le chiacchiere si spostarono su Daria, che ormai si vedeva la pancia crescere e poi partorì. E anche su Elisabetta. – Non sei riuscita nemmeno a farti dare gli alimenti da Ivan! Ora mangiate solo pane e lacrime! Elisabetta, sentendo le voci, rispose a tono: – Non andremo certo a chiedere l’elemosina! Ce la caveremo! A fine giugno, Ivan tornò al paese. Ma i genitori, previdenti, non lo lasciavano uscire. Tanto doveva dare gli esami, poi sarebbe andato in città. Meglio non farsi vedere in giro! L’università lo aspettava. Ma Ivan fallì gli esami così male che non fu accettato nemmeno a pagamento. – Grisha, vai dal comandante delle reclute e arrangiati! – ordinò Maria. – Se lo prendono per il servizio militare, si dimenticherà tutto! Magari l’anno dopo entrerà all’università! Ma non si riuscì a sistemare. E per aver insistito, Grisha finì alle mani e dopo in cella per quindici giorni. Quando Grisha tornò, spiegò come Ivan poteva evitare la chiamata: – Deve sposare Daria e riconoscere il figlio! Finché il bambino non ha tre anni, Ivan ha diritto al rinvio! E poi ne fa un altro a Daria! E ancora rinvio! E poi, magari, arriva anche alla fine del limite d’età! – Ti hanno spaccato pure il cervello? – esclamò Maria. – Non augurerei parenti così nemmeno al mio peggior nemico! – Sennò parte militare! – rispose Grisha. Maria non voleva lasciar partire il figlio più di quanto volesse vederlo sposato con Daria. Ma, come si dice, non c’erano alternative. – Andiamo a pregarla, – si arrese Maria. – Grisha, prendi la scatola dei risparmi! Magari accetta… – Dopo che ti ha mandato a quel paese? – rise amaro Grisha. – E dopo tutto quello che ha sentito quest’anno qui in paese? Forse è meglio lasciarlo fare il militare! Non ci manca solo che Elisabetta ci prenda pure a bastonate! – Mi butterò ai suoi piedi! E anche tu! – aggiunse Maria. – La pregheremo! Le chiederemo scusa! – Non ci credo, Maria, che accetterà. Nemmeno se la paghi! – scosse la testa Grisha. – Dopo tutto questo, non ci scommetto! Meglio portare Ivan nel bosco a vivere, finché non compie ventisette anni! – Prendi la scatola e andiamo! – comandò Maria.
Solo con il test del DNA. Non ci servono figli di altri, aveva sentenziato la suocera. Solo centomila euro!
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015
Senza Diritto di Rifiuto — Torno a casa entro mezzanotte, te lo giuro — disse lui, stringendo la cintura e guardando la moglie. — Massimo le nove, le dieci… Giro un paio d’ore — e basta. La moglie sistemò in silenzio i tovaglioli sulla tavola, spinse la ciotola dell’insalata. Il figlio stava al cellulare, un auricolare in un orecchio, con l’altro ascoltava distrattamente. — Questo lo hai detto anche l’anno scorso — gli ricordò lei. — E pure quello prima. — Quest’anno le tariffe sono alle stelle — provò a scherzare lui. — Peccato non approfittarne. Dobbiamo pensare al mutuo. — E alla festa chi ci pensa? — domandò lei sottovoce. Il figlio alzò lo sguardo. — Papà, dai davvero. Quest’anno almeno sono qui, non dalla nonna o in colonia. Possiamo evitare le storie tipo “torno subito”? Lui fece una smorfia. A quarantacinque anni sapeva bene riconoscere la delusione negli occhi di chi ama. E sapeva anche quanto ci volesse poi a farsi perdonare, girovagando in casa per una settimana. — Non sto fuori tutta la notte — disse più dolcemente. — La tariffa alta dura fino alle dieci. Dopo cala. Alle undici sono sicuro a casa. Guardiamo il discorso del presidente, stappiamo lo spumante, festa come tutti. — Tu non sei come tutti — rise amara la moglie. — Sei come l’app dei taxi. Voleva ribattere, ma tacque. Andò nell’ingresso, infilò il piumino. Allo specchio: volto stanco, barba trascurata, occhiaie. Un tassista con rating 4,93 e una sensazione costante di non essere mai abbastanza. — Prendi il berretto — disse la moglie dalla stanza. — E non caricare ubriachi. Non voglio sentirne ancora di clienti che ti vomitano in auto. — Ho messo il filtro — bofonchiò lui. Il figlio si piazzò sulla porta, appoggiandosi allo stipite. — Papà, facciamo così. Se vedi che non arrivi per mezzanotte, scrivimi prima. Evitiamo i “tra poco arrivo”, ok? Lui annuì. Il figlio fece il pugno, lui ricambiò. — Ce la faccio — ripeté testardo. Fuori si sentivano già le prime petardi. Gente trafficava con buste, le luci dell’albero lampeggiavano dalle finestre. Salì sulla sua vecchia Skoda, accese il motore. Sul display: “31 dicembre. Domanda altissima. Coefficiente fino a 2,8”. Sospirò e aprì la corsa. Subito, primo ordine. — Andiamo… — disse tra sé. Primo ordine con coefficiente 2,5, arrivo in tre minuti. Fece retromarcia, si infilò nel traffico, trovò il verde. La cliente scrisse in chat: “Per favore, faccia presto. È urgente”. Nessuna emoji. Davanti al vecchio condominio, lo stavano aspettando. Un uomo col giubbotto slacciato correva sulla neve, guardandosi intorno. Accanto, una donna appoggiata alla ringhiera, mano sul ventre: incinta e visibilmente. Frenò di colpo, scese dalla macchina. — Siete voi che avete chiamato? — Sì, sì — l’uomo spalancò il portellone posteriore. — All’ospedale, come scritto nell’ordine. Può andare veloce? Ha le doglie. La donna si sedette cauta, fece una smorfia. — Non farti prendere dal panico — borbottò lei al marito. — Non è ancora… ai… Lui saltò al volante, guardò il navigatore. Ospedale all’altro capo del quartiere, venti minuti se non fosse la notte di Capodanno. Il navigatore ne segnava trentacinque. — Allacciatevi — disse. — Faccio il possibile. L’uomo si mise davanti, lo sguardo fisso sullo specchietto puntato sulla moglie. — Terzo figlio — disse come scusandosi. — Pensavamo fosse come le altre volte. Invece… — Va tutto bene — rassicurò il tassista, anche se dentro era teso. — Ora prendo il viale e voliamo. Sul viale, nessuno volava. Auto ovunque, farfugliavano fuochi in lontananza. Si infilò tra un vecchio autobus e un SUV nero, saltò su una corsia preferenziale. Il flash della telecamera scattò. — Questa è multa — mormorò lui. — Pago io — gli fece eco l’uomo. — L’importante è arrivare. La donna strinse la maniglia, un nuovo dolore. — Quanto manca? — chiese. Guardò il navigatore. Venti minuti. — Un quarto d’ora, venti minuti — disse lui. — Vado al massimo. Fece davvero il massimo. Si infilava dove poteva, bestemmiava tra sé chi restava fermo, braccava i pochi semafori verdi. Dentro rimbombava una domanda: “Se succede qualcosa in macchina, di chi è la colpa? Mia? Del marito? Dell’app?” Al semaforo gli arrivò un messaggio della moglie: “Abbiamo preparato tutto. Quando arrivi?” Non rispose. Troppo da gestire: la strada, le doglie dietro, il marito ansante. — Respirate, come vi hanno insegnato, — suggerì, senza staccare gli occhi dalla strada. — Inspira… espira… — Anche lei ha partorito? — chiese la donna tra i denti. — Ho portato mia moglie in ospedale tre volte — rispose. — Ormai quasi sono ostetrico. Il marito rise nervoso. — E siete arrivati in tempo? — Due sì, una no — confessò. — Ma è andata bene. Gli tornò alla mente quella notte: la moglie sul sedile posteriore, la paura, le urla. Allora ancora lavorava in fabbrica, l’auto era aziendale, non fecero in tempo, il figlio nacque al pronto soccorso. Arrivarono all’ospedale dopo diciassette minuti. Si lanciò sotto la sbarra, il vigilante uscì infastidito, ma vedendo la donna li fece passare. — Siamo arrivati — disse. Il marito balzò fuori, aprì la porta. La donna si piegò su se stessa ma si alzò. — In bocca al lupo — augurò lui. — E buon anno. — Grazie — sospirò lei. — Auguri a lei. Il marito gli infilò dei soldi nella mano, sopra a quanto dovuto tramite app. Lui tentò di rifiutare, le dita invece si chiusero. — Per la multa — disse l’uomo. — E… grazie per non averci lasciati a piedi. Annunciò un cenno di assenso, seguendo i due fin verso l’ingresso. Un messaggio dall’app: “Ottima corsa! Il cliente ti ha lasciato una mancia”. Subito dopo: “Domanda altissima nella tua zona. Non spegnere l’app per non perdere guadagni”. Guardò l’orologio. Le nove e quaranta. Tre ore a mezzanotte. Scrisse alla moglie: “Continuo, massimo fino alle dieci. Primo ordine all’ospedale, non potevo rifiutare.” Mise lo smile, poi lo cancellò. Inviò senza. Risposta dopo un minuto: “Capisco. Ma ricordati di noi.” Sospirò, premendo “Libero”. Quasi subito arrivò un altro ordine. Adolescente, ritiro al centro commerciale vicino alla metro. Coefficiente 2,8, cinque minuti per arrivare. — Almeno non è una partoriente, — bofonchiò. Fuori dal centro la folla con buste, c’era chi stappava lo spumante direttamente. Sulla panchina davanti all’ingresso, un ragazzino esile con un giubbino leggero, senza cappello. In mano il cellulare, accanto uno zainetto sportivo. — Sei tu? — domandò abbassando il finestrino. — Sì — il ragazzo si avvicinò. — Può aspettare un minuto? Sto chiamando mamma, non risponde. Guardò il timer d’attesa, la folla, il ragazzo. — Sali — disse. — Mentre andiamo, magari risponde. Il ragazzino si sedette dietro, allacciò la cintura, il cellulare stretto. La destinazione era un condominio nel quartiere accanto, niente di particolare. Ma nei commenti all’ordine c’era scritto: “Minorenne viaggia solo. Chiamare la madre all’arrivo”. Fece una smorfia. Quegli ordini non gli piacevano. Fanno paura: se succede qualcosa, poi chi ne paga le conseguenze? — Quanti anni hai? — chiese uscendo dal parcheggio. — Quattordici, quasi quindici — rispose il ragazzino. — Perché sei solo? — Mamma è al lavoro. Doveva tornare, ma hanno prolungato il turno. Sono andato da solo, lei mi ha ordinato il taxi. Oggi… — esita. — Insomma, è una specie di festa. Il cellulare squillò. Guardò lo schermo. — È lei — disse, rispondendo. — Sì, sono salito in macchina. Sì, sto andando. Sì… ora il conducente parla con lei. Gli passò il telefono. — Pronto. — Buonasera — voce femminile, rapida, sottofondo di schiamazzi. — È lei il tassista? È salito? Tutto ok? — Sì, è salito, stiamo andando. Arriviamo tra venti minuti, se non ci sono ingorghi. — Per favore, lo accompagni fino al portone, niente scarico rapido. Ho lasciato le chiavi dalla vicina, sa tutto. Solo che… — la voce tremava. — Ho il turno, non faccio in tempo, gli avevo promesso… — Arriva sano e salvo, non si preoccupi — disse. — Anche io sono papà. Si sorprese a ripeterlo ogni volta, come se potesse bastare. — Grazie, davvero. E… auguri, — aggiunse lei. Restituì il telefono al ragazzo. — Tua mamma lavora dove? — Alla Conad — sospirò il ragazzo. — Hanno il turno fino alle dieci. Ha detto che poi viene se riesce a prendere l’autobus. — Che festa è oggi? — Ehm… — si agitò. — Quest’anno niente insufficienze. E… aveva promesso che festeggiavamo insieme, senza dover andare dalla zia. Ma la capa ha detto che, se non lavorava, la cancellava dai turni. Ecco. Annuì. La storia era familiare, solo che al posto della “capa” lui aveva “l’app” e “il coefficiente”. In auto, silenzio. Fuori scivolavano tra cortili con alberi, luci accese, poco traffico, qualche fuoco qua e là. Incrocio, altro messaggio dalla moglie: “Stiamo tagliando l’insalata. Sashka dice che se non arrivi ti banna pure dall’app.” Sorrise, rispose: “Digli che ho rating superiore al suo registro.” Poi cancellò “registro” e scrisse: “Sto facendo il possibile. Per ora tutto nei piani.” — Hai famiglia a casa? — chiese il ragazzo. — Moglie e figlio. Più o meno coetaneo tuo. — E lavori pure stanotte? — stupito. — Già. La gente si sposta, i clienti ci sono. — Mamma dice la stessa cosa — quasi sussurrò il ragazzo. — Ma poi dorme tutto il giorno e io sto solo col gatto. Non seppe che rispondere. Per un attimo ebbe la tentazione di cambiare destinazione e portare il ragazzino direttamente dalla madre, alla Conad. Ma sarebbe stato troppo. Arrivarono nel cortile senza storie. Palazzi anonimi, molti portoni. Il ragazzo indicò sicuro. — Qui — disse. — Può aspettare che arrivo alla porta? Non si sa mai… — Certo. Il ragazzo scese, zainetto in spalla. Il portone era chiuso col citofono, compose il numero dell’appartamento. Dopo un minuto uscì una donna in vestaglia, telefono in mano, forse la vicina. Qualche parola, lei fece un cenno al tassista. Lui rispose con un cenno, premendo “Fine corsa”. App: “Ottima corsa. Non spegnere per guadagnare di più”. Ore nove e cinquanta. Mancano poco più di due ore a mezzanotte. Il telefono vibrò. Chiamava la moglie. — Allora? — chiese appena rispose. — Tutto bene? — Tutto. Sto arrivando. Ancora un ordine breve e arrivo. Ormai sono in zona. — Ci credi davvero? — domandò lei. Taceva. — Non ti sto sgridando — proseguì lei. — Vorrei solo capire. Abbiamo preparato tutto, Sashka sta combattendo con le lucine. Fa finta di niente, ma lo vedo. — Ce la faccio, — ripeté. — Davvero. — Va bene. Ma se capisci che non fai in tempo, dimmelo. Non sparire. Annuì, pur sapendo che non poteva vederlo. Dentro, l’ansia aumentava. Sapeva come andava: “ancora una corsa breve”, “ancora un attimo”, e poi ti ritrovi alle undici e quarantacinque fermo sul raccordo con una comitiva di ubriachi che canta “Dimmi quando tu verrai”. Aprì la app. “Senza diritto di rifiuto” lampeggiava in rosso. Ordini prioritari: ospedali, bambini, servizi sociali. Non sempre meglio pagati, ma se attivi quella funzione, devi prenderli per forza. L’aveva attivata l’anno prima, quando si era illuso di poter fare qualcosa di utile. Finiva sempre che per una settimana si sentiva svuotato. Nuovo ordine: “Senza diritto di rifiuto”. Arrivo in sette minuti. Indirizzo: farmacia presso l’ospedale. Nota: “Signore anziano. Da prelevare in farmacia e accompagnare a casa. Urgente”. — E andiamo, — sospirò lui. Sapeva che se ora chiudeva la corsa, l’ordine sarebbe toccato a un altro. Altro magari più lontano. O che nemmeno lo prendeva. E lì fuori, intanto, un nonno col medicinale, freddo, Capodanno, farmacie chiuse. Ricordò suo padre, quella notte in cui anche lui aveva la febbre e aspettava il figlio di ritorno dal lavoro con le medicine. Anche allora era arrivato tardi. Suo padre scherzava: “Mi sono salvato per ripicca”. — D’accordo — disse a voce alta. — Un nonno non è un ingorgo in tangenziale. Accettò la corsa. La farmacia era vicino all’ospedale dove da bambino passava le ore in fila. All’ingresso, un anziano basso, cappotto logoro, borsa a tracolla. In mano il sacchetto della farmacia, guardava l’orologio. — È lei? — chiese accostando. — Sì — annuì l’uomo, sistemò piano la gamba davanti. — Posso stare davanti? Ho male alla gamba. — Certo. Si allacci. Navigatore: casa poco distante, venticinque minuti. Orologio: dieci e venti. — Ci riusciamo, — borbottò. — Scusi? — chiese l’anziano. — Dicevo che il traffico è regolare. Arriviamo presto. — Non ho fretta — sospirò lui. — Basta arrivare a casa. Accennò un mezzo sorriso. — Ci arriviamo, sicuro. Partirono. L’anziano taceva, poi improvvisamente parlò: — Pensavo che almeno oggi filasse tutto liscio. E invece pressione alta, cuore impazzito. Mia figlia si agitava, voleva chiamare l’ambulanza. Le ho detto: ma quale ambulanza? Stanotte hanno altro da fare. Vado in farmacia da solo. Ci sono andato, ma il ritorno non ce la facevo più. Allora ha chiamato lei questo servizio. — Sua figlia vive con lei? — chiese lui, più che altro per parlare. — Sì. Il marito è morto, i figli sono via. Siamo noi due. Ora è a casa, in ansia. Soffre di… come si chiama… ansietà. Teme sempre che mi succeda qualcosa. Annuì, comprensione. Anche la sua di moglie aveva sempre paura: incidente, cliente ubriaco, altro. — Lei perché lavora stanotte? — domandò l’anziano all’improvviso. — La famiglia non si arrabbia? — Eccome — ammise lui. — Ma il mutuo non si paga da solo. — Tutti col mutuo — sospirò il nonno. — Pensavo che in pensione sarei stato nell’orto a scavare patate. Invece… Si interruppe, alzò la mano. Il telefono vibrò di nuovo. Il figlio, stavolta. — Papà — disse subito il ragazzo — dove sei? — Sto accompagnando un nonno con le medicine, — spiegò. — Poi subito a casa. — Quanto subito? — voce calma ma tesa. — Mezz’ora per lui, mezz’ora per tornare. Promesso che ce la faccio. — Ne sei proprio sicuro? Guardò il navigatore. Una coda era segnalata dritto davanti a loro, rossa come una pallina di Natale. — Eh… — esitò. — Mi impegno. — Dicci la verità — disse il figlio. — Sarai di nuovo in macchina quando scocca mezzanotte? — Non vorrei… — sospirò. — Ho capito — tagliò corto il figlio. — Dico alla mamma che sei occupato. Noi intanto apriamo lo spumante analcolico. Verso anche per te. — Sash… Solo segnale di linea. Sentì il dolore dentro diventare fisico. Avrebbe voluto girare la macchina, lasciare il nonno alla metro e correre a casa. Ma guardò l’anziano a fianco, che teneva il sacchetto da farmacia come fosse un salvagente. — Va tutto bene? — gli chiese il nonno, notandolo teso. — Sì, — mentì. — Mi aspettano a casa. — Essere aspettati è bello — fece il nonno. — A me la moglie è mancata la notte di Capodanno. Avevamo tutto pronto, insalata, spumante. È andata in cucina e… Si interruppe. — Scusi, non voglio rattristare. Ma… se qualcuno vi aspetta a casa, è già tanto. Anche se arrivate tardi. Non seppe cosa aggiungere. Andavano piano, la fila quasi ferma. Lontano qualcuno sparava fuochi artificiali in mezzo alla strada, bloccando tutto. Guardò le persone intente a filmare, sentiva il tempo scorrere. Aprì il secondo navigatore, cercò un percorso tra i cortili. Forse si riusciva a tagliare, ma era tutto ingombro da neve e auto in doppia fila, rischio di insabbiarsi. — Proviamo dai cortili — consigliò all’improvviso il nonno. — A sinistra, da qui conosco io. — Ma non ci sarà neve? — dubitò. — Vedrà, ci riusciamo. Da giovane guidavo l’autobus, conosco ogni scorciatoia. Sospirò, sterzò a sinistra. Il nonno aveva ragione: cortili intasati, ma passaggi si trovavano. Zigzag tra le auto, slittarono sul ghiaccio, ma ne uscirono. Navigatore felice: dieci minuti risparmiati. — Vede? — gioì il nonno. — I vecchi percorsi servono ancora. — Grazie — disse sincero. Arrivarono sotto casa alle undici meno cinque. Il nonno frugò a lungo, cercando i soldi. — Lasci stare… servono le medicine. — Non la pago per le medicine, — rispose determinato il nonno. — Ma perché non mi ha lasciato qui sotto. Prenda. Prese. Scese ad accompagnarlo su per i gradini. Una donna di quarantacinque anni aprì la porta al piano terra, in t-shirt casalinga. — Papà! — esclamò. — Credevo ti fossi sentito male. — Tutto a posto — borbottò il vecchio. — Era un bravo autista. La donna gli rivolse uno sguardo. — Grazie davvero. E… tanti auguri. Lui annuì e tornò in fretta in auto. Erano le undici e tre. Casa in linea retta, venti minuti. Se trovava solo semafori verdi sarebbe arrivato. Se no… Salì, motore acceso. L’app felice: “Sei in zona di domanda altissima. Non uscire dalla corsa!” Tasto “Termina turno” grigio. “Libero” verde. “Senza diritto di rifiuto” ancora lampeggiante in rosso. Si avvicinò al pulsante per uscire. In quel momento, nuovo ordine. Di nuovo “senza diritto di rifiuto”. Arrivo tre minuti, indirizzo a due isolati. Nota: “Bambina smarrita. Da portare alla stazione di polizia”. Restò congelato. In testa, la voce del figlio: “Dicci la verità”. Quella della moglie: “Abbiamo preparato tutto”. Quella del nonno: “Se qualcuno vi aspetta, è già molto, anche se arrivate tardi”. Sapeva che se adesso accettava, mezzanotte sarebbe rimasta un miraggio. Anche solo portare la bambina alla stazione erano almeno quaranta minuti con trafila annessa. Se rifiutava, la corsa andava ad altri. Magari sarebbero arrivati dopo. Magari la bambina avrebbe aspettato ancora. Forse tutto a posto. Forse no. Sentiva le mani sudate. A quarantacinque anni, pensava di saper decidere. Eppure era lì, fermo tra due tasti. Tre secondi. Due. Uno. L’app accettò per lui: modalità automatica “senza diritto di rifiuto”. — Ma vaff… — sibilò. Poteva annullare ancora: avrebbe perso rating, priorità. E, soprattutto, qualcosa dentro non lo permetteva. Ormai aveva visto una partoriente, un ragazzo solo e un vecchio con la medicina. — Andiamo, — disse. — C’è ancora qualcuno da salvare. La bambina aveva otto anni, stava seduta su una panchina col peluche abbracciato. Accanto, una donna col cappello col pon pon, al telefono. — È venuto per lei? — chiese vedendolo arrivare. — Sì. Cosa è successo? — Aspettavamo ospiti, lei è uscita col cane. Si è persa. L’hanno trovata, mi hanno chiamato. I genitori sono già in stazione con un amico. Posso venire anch’io? Gliel’hanno chiesto, così non aspettiamo la volante. Le va bene? Avrebbe voluto dire di no. Dire che aveva una famiglia, che le ore correvano e che aveva già fatto il suo. Ma la bambina lo guardava con occhi spauriti, rossi di pianto. — Vieni? — le chiese. Lei annuì, stringendo il peluche. — Salgo anch’io, — disse la donna. — Io l’ho trovata. I genitori stanno aspettando in questura. Annuì. Meglio così. Partirono, la bimba dietro, la donna accanto. Erano le undici e dieci. La stazione era a dieci minuti, senza imprevisti. Ma la città intanto era diventata una festa caotica, saluti, fuochi e auto dappertutto. — Come ti chiami? — chiese lui guidando. — Vika — sussurrò la bambina. — Tranquilla, ora andiamo dalla mamma e dal papà. Ti stanno aspettando. — Non avevo paura — disse lei, cocciuta. — Solo non sapevo dove andare. La donna dietro sospirò. — Nel nostro cortile stanno facendo lavori, tutto sbarrato. Si è persa in mezzo alle recinzioni. L’ho vista che girava, le ho chiesto, per fortuna aveva l’indirizzo scritto in tasca. Lui annuì. Sua madre gli scriveva l’indirizzo in tasca da piccolo quando usciva da solo. All’epoca sembrava ridicolo. Ora no. Telefonò la moglie. Rispose guidando, occhi sempre sulla strada. — Stai tornando? — chiese lei, saltando i convenevoli. — Sto portando una bambina in questura. Si era persa. Nel silenzio del telefono. — Certo — disse infine. — Chi altri, se non tu. — Non posso lasciarla sola, — rispose con voce rotta. — Ci sono i genitori… — Capisco — lo interruppe lei. — Davvero lo capisco. Solo che… Sentì rumore di fuochi, il figlio che rideva. — Stanno già sparando salve — disse lei. — Noi… cominciamo senza di te. Vai a salvare il mondo. — Proverò ad arrivare per mezzanotte — disse, senza crederci. — Non prometterlo, — rispose piano. — Non promettere ciò che non puoi. Avrebbe voluto ribattere, ma la linea cadde. Sentì dentro una molla rompersi. Non con rumore, ma come se qualcosa cedesse per sempre. — Le dispiace se la trattengo? — chiese la donna dietro. — Già, — confessò. — Ma non per lei. Lei non disse altro. Arrivarono in quindici minuti. Vika, silenziosa, di tanto in tanto soffiava il naso. Davanti alla stazione c’erano già i genitori, la madre si gettò fuori chiamando: “Vikusia!”. La piccola corse abbracciandola. Il padre venne dietro, spaesato. — Grazie di cuore — disse alla donna che l’aveva trovata e poi al tassista. — Se non foste stati voi… — È tutto merito suo — intervenne lei, indicando il conducente. La mamma lo guardò: occhi pieni di lacrime. — Grazie. Buon anno. — Anche a voi — rispose lui. Guardò l’orologio. Le undici e ventotto. Casa a un quarto d’ora, solo se fosse stato tutto verde e senza coda. Accese il navigatore. Ventidue minuti. — Ma certo, — borbottò. L’app bip: “Sei nella zona di domanda estrema. Rimani online per guadagnare tre volte di più!” Premette “Termina turno”. Avviso: “Sicuro di voler uscire? Sei in zona domanda alta”. Confermò. — Troppo tardi — disse a voce alta. — Però almeno basta. La strada di casa fu come un sogno. Auto che strombazzavano, gente ovunque, fuochi uscivano da ogni dove. Ad ogni incrocio compagnie festanti, bottiglie, qualcuno che provava a fermarlo, altri che urlavano. Guardava l’orologio. Undici e trentacinque. Quaranta. Quarantacinque. Bloccato dietro un autobus che lasciava passare pedoni, nuovo semaforo, nuova coda. Alla radio le voci sempre più solenni, auguri dappertutto. — Certo — borbottò. — Ditelo a me. Alle undici e cinquanta finalmente imboccò la sua via. Nel cortile già dardi e botti, bambini che gridavano. Accostò di fretta, lasciando la macchina a caso. Corse su per le scale, il fiato corto anche se era solo il terzo piano. La porta era socchiusa. Dentro, la voce del presidente aveva già iniziato il discorso. Entrò. In soggiorno le luci dell’albero, sulla tavola insalate, insalata russa, arance. La moglie sedeva stanca, gomiti appoggiati, il figlio alla finestra col bicchiere di limonata. Si girarono entrambi. — Allora — provò a sorridere. — Ve l’avevo detto che ce la facevo. Il figlio guardò l’orologio: meno tre a mezzanotte. — Quasi — commentò. La moglie si alzò, prese un bicchiere vuoto, versò lo spumante. — Su — disse. — Ci restano due minuti per fingere di essere una famiglia normale. Si avvicinò, prese il bicchiere. Le mani ancora tremavano. Alla TV il presidente dichiarava che le prove ci hanno reso più forti, che la famiglia e l’aiuto sono ciò che conta. — Simbolico — sussurrò la moglie. — Sei arrabbiata? — chiese lui. — Sono stanca — rispose lei. — Non è proprio la stessa cosa. Il figlio si avvicinò, fece tintinnare il bicchiere. — Dai papà — disse. — Almeno stavolta non eri in macchina. Sorrise. — Progresso. Brindarono. Lo spumante era caldo, ma ormai non contava. Dopo il primo giro, la TV divenne solo sottofondo. Restarono seduti nella stanza, mangiavano più in silenzio che altro. Lei di tanto in tanto chiedeva dei piani per le vacanze, risposte monosillabiche. Nell’aria aleggiava il non detto. Ad un punto il figlio si alzò. — Vieni — disse al padre. — Dove? — In camera. Fammi vedere le tue “avventure” di oggi. Rimase perplesso. — Che avventure? — Hai pure la dash cam, no? Voglio vedere come hai salvato il mondo. La moglie sorrise ironica ma non disse nulla. Andarono nel piccolo studio, una stanzetta con pc. Inserì la chiavetta delle registrazioni. Il figlio si sedette vicino. — Non c’è niente di che — avvisò. — Solo lavoro. — Certo — replicò il figlio. — Una partoriente, un nonno, una bimba persa. Giornata classica da tassista. Lui si sentì un po’ in colpa. Scorsero i video. Sullo schermo la donna col pancione, il marito ansioso. Il figlio sorrise. — Hai bestemmiato in camera. — Non era per loro, giuro. Era per il traffico. — Al traffico non importa. Poi il ragazzino con lo zaino. Il figlio rimase a lungo in silenzio. — Era lui? — chiese. — Chi? — Quello solo che andava a casa. — Sì. — Sembra me alle medie, — commentò il figlio. — Solo che io avevo lo zaino dei supereroi. Sorrise. — Anche tu tornavi da solo, — ricordò. — Quella volta che non sono riuscito a venirti a prendere al dopo scuola. Il figlio fece una smorfia. — Me lo ricordo: mamma chiamava ogni minuto. Pensavo esplodesse il telefono. — Me lo ricordo anch’io. Ancora oggi. Passarono al video col nonno e la farmacia. Il figlio guardava attento. — Assomiglia proprio al nonno — disse a bassa voce. — Ho pensato lo stesso. — Quando lo hai aiutato col portone, avevi una faccia… — Come se fossi vecchio anch’io, — tentò di scherzare il padre. — No, — serio il figlio. — Come se avessi paura che gli succedesse qualcosa. Lui non rispose. Davvero sembrava teso. — E allora? — chiese il figlio. — Ti è dispiaciuto averli aiutati? Ci pensò. La domanda era più difficile di quanto sembrasse. — Mi è dispiaciuto non poter essere in due posti insieme — rispose. — Non trovare un modo per non lasciarvi soli qui. Ma se avessi premuto “rifiuta”… Non me lo sarei perdonato. — E se fosse successo qualcosa a me mentre li portavi? — chiese il figlio. Un brivido. — Non è successo. — Ma poteva. Tacevano entrambi. — Non ci so fare — ammise. — Non so scegliere senza dispiacere qualcuno. Ho sempre paura che se rifiuto uno sconosciuto divento cattivo. Se rifiuto voi, idem. — Cattivo? — ripeté il figlio. — Più o meno. Il figlio sospirò. — Papà, non sei un supereroe. Rilassati. La frase lo sorprese. — Un complimento o una critica? — Un dato di fatto — rispose il figlio. — Sei normale, non puoi salvare tutti. Però… — esitò. — Però sono contento che non hai lasciato sola quella bimba. Né il ragazzo, né il nonno. Solo che… avresti potuto almeno dirci che non arrivavi. Così non stavamo ad aspettare come scemi. Annunciò. Faceva male ma era sincero. — Ho paura di dirvi che non ce la faccio — confessò. — Come se ammetterlo mi rendesse un padre peggiore. Più facile crederci e provare a convincervi. — E poi non farcela — aggiunse il figlio. — E poi non farcela — ripeté lui. Il figlio si mosse sulla sedia. — Facciamo così, — propose. — La prossima volta, se vedi che non arrivi, mandaci un messaggio, chiama, dì: “Non torno per mezzanotte”. Io mi arrabbio, mamma pure, ma almeno è chiaro. Ok? Lo guardò. Il ragazzo era tranquillo, senza enfasi, quasi banale. — D’accordo — disse. — Ci provo. — È già qualcosa — fece il figlio. Dal salotto la moglie: “Che fate, vedete un film? Venite che il dolce si raffredda.” Il figlio si alzò. — Dai, supereroe — disse. — C’è ancora lo spettacolo dei fuochi. Spense il PC, rimase un attimo a fissare lo schermo nero. Nella testa tutte le facce di oggi: la donna col pancione, il ragazzo con lo zaino, il vecchio, Vika col peluche. E poi altre due: la moglie e il figlio, sotto le campane. Capì che l’equilibrio perfetto non c’è. Qualcuno aspetterà sempre. Qualcuno sarà sempre deluso. Si porterà sempre dentro il non essere stato all’altezza. Ma, forse, smetterà almeno di mentire a sé stesso di poter arrivare ovunque. Rientrò in soggiorno. La moglie già versava il tè, la torta era pronta. Lo guardò stanca, senza più amarezza. — Allora, tassista — disse. — Quest’anno il minimo l’hai fatto. Almeno sei arrivato quando suonavano le campane. — L’anno prossimo ci provo prima — rispose lui. — Non promettere — lo ammonì lei. — Ci provo — si corresse. Il figlio rise. — Progresso — disse. Fuori esplose un botto potente. I vetri tremarono. Si avvicinarono tutti e tre alla finestra, a guardare i fuochi colorare i tetti. Lui li sentiva vicini, ascoltava i respiri. Il telefono, in cucina, lampeggiò con una nuova notifica dell’app, ma non si mosse a guardare. Almeno per una notte, il turno era finito.
Senza diritto di rifiuto Torno a casa entro mezzanotte, te lo giuro, dissi mentre mi stringevo la cintura
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0130
Mamma mi chiedeva soldi per le verdure dell’orto suo L’anno scorso mia madre ha fatto qualcosa di inaspettato: ha deciso di venderci le verdure dell’orto che coltivava con tanta passione nella sua casa in campagna. Ha detto che non andavamo mai ad aiutarla e quindi, chi vuole le sue zucchine, deve pagarle. Le spese per l’acqua, le serre, gli operai che l’hanno aiutata a sistemare il terreno – tutto a carico suo, dimenticando in fretta quanto avevamo già contribuito. Frutta e verdura noi le compravamo tranquillamente al supermercato, senza troppe pretese. Non abbiamo mai avuto una vera casa di villeggiatura. Siamo sempre vissuti in città, mio padre forse non ha mai visto una patata prima di vederla sul banco, mentre mia madre, cresciuta tra campi e filari in provincia, era ormai stufa di giardini e ortaggi della sua infanzia, e non avrebbe mai pensato di tornare a quella vita. Quando mio padre era in vita, la famiglia non aveva bisogno di un orto per sopravvivere: lui pensava a tutto, anche quando era un’impresa impossibile. Anche mamma lavorava, ma era papà a coprire la maggior parte delle spese. Dopo la sua scomparsa, poco è cambiato. Solo quando sono diventata adulta e ho iniziato a lavorare, potevo aiutarla, e infatti l’ho fatto. Vivevamo insieme, quindi dividevamo le spese. Mi sono trasferita dalla casa di mamma solo due anni fa, dopo il matrimonio. L’anno scorso, mamma è andata in pensione e ha voluto comprare un fazzoletto di terra con una casetta perché le mancavano le estati passate con la nonna e il profumo dell’orto di quando era bambina. Ha ritirato i soldi dalla banca e ha comprato la casa, non sarà la più comoda, ma lei la adora e questo conta. Naturalmente, io e mio marito abbiamo dovuto aiutare economicamente per sistemarla. Guadagnavamo abbastanza da permetterci di mettere l’abitazione e il terreno in ordine, di portare l’acqua corrente e piastrellare la veranda, anche se certo non abbiamo costruito una villa. Abbiamo però rifiutato subito di diventare manodopera dell’orto. Niente zappa e pale per noi: preferivamo dormire il weekend, uscire con gli amici o stare a casa insieme. Per questa nostra “pigrizia”, mamma spesso ci rimproverava, ma finiva tutto quando la aiutavamo con altri contributi economici, e di richieste ne sono arrivate tante: dalle serre alle aiuole rialzate, dal dissotterrare radici allo smaltire cespugli. Abbiamo pagato tutto noi. Anche le corse in taxi quando aveva borse piene di acquisti che non voleva trascinarsi sui mezzi. Ogni tanto mamma mi raccontava le meraviglie del suo orto, mi mandava foto coloratissime. Io non mostravo entusiasmo, ammetto che non capivo la passione. Poi arriva la foto delle fragole: grandi, rosse, un profumo che sembrava uscire dallo schermo. Le ho chiesto di tenermene da parte qualche cestino, sarei passata dopo il lavoro. Non mi aspettavo che rispondesse con foto dei cestini e i prezzi ben scritti. Ho dovuto rileggere il messaggio: davvero mia mamma voleva venderci le fragole? Sì. “E secondo te cosa ti aspettavi? Io fatico qui da sola, voi e tuo marito non siete venuti nemmeno una volta ad aiutare! Perché dovrei regalarvi qualcosa? Chi non lavora, non mangia!”, ha detto. Le ho ricordato quanto avessimo fatto per lei, soprattutto per sistemare quella casa e l’orto. Ma si è offesa: “Come puoi parlare così a tua madre?”. Per principio non comprerò verdure da mamma. Che li venda pure a qualcun altro. Io e mio marito prenderemo quello che ci serve al mercato: semplice. Mamma ci ha provato ancora, proponendo zucchine e cetrioli, ma ha ricevuto altri no. Non la aiuteremo più con l’orto, neanche se ce lo chiedesse. Se serviranno aiuti per le spese di salute o cose davvero importanti, certo che sì. Ma per la sua passione per l’orto, basta!
Lanno scorso mia mamma ha fatto una cosa che non mi sarei mai aspettata: ha deciso di venderci gli ortaggi
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04
Imparo a Vivere da Solo: Il percorso di Pietro tra bollette, tecnologia e nuove abitudini nella Milano di oggi
Imparo a Vivere da Solo La padella con la frittata ormai raffreddata riposa ancora sui fornelli, mentre
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017
Mi sono sposata a 50 anni credendo di aver trovato la felicità, ma non avevo idea di cosa mi aspettasse… Una storia vera di una bibliotecaria italiana che ha scoperto che l’amore tardivo può riservare sorprese inaspettate
Mi sono sposata a cinquantanni, convinta di aver finalmente trovato la felicità, ma non avevo idea di
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07.3k.
L’Ingiustizia – Mamma, – domandò di nuovo Alina, – perché mi sono arrivati solo trecentotrentamila euro invece di un milione? Che cifra è questa? Si sentiva il phon in funzione dall’altra parte. Lo spense e rispose ad Alina: – Sì, va tutto bene – la mamma, Vera, aveva gestito abilmente il milione altrui – Trecentotrenta. Ma ad Alina spettava molto di più. – Trecentotrenta? E gli altri seicentosettanta? Io aspettavo il milione, praticamente tutto quanto. Sono i soldi di papà, dovevi versarmeli dopo la vendita dell’appartamento. – Dai, Alina, non ricominciare con la tua contabilità, – replicò la mamma – Sai che ho fatto tutto in modo onesto. – Onesto come? – il parquet sotto i piedi scricchiolava come a indignarsi con lei – Ti ho dato la delega per vendere l’appartamento che ho ereditato da papà. Ti ho chiesto di trasferirmi i soldi. E ora? Dove sono finiti? Alina capì che non era il caso di rilassarsi prima del tempo. – Li ho trasferiti! – riprese a funzionare il phon – Solo che ho agito come madre. Come una buona madre. Ho diviso i soldi fra tutti i figli. In parti uguali. La tua legittima parte è lì. La sua legittima intera, però, doveva esserle data. – Hai diviso l’eredità di mio padre in tre? Tra me e loro? – Alina si riferiva ai suoi fratellastri – Mamma, sono solo miei soldi! Mio padre! Io ho un padre diverso da loro, se ti fosse sfuggito. – Che importa chi è il padre? – mamma asciugava i capelli – I soldi sono di tutti. E loro sono tuoi fratelli. Sono la tua mamma. Secondo te dovevo startene a guardare mentre tu sola gestivi tutti quei soldi e i tuoi fratelli restavano a mani vuote? Non potevo permettere ingiustizie! Ho messo tutti alla pari. Se solo potessi tornare al giorno in cui hai firmato quella delega, ti daresti uno schiaffo da sola… – Alla pari? Hai diviso il mio milione in tre parti! Trecentotrentamila! E il resto? L’appartamento valeva pure qualcosina di più. – Sì, dopo tutte le tasse era poco più di un milione – rispose Vera – Ho arrotondato. E il resto ho tenuto io per le fatiche. Te la saresti sbrigata tu tutta quella burocrazia? No! Io ho fatto tutto, mentre tu lavoravi. – Non ti sarà pesato troppo, eh? – Non parlare così! – sbottò la mamma – Tuo padre era pure tuo padre, ma io sono tua madre, decido io. E poi tu sei grande, sei la maggiore, ti serve meno che a loro. Ho diviso equamente. I ragazzi devono presto mettere su famiglia. Tu sei una ragazza, non ti serve molto. – Scusa, quindi io non dovrei mettere su famiglia? O devo vivere all’osso perché sono donna e non mi serve nulla? – punzecchiò Alina – Versami il resto, mamma. Subito. – No. Secco. Punto e basta. La mamma sapeva che Alina non avrebbe fatto niente. Denunciare la propria madre per soldi? Ma va. Nessuno capirebbe, anzi la giudicherebbero. E poi, è pur sempre la mamma, qualche rapporto ancora c’è. Qualche settimana dopo, sistemate le sue finanze, Alina vide delle foto sui social. Vania si faceva bello davanti a una Polo blu nuova. Dima pubblicava: – Nuovo gioiellino! I fratelli si erano comprati una macchinina ciascuno. Bene. Lei invece aveva messo da parte i suoi 330mila euro e decise di aspettare. La pazienza, diceva la nonna, è d’oro. Passò più di un anno. Alina lavorava, risparmiava, faceva progetti. Aveva lasciato correre la faccenda ma non aveva dimenticato. La mamma si comportava come sempre: chiamava, chiacchierava, raccontava le sue novità. Ma oggi la voce della mamma era così strana da farle venire i brividi. Alina si preoccupò. – Che è successo, mamma? – La nonna… – Vera esitò – la nonna di Vania e Dima… stamattina è venuta a mancare. Alina si sentì estraniata, quasi da film. Quella nonna non era la sua, non aveva mai avuto un ruolo nella sua vita. Era solo “la suocera di mamma” o “la nonna dei fratelli”. Ma umanamente, certo, dispiace. – Oh, mi dispiace. – Bisogna occuparsi del funerale, di tutti i documenti, non ho tempo… Io sono da sola, i ragazzi… non sanno come comportarsi. Puoi venire? Mi aiuti? Non è per cattiveria, ma Alina non poteva chiedere un permesso al lavoro. – Mamma, non posso proprio mollare tutto e volare al funerale di una persona che avrò visto forse tre volte in vita mia, – rispose Alina. A casa di quella nonna non era mai stata invitata. – Dai, ti prego! – supplicò la mamma – Ho proprio bisogno. – Non posso venire, ma ti aiuto con i soldi. Quanto serve? Dimmi la cifra e ti faccio subito un bonifico. La mamma all’inizio volle rifiutare, ma pensò che i soldi non fanno male. – Non è lo stesso… ma va bene. Puoi aggiungere ventimila euro? – Sarà fatto. E ti mando anche qualcosina in più, così non devi preoccuparti delle spese piccole. Consideralo un mio omaggio… per la memoria… della loro nonna. – Grazie, Alina. Sei sempre d’aiuto. Alina chiuse, sentendosi terribilmente soddisfatta. Aveva una scusa: non era andata, ma aveva aiutato. Nessuno poteva rimproverarla. Passarono sei mesi. Il funerale era roba vecchia. Dima e Vania sembravano aver già comprato altre “giocattoli”, forse moto o smartphone. Un martedì tranquillo, Alina decise che il momento era arrivato. Chiamò la mamma seduta in mensa, prima di una riunione. – Ciao mamma! Come va? – Alina cara! Tutto bene. Dima ha trovato un lavoro nuovo, meglio di prima. Vania… anche lui bene, ha una nuova ragazza. – Sono contenta per loro – rispose Alina – Mamma, volevo chiederti una cosa… – Che cosa? – la mamma era subito sulla difensiva. – Immagino che dopo sei mesi dalla morte della nonna sia tutto sistemato, giusto? Tutti hanno preso la loro eredità. Questa volta la conversazione era ancora più pesante di quando le aveva chiesto dei 330mila euro. – Alina, che intendi? Certo che sì. – E quindi, dov’è la mia parte di quell’eredità? – Che eredità? – la mamma fece finta di niente, ma Alina la riconosceva quando mentiva – la riconosceva subito. – Quella della nonna. – Ma non era tua nonna. – E che cambia? – portò la mamma sulla sua stessa logica – Sono tua figlia, hai detto che nessun figlio va discriminato. Il mio milione l’hai diviso equamente fra noi tre. Hai fatto pari. Come hai sempre detto. – Ma questa è un’altra cosa! – Vera si agitò – È proprio un’altra cosa! – Cosa cambia? Tu dicevi che l’eredità è di tutti, che decidi tu perché sei la madre e tutti i figli vanno sostenuti! – Non mettere tutto sullo stesso piano… – Che comodo! – rispose Alina con sarcasmo – Prima, quando si trattava del mio milione, l’eredità di mio padre era di tutti e si divideva. Invece ora, con la casa della loro nonna, guarda caso l’eredità è rigorosamente familiare e solo dei tuoi “maschi”? – Non attaccarti a questi dettagli! – la mamma si indispettì – Vorresti forse prenderti pure i soldi della suocera? E cosa dovrebbero dire i ragazzi? – Voglio solo applicare la tua logica: quando hai usato la mia fiducia per prenderti un terzo dei miei soldi, hai detto che “abbiamo tutti la stessa madre, quindi è tutto in comune”, – spiegò Alina – Ora vorrei che tu applicassi la stessa identica logica. Hai aiutato loro a vendere la casa, vero? – I soldi sono già stati spesi. – Spesi per cosa? Macchine? Ristrutturazioni? Bene, anch’io vorrei. Dove sono i miei soldi, mamma? Mi hai detto che devo accontentarmi, perché sono donna, ma non sono d’accordo. La mamma cercava di capire come uscire dalla trappola che aveva costruito da sola. In famiglia era sempre stato così! Per i ragazzi il patrigno era padre, a loro il meglio. Quella nonna non aveva mai voluto Alina, era “la straniera”, non sarebbe mai stata sua nipote. E la mamma non l’aveva difesa. – Ma che persona sei? – la mamma senza argomenti – Ma perché ci tieni così tanto a quei soldi? Tu lavori. Sei giovane, stai bene. Tu non hai bisogno di molto. Invece Dima e Vania devono pensare alla casa. Sono uomini! Loro hanno più difficoltà! – Quindi la tua logica ora è questa: l’eredità del papà è per tutti perché siamo fratelli e sorella; quella della loro nonna è solo loro perché sono maschi e io sono la femmina che non deve pretendere? – Non essere arrogante – disse la mamma – Da dove ti viene tutta questa avidità? La mamma non ammetterà mai di aver sbagliato. Alina è una ragioniera avara solo perché osa pretendere giustizia. – Forse non lo sai, ma secondo la delega tu avresti dovuto versarmi tutto l’importo della casa. Il termine per contestare non è ancora scaduto. Non sto dicendo che lo farò, ma… – Alina!! Mi stai forse minacciando? – la mamma bisbigliò spaventata. – No, mamma. Ma posso ancora reclamare i miei soldi. Pensaci. Dopo un solo mese, ad Alina arrivò finalmente tutto quello che le spettava. Poi la bloccarono ovunque, senza neanche un grazie.
Mamma, ripeté Giulia, perché mi sono arrivati solo centotrentaquattromila euro? Io aspettavo almeno quattrocentomila