— Buongiorno, amore mio. Si svegliò come sempre un minuto prima della sveglia: un’abitudine rimasta dai tempi dell’esercito. Si rotolò dal letto al pavimento, fece qualche flessione a occhi chiusi, mentre il sangue che scorreva veloce scacciava gli ultimi residui di sonno. — Vado a svegliare i ragazzi, Len. I “ragazzi” sono i due gemelli di dieci anni che dormono nella stanza accanto. Due versioni in miniatura del papà, con la bocca leggermente aperta come se stessero sognando la stessa avventura. Durante la notte il riscaldamento aveva funzionato male, così quella mattina aveva evitato la solita corsa, lasciandoli dormire un po’ di più. Li guardò, orgoglioso dei loro corpi già forti. Alla loro età, lui era l’opposto: mingherlino, impacciato e un po’ ricurvo. Timido, così tanto che tutti lo prendevano per un codardo. Gli studi gli riuscivano facili, più difficili da digerire invece erano gli insulti dei compagni. Non sapeva difendersi: era cosciente di essere il più debole. Dava tutto durante ginnastica, ma le battute dell’insegnante smorzavano subito l’entusiasmo. Quanto agli sport, sua madre era inamovibile: — Non ti ho messo al mondo, io, per fare il pugile! Un ragazzo ebreo per bene non va certo ad imparare a tirare pugni! Anche lì la timidezza aveva la meglio: la voglia di diventare forte veniva sempre sconfitta. Sua madre, affettuosa e premurosa, mostrava raramente polso duro… e proprio per sfuggire a quell’eccesso di dolcezza, appena finita la scuola era scappato militare. Da lì, due anni dopo, tornò allenato, determinato, un vero sportivo promettente. Il ragazzo fragile e insicuro era diventato un solido candidato Maestro negli sport da combattimento. Un dispiacere per la mamma, ma una gioia per chi lo accoglieva all’Istituto Superiore di Scienze Motorie di Roma, dove scelse di proseguire la carriera sportiva. Gli anni dell’università cambiarono tutto: gare, il collegio, nuovi amici. Ma comparve subito un nuovo ostacolo: le ragazze. Pur tra i successi sportivi, la timidezza non svaniva. Invitarne una al cinema o semplicemente parlarle, a vent’anni, era difficile come lo era stato a dieci. E poi un giorno arrivò lei. Elena era la promessa dell’istituto: campionessa di tuffi, bellissima, bionda, occhi verdi intensi. Dolce, intelligente, riservata — tanto da essere soprannominata l’Aliena. Diventarono subito amici. Stare insieme era naturale: passeggiavano ore senza parlare, si facevano il tifo alle rispettive gare. Dopo il primo bacio, lui le chiese subito di sposarlo. “Tutti a festeggiare il matrimonio dei Marziani!” — e davvero tutto il corso, li adorava per la loro semplicità e sincerità. Dopo un anno, Elena prese una pausa dagli studi: era incinta. Di sera, lui andava alla Stazione Termini a lavorare come facchino. Proprio in quei giorni si sentì forte davvero — non per i sacchi sollevati, ma perché sapeva che avrebbe protetto la sua famiglia, che sarebbe stato in grado di crescere quei figli. Forte, perché aveva lei. Elena era agitata, ma il medico la rassicurava: tutto andava bene, e scherzava: — Posso solo dirvi una cosa che vi deluderà: se non vi piacciono i bambini, la situazione per voi è doppia… aspettate due gemelli! Nelle notti, sognavano insieme il futuro: come sarebbero stati i loro figli, come sarebbero cambiati loro negli anni, quale casa avrebbero comprato sul mare… Ma i sogni, si sa, si fanno di notte. Alla vigilia del parto, lei lo prese per mano, dicendo: — Promettimi che, qualsiasi cosa succeda, non li lascerai mai! Lui rimase stupito, pensò quasi di offendersi, ma vedendo i suoi occhi annuì solamente. Il giorno dopo iniziarono le doglie. Fu un parto lungo, difficile: quasi un giorno intero senza che lei riprendesse conoscenza. Quando i medici trovarono la causa dell’emorragia, era già troppo tardi. Di quella notte, lui non ricorda niente. Si risvegliò all’alba alla Stazione Termini, fradicio, una pozzanghera sotto di lui. La testa scoppiva, l’alcol ancora in circolo, ma una sola idea gli diede subito lucidità: due bambini lo aspettavano. Si laureò con ottimi voti ma smise presto con le gare. Lo Sport Club gli assegnò una casa, dove andò a vivere coi “ragazzi”. All’inizio la madre aiutava, poi i gemelli crebbero e restarono solo loro tre. Insegnava educazione fisica nella sezione sportiva del Coni, poi, quando i ragazzi iniziarono la scuola, prese servizio proprio lì come docente. Continuò il secondo lavoro alla Stazione Termini, da qualche anno capo turno: lo stipendio da prof non bastava. Pian piano si sistemarono, ma la sua anima rimaneva vuota: avrebbe voluto sfogarsi, ma senza Elena si sentiva muto. Per un periodo, gli amici provarono a presentargli delle donne. Ma non riusciva a resistere più di un’ora: una lo ricordava negli occhi, un’altra nel modo di muovere i capelli… Così, pian piano, cominciò a parlare con Elena la notte. Si arrabbiava perché le parole non bastavano: alla fine, si abituò. Le confidava paure e orgoglio. Proprio ieri, i ragazzi erano tornati a casa soddisfatti per il bel voto preso in un compito in classe: — E io rispondo loro che vantarsi non è da uomini. Che nemmeno impegnarsi solo per il voto vale davvero. Ma in realtà sono così orgoglioso di loro! Crescono bene — intelligenti, forti, senza cattiveria… A volte, sai, il mio sergente mi diceva: “Il coraggio sta nel saper avere paura, senza darlo a vedere”. Forse esagero a non lodarli, per non sembrare debole… persino dirgli che li amo non l’ho mai fatto. Ma loro lo sanno, vero Elena? In quel momento fu preso da una tenerezza immensa: voleva abbracciarli, dirgli quanto gli erano cari, ma non voleva svegliarli nel cuore della notte. In cucina era ancora freddo. Guardò il termometro: meno cinque. Un inverno bello, secco — solo la neve tardava. Da dietro i vetri vide la vicina del secondo piano che spazzava il cortile. Gli sembrò stesse parlando da sola. Entrarono “i ragazzi”: il maggiore, il primo nato, preparava il tè; il minore metteva la padella sul fuoco — quella mattina toccava a lui cucinare. A un certo punto, uno diede una gomitata all’altro. Poi, un po’ impacciati, si avvicinarono, abbracciarono il papà e dissero: — Papà, lo sappiamo che ogni tanto parli con la mamma… Dille, per favore, che anche se non la ricordiamo molto, le vogliamo tantissimo bene. E anche a te, papà…
Buongiorno, amore mio. Buongiorno, amore mio.Come sempre, lui si era svegliato un minuto prima della sveglia.
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01
Il numero in replay: una storia italiana di viaggi finti tra Milano e Bologna, camere d’albergo sempre uguali e bugie che si accumulano tra famiglia, lavoro e segreti, fino al giorno in cui la verità bussa alla porta
Numero in Replica Sta in piedi nellingresso di casa e non riesce a decidere quale giacca prendere: quella
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08
Ogni martedì Liana si affrettava verso la metropolitana, stringendo in mano una busta di plastica vuota. Era il simbolo del suo insuccesso odierno: due intere ore vagando senza meta nei centri commerciali, senza trovare un’idea decente per il regalo della figlia dell’amica, la sua figlioccia. Masha, a dieci anni, aveva smesso di amare i pony e si era appassionata all’astronomia, ma trovare un buon telescopio entro limiti di budget accettabili era un’impresa davvero… spaziale. Era già buio, nell’aria sotterranea si sentiva la stanchezza della sera. Liana, lasciando sfilare la folla, si fece largo verso la scala mobile. Fu lì che il suo orecchio, fino a quel momento sordo al brusio, captò una voce limpida e impastata di emozione. «…Non credevo che avrei potuto rivederlo, giuro, — diceva una giovane, la voce appena tremante. — E ora, ogni martedì, viene lui a prenderla all’asilo. Di persona. Arriva con la sua macchina e vanno sempre in quello stesso parco con le giostre…» Liana si immobilizzò sul gradino in discesa della scala mobile. Si voltò per un istante, intravvedendo la ragazza: cappotto rosso acceso, volto emozionato, occhi brillanti. E un’amica accanto che ascoltava, attenta. «Ogni martedì». Anche lei aveva avuto un giorno così, anni fa. Non il lunedì, troppo faticoso per ripartire, non il venerdì con il sapore di week-end. Proprio il martedì. Il giorno attorno a cui ruotava il suo mondo. Ogni martedì, puntuale alle cinque, usciva dalla scuola dove insegnava italiano e letteratura e quasi correva dall’altra parte della città. All’istituto musicale Verdi, in una vecchia villa dal parquet cigolante. Andava a prendere Marco. Sette anni, più serio della sua età, con il violino quasi alto quanto lui. Non suo figlio — suo nipote. Figlio di suo fratello Antonio, mancato in un grave incidente tre anni prima. Nei primi mesi dopo il lutto, quei martedì erano diventati un rito di sopravvivenza. Per Marco, chiuso nel silenzio. Per sua madre Olga, che non si alzava più da letto. E per Liana stessa, che tentava di raccogliere i pezzi di quella famiglia, diventando per un po’ l’ancora, il punto saldo, la maggiore in quella tragedia. Ricordava ogni dettaglio. Come Marco usciva dall’aula senza alzare gli occhi. Come lei prendeva il pesante astuccio e lui glielo porgeva senza dire nulla. Camminavano fino alla metro e lei gli raccontava qualcosa di buffo — un errore simpatico di uno studente, di una cornacchia che aveva rubato una merenda. Un giorno, nella pioggia di novembre, lui domandò: «Zia Lina, anche papà non amava la pioggia?» E lei, trafitta dal dolore e dalla tenerezza, rispose: «La odiava. Correva subito sotto i portici». Marco allora le prese la mano, forte, a modo di adulto. Non perché avesse bisogno di essere guidato, ma come a voler trattenere qualcosa che stava svanendo. Non la mano — il ricordo. In quella stretta c’era tutta la potenza bambina della nostalgia, mescolata a una consapevolezza acuta: sì, papà era reale. Correva davvero sotto i portici. Non esisteva solo nei ricordi, nei sospiri sommessi della nonna, era là, in quell’aria umida di novembre, su quella strada. Per tre anni la sua vita fu divisa in «prima» e «dopo». E il vero giorno, quello della vita autentica, anche se difficile, era il martedì. Gli altri erano solo preparazione o attesa. Per quel giorno Liana si preparava: comprava il succo di mela che piaceva a Marco, scaricava video divertenti per il viaggio in metro, pensava agli argomenti di conversazione. Poi… Poi Olga pian piano si riprese. Trovò lavoro. E dopo qualche tempo anche un nuovo amore. Decise di ricominciare da capo, in un’altra città, via da ricordi troppo forti. Liana le aiutò a fare i bagagli, ripose l’astuccio del violino di Marco nella custodia morbida, lo strinse forte al binario. «Scrivimi, chiamami, — disse trattenendo le lacrime. — Ci sono sempre». All’inizio, lui chiamava ogni martedì, alle sei in punto. E per qualche minuto lei ritornava zia Lina, doveva chiedergli tutto in quindici minuti: la scuola, il violino, i nuovi amici. La sua voce era un filo teso attraverso centinaia di chilometri. Poi le chiamate si diluirono: una volta ogni due settimane. Marco crebbe, arrivarono nuove attività, compiti, videogiochi con gli amici. «Zia, scusa, martedì scorso ho saltato la chiamata, avevo una verifica», scriveva lui, e lei rispondeva: «Non importa, tesoro. Com’è andata la verifica?» I suoi martedì ora si segnavano nell’attesa di un messaggio che poteva non arrivare. Non si offendeva. Scriveva lei, allora. Poi — solo a Natale, o per il compleanno. La voce di Marco era diventata sicura. Parlava poco di sé: «Tutto ok», «Studio», «Va bene». Il nuovo compagno della madre, Sergio, era un uomo solido e gentile, che non cercava di sostituire il padre. E questa era la cosa più importante. Poi nacque una sorellina, Alina. Nella foto social Marco la teneva tra le braccia, goffo ma tenero. La vita, crudele e generosa insieme, si riprendeva il suo spazio. Ricostruiva, copriva le ferite con la quotidianità, le cure per la neonata, la scuola, i nuovi progetti. In questa nuova vita restava per Liana una nicchia discreta, sempre più stretta: la «zia del passato». E ora, nel boato ovattato della metro, quelle parole — «ogni martedì» — non erano un rimprovero, ma un eco. Saluto da quella Liana che per tre anni aveva portato dentro di sé una responsabilità bruciante e un amore lacerante, come una ferita aperta e come il dono più grande. Quella Liana sapeva chi era: punto fermo, faro, fondamento indispensabile per un bambino. Era necessaria. La signora col cappotto rosso aveva il suo dramma personale, le sue mediazioni tra passato e presente. Ma quel ritmo — «ogni martedì» — era un linguaggio universale. Linguaggio di presenza, che dice: «Io ci sono. Puoi contare su di me. Sei importante per me in quel giorno, a quell’ora». Un linguaggio che Liana una volta capiva al volo, e che ormai aveva quasi dimenticato. Il treno partì. Liana si raddrizzò, guardandosi nel riflesso del vetro nero. Alla sua fermata sapeva già che l’indomani avrebbe ordinato due telescopi uguali — economici, ma buoni. Uno per Masha. L’altro lo avrebbe spedito a Marco. Quando lo avrebbe ricevuto, gli avrebbe scritto: «Marco, così potremo guardare lo stesso cielo, anche da città diverse. Che ne dici, martedì prossimo alle sei, se il cielo è sereno, ci mettiamo d’accordo per osservare insieme l’Orsa Maggiore? Sincronizziamo gli orologi. Un bacio, zia Lina». Risali le scale mobili verso la città della sera. L’aria era già fredda e pulita. Il prossimo martedì non era più vuoto. Era di nuovo fissato. Non come un dovere, ma come un patto gentile tra due persone legate da memoria, gratitudine e un filo silenzioso ma indistruttibile di parentela. La vita andava avanti. E nella sua agenda restavano ancora giorni non solo da attraversare, ma da assegnare. Assegnare alla piccola meraviglia di uno sguardo in sincrono al cielo, a centinaia di chilometri di distanza. Alla memoria, che non fa più male ma scalda. All’amore, che ha imparato la lingua delle distanze — e per questo è ancora più silenzioso, maturo, indelebile.
Ogni martedì Lucia si affrettava verso la metropolitana, stringendo nella mano una busta di plastica vuota.
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077
La nonna aveva un nipote del cuore: la storia di Katia e Dima tra preferenze di famiglia, eredità e il coraggio di perdonare (o di lasciar andare)
La nonna preferiva un nipote E io, nonna? mormorava piano lei. Tu, Livia, sei già brava. Guarda come
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051
Meglio così che male accompagnata — «Come “l’utente non è raggiungibile”? Ma se parlava con qualcuno cinque minuti fa!» — Natasha era ferma in corridoio, stringendo il telefono all’orecchio. Gettò uno sguardo alla cassettiera. La scatolina dove teneva i suoi gioielli era al suo posto, ma qualcosa non andava: il coperchio era socchiuso. — Roman! — gridò verso il bagno. — Sei lì? Natasha si avvicinò piano alla cassettiera. Appena toccò il legno lucido, un brivido le corse lungo la schiena: la scatolina era vuota. Completamente. Neanche lo scontrino del negozio, che usava come segnalibro, era rimasto. Insieme ai gioielli erano spariti anche i soldi. Certo, glieli aveva dati lei… — Dio mio… — sussurrò abbassandosi sul pavimento. — Com’è possibile? Ieri litigavamo per la carta da parati… Avevi promesso che in agosto saremmo andati al mare insieme… Eppure tutto era iniziato in modo ridicolmente normale. Un giugno dell’anno scorso la sua “cinquina” si era fermata con un pistone bloccato. In officina avevano chiesto una cifra assurda, così lei — arrabbiata — aveva scritto sul gruppo Facebook “AutoAiuto Lombardia”. «Ragazzi, chi sa se posso sbloccare da sola il pistone del freno? Ecco la foto della ruota tutta sporca». I commenti erano arrivati subito. Chi la sconsigliava di toccare nulla, chi proponeva di comprare il pezzo nuovo. Poi arrivò un messaggio da “Roman85”: «Signorina, non li stia a sentire. Prenda un WD-40 e un kit riparazione da venti euro. Smonti la ruota e, con cautela, prema il pistone col pedale, ma non del tutto. Pulito con il liquido dei freni, ingrassi. Se il cilindro è liscio tutto bene, correrà come nuova». Natasha si incuriosì: era scritto bene, senza spocchia. «E se il cilindro è rovinato?», ribatté. «Solo da cambiare. Ma dalla foto la sua macchina è tenuta bene, non credo sia messa così male. Se ha dubbi, mi scriva in privato, aiuto volentieri.» Così cominciarono. Roman era una miniera di consigli pratici. In una settimana la “istruì” su cambio dell’olio, scelta delle candele, persino su quale antigelo evitare. Lei si sorprese nel desiderare i suoi messaggi. «Senti Roman, sei proprio un salvatore! — a fine luglio — Pensavo… perché non prendere un caffè insieme? Offro io, o qualcosa di più forte, visto il budget risparmiato». Roman rispose dopo tre ore. «Natasha, lo farei volentieri. Davvero. Solo che ora… sono in trasferta. Lunghissima. All’estero, diciamo.» «Davvero? Lontano?» «Il più lontano possibile. Non voglio mentirti. Mi piaci molto, come persona. Ma non sono davvero in trasferta: sto scontando una pena. San Vittore, se ti dice qualcosa.» Il telefono le cadde sul divano. Le fece male il petto. Un detenuto? Lei, contabile in una grossa azienda, da due settimane chattava con un criminale?! «Per cosa?» digitò con le dita che tremavano. «Truffa… Ho fatto una stupidaggine, un po’ vittima, un po’ colpa mia. Finisco tra meno di un anno. Se vuoi, cancella tutto, capisco.» Lei non rispose. Lo bloccò e per tre giorni fu uno zombie al lavoro. Ma pensava: “Perché un uomo così intelligente, operativo, così bravo — è in galera?!” Una settimana dopo trovò una mail. Roman aveva chiesto il suo indirizzo. Lei non aveva eliminato il contatto, solo chiuso la chat. «Natasha, davvero non mi offendo. Sapevo che sarebbe finita così. Tu sei una brava persona, io non faccio per te. Volevo solo ringraziarti per la compagnia. Sono stati per me i due giorni più belli degli ultimi tre anni. Ti auguro felicità. Addio.» Leggendo queste righe in cucina, Natasha si mise a piangere. Le dispiaceva per lui, per se stessa, per la vita ingiusta. — “Perché tutti hanno fortuna e a me capitano solo sposati, bambocci o — quando finalmente un uomo normale — lui è dietro le sbarre?”— si chiedeva. E non rispose nemmeno stavolta… Natalia provò a frequentare altri uomini, ma nessuno andava. Uno parlava solo della sua collezione di francobolli, un altro era venuto con le mani sporche e aveva chiesto di dividere il conto. A marzo, il giorno dei suoi trentacinque anni, si sentiva più sola che mai. Al mattino arrivò la notifica: «Buon compleanno, Natasha! — scriveva Roman. — So che non dovrei disturbarti, ma non ho resistito. Che tutto ti vada bene. Meriti che ti portino sulle mani. Con mollica di pane e filo di ferro ho realizzato una cosetta qui… Se potessi te la regalerei. Sappi che da qualche parte, in Emilia, oggi bevo una tazza di the pessimo alla tua salute.» «Grazie, Roman. Fa piacere», rispose lei, non resistendo. «Hai risposto! — lui era al settimo cielo. — Come va? La “Cinquina” ha tenuto col gelo?» E ricominciò tutto. Ora si sentivano ogni giorno. Roman la chiamava quando poteva. Aveva una voce profonda e calda. Le raccontava della sua infanzia col fratello, di come ora allevasse i nipotini, del sogno di ricominciare da zero. — Non torno a casa, Natasha, — le confessava mentre lei scaldava la cena. — Lì ci sono i soliti amici e finisce che ricasco nei guai. Voglio andare dove nessuno mi conosce. Ho le mani, in un’officina o in cantiere lavoro lo trovo sempre. — Dove vorresti andare? — domandava lei col fiato sospeso. — Da te verrei. Affitterei una stanza o un monolocale, per stare solo nella tua città, solo per sapere che respiriamo la stessa aria. Poi si vedrà. Non voglio impormi, capiscimi… A maggio Natasha era innamorata persa. Conosceva tempi e modalità dei suoi controlli, quando c’era la “doccia settimanale” o il turno in mensa. Le spediva pacchi: tè, caramelle, calze calde, ricambi strani. — Roman, basta che non ti metti nei guai, — lo pregava. — Resta tranquillo. — Per te, cara, starò buono come l’acqua. — scherzava. — Ad aprile sono libero. — Ti aspetto. Ad aprile Natasha era ai cancelli del carcere. Gli aveva comprato giubbotto nuovo, jeans, scarpe da ginnastica. Aveva il cuore in gola per la tensione. Quando lo vide, piccolo e robusto, con i capelli corti sale e pepe, per un attimo rimase paralizzata. In foto era un po’ diverso. Ma quando sorrise e disse: — Eccoti, padrona, — lei gli saltò al collo. — Grazie a Dio stai bene, — sussurrava sulla sua guancia ruvida. — Dove vuoi che vada, — la strinse — che profumo buono… fiori? Andarono a casa sua. La prima settimana fu una favola. Roman si diede subito da fare: aggiustò il rubinetto, sistemò la serratura semibloccata da mesi. La sera stavano in cucina con del rosso, raccontava storie buffe della “vita di prima”, evitando scivoloni scomodi. — Senti, Roman — disse una sera — volevi prendere casa. Forse non serve. Ho spazio, in due è meglio. Risparmi i soldi, ti servono per comprare attrezzi, sistemarti. — Non mi sembra giusto, — lui mescolava lo zucchero pensieroso. — Sono uomo, dovrei avere una casa da offrire. Vivo sulla tua schiena, mangio a tue spese. — Dai smettila! — lei gli prese la mano. — Non siamo estranei. Presto troverai il tuo equilibrio. — Mio fratello mi ha chiamato — mormorò, evitando lo sguardo. — Il nipote sta male, serve un’operazione costosa. Chiede un prestito, ma io non ho una lira. Che vergogna, Natasha. Mi vergogno della mia famiglia. — Quanto serve? — domandò. — Tanto… Cinquemila euro. Ma dice che una parte ce l’hanno già. Pensavo di andare a lavorare a Milano, lì si guadagna bene, potrei restituire in fretta. Natasha rimase in silenzio. I cinquemila euro stavano nella scatola dei suoi risparmi. Tre anni che li metteva da parte per rifare bagno e cucina, concedersi finalmente una doccia idromassaggio… — Ce li ho io quei soldi, — disse piano. Roman alzò di scatto la testa. — Neanche per idea! Sono tuoi, non li prendo. — Roman, è per la famiglia. Li restituisci quando potrai. Ormai siamo insieme. Lui resistette. Per due giorni si tormentò cupo, ricominciò pure a fumare in balcone nonostante avesse promesso di smettere. Alla fine, fu Natasha a posare i soldi sul tavolo. — Prendili. Vai da tuo fratello, aiutalo. O fali arrivare a lui. — Meglio che vada di persona, — la abbracciò. — Così parlo anche di lavoro dalle sue parti, magari trovo una soluzione. Torno tra due giorni, Natasha. E poi vediamo… *** Natasha era ancora a terra dopo un’ora. Le gambe intorpidite, ma né i piedi né il cuore sentivano dolore. Ripensava alla sera prima: avevano visto una commedia scema, lui rideva, la abbracciava, e lei si sentiva la donna più felice del mondo. — Parto un giorno prima, — le aveva detto prima di dormire. Era fuggito all’alba. Lei dormiva, non l’aveva sentito vestirsi. Aveva solo sognato il rumore della porta — aveva pensato fossero i vicini. Alle due, forse, telefonò finalmente al fratello di Roman. Il numero che lui le aveva lasciato “per emergenze”. — Pronto? — voce ruvida — Chi parla? — Salve, sono… l’amica di Roman. È venuto oggi da voi? Silenzio. Poi un respiro pesante. — Signorina, che Roman? Mio fratello si chiama diversamente, è ancora dentro fino a ottobre. Natasha sentì un vuoto alle tempie. — Come… ottobre? Lui è uscito in aprile. L’ho preso io fuori da San Vittore. — Senta, — la voce si fece dura. — Mio fratello Alex è a Opera. Roman… Roman era il mio ex compagno di cella, uscito due mesi fa. Mi ha rubato il telefono, ha copiato tutti i contatti. Lei è l’ennesima “pen-friend” che ha raggirato. È un genio nei raggiri. Tecnico industriale, cervello brillante. Natasha posò il telefono a terra. Ripensò a quando insegnava a cambiare le candele. — Mai serrare troppo, — diceva. — O rovini la filettatura, ciao motore. — Rovinata, — sussurrò. — Presa in pieno. Si accorse in quel momento che non sapeva niente del suo “compagno”. Mai visto i suoi documenti, né un certificato di scarcerazione. E se nemmeno si chiamasse davvero Roman?! *** Certo, Natasha andò alla Polizia e fece denuncia. Mostrò le foto e scoprì parecchio sul suo “convivente”. Si chiamava davvero Roman — ed era l’unica verità che avesse mai detto. Scontava una lunga pena per reati gravi ed era alla terza condanna — aveva incontrato Natasha grazie alle “amicizie epistolari”. Lei si fece il segno della croce, cambiò serratura e si ritenne fortunata: rispetto alle precedenti vittime di lui, se l’era cavata bene.
Me ne sono andato, meglio così Ma come sarebbe utente non raggiungibile? Cinque minuti fa stava parlando
L’Ingrata — Sveva, abbiamo fame! Basta poltrire! — tuona accanto all’orecchio la voce infastidita del marito. La testa le scoppia, la gola brucia, il naso è tappato! Prova ad alzarsi — il corpo sembra di ovatta. Non c’è da stupirsi se si è ammalata. Tutta la settimana un caldo estivo, poi ieri sera neve mista a pioggia. Primavera… Chiamare un taxi era impossibile: con questo tempo, figurati. Ha dovuto tornare dal lavoro con l’autobus. Ha aspettato mezz’ora, gremito. Si è infilata a fatica. Poi ancora a piedi dalla fermata. Eppure aveva chiesto al marito di passarla a prendere. — Svevina, siamo andati da mia mamma con Mattia. Torniamo tardi. — le aveva comunicato Vittorio. Come sempre… Così Sveva è arrivata a casa stanca, fradicia e infreddolita. Guarda l’orario — le otto del mattino. Sabato. — Vitto, mi porti il termometro per favore? — prega la donna. — Cos’hai? Ti senti male? — si stupisce Vittorio. — E la colazione? — Potete farvela voi? — chiede la moglie. — Come, da soli? E Mattia? — Ha dieci anni! E tu sei un uomo adulto. Preparate due uova? Insegno io a Mattia già da tempo, ormai è grande. — Gli hai insegnato a cucinare? — sbotta il marito. — Certo. Che c’è di male? Passa tutto il giorno sul telefono, non fa mai nulla. — risponde Sveva con una spallucciata. — Sei fuori? Un maschio non deve cucinare, non deve nemmeno imparare! È roba da donne! — scatta Vittorio. — Basta! Andiamo dai miei, visto che tu non ci pensi. Torniamo domani sera. E i “maschi”, rapidamente, se ne vanno dalla mamma di Vittorio. Sveva si alza a fatica, trova il termometro, mette l’acqua per il tè e riflette… “Com’è successo tutto questo? Quando ho perso quel momento in cui il marito cucinava senza problemi anche per lei, in cui ci si prendeva cura l’uno dell’altro durante la malattia? Quando è cambiato tutto? Perché improvvisamente tutte le faccende domestiche sono diventate solo un mio dovere?” Il termometro suona: 39,2. La giovane prende le medicine e torna a dormire! Poco dopo la sveglia il telefono. Mamma: — Svevina, perché non rispondi? Sono preoccupata, la mattina mi chiami sempre. — si agita Vittoria Alessandri. — Mamma, sono un po’ ammalata. Ho preso le medicine e mi sono rimessa giù. — risponde rauca Sveva. — Un po’! E dove sono Vitto e Mattia? Dalla mamma di nuovo? — brontola mamma. — Sono andati via con Mattia. Per non prendersi l’influenza. — dice debolmente. — Ma davvero ci credi? Per non prendersi l’influenza… Potevano almeno lavare un piatto! — si arrabbia la mamma. — Su, mamma… — prova a replicare, ma non la lascia finire. E Sveva sa di avere ragione. — Non “mammare”! Avevo dato mia figlia in sposa, non in schiavitù! Hai misurato la febbre? — Sì. Era alta stamattina. Ora meglio, ma sono senza energie. — si lamenta la figlia. — Rimani a letto! Ora viene papà a prenderti. Devo farti riprendere! Così non va — ammalata da sola. Aspetta. — e chiude la chiamata. Sveva si tira su piano, si lava, prepara due cose, prende il portatile, pronta ad accogliere il padre. — Oddio! — fa il padre – una mano sul cuore — vedendo la figlia. — Che c’è papà? — si preoccupa Sveva. — Ah, sei tu! Pensavo di aver trovato la morte! Una morticina! — Papà, mi spaventi! — sorride. — Andiamo? — Andiamo. Aggrappati bene a papà, che non ti porti via il vento! — la aiuta a salire dolcemente in auto. — Magra e stanca così… Tua mamma ha ragione, sembri schiava! Scusami, ma non stai bene! Sveva non replica. Stanca. A casa dei suoi, tutto è caldo, accogliente, felice. Vittoria Alessandri si dedica alla figlia e la sera Sveva si sente già meglio. Chiama Vittorio per dire che non rientra, ma lui: — Eh, che vuoi dirmi? Non posso portarti medicine. Ho bevuto una birra con papà. E’ sabato! Guardiamo la partita. Ah, mamma vuole parlarti. — e passa il telefono. — Sveva! Sei una donna! Non si può lasciare i propri uomini senza da mangiare, neppure se stai male! Cosa conta, in famiglia? Soprattutto per i maschi? Stomaco pieno, casa calda e silenzio! E tu? Malata, bevi una pastiglia e non pensi più a nulla! — sentenzia Ksenia Antonelli. La mamma, che passa di lì, afferra il telefono: — Mia cara consuocera! Ma tuo figlio è malato? O non è buono? O dev’essere tenuto come un bamboccio per essere accudito così? — sbotta Vittoria Alessandri. — Ma semplicemente è famigliare! E poi, i maschi sono fatti così. — la suocera, sorpresa. — Vittoria, e tu? — Io? A… schiantata! Sto risollevando mia figlia. Il vero uomo non riesce neppure a portare una medicina — preferisce la birra… Sua moglie sta male, lui è contento. — tra consuocere non c’è mai stato feeling, ma forse Ksenia un po’ temeva Vittoria. — Che sciocchezze. Sono andati via solo per non disturbare Sveva. — sbuffa Ksenia. — Guarda te, vuole medicine, coccole! Semplicemente è pigra, non pensa più agli uomini! E loro fanno parte della famiglia! Vabbè, mi prendo cura io dei miei uomini! Vostra figlia è una “cuculo”! Vittoria osserva il telefono muto. — Figlia mia, ne vale la pena? Sei giovane! Ora basta proprio. — fuori di sé la mamma! Poi arriva un messaggio da Vittorio: ”Sveva, mi mandi i soldi? Non mi bastano fino a paga. Ho speso per Mattia. Dovevo pagare tutto io — attività, vestiti, tutto!” “Ma tutte le bollette per la casa, la spesa, le ho pagate io tutto il mese! Va bene così?” — stupita da tanto coraggio. “Certo. Casa è tua! Dai, manda i soldi, su. Sto andando al supermercato!” — insistente. “Non ne ho. Li ho spesi per le medicine.” — inventa. “Cosa? La tua malattia ci costa troppo! Chiedi ai tuoi.” — replica lui. “Chiedi a tua madre.” — risponde Sveva. “Ma dai! Lei non capirebbe dove finisce il mio stipendio.” — Vittorio. “Nemmeno io capisco.” — risponde. “Sono un uomo adulto. Ho le mie esigenze e spese. Non devo rendere conto né a te, né a mia madre! Sto entrando al supermercato. Manda!” — scontroso. “Non mando!” — chiude lei. Segue una pioggia di messaggi: ingrata, madre snaturata, moglie pessima e altro ancora… Alla fine Sveva risponde alla mamma: — Non serve più, mamma. Davvero. Tutta la sera e la notte marito e suocera si alternano a scrivere messaggi carichi d’ira. Lui furioso, lei la “edifica”. Sveva silenzia. Domenica mattina, la chiamata: — Sveva, io e Mattia restiamo dalla mamma. Lei sì che ci vuole bene! Era giusto non sposarti in fretta. Lo sapevo: non sei una madre! Sei una cuculo! — chiude Vittorio. — Bene così! Che dici, figlia? — la guarda il padre. — Vedo solo il divorzio. Non ne posso più. — Sveva fissa l’omelette fragrante. Decisione presa. Ma che fatica! — Benissimo! Madre, io esco. A pranzo forse non faccio in tempo. — avverte uscendo papà. — Svevetta, ora prendi le pastiglie, spegni tutto e dormi. Devi riprenderti. — la mamma la accarezza. Obbedisce. Domenica. Domani si lavora. Dorme. Si sveglia per pranzo. Il padre è appena tornato. — Tieni. Sono i tuoi. Quegli altri puoi buttarli. — le dà le nuove chiavi. — Che…? — Sveva non capisce. — Ho cambiato la serratura a casa tua, raccolto le cose di Vittorio e Mattia e portate ai suoceri. Quello che manca dagli pure dopo. Tu stai qui con noi? Va bene? E per il telefono… dimenticalo, più sicuro così. In cucina la mamma, serena. Era il loro sogno da tempo. Ma hanno aspettato che fosse Sveva a capire. Sveva ha chiesto il divorzio. Quante accuse ha sentito: “sfasciafamiglie”, “cuculo”, “mamma, lasciamo perdere”, “ingrata” e altro ancora… Eppure è felice. Per la prima volta da anni! Il divorzio è rapido. Niente figli comuni, niente beni da spartire. Un anno dopo il matrimonio, Vittorio aveva preferito portare a vivere con sé il figlio — più conveniente che pagare il mantenimento. L’ex moglie era d’accordo. Solo che aveva “dimenticato” di consultare Sveva. O anche solo di avvisarla. Non gli importava che Sveva e Mattia non fossero riusciti a legare, che il ragazzo le rendesse la vita impossibile. Aveva “dimenticato” che la casa era di Sveva. Dimenticato tutto. Anche la moglie — tanto era più comodo. Lui è uomo! Il padre! E Sveva? Che dire di lei? L’ingrata! Punto! Ma il giudice ha rimesso le cose a posto! Il giudice chiamato da Vittorio, che si era “dimenticato” di tutto! Vittorio e il figlio stanno dalla nonna, che li tiene d’occhio e insegna le faccende di casa. Tre uomini da soli non è come uno! Duro. Ma Sveva è felice! Si è comprata una macchina! Basta ammalarsi per strada. Cosa può fare a 27 anni dopo un divorzio difficile? La cosa giusta! Amare sé stessa!
Giulia, abbiamo fame! Basta stare a letto! mi ha sgridato Marco proprio vicino allorecchio.
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06
Il prezzo di una scelta: la lettera dal futuro che ha cambiato la mia vita quotidiana, la famiglia e il coraggio di decidere davvero
Il prezzo di un passo Doveva finire quel benedetto report entro le sei, e invece erano già venti minuti
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012
Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra tabelle e mail urgenti come una pallina colorata dimenticata tra le scartoffie: «Colleghi, lanciamo il Secret Santa! Scambio di regali anonimo per il nostro Natale aziendale. Budget massimo 30 euro. Link al form qui sotto». Andrea rilesse il testo e guardò distrattamente l’angolo dello schermo, dove le ore scorrevano rapide. Mancavano dieci giorni lavorativi alla fine dell’anno, due settimane alla chiusura del trimestre, tre giorni alla rata del mutuo. Ormai faceva i conti in frazioni di calendario. Nella chat fioccarono reazioni. Qualcuno rispose con una gif di una renna, qualcuno scrisse: «Ancora?», qualcun altro chiese del budget. Subito la Responsabile HR, Chiara, precisò: «Non è obbligatorio partecipare, ma è altamente consigliato! Creiamo un po’ di spirito natalizio!». Andrea finì di bere il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, reparto e consenso al trattamento dei dati. In fondo lampeggiava il pulsante “Partecipa”. Ci pensò un attimo, immaginando l’ennesima candela inutile o una tazza che avrebbe affollato la sua già caotica scrivania. Poi pensò alla lista dei partecipanti e a come si sarebbe vista la sua assenza. Cliccò. — Allora, hai ceduto anche tu a questa lotteria? — lo stuzzicò Marco dell’ufficio accanto, affacciandosi nella sua postazione. — Speriamo che a me capiti qualcuno con un minimo di ironia. Ho già la mia idea di regalo: un manuale sul time management per il capo. — Ma non doveva essere tutto anonimo? — ricordò Andrea. — Proprio per questo è più divertente! Immagina la sua faccia quando lo scarta… — disse Marco, mimando uno sguardo allibito, prima di scoppiare a ridere. Andrea gli rispose con un sorriso cortese e tornò ai suoi numeri, che ormai sembravano una massa indistinta. A pochi metri, un gruppo discuteva di regali per i clienti: meglio puntare su cioccolatini di marca o risparmiare? In pausa caffè si parlava ormai solo della tredicesima: ci sarà? Sarà decurtata? Arriverà sottoforma di panettone? Tutto scorreva come un rumore bianco natalizio: l’albero di Natale all’ingresso, le palline in plastica, le cartoline di rito: “Gentili Partner, Vi Auguriamo…”. Andrea aveva fissato due obiettivi per quell’anno. Il primo: raggiungere il bonus al raggiungimento dei target. Il secondo: non perdere la calma con suo figlio per i voti in pagella. Entrambi sembravano ugualmente difficili. La sera gli arrivò una mail: “Il tuo destinatario per il Secret Santa”. La aprì sul telefono, mentre si teneva in piedi schiacciato in metropolitana. “Ciao Andrea! Il tuo destinatario: Andrea Bernardini, Ufficio Analisi”. Rilesse. Poi ancora. La metro sobbalzò, qualcuno lo urtò. Nella chat erano già in subbuglio: «È un bug?» «Anche a me è uscito il mio nome!» «Ragazzi, è un nuovo livello di analisi interiore.» Chiara rispose subito: «Cari colleghi, sì, c’è stato un errore. Non si può più sistemare, IT dice che ormai è tutto su ID. Prendiamola come un esperimento. I regali si portano lo stesso, facciamo finta di niente. L’importante è mantenere l’intrigo e il clima di festa». «Ma quale intrigo, se so che sono io!» — scrisse qualcuno. «Fai finta che sia uno sconosciuto che ti capisce benissimo» — replicò Chiara con l’emoji dell’alberello. Andrea chiuse la chat e rimise il cellulare in tasca. Qualcuno nel vagone stava gridando in vivavoce riguardo a “chiudere l’anno”. Guardò il proprio riflesso nel vetro scuro. Quarantuno anni. I capelli ancora reggono, ma ai lati iniziano a comparire fili bianchi. Il volto stanco, ma non vecchio. Giacca della grande distribuzione, orologio a rate, cellulare “come quello del capo”. Un regalo per se stesso, come se glielo spedisse uno sconosciuto, pensò. Che cosa potrebbe regalarmi uno sconosciuto? Nessuna risposta. Il giorno dopo, in pausa caffè, tutti parlavano solo di questo. — Per me si dovrebbe annullare tutto — sentenziò Paolo, l’avvocato, scuotendo la cenere. — Così si perde la magia: il Secret Santa non può non essere segreto. — A me invece piace — ribatté Anna del marketing. — Per una volta posso davvero regalarmi qualcosa che voglio, non la solita sciarpa con le renne. — Ti compri già tutto da sola — scherzò qualcuno. — Non sempre. Ci sono cose per cui ti dispiace spendere — Anna sorrise. — Ecco, lì sta il bello. Andrea ascoltava in silenzio. Gli giravano per la testa idee: cuffie, powerbank, mouse nuovo. Tutte cose che avrebbe potuto comprare entrando in negozio mentre tornava a casa. Nessuna di queste però gli sembrava un vero regalo. — E tu che ti regali? — chiese Marco davanti all’ascensore. — Non lo so, — rispose Andrea onestamente. — Mah, io mi sarei preso la PlayStation. Ma il budget non basta… Mi accontento di un set di birre artigianali, firmandolo “da Babbo Natale”. E io? pensava Andrea. Cosa vorrei ricevere, se davvero qualcuno mi vedesse? Non solo come collega, o come pagatore del mutuo, o come papà criticato per il tempo libero, ma come… chi? Come persona? Non trovava la parola. La sera andò in centro commerciale. Luci, musica ovunque. “Il regalo perfetto”, “Set per lui”, “Per l’uomo di successo” urlavano le vetrine. Ovunque immagini di uomini con cappotti costosi e visi sicuri: nessuna borsa sotto agli occhi, nessuna rata da pagare. Entrò da Mediaworld. In esposizione, cuffie wireless “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze fra i modelli. Ecco, le cuffie. Pratiche. Si può ascoltare musica, podcast. Sembra quasi di volersi bene, pensava Andrea. Ne prese una confezione, la rigirò tra le mani. Ci stava nel budget, se non prendeva il top di gamma. Però stavo solo comprando una cosa per me. Qual è il senso? Mi compro già tutto ciò che “si addice” a un uomo della mia età: telefono, orologio, scarpe buone, giacca non presa in saldo. Ma è questo un regalo? Posò la scatola e uscì. In libreria faceva più caldo. In vetrina: pile di “manuali di motivazione”, “Diventa la miglior versione di te”, “Come ottenere tutto”. Ne sfogliò uno, lesse le solite frasi su “zona comfort” e “efficacia” e si sentì più stanco. In fondo alla sala stava lo scaffale della narrativa. Passò il dito tra i dorsi: nomi conosciuti. Un tempo divorava romanzi in una notte; poi lavoro, mutuo, la nascita di suo figlio, e leggere era diventato solo “una cosa da fare”. Magari un libro? pensò. Ma quale? E quel “sconosciuto” me lo regalerebbe davvero, visto che tanto non trovo il tempo di leggere? Uscì a mani vuote, stordito dalla musica e dalle pubblicità. A casa, sua moglie gli chiese: — Che hai, perché sei così cupo? — Niente, giochiamo a farci i regali in ufficio… — Di nuovo candele e tazze? — rise lei. — Stavolta ognuno deve farsi il regalo da solo. Un errore del sistema… — Geniale! — lei posò il piatto di pasta sul tavolo. — Regalati qualcosa a cui normalmente non penseresti. — Tipo? — Non lo so, lo sai tu meglio di me! Lui tacque. Suo figlio faceva finta di studiare. — Allora? — riprese lei, più attenta. — Di solito vuoi qualcosa di preciso: telefono, orologio, zaino… sei uno che ama i “gadget”. — Li compro già quando servono — rispose. — Per necessità. — Allora magari non un oggetto, — propose lei. — Un buono: per un massaggio, una giornata libera, qualcosa così… — Una giornata libera? Mi serve un capo che non chiama la domenica, altro che buono! Sorrisero entrambi. — Ecco, chiedi a Babbo Natale un capo così. — Fuori budget — ribatté lui. Quella notte Andrea rigirò a lungo immagini e pubblicità. Cosa vorrei davvero, se nessuno dovesse giudicarmi? Nessun collega, nessuna moglie, nessun figlio, nessuna banca? Ancora nessuna risposta. Una settimana al party e l’ufficio era in fermento. I primi pacchetti regalo spuntavano sulle scrivanie; qualcuno li nascondeva nei cassetti, altri li esibivano. In chat si parlava di dress code, menù, giochi. Chiara scrisse che ci sarebbe stato un presentatore, il DJ e “un momento speciale Secret Santa”. Andrea ancora senza regalo. — Che aspetti? — lo incalzò Marco. — Restano solo le solite cavolate. — Sto pensando… — A cosa c’è da pensare? — Marco alzò le spalle. — Prenditi una cosa utile. Io ho ordinato un set per il barbecue. Non avevo mai tempo di pensare a me. In pausa pranzo Andrea si sedette con il vassoio e prese il telefono. Cercò online “regalo uomo 40 anni”. Uscirono: orologi, portafogli, gadget, whisky, coupon per il barbiere. Tutto su come dovrei apparire, pensò. Non su come mi sento. Chiuse tutto e aprì la mail privata, intasata da “Sconti speciali”, “Torna sul nostro sito”, “Inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra i messaggi, uno di una piattaforma di corsi su cui si era iscritto anni prima. “Nuovo corso di fotografia, iscriviti entro la fine della settimana”. Fotografia. Si ricordò la reflex presa anni prima, quando il mutuo era solo un’idea lontana e suo figlio non era ancora nato. Fotografava palazzi, gente, vetrine. Poi la macchina finì in un armadio: prima non c’era tempo, poi forze, poi sembrava una cosa sciocca. Che banalità, si disse subito. Quarant’anni, ed ecco qui il desiderio di tornare a fotografare. Fra poco penserò pure di mollare tutto e fare l’artista. Ridicolo. Si sentì stringere dentro da una specie di imbarazzo. Non voglio mollare tutto. Solo… Non fece in tempo a finire il pensiero, che gli arrivò un messaggio dal capo: “Mi servono i dati Q3 entro stasera!” Sospirò e tornò su. La sera stessa prese la borsa dall’armadio. Prese in mano la vecchia reflex. Scarica. Trovò il caricabatterie. Sua moglie sollevò un sopracciglio. — Ti rimetti a fotografare? — Voglio solo vedere se funziona ancora. Quando si caricò, uscì in balcone e scattò qualche foto al cortile: auto, finestre, neve, lampioni. Nulla di speciale, ma guardando nel mirino, il rumore si attenuava, anche se non scompariva. Si accorse di respirare meglio. E se il regalo fosse questo? Non l’oggetto, ma il permesso di prenderci del tempo. Un’ora a settimana. O due. Senza il senso di colpa. La cosa lo spaventava ma lo incuriosiva. Qualcosa dentro di sé rise: Davvero, un corso online di fotografia? Come se questo cambiasse le cose. Un’altra voce, più pacata, disse: E perché no? Spendiamo tanti soldi per cose che dimenticheremo. Qui c’è almeno qualcosa che un tempo ti faceva stare bene. Aprì di nuovo la mail. Il corso aveva moduli su composizione, luce, paesaggio urbano. Due sere a settimana, online. Il costo era perfetto per il budget Secret Santa, scegliendo il pacchetto base. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Uno sconosciuto che ricorda cosa ti piaceva. E che non giudica. Cliccò su “Acquista”. Rimaneva il dettaglio: come trasformarlo in un regalo fisico per il party. Comperò una semplice moleskine blu scuro e una busta. Stampò la mail di conferma del corso. Sulla prima pagina della moleskine scrisse: “Per gli scatti che ancora farai”. Scrittura non perfetta, ma leggibile. Poi pensò al biglietto. Voleva essere semplice, non il solito slogan motivazionale. Dopo qualche tentativo uscì fuori così: “Andrea, Ogni tanto fa bene ricordarsi che non sei solo report e call. Concediti un po’ di tempo per guardare il mondo senza spreadsheet davanti. Spero ne approfitterai. Il tuo Babbo Natale.” Rilesse. Gli fece quasi male: parole insieme estranee e incredibilmente vere. Il Babbo Natale risultava più attento di quanto lui sapesse esserlo con se stesso. Infilò la stampa nella moleskine, la impacchettò con carta da regalo marrone e legò un nastro rosso sottile. Il regalo sembrava modesto. Niente marchi, niente slogan. La festa si fece nella sala ricevimenti al piano terra: tavoli con tovaglie bianche, luci, DJ. Alcuni in abito, altri con la solita camicia da lavoro ma senza badge. I regali erano su un tavolo a parte, con i post-it dei nomi. Andrea appoggiò il suo, guardò la montagna colorata: buste, scatole da negozio, forme strane avvolte nella stagnola. — Pronto per la psicoterapia di gruppo? — gli strizzò l’occhio Chiara. — Beh, più o meno, — rispose lui. A metà serata il presentatore annunciò il “momento speciale”. La musica calò, le luci si abbassarono. Qualcuno era già brillo, qualcuno dibatteva ancora con il barman. — Amici, — esordì lo speaker, — quest’anno il nostro Secret Santa è davvero segretissimo. Tanto che siete diventati tutti il vostro mago personale. Ma facciamo finta di niente, ok? Risero tutti. — Uno alla volta, venite a prendere il pacco con il vostro nome. Aprite davanti a tutti, mi raccomando! Ricordate: il meglio è cosa scoprirete di voi dal regalo. Un altro che parla per slogan, pensò Andrea. Quando toccò a lui, sentì un leggero imbarazzo in gola. Prese il suo pacchettino, tornò al suo posto. — Dai, fammi vedere che cos’è! — insistette Marco. — Tanto non saranno calzini! Andrea sciolse il nastro, scartò la carta. Dentro, una moleskine e una busta col suo nome. — Ecco, questo sicuramente non è un set per barbecue! — commentò Marco, curioso. Aprì la busta, tirò fuori il foglio mentre alle sue spalle qualcuno già urlava: “A me è toccato il buono spa!”, qualcun altro mostrava un gioco da tavolo. Vide la contabile Serena commuoversi per un libro di yoga, mentre Chiara rideva con una tazza “Miglior collega”. Lesse il biglietto. Poi ancora. Suonava davvero come se qualcuno si fosse rivolto a lui, nonostante fosse farina del suo sacco. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro faceva male, un senso di vergogna come se qualcuno lo avesse sorpreso in un momento di fragilità. Ma subito un sollievo: almeno questo qualcuno non lo giudicava. — Allora? — incalzò Marco. — Un corso… di fotografia. Una moleskine. — Ammazza! Qualcuno ha puntato in alto. Magari una delle creative… Ma tanto non si può sapere, giusto? — No, non si può. — Vabbè — Marco tornò subito al suo set per barbecue. — Almeno ora ci fai le foto durante i party. Andrea chiuse la moleskine. Il presentatore faceva una battuta, qualcuno già ballava. Rumore tutt’intorno, ma dentro si faceva più silenzioso. Sullo schermo del telefono lampeggiava un messaggio della moglie: “Come sta andando?” Rispose: “Tutto bene, regali simpatici. Mi sono regalato un corso.” Poi cancellò l’ultima frase: “Dopo ti racconto”. Tornò a casa quasi a mezzanotte. L’androne quieto, dal piano di sopra una porta che sbatte. La luce calda della cucina e profumo di mandarini. Moglie con un libro in mano; il figlio, già a letto. — E quindi? Che ti hanno regalato? Posò la moleskine e la busta sul tavolo. — Tutto qui? — Dentro c’è altro — disse lui, aprendo la busta. Lei lesse il biglietto, poi lo fissò dolcemente. — Te lo sei scritto da solo? — Sì… e ho pagato anche un corso di fotografia. Lei annuì senza ironie o battute. — È un bel regalo. Ti è sempre piaciuto. — Tanto tempo fa… — Tanto tempo fa non vuol dire che sia passato. Lui scrollò le spalle; dentro però sentiva come se finalmente un mobile fosse stato spostato nel posto giusto. — Vedremo… Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Mattina d’inverno, il cortile pieno di macchine, qualche chiazza di neve. Mal di testa appena accennato. Moglie e figlio dai suoceri, sarebbe andato da loro il giorno dopo. In casa, un silenzio insolito. Prese un caffè, si sedette, aprì la moleskine. In prima pagina le parole: “Per gli scatti che ancora farai”. Accese il computer, trovò l’email del corso. La prima lezione era tra una settimana, ma si poteva già guardare il modulo introduttivo. Cliccò, la voce dell’insegnante non parlava di “self growth” o “efficienza”, ma di come notare luci e ombre. Si sorprese a non controllare la posta di lavoro. Il telefono in un’altra stanza, senza voglia di prenderlo. Dopo il video prese la macchina fotografica ed uscì in cortile. Aria pungente ma non gelida. Gente che buttava la spazzatura, cagnolini a spasso. Nel parchetto, una sola stella filante rimasta dal Capodanno. Prese la macchina, guardò nel mirino: rami, cavi, balconi. Nulla di speciale. Ma quando scattò, gli sembrò di fare una minuscola cosa importante. Non per un report, un KPI, una slide. Solo per sé. Fece altri scatti, poi tornò su a scaricarli. Alcuni usciti male, altri banali. Ma una, con la sua sagoma riflessa nel vetro di un’auto, lo colpì. Ingrandì l’immagine, osservò i dettagli. Nell’ombra riconobbe se stesso con la reflex in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò ancora. Che alla fine ero io. E forse va bene così. Chiuse tutto, finì il caffè ormai tiepido. Davanti, i primi giorni di lavoro, task, call, email. E il corso che iniziava tra una settimana. E quell’ora da prenotare solo per sé. Prese la moleskine, scrisse la data sulla prima pagina bianca: “Cortile, mattina, riflesso su vetro”. Era una riga semplice, ma dentro c’era qualcosa di suo. Posò la penna, e si accorse che per la prima volta dopo tanto tempo pensava al futuro non solo in termini di rate e scadenze. Lì, in quel futuro, c’era un angolino dove poter guardare — e scegliere — cosa desiderasse davvero. Poco, forse. Ma sufficiente per respirare meglio. Si versò altro caffè e aprì il planning del corso. In fondo alla pagina, uno spazio per le note. Scrisse: “Non rimandare per lavoro”. Poi sorrise, sapendo che la vita avrebbe fatto di testa sua. Ma adesso almeno aveva il diritto di provarci. E anche questa, pensò, è una specie di regalo.
Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nel gruppo aziendale appare tra i fogli Excel e le mail urgenti
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02
Ventiquattr’ore senza bugie Quando Platone si rese conto che il cliente non aveva ancora imparato il testo, mancavano tre giorni a Capodanno e in studio già montavano i fuochi d’artificio che non ci sarebbero stati. — Non “cari amici” — disse guardando il gobbo. — Non fa più effetto, è morto. Diciamo “buonasera”, senza “cari”. Il candidato, governatore di una provincia media ma ambiziosa, sbadigliò e si grattò il collo. — E “gentili”? Si può dire? Ci rispettano, no? — Non ci rispettano, — rispose Platone automaticamente, poi si corresse: — Ma noi fingiamo che ci rispettano, loro fingono di crederci. È così che funziona la festa. Nella stanza al quarto piano di un business center in affitto c’erano tre riflettori, un albero di Natale scenografico e il chroma key con lo sfondo del Quirinale stampato. Sul tavolo davanti a Platone due versioni del discorso. La prima: classica, “abbiamo fatto tanto ma dobbiamo fare di più”, “ciascuno di voi”, “insieme”. La seconda: un po’ più “umana”, con una storia inventata di quando il governatore festeggiava il Capodanno in una casa popolare milanese. Storia falsa dall’inizio alla fine. — Si parte con i ringraziamenti, — disse Platone passando il primo foglio. — Poi una promessa. Poi la scena calda sulla famiglia. Poi un piccolo ponte verso il futuro. Nessun dettaglio, solo sensazioni. Lei non è un ragioniere, è un simbolo. — Mai stato un ragioniere, — rise il governatore. — Due bocciature in matematica. — Meglio così, — disse Platone. — Le telecamere tra mezz’ora. Proviamo. Non ascoltava più il cliente inciampare sulla parola “inclusività”, pensava già al montaggio. Il discorso sarebbe andato in onda registrato, ma doveva sembrare in diretta. Avrebbero aggiunto neve fuori dalla finestra. Anche l’orologio che batte la mezzanotte. La voce era la cosa più importante. Doveva suonare come se parlasse a braccio. Questo era il suo mestiere. Voci degli altri, accenti messi al posto giusto, la giusta dose di menzogna. Platone amava questa sensazione: quando un burocrate anonimo che teme la gente vera diventava un “leader della Regione” sicuro di sè. Come una traccia audio pulita tirata fuori da un file pieno di rumoracci. — E sugli ospedali che diciamo? — chiese il governatore, facendo una pausa. Platone diede un’occhiata al testo. — Diciamo che “continueremo a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”, — rispose. — Significa tutto e niente. Chi sta male penserà che riconosce il problema. Chi sta bene, che è merito suo. Niente dettagli, meglio di no. — Ma lì… lasciamo stare. Tu ne sai di più. E in effetti ne sapeva di più. Non di medicina, ma di come non parlare di medicina. Due ore dopo, mentre la troupe smontava le luci e la truccatrice toglieva il fondotinta al governatore, Platone era già nel suo angolo a sistemare il comunicato stampa: “Il Presidente della Regione fa il bilancio dell’anno e illustra i piani per il futuro”. Tolse “illustra”, sostituì con “sottolinea”. Meno dettagli. Nella stanza a fianco ridevano. Stavano parlando del brindisi aziendale. La direttrice comunicazione, magra e capelli slavati, si affacciò. — Vieni al nostro aperitivo? — chiese. — Domani, dopo la riunione. Dai, ci vuole, anche per noi. — Se non scoppia l’ennesima emergenza, — rispose lui. — Anche se qui le emergenze sono sempre in agenda. Lei sbuffò e se ne andò. Platone guardò lo schermo. Sul cellulare lampeggiava il messaggio della moglie: “Vieni alla recita di Cosimo? Ti aspetta”. Aveva già scritto la risposta: “Ho la diretta, non posso”, ma non l’aveva ancora mandata. Sapeva che alla fine avrebbe inviato quel messaggio, e poi avrebbe riscritto ancora l’augurio di Capodanno “da parte del governatore” su Instagram, togliendo la parola “amato”. Il governatore non amava la sua Regione. Amava il potere e il silenzio attorno a sé. Platone non si considerava un cattivo. Si considerava un maestro dell’impacchettamento. La gente vuole la fiaba per Capodanno, e lui la fornisce. Al posto dei rendiconti coi numeri, una storia rassicurante “ci siamo avvicinati gli uni agli altri”. Al posto delle ammissioni di colpa, una promessa di “lavorare più sodo”. La bugia non era nemmeno inganno, era semplicemente lubrificante, senza il quale l’ingranaggio sociale scricchiolerebbe e arrugginirebbe. Così aveva pensato fino al giorno dopo. Il mattino successivo, a ventiquattr’ore dalla mezzanotte, si svegliò di colpo, la bocca secca e un’unica frase in testa: “Abbiamo fatto tanto”. Ora non gli sembrava più una frase valida. Il telefono vibrava sul comodino. Un vocale della moglie: “Stasera vieni sicuro? Cosimo ha provato la poesia”. Premette su ascolta, poi su rispondi e disse: — Vengo… La gola si chiuse in spasmo. “Vengo” rimase bloccato, come una lisca. Tossicchiò, riprovò: — Io… probabilmente… non ci riesco. Devo lavorare. Salto ancora. Si vergognava, ma era uscito tutto liscio. Rimase in silenzio, stupito di sé stesso. La moglie rispose quasi subito: — Lo sapevo. Si aspettava i rimproveri, ma non arrivarono. Solo stanchezza. Venti minuti dopo era già in macchina, bloccato nel traffico mattutino. La radio chiacchierava dell’ansia prenatalizia, i conduttori scherzavano sul “è ora di fare la lista dei buoni propositi”. Poi il segnale cadde, e su tutte le frequenze partì la stessa voce del giornalista del GR. “Si registra ovunque nel mondo un fenomeno inusuale, — diceva il giornalista. — Le persone riferiscono di non riuscire più a pronunciare affermazioni false. Tentare di mentire causa disagio fisico, crampi, blocchi nel parlare. Scienziati e medici ancora non hanno spiegazioni. Le autorità invitano alla calma”. — Fesserie, — sbuffò Platone a voce alta. — Un altro tormentone social. Ma quando aggiunse: “Passerà tra due ore”, la lingua sembrava incollata al palato. Si morse la lingua e tacque. Non panico, ma un fastidio ribolliva dentro di lui. Non gli piaceva vedere lo scenario che si inceppava. In sede c’era caos. Di solito a fine dicembre tutto filava: discorso, comunicati, lista degli invitati. Oggi, nella sala riunione, tre notiziari diversi proiettati sul muro, tutti a parlare della stessa cosa. Su un canale, il giornalista tentava di sdrammatizzare, ma dicendo “Sembra un’isteria collettiva” tossì e sputò: “Non so cos’è, ho paura”. Su un altro, l’esperto cominciò sicuro: “Non ci sono prove”, ma poi ammise, con una smorfia, di aver già letto rapporti scientifici in merito e di non capire nemmeno lui come fosse possibile. — Ma cos’è ‘sta roba… — la direttrice comunicazione si interruppe, forse avrebbe voluto dire qualcosa di più colorito, ma anche a lei si bloccò la bocca. — Ok. Andiamo avanti. Platone, spiegaci. Avrebbe voluto dire: “Passerà, aspettiamo”, ma invece dalla sua bocca uscì: — Non lo so. Se è vero, il nostro copione va a farsi benedire. — Come sarebbe? — domandò il governatore entrando. — Ieri abbiamo registrato tutto. Va in onda la registrazione! — Ieri avete detto cose non vere quasi ogni frase, — rispose Platone con calma. — Se il fenomeno è reale, appena partiamo con la registrazione voi iniziate a tossire in diretta. Sentì una stretta al petto mentre lo diceva. Di solito smorzava: “dati non del tutto precisi”, “concessioni retoriche”. Ora la lingua non gli permetteva i vecchi eufemismi. — Forse vale solo se si parla dal vivo? — provò il governatore. — La registrazione c’è. Fecero partire il file. A video, il governatore sorrideva e diceva: “Abbiamo fatto tutto il possibile per far sentire a ciascun cittadino la vicinanza dello Stato”. Sulla parola “tutto”, l’immagine si sgranò, l’audio frusciò, il viso sullo schermo si contorse come se avesse un conato. Nero. Silenzio. — Che taglio è questo? — domandò l’operatore, pallido. — Non è un taglio, — disse Platone. — È… Avrebbe voluto dire “anomalia”, ma la lingua scelse: — Un divieto. Restarono a fissare il fotogramma bloccato. Il governatore si tolse gli occhiali e si massaggiò l’attaccatura del naso. — Quindi non posso dire che abbiamo fatto tutto, — scandì. — Perché non è vero. — Esatto, — rispose Platone. — Avete fatto una parte. Alcune cose bene, altre no. Ma non tutto. — E ora? — chiese la direttrice. — Tra un giorno andiamo in diretta su Rai 1. Tutti vogliono lustrini. E noi cosa? Diamo i resoconti della Corte dei Conti? Platone aprì il laptop. Le dita digitarono di getto: “Abbiamo fatto tanto, ma…” Provò a cambiare “tanto” con “quello che potevamo”, la mano tremò. Si accorse di non riuscire più, dopo anni, ad aprire con la formula di sempre. — Facciamo la prova, — disse. — Dica qualcosa di clamorosamente falso. Il governatore fece spallucce. — Adoro alzarmi alle sei e fare jogging. Sulla parola “adoro”, la faccia gli si storse. Tossì, gli vennero gli occhi lucidi. — Lo… detesto, — riuscì a sputare. — Ogni tanto lo faccio perché così dicono i medici. — Ok, — mormorò Platone. — Funziona. La giornata diventò una catena di piani saltati. In sala riunioni gli avvocati gridavano: il loro cliente, un grande costruttore, intervistato in tv locale aveva ammesso all’improvviso che “sulle forniture si risparmia, altrimenti gli utili vanno giù”. Il suo PR tentava d’interrompere, ma a una domanda su “responsabilità sociale d’impresa” se ne usciva che “interessa solo il margine, il resto è scena”. Nella chat del quartier generale piovevano screenshot dai social. Sotto gli auguri dei brand la gente scriveva: “Avete licenziato metà personale”, “Alzato i prezzi e la chiamate attenzione al cliente”. Gli SMM manager rispondevano, ma non con le solite formule. Al posto di “ci dispiace che abbia avuto questa percezione” usciva: “non ci interessa la sua opinione, rispondiamo per protocollo”. Poi cancellavano, ma ormai gli screenshot viaggiavano. — Così non può andare avanti, — disse uno. — Il mondo non funziona così. — Funziona sull’autoinganno, — replicò Platone capendo improvvisamente di parlare non da cinico, ma come uno che ha visto le viscere della macchina. — Senza le piccole aggiunte, tutto stride. Avrebbe voluto aggiungere che forse non è neanche un male. Ma la lingua non lo permise. Non ne era più certo. A pranzo al TG mostrarono il Presidente della Repubblica. Uscì senza la tradizionale sicurezza. Alla domanda: “Ha la situazione sotto controllo?” iniziò “Certo”, ma poi si bloccò, farfugliò: “In parte. Su parecchie cose no”. Il Paese rimase in apnea. — Se nemmeno lui ce la fa… — disse la direttrice, — è grave. — È ovunque, — rispose Platone. — Non è questione nostra. — Non aiuta, — brontolò lei. La sera si riunirono in una stanza senza finestre. Sul tavolo pile di discorsi degli anni passati, rapporti, documenti. Un TV acceso senza audio: un sindaco, in diretta, confessava di non aver letto il bilancio che aveva votato. — Serve un nuovo testo, — disse il governatore. — Che io possa davvero pronunciare. Ma che non mi faccia fuori la mattina dopo. — Non le serve un testo, — disse Platone. — Le serve un nuovo formato. Se sale e parla come sempre, la fanno a pezzi. Se fa il penitente, lo dicono debole. Serve un’altra via. — Quale? — chiese la direttrice. Platone non sapeva. I vecchi schemi non funzionavano. Non si poteva promettere “una casa a testa”, se non sarebbe accaduto. Non si poteva dire “non aumenteremo mai i prezzi”, se già l’inflazione mangiava gli stipendi. Non si poteva nemmeno iniziare con “cari”, se nella testa giravano solo parolacce. Guardò il governatore. Stanco, smarrito, ma non cattivo. Non un mostro. Solo un uomo che aveva perso la lingua cui era abituato. — Facciamo così, — disse Platone. — Le faccio delle domande. Lei risponde sinceramente. Ne montiamo un discorso. — Vuoi farmi scavare la fossa da solo? — rise amaro il governatore. — Voglio che almeno una volta dica alla gente qualcosa che riesce a reggere anche lei, — rispose Platone. Si sorprese per il tono. Di solito non si lasciava andare così coi clienti. — Va bene, — sospirò il governatore. — Chiedi. Stettero lì fino a notte. Platone domandava: “Cosa ha fatto davvero quest’anno? Non da report, ma di pancia”. “Cosa ha fallito?” “Cosa la spaventa?” “Cosa vorrebbe per sé, e non per la Regione, l’anno prossimo?” Quando il governatore tentava la formula vaga, subito si bloccava. Doveva essere diretto: — Non sono andato nel comune dove c’è stato l’incidente perché avevo paura della folla. — I rapporti non li leggo tutti, guardo i riassunti. — Non credo di risolvere il problema delle strade quest’anno. — Voglio essere rieletto perché temo di perdere lo status e la scorta. La direttrice stava in un angolo, prendeva appunti con la faccia livida. — Se questo lo mandiamo in onda, — disse infine, — ci mangiano vivi. — Se lo copriamo, — rispose Platone, — ci mangiano lo stesso. Solo in modo diverso. Si stupì di nuovo. Nel suo gergo non c’era “noi”, solo “cliente” e “pubblico”. Ora invece si sentiva dentro anche lui. Verso mezzanotte il telefono squillò. La moglie. — Vieni? — chiese senza saluti. Avrebbe voluto dire: “Ritardo, ma arrivo se posso”, ma la lingua si bloccò ancora. — No, — disse. — Non vengo. Scelgo il lavoro. Non perché conta di più, ma perché mi viene naturale così. Ho paura a restare con voi e non sapere cosa dire. Silenzio. — Grazie, almeno non menti, — disse infine lei. — Cosimo reciterà lo stesso, ti mando il video. Si spense la chiamata, lui rimase a guardare lo schermo. Davanti una bozza di discorso, niente formule: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso.” “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio.” “Ho paura anch’io.” Non era un discorso, era una confessione. Impossibile da mandare in onda. — Così non va, — commentò il governatore. — Spegneranno dopo mezzo minuto. — Sì, — confermò Platone. — Bisogna montarlo in un altro modo. Ricominciò. Non mentire, ma dare una struttura. Sostituire “ho paura” con “capisco le vostre paure e le condivido”. Togliere i dettagli che fanno solo male. Lasciare la sostanza. Ogni volta che tentava di addolcire la verità al limite della bugia, il corpo lo sentiva. La parola si impastava, la frase si rompeva. Doveva trovare una forma onesta ma non distruttiva. “Non ho fatto molte cose che avevo promesso” diventò: “Non tutto quello che avevo previsto sono riuscito a realizzare.” Andava. Era preciso. “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio” diventò: “Non prometto un anno facile, ma prometto di non far finta che i problemi non esistano.” Anche questa passava. Così, passo dopo passo, ricomposero il discorso nuovo. Né eroico, né lacrimoso: storto, umano. — È… strano, — disse il governatore dopo l’ennesima lettura. — Mi sento nudo. — Però respira meglio, — notò Platone. — Forse anche loro. La mattina del trentuno la città era un laboratorio nevrotico. Nei supermercati, le cassiere ammettevano di detestare la folla. I clienti si confessavano tra sé di aver comprato troppa torta per riempire la solitudine. I tassisti dichiaravano quante regole avevano infranto per tornare prima a casa. Le telefonate in sede esplodevano. Da Roma, dal Ministero: “Avete idea di cosa dirà il vostro presidente? Controllate il testo?” Platone diceva la verità: — Controlliamo fino a un certo punto. Può sempre improvisare. Ma abbiamo fatto di tutto per evitare bugie vere. La parola “tutto” stavolta scivolava bene. Aveva davvero fatto tutto il possibile in quella notte. La direttrice nervosa fumava in finestra. — Se funziona, — disse, — ci portano a tutti i corsi come “esempio di nuova sincerità”. Se non funziona… — Ci licenziano, — concluse Platone. — Non è il peggior esito. Pensò che nella sua vita ne aveva viste di peggiori. La lingua non protestò. Era la verità. Un’ora prima della diretta andarono in studio. Questa volta niente chroma key del Quirinale. Solo il vero ufficio del governatore. Sul tavolo un alberello, e in campo una pila di carte. — Almeno si tolgono? — chiese l’operatore — Stonano. — Lasciatele, — disse Platone. — Che restino. Il governatore si sedette, sistemò la cravatta. Guardò la camera, poi Platone. — Se comincio a dire cavolate, mi fermi? — chiese. — Non posso, — rispose Platone onestamente. — Anche io ho la lingua che non risponde. “Tre, due, uno”, contò il regista. Luce rossa. Il governatore inspirò. — Buonasera, — disse. — Oggi non vi dirò che quest’anno è stato facile. È stato duro per molti di voi e anche per me. Platone si immobilizzò. Era passata. Da lì in avanti era come stare su una corda tesa. — Non ho fatto molte cose che avevo promesso, — continuò il governatore. — A volte abbiamo sbagliato, a volte non abbiamo fatto in tempo, a volte eravamo spaventati dalle scelte difficili. Lo vedete, lo sentite. Dalla regia qualcuno sussurrò una bestemmia. La direttrice chiuse gli occhi. — Non prometto che l’anno prossimo spariranno tutti i problemi, — disse il governatore. — Ma prometto che non farò finta che non ci siano. E che parlerò con voi onestamente, anche se sarà duro per me e per voi. Non era perfetto. Ogni tanto si inceppava, cercava la parola, qualche occhiata al foglio, ma non si rifugiava negli slogan. Al posto di “abbiamo raggiunto traguardi importanti”, disse: “abbiamo fatto qualche passo, ma non basta”. Al posto di “ciascuno di voi” — “molti di voi”. Invece di “sono fiero di tutti”, “ringrazio chi non si è arreso”. Alla fine uscì dal copione: — Voglio dire una cosa personale, — annunciò. — Spesso non sono andato dove mi aspettavano. Perché avevo paura di guardarvi in faccia. Non vi prometto che cambierò in una notte, ma so che così non si può più andare avanti. A Platone corse un brivido lungo la schiena. Quella frase non era in scaletta. Era autentica. — Buon anno, — concluse il governatore. — Che sia almeno un po’ più sincero. La luce rossa si spense. Silenzio. — Ecco, — fece la direttrice. — Ci hanno divorato. — Aspettiamo, — rispose Platone. Le reazioni non furono né entusiaste né isteriche. Mischiate. Sui social c’era chi scriveva: “Ancora parole, vedremo i fatti”. Altri: “Almeno niente favole”. Qualcuno: “Lo sappiamo che va male, ma ci vuole dire a Capodanno?”. Qualcun altro lo ringraziava: “Non ha fatto finta che viviamo in una cartolina”. In tv nazionale gli esperti discutevano: alcuni lo chiamavano “precedente pericoloso”, altri “segno della nuova domanda sociale”. Chi provava a dire “tutto studiato a tavolino” si inceppava. In ufficio un silenzio strano. Nessuno batteva pacche, nessuno auguri. Tutti a guardare i feed. — Non ci hanno cacciato, — disse alla fine la direttrice, guardando il telefono. — Da Roma ci han scritto: “coraggioso”. Poi: “caso da analizzare”. Complimento o minaccia? — Entrambi, — rispose Platone. Sentì una stanchezza non solo da notti insonni. Come se in quelle ventiquattr’ore avesse dovuto reimparare a parlare. Vibrò il telefono. Messaggio della moglie: un video. Cosimo, su uno sgabello alla recita dell’asilo, recitava una poesia sull’albero. Alla fine sbagliava, guardava in camera e diceva: — Papà non è venuto, ma io la racconto lo stesso. Platone lo guardò: sì, era così. Senza scuse. Rispose: “Ho sbagliato. Non so come rimediare, ma vorrei provarci”. Le dita incerte, ma la lingua non protestava. Era sincero. Lei rispose breve: “Vediamo”. Passò la notte in uno stato di dormiveglia. Fuori sparavano i veri fuochi, non quelli dei suoi montaggi. In giro la gente gridava non solo “Auguri”, ma anche “Ti amo da una vita” o “Sto con te solo per paura della solitudine”. Qualcuno lasciava, altri iniziavano discorsi veri rimandati per anni. Platone stava sul divano, in un appartamento vuoto, a pensare che tutto il suo mestiere era l’arte di piegare la realtà, ma senza spezzarla, solo curvarla sotto la luce giusta. Ora però quella maestria era in discussione. Se il mondo ogni tanto richiederà schiettezza, dovrà imparare un altro mestiere. Non sapeva se desiderarlo. Amava il controllo. Amava le frasi che centrano l’obiettivo. L’onestà è troppo imprevedibile. Verso l’alba si addormentò. Si svegliò col cellulare che vibrava sul tavolo. Fuori giorno fatto. Mal di testa. Sul display decine di notifiche: chat di lavoro, newsletter, messaggi personali. Aprì la prima. “Sembra finita, — scriveva la direttrice com. — Ho appena detto a mio figlio che il disegno era bello anche se era brutto, e non mi ha fatto niente. Prova anche tu”. Platone si sedette sul bordo del divano. Provò ad alta voce: — Andare oggi dalla suocera sarà una gioia. Niente crampi. La solita piccola bugia scivolò come niente. L’anomalia era sparita. Provò insieme sollievo e perdita, come se avessero spento una luce troppo forte alla quale cominciava a fare l’abitudine. Il telefono vibrò di nuovo. Stavolta il vicesegretario regionale: — Platone, ciao, — voce allegra come nulla fosse. — Sei stato un grande. Il discorso di ieri sta già facendo scuola. Da Roma dicono che è “un nuovo livello di fiducia”. Abbiamo una proposta per te. — Quale? — Dobbiamo impacchettare questa sincerità. Farne un marchio. Tipo “il nostro governatore: il più trasparente d’Italia”. Slogan, spot, tu sai come si fa. Alla gente piace. Pensa: “Non vi mentiamo — siamo con voi”. Ce la fai? Platone rimase in silenzio. In testa gli si accavallavano loghi, hashtag, campagne. Sapeva come farlo. Prendi qualcosa di vero, la trasformi in prodotto, formato, la moltiplichi. — Ci sei? — sollecitò il vice. — Dobbiamo fare in fretta, finché è caldo. Voleva rispondere “Certo, lo facciamo”, ma la lingua si incagliò. Non forte come il giorno prima, ma si fece sentire. Non divieto, solo un piccolo freno interiore. Ricordò il governatore che diceva in camera: “Non farò finta”. Ricordò lo sguardo del figlio. Il messaggio: “Ho sbagliato”. — Io… potrei farlo, — rispose lento. — Non è difficile. Il punto è se lo voglio. Risero di là. — Su, non fare il filosofo. Ieri ci siamo tutti un po’ persi, ma è finita. Dai, si lavora. Tu vivi per queste cose. “Ci vivo con questo” — avrebbe voluto dire. “Ci vivo” sarebbe mentire. Ma la lingua scelse ancora una terza via: — Ci ho lavorato perché non sapevo fare altro. Ma non so se voglio continuare allo stesso modo. Silenzio. — Vuoi fare il moralista? — rise il vice. — Lascia stare. Pensaci un paio d’ore. Ma sappi che, se non tu, ci sarà qualcun altro. Anche l’onestà è una merce. Devi solo venderla bene. La linea cadde. Platone posò il telefono e andò in cucina. Mise il bollitore. I pensieri si agitavano senza forma precisa, di sicuro capiva una sola cosa: tornare alla leggerezza della bugia non gli sarebbe più riuscito. Non perché impossibile, ma perché di qui in avanti avrebbe ricordato il suono delle parole senza trucco. Si fece il tè, si appoggiò al davanzale. Guardava il cortile, neve, rifiuti sotto il portone, un cane che rovistava nei sacchetti. Nessun quadretto natalizio. Il telefono ancora vibrò. Messaggio della moglie: “Usciamo a passeggiare. Se vuoi, vieni anche tu. Niente promesse”. Digitò una risposta, la cancellò. Poi ne scrisse un’altra: “Vengo, se riesco. Non prometto. Ma vorrei.” La lingua non protestò. Era una formula sincera di quella sua scissione interiore. Inviò il messaggio e tornò al telefono pieno di chat di lavoro e mail “urgenti”. Il lavoro non era sparito. Il mondo non era né meglio né peggio. Solo per un giorno aveva mostrato i suoi ingranaggi, e ora rimetteva la maschera. Platone si sedette alla scrivania, aprì il laptop e creò un nuovo file. Come titolo scrisse: “Concept per una comunicazione sincera”. Poi, tra parentesi, aggiunse: “senza bugie, per quanto possibile”. Sorrise di quella precisazione. Qualcosa dentro era appena cambiato. Non una rivoluzione, non un’illuminazione, solo una piega. Non sapeva ancora cosa scrivere, né se avrebbe accettato la proposta, né se fosse andato a fare una passeggiata con la famiglia. Non sapeva chi sarebbe stato tra un anno. Sapeva solo che non avrebbe più potuto considerare le bugie uno strumento innocuo. Ogni volta che la sua mano avrebbe voluto smussare gli angoli, da qualche parte dentro avrebbe sentito la voce rauca di ieri: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso”. Chiuse gli occhi, respirò e iniziò a scrivere. Fuori qualcuno sparava le ultime miccette, e in tv già si discuteva delle “ventiquattr’ore di sincerità” e di come capitalizzarle in politica o affari. Il mondo aveva volto la propria onestà in nuovo carburante. Platone scriveva lentamente, pesando ogni parola come se su ciascuna si giocasse non solo un obiettivo ma una responsabilità. Non era un santo, né un censore. Solo uno che per un giorno, a Capodanno, aveva perso il diritto di mentire – e non riusciva più a dimenticare com’era stato.
Una notte e un giorno senza bugie Quando Plinio capì che il cliente una volta ancora non aveva studiato
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11 marzo Non so da dove cominciare, davvero. Oggi è stato un giorno che ricorderò per tutta la vita.