Senza diritto di rifiuto
Torno a casa entro mezzanotte, te lo giuro, dissi mentre mi stringevo la cintura davanti a mia moglie. Massimo le nove, dieci Faccio qualche corsa e poi basta.
Mia moglie aggiustava in silenzio i tovaglioli sul tavolo, spostava la ciotola con linsalata. Nostro figlio stava con il telefono in mano, un auricolare in un orecchio, laltro orecchio sembrava ascoltare le nostre parole.
Questo lo dicevi anche lanno scorso, mi ricordò lei. E pure due anni fa.
Questanno le tariffe sono fuori di testa, provai a scherzare. Sarebbe un peccato non approfittarne. Dobbiamo pur pagare il mutuo.
E chi ci pensa alla nostra festa? chiese piano.
Nostro figlio alzò gli occhi.
Papà, dai. Questanno almeno non sono dalla nonna, non sono in colonia. Sono qui a casa. Possiamo evitare le tue solite storie sul torno subito?
Sbuffai. A quarantacinque anni sapevo già troppo bene come si vede la delusione negli occhi di chi ti vuole bene. Sapevo anche come si passa poi una settimana in casa a tentare di farsi perdonare.
Non sto fuori tutta la notte, dissi con voce più calma. Il picco della tariffa dura fino alle dieci al massimo, poi cala. Alle undici sono qua, lo giuro. Guardiamo il discorso del Presidente, brindiamo, tutto come si deve.
Tu come si deve proprio no, sorrise lei amara. Sei più unapplicazione che una persona.
Volevo ribattere, ma lasciai stare. Andai in corridoio, mi misi il piumino. Allo specchio vidi una faccia stanca, la barba incolta, le occhiaie. Un autista con una valutazione di 4,93 e una costante sensazione che tutti si aspettino da lui sempre qualcosa di più.
Prendi il berretto, gridò mia moglie dalla sala. E non caricare ubriachi, che poi mi racconti sempre delle scene e delle schifezze.
Metto i filtri, grugnìi.
Nostro figlio si avvicinò alla porta, si appoggiò allo stipite.
Papà, facciamo così: se vedi che non riesci per mezzanotte, scrivici prima. Basta con i arrivo subito, ok?
Annuii. Lui mi tese il pugno. Lo strusciai col mio.
Ce la faccio, ripetei testardo.
Fuori, nel cortile, partivano già i primi petardi. La gente si agitava con le buste, dalle finestre lampeggiavano le luci delle decorazioni. Aprii la mia vecchia Skoda, accesi il motore. Sul cruscotto si accesero le spie, il telefono sul supporto si illuminò con lapp pronta. In angolo già lampeggiava: “31 dicembre. Domanda alta. Moltiplicatore fino a 2,8”.
Sospirai, segnai linizio turno. Il primo ordine arrivò subito.
E vai, mi dissi sottovoce.
Il primo era con moltiplicatore 2,5, arrivo fra tre minuti. Uscendo dal cortile, mi infilai nel traffico e presi il verde al semaforo. La cliente scrisse in chat: “Per favore, faccia in fretta. È importante”. Niente smile.
Nel cortile di una vecchia palazzina anni Sessanta cerano già. Un uomo con il giubbotto sbottonato correva avanti e indietro nella neve, guardandosi attorno come se cercasse qualcuno. Vicino, una donna appoggiata al corrimano si teneva la pancia: anche sotto il piumino, la gravidanza si notava.
Frenai e saltai fuori.
Siete voi che avete chiamato?
Sì, sì, luomo corse ad aprire la portiera posteriore. Allospedale, come da prenotazione. Si può andare più veloce? Ha le doglie.
La donna salì con cautela, digrignò i denti.
Non farti prendere dal panico, disse al marito. Non sono ancora ahia
Mi misi al volante, guardai la destinazione. Lospedale era dallaltra parte del quartiere: venti minuti di solito, ora il navigatore stimava trentacinque.
Allacciatevi, dissi. Ce la metterò tutta.
Il marito si mise davanti, lo sguardo fisso sulla moglie che vedeva nello specchietto.
È il terzo figlio, si giustificò. Pensavamo di avere tempo, invece fa in fretta.
Va tutto bene, cercai di rincuorarlo, anche se sentivo già lansia salire. Tra poco prendere la circonvallazione e si vola.
In realtà, nessuno volava da nessuna parte. Auto lentissime, traffico a passo duomo nei due sensi. Davanti, esplosioni di fuochi dartificio si riflettevano sui parabrezza.
Mi infilai tra un bus e un SUV nero, presi la corsia preferenziale. Nello specchio la telecamera lampeggiò.
Multa sicura, sbottai.
Pago io, disse subito luomo. Solo portaci in fretta.
La donna gemette, aggrappata alla maniglia interna.
Mancano tanto? chiese.
Guardai sulla mappa. Venti minuti.
Quindici-venti, dissi. Faccio il possibile.
Mi infilai dove potevo, bestemmiando contro chi bloccava la strada, afferrando ogni semaforo favorevole. Mi ronzava in testa: “E se succede qualcosa in macchina, di chi è la colpa? Mia? Del marito? Dellapp?”
Al semaforo mi arrivò un messaggio da mia moglie: “Abbiamo tutto pronto. Tu quando torni?”
Non risposi. Troppo da fare: la strada, le contrazioni, il marito che respirava come una partoriente al posto della moglie.
Dai, respiri come ti hanno insegnato, dissi io senza togliere gli occhi dalla strada. Inspira espira
Anche lei ha partorito? chiese la donna a denti stretti.
Ho portato tre volte mia moglie al pronto soccorso, risposi. Ormai sono quasi unostetrica.
Il marito rise nervoso.
E siete sempre riusciti ad arrivare in tempo?
Due volte sì, una no, dissi onestamente. Ma è andato tutto bene lo stesso.
Mi tornò in mente quella notte. Mia moglie dietro, panico, urla. Allora nemmeno lavoravo come autista; guidavo la macchina aziendale, ero ancora in fabbrica. Non arrivammo, nostro figlio nacque al pronto soccorso. E lei a lungo mi ricordò lurlo che diedi contro il traffico, come se le auto mi sentissero.
Allospedale arrivammo in diciassette minuti. Mi fermai proprio davanti alla sbarra, il vigilante stava per sgridarmi, ma vide la donna e spalancò il cancello.
Ecco, ci siamo, dissi.
Il marito si precipitò ad aprire la porta. Lei cercò di alzarsi, si piegò ancora per il dolore.
In bocca al lupo, augurai. Parti leggere.
Grazie, sospirò lei. Buon anno.
Il marito mi mise in mano una banconota in più rispetto a quanto mostrava lapp. Avrei voluto rifiutare, ma le dita si chiusero da sole.
Per la multa, disse. E grazie per non aver detto di no.
Li seguii con gli occhi, mentre inciampavano verso il pronto soccorso. Sul telefono arrivò la notifica: “Ottima corsa! Il cliente ha lasciato la mancia.” Subito dopo: “Domanda elevata nella tua zona. Non staccarti dallapp per non perdere introiti.”
Guardai lorologio: erano le nove meno venti. Tre ore a mezzanotte. In teoria, tutto secondo i piani.
Scrissi a mia moglie: “Continuo ancora, massimo fino alle dieci. Primo cliente al pronto soccorso, non potevo dirgli di no.” Misi uno smile, poi lo cancellai. Inviai senza.
Lei rispose dopo un minuto: “Capisco tutto. Ricordati solo di noi”.
Sospirai e premetti Libero.
Il secondo ordine arrivò subito. Un adolescente, punto di partenza: centro commerciale vicino alla metro. Moltiplicatore 2,8, cinque minuti per arrivare.
Almeno non una partoriente, borbottai.
Davanti al centro commerciale cera folla con pacchetti, qualcuno aveva già stappato lo spumante in strada. Su una panchina, seduto solo nella giacca troppo leggera senza berretto, uno smilzo con uno zainetto sportivo. Era agitato, guardava continuamente intorno.
Sei tu che hai chiamato? chiesi abbassando il finestrino.
Sì, si avvicinò. Può aspettare un minuto? Sto chiamando mia mamma ma non risponde.
Guardai sul timer, la folla, il ragazzo.
Sali, dissi. Magari la senti lungo la strada.
Salì dietro, mise la cintura, strinse il telefono.
La destinazione era un quartiere vicino, un normale cortile. Ma nei commenti allordine cera scritto: “Il bambino viaggia da solo. Chiamate la madre quando vi avvicinate”.
Mi scappò un sospiro. Non mi piacevano questi casi. Sempre il timore che succeda qualcosa e poi la responsabilità è tua.
Quanti anni hai? chiesi girando lauto.
Quattordici, quasi quindici.
E da solo perché?
Mamma a lavoro. Doveva arrivare, ma non la lasciano. Allora vado da solo, lei mi ha prenotato il taxi. Noi oggi si zittì. Beh, oggi sarebbe festa.
Il telefono suonò. Videochiamata.
È lei, disse lui e rispose. Pronto. Sì, sono salito, sto andando. Aspetta, ora il conducente parla con lei.
Mi porse lapparecchio.
È per lei.
Presi il telefono.
Pronto.
Buonasera, voce di donna veloce, sottofondo di rumori, urla. È lei lautista? Ha preso mio figlio? Va tutto bene?
Sì, è a bordo con me. Arriviamo in circa venti minuti, se non cè traffico.
Portamelo fino al portone, la prego. Ho lasciato le chiavi dalla vicina, lo sa lui. Solo che la voce tremò. Sono di turno, non faccio in tempo, ma avevo promesso
Lo accompagno fino a casa, non si preoccupi, dissi. Anchio sono papà.
Mi accorsi di dirlo spesso: come se bastasse per rassicurare il mondo.
Grazie mille. E buon anno, aggiunse.
Restituii il telefono al ragazzo.
Tua madre lavora?
Alla Coop, sospirò. Stanotte fino alle dieci. Poi, se trova lautobus, arriva.
E che festa festeggiate voi due?
Beh si agitò. Questanno niente brutti voti. E in più, aveva promesso che avremmo passato la serata insieme, non da una zia. Da soli, cioè con il gatto. Ma la caporeparto le ha detto che se non si presentava restava fuori i turni. Succede.
Annuii, troppo familiare. Io avevo lapplicazione e il moltiplicatore, lei la caporeparto.
Restammo in silenzio, guardando le luci degli alberi nei cortili, le finestre colorate, qualche fuoco dartificio. Al semaforo ricevetti un messaggio da mia moglie: “Stiamo tagliando linsalata, io e Sandrino. Dice che se non arrivi, ti banna dal tuo stesso programma.”
Sorrisi, risposi: “Digli che il mio punteggio è più alto del suo pagella.” Poi cancellai pagella e scrissi: “Sto facendo il possibile. Tutto nei tempi.”
Ce lhai anche tu, la famiglia, a casa? chiese il ragazzo.
Sì, mia moglie e mio figlio. Tuo coetaneo.
E lavori stanotte? stupito.
Certo. È festa, la gente si muove. Sono soldi facili.
Anche mia mamma dice così, sussurrò lui. Ma poi dorme tutto il giorno e io resto solo con il gatto.
Non trovai cosa rispondere. Per un attimo avrei voluto girare lauto e portarlo dalla madre, alla Coop. Ma sarebbe stato troppo.
Nel suo cortile tutto andò liscio. Palazzina normale, tanti portoni. Lui indicò sicuro.
Ecco qui. Mi aspetta fino a quando arrivo alla porta? Non si sa mai.
Certo.
Scese, sistemò lo zaino. La porta era chiusa col citofono, digitò il numero. Dopo poco uscì una signora in vestaglia, telefono in mano: la vicina, probabilmente. Gli disse qualcosa, lui rispose, poi lei mi fece cenno col braccio.
Ricambiai, premetti Fine corsa. Lapp subito ricordò: “Ottima corsa. Resta in linea per guadagnare di più”.
Erano le dieci meno dieci. Due ore scarse a mezzanotte.
Il telefono vibrò. Mia moglie.
Allora? attaccò subito. Sei sopravvissuto?
Sì. Sto tornando, dissi. Faccio solo unultima corsa breve e basta. Sono già in zona nostra.
Ci credi davvero? domandò calma.
Rimasi muto.
Non ti sto rimproverando, continuò. Voglio solo capire. Abbiamo preparato tutto, Sandro è alle prese con le luci. Fa finta che non gliene importi, ma io lo vedo.
Ce la faccio, ripetei. Davvero.
Va bene. Ma se capisci che non ce la fai, avverti. Non sparire.
Annuii, anche se non poteva vedermi, e chiusi.
Dentro mi sentivo tirato. Sapevo come sarebbe andata: solo unaltra corsa, ancora un attimo, e poi un attimo dopo sono le undici e quarantacinque e tu sei bloccato sulla Tangenziale con un branco di ubriachi che canta Tu scendi dalle stelle.
Apro la lista ordini. Il pulsante “Senza diritto di rifiuto” si illumina di rosso. Erano le chiamate prioritarie: ospedali, minori, servizi sociali. Non sempre pagavano di più, ma se attivavi quella funzione, non potevi rifiutarli. Avevo deciso di renderli attivi un anno fa, quando avevo ancora lillusione di fare qualcosa di utile. Da allora ogni tanto mi trovavo in storie che mi lasciavano svuotato per una settimana.
Lo schermo lampeggiò. Un nuovo ordine. Senza diritto di rifiuto. Ritiro in sette minuti. Indirizzo: farmacia presso la poliambulatorio. Nota: Signore anziano. Ritirare alluscita e portare a casa. Urgente.
Accipicchia, sospirai.
Sapevo che se avessi premuto esci dal turno avrebbe preso qualcun altro, forse da più lontano. O magari nessuno. E là cera un anziano con le medicine, fa freddo, è Capodanno, le farmacie chiudono.
Mi venne in mente mio padre, quella volta che la notte di San Silvestro aveva la febbre e aspettò che finissi il turno per portargli i farmaci. Allora arrivai tardi. Poi lui scherzava dicendo che era sopravvissuto apposta.
Va bene, dissi a voce alta. Un nonno non è come una coda in tangenziale.
Accettai lordine.
La farmacia era vicino a quella poliambulatorio dove passavo ore da piccolo con mamma nelle sale dattesa. Fuori stava in piedi un signore piccolo e secco, cappotto vecchio, una sportina a tracolla. Teneva la borsa con il logo della farmacia e controllava continuamente lora.
Lei è dellapp?
Sì, salì con fatica davanti. Va bene se sto davanti? Mi tira la gamba.
Ma certo. Si slacci pure.
Guardai il percorso. La sua casa era in un quartiere vicino, non lontano. Il navigatore dava venticinque minuti. Lorologio segnava le dieci e venti.
Facciamo in tempo, borbottai.
Come scusi?
Dico, la strada è leggera. Arriviamo in fretta.
Io in fretta non ho bisogno, sospirò. Mi basta arrivarci.
Sorrisi sottovoce.
Quello, è sicuro.
Partimmo. Lui zitto, poi cominciò a raccontare:
Oggi pensavo di scampare ai casini. Invece, pressione a mille, cuore impazzito. Mia figlia: “Chiamo lambulanza”, e io “Macché, oggi sono tutti pieni, arrivo alla farmacia da solo”. Andata bene, ma per tornare… non ne avevo più. Ha chiamato lei lapp per me.
Sta con lei sua figlia?
Sì. Il marito è morto, figli via per lavoro, restiamo noi due. Lei adesso è a casa, si preoccupa sempre. Ha quella ansia come si chiama. Sempre a immaginare che succeda qualcosa.
Annuii. Anche mia moglie viveva in quel modo: temere per me, per un incidente, un cliente ubriaco, qualcosa.
Ma lei come mai lavora in una notte così? La sua famiglia non si arrabbia?
Eccome se si arrabbia, ammisi. Ma il mutuo non si paga da solo.
Anche io di debiti ne avevo, sospirò. A quelletà pensavo che in pensione avrei zappato la terra in campagna. Alla fine
Si interruppe, facendo un cenno vago con la mano.
Il telefono vibrò di nuovo. Stavolta era Sandro.
Papà, disse subito. Dove sei?
Sto portando un nonno con le medicine. Poi subito a casa.
Quanto subito? la sua voce era calma, ma tesa.
Mezzora per portarlo, mezzora per tornare. Ce la faccio.
Ne sei sicuro?
Guardai il navigatore. Una fila rossa: coda, come una pallina sullalbero.
Beh tentennai. Ci provo.
Dimmelo solo sinceramente, disse. Sei ancora in macchina quando suonano le campane?
Non voglio, sbuffai. Però
Ok, mi interruppe. Dico a mamma che sei impegnato. Noi stappiamo laranciata. Pure per te.
Sandro
Ma rispose solo il silenzio.
Sentii una fitta dentro. Avrei voluto girare la macchina, lasciare il vecchio alla metro e correre a casa. Ma guardai chi era seduto accanto a me, stringeva la sporta come unancora di salvezza.
Tutto bene? chiese, notando il mio turbamento.
Sì, mentii. Mi aspettano solo a casa.
Casa è sempre bene, disse. A me è morta la moglie un Capodanno. Anche noi aspettavamo, insalate, spumante, lei andò in cucina e
Si fermò.
Scusi, non voglio rattristare. Però se qualcuno la aspetta a casa, è già qualcosa. Anche se fa tardi.
Non trovai risposta.
Viaggiavamo lenti, quasi fermi. Davanti, una banda improvvisò i fuochi sulla strada: le auto ferme, qualcuno filmava. Ogni minuto era un chiodo in gola.
Accesi la seconda navigazione, cercai una via alternativa. Si poteva passare tra i cortili, ma là cerano neve e macchine parcheggiate ovunque.
Facciamo dai cortili, suggerì il vecchio. Se gira a sinistra io conosco una scorciatoia.
Ma è tutto ghiacciato.
Non si preoccupi. Un tempo guidavo il bus. Conosco le strade.
Sospirai e girai. Aveva ragione: traffico, ma qualche passaggio rimaneva. Una volta rischiammo di restare bloccati sul ghiaccio, ma ce la facemmo. Alla fine il navigatore tagliò dieci minuti.
Vede? I vecchi itinerari tornano utili.
Grazie, gli dissi sincero.
Arrivammo davanti a casa sua alle undici meno cinque. Cercava i soldi nelle tasche.
Non serve, tentai. Lei ha già le medicine
Non sono per le medicine, ribatté testardo. È per non avermi lasciato qui. Prenda.
Presi. Scesi per aiutarlo con le scale. Sul primo pianerottolo spalancò la porta sua figlia, quarantacinquenne in t-shirt da casa.
Papà! gridò. Lo sapevo che ti saresti perso.
Non mi sono perso, brontolò lui. Il conducente è stato bravissimo.
Lei mi guardò negli occhi.
Grazie davvero. E buon anno.
Feci un cenno, veloce indietro.
Lorologio segnava le undici e tre. A casa mia, venti minuti in linea daria, con un po di fortuna sui semafori ce la facevo. Con meno fortuna
Mi sedetti e misi in moto. Lapp con voce allegra: Sei in una zona ad alta domanda! Non uscire dal turno!
Il pulsante Termina il turno era grigio. Libero era verde. E di nuovo lampeggiava rosso per i servizi prioritari.
Allungai la mano per il Termina, quando sullo schermo apparve subito un nuovo ordine. Di nuovo senza diritto di rifiuto. Tre minuti. Indirizzo: a due isolati da lì. Nota: Bambina smarrita. Accompagnare in polizia.
Rimasi fermo.
Nella testa la voce di mio figlio: Dimmelo solo sinceramente. Quella di mia moglie: Abbiamo preparato tutto. Quella del nonno: Avere qualcuno che ti aspetta è già tanto, anche se sei in ritardo.
Sapevo che se avessi accettato, non avrei più fatto in tempo. Anche solo per accompagnare una bambina in commissariato: almeno quaranta minuti. Pratiche, incontrare i genitori. E se si prolungava
Se avessi rifiutato, sarebbe andato a qualcun altro. Forse a quindici minuti. Forse la bambina sarebbe rimasta nella tromba di un palazzo a sperare. Forse tutto bene. O forse no.
Le mani mi sudavano. A quarantacinque anni pensavo di saper decidere. E invece, seduto in macchina, fissavo lo schermo, incapace di premere qualunque tasto.
Tre secondi. Due. Uno.
Lapp prese lordine in automatico. Funzione senza diritto di rifiuto.
Accidenti, dissi a me stesso.
Potevo ancora annullare, ma la piattaforma mi avrebbe penalizzato. Avrei perso punteggio, priorità. E più di tutto, dentro sentivo che sarebbe stato sbagliato. Non perché imposto: perché dopo la partoriente, il ragazzino, il nonno non si poteva.
Bene, dissi. Andiamo a salvare ancora qualcuno.
La bambina aveva circa otto anni. Era seduta su una panchina, stringendo un peluche a forma di coniglio. Vicino a lei, una donna con il cappello da pompon parlava al telefono.
È venuto per lei? domandò vedendomi.
Sì. Cosè successo?
Stavamo accogliendo ospiti. Lei ha portato fuori il cane e si è persa. Labbiamo trovata qui, nel cortile di fianco. I genitori sono già in questura in attesa, mi hanno chiesto di portarla subito con la macchina e non aspettare la pattuglia. Non le dà fastidio?
Avrei voluto rispondere: sì, mi dà fastidio. Ho famiglia, il tempo vola, ho già fatto abbastanza oggi. Ma la bambina mi guardò: occhi grandi, pieni di lacrime.
Allora, si viene con me? chiesi piano.
Lei annuì e strinse più forte il suo coniglio.
Vengo anchio, disse la donna. Lho trovata io. I genitori ci aspettano in commissariato.
Annuii. Meglio così.
Salimmo: la bambina dietro, la donna accanto a lei. Guardai lorologio: undici e dieci.
Il commissariato era a dieci minuti, ma tutti uscivano in strada tra fuochi e auto.
Come ti chiami? chiesi iniziando la manovra.
Vittoria, sussurrò lei.
Vittoria, non avere paura. Stiamo andando dai tuoi, ci aspettano.
Non avevo paura, rispose con un filo di voce Solo non sapevo dove andare.
La donna sospirò.
Da noi fanno i lavori nel cortile, tutto sconvolto. Lei si è persa girando a vuoto. Fortuna che aveva lindirizzo scritto in tasca.
Annuii. Da piccolo anche mia madre mi scriveva lindirizzo quando uscivo a giocare, “per sicurezza”. Da piccolo sembrava una sciocchezza. Ora, no.
Squillò il telefono. Mia moglie.
Risposi guidando.
Sei già in strada per casa? esordì senza preamboli.
Sto accompagnando una bambina smarrita in commissariato. Lhanno trovata.
Dallaltro capo il silenzio.
Certo, disse finalmente. E chi altri, se non tu.
Non posso lasciarla qui, mormorai. I genitori…
Capisco, mi interruppe. Davvero capisco. Solo che…
Si sentì un boato, poi la risata di Sandro.
Stanno già facendo fuochi, disse lei. Noi… noi iniziamo senza di te. Vai, salva il mondo.
Cercherò di arrivare per mezzanotte, dissi, senza crederci.
Non promettere, rispose piano. Non promettere ciò che non puoi dare.
Avrei voluto aggiungere altro, ma la linea si interruppe.
Sentii come se qualcosa dentro si spezzasse, senza rumore: solo unaltra molla che non tiene più.
Le stiamo facendo perdere tempo? domandò la donna.
Ormai sì, risposi onestamente. Ma non è colpa vostra.
Non aggiunse altro.
La strada passò rapida. Vittoria silenziosa, ogni tanto tirava su col naso. Al commissariato fuori già cerano i genitori. La madre corse verso la macchina non appena mi fermai.
Vicky! gridò.
La bambina saltò fuori e si gettò fra le sue braccia. Il padre arrivò subito dietro, stralunato con le borse in mano.
Grazie, davvero grazie, disse lui quando la donna scese dalla macchina e spiegò. Se non ceravate voi
Il merito è dellautista, precisò lei con un cenno verso di me.
I genitori mi fissarono. Gli occhi della madre erano pieni di lacrime.
Grazie. Buon anno davvero.
Anche a voi, risposi.
Guardai lora: undici e ventotto.
A casa mia quindici minuti senza traffico. Ma solo se i semafori fossero tutti verdi, se nessuno bloccasse la strada coi fuochi, senza sorprese. Avviai il navigatore: ventidue minuti.
Certo, sussurrai.
Lapp segnalò: Domanda massima. Puoi guadagnare fino al triplo.
Premetti Termina turno.
Il sistema: Vuoi davvero uscire? Sei nella zona a massima domanda.
Premetti Sì.
Troppo tardi, dissi, Ma meglio così.
La strada di casa sembrava un sogno: clacson, fuochi, gente sui passaggi pedonali, bottiglie, urla. Lasciai la macchina come capitava, nemmeno nel mio posto. Spensi e corsi.
La scala sembrava infinita. Ogni pianerottolo: qualcuno col cellulare, qualcuno con una birra, pacchi di cibo. Dovevo arrivare solo al terzo piano.
La porta socchiusa. Dentro, la voce del Presidente cominciava il discorso.
Entrai.
Le luci dellalbero accese, tavola apparecchiata: insalate, panettone, arance mandarino. Mia moglie seduta con i gomiti sul tavolo, mio figlio Sandro alla finestra col bicchiere di bibita.
Si girarono entrambi verso di me.
Allora, provai a sorridere. Ve lo dicevo che arrivavo.
Sandro guardò lorologio. Mancavano tre minuti.
Quasi, commentò.
Mia moglie si alzò, prese un bicchiere, ci versò lo spumante.
Forza, disse. Abbiamo due minuti per fingere che siamo una famiglia “normale”.
Mi avvicinai, presi il bicchiere. Le mani ancora mi tremavano.
In TV il Presidente elogiava la famiglia, il mutuo sostegno, le prove che ci hanno reso più forti.
Che tempismo, sussurrò lei.
Sei arrabbiata? chiesi.
Sono stanca, rispose. Non è proprio la stessa cosa.
Sandro si avvicinò, brindò.
Dai, papà: stavolta almeno non eri in macchina allo scoccare della mezzanotte.
Sorrisi.
Un bel progresso.
Bevemmo. Lo spumante era caldo, ma ormai non contava.
Dopo i brindisi la TV diventò solo sottofondo. Stavammo a tavola, più in silenzio che parlando. Ogni tanto mia moglie chiedeva a Sandro dei suoi programmi per le vacanze, lui rispondeva a monosillabi. Sentivo il non detto a pesare tra noi.
A un certo punto Sandro si alzò.
Vieni, disse a me.
Dove andiamo?
Nella stanza. Voglio vedere le tue avventure di oggi.
Restai perplesso.
Che avventure?
Hai il dashcam, no? Voglio vedere come hai salvato il mondo stanotte.
Mia moglie sorrise, non disse nulla.
Andammo nel piccolo studio, un po sgabuzzino, un po postazione PC. Attaccai la dashcam al portatile. Sandro si sedette accanto, gambe rannicchiate.
Guarda che non cè nulla di epico, avvertii. Lavoro normale.
Lavoro normale, ripeté. Una che partorisce, un nonno, una bambina persa. Proprio da taxista.
Ebbi una fitta dentro.
Scorremmo i video. Sullo schermo ricomparve la donna incinta, il marito agitato. Sandro fece una smorfia.
Hai bestemmiato, commentò.
Era per il traffico, mi giustificai.
Al traffico non importa.
Poi il ragazzino con lo zaino, che guardava da dietro il vetro. Sandro rimase zitto.
È lui?
Chi?
Quello solo di ritorno a casa.
Sì.
Sembra me in prima media, disse. Solo che avevo lo zaino coi supereroi.
Sorrisi.
Anche tu allora rientrasti da solo, ricordai. Quando ero in turno e non potevo venire a prenderti dal corso. Trovasti la strada da solo.
Sandro fece una smorfia.
Mamma mi chiamava trenta volte. Pensavo le esplodesse il cellulare.
Ricordo anchio. Eccome.
Passammo avanti. Il nonno con la borsa della farmacia. Sandro lo studiò.
Sembra proprio nonno, sussurrò.
Sì, ho pensato anchio.
Quando lo aiutavi su per le scale, sembravi… non so…
Come un nonno io stesso, provai a ridere.
Sembravi solo spaventato che gli succedesse qualcosa, disse serio.
Non risposi. Guardandomi nel video, in effetti ero teso.
Ti penti di aver portato tutti questi clienti? domandò.
La domanda era più difficile che mai.
Mi dispiace solo di non essere stato in due posti insieme. Avrei voluto non lasciarvi soli qui. Ma se avessi premuto rifiuta… mi sarei odiato.
E se fosse successo qualcosa a me mentre tu aiutavi qualcun altro? ribatté.
Rabbrividii.
Ma non è successo.
Però poteva.
Restammo in silenzio.
Non so scegliere in modo che vadano tutti bene, confessai. Ho paura che se dico no agli altri, sono una brutta persona. Ma se lo dico a voi, anche.
Brutto? suggerì.
Qualcosa del genere.
Sandro tirò un sospiro.
Papà, disse. Non sei mica Superman. Fai il bravo.
Lo guardai, stupito.
Compimento o critica?
Fatto, rispose. Siamo umani. Non puoi salvare tutti. Ma… sono contento che quella bimba non sia rimasta da sola. E il ragazzino, anche il nonno. Solo… potevi avvertire che non ce l’avresti fatta. Così, non saremmo rimasti qui a fissare la porta, come scemi.
Annuii, fa male, ma è vero.
Ho paura di dirti che non ce la faccio, confessai. Sentirei di aver fallito come padre. E allora finisco a illudere sia me che voi.
E poi non arrivi comunque, aggiunse lui.
Sì, amisi.
Sandro si alzò.
Facciamo così: la prossima volta che capisci che non ce la farai, scrivi o chiama. Dillo chiaramente: “Non sarò a casa per mezzanotte”. Io mi arrabbio, mamma s’arrabbia, ma almeno siamo sinceri. Ok?
Lo guardai, sereno, senza enfasi.
Va bene, promisi. Ci provo.
Già un passo avanti, sorrise.
Dalla stanza ci chiamò mia moglie:
Che fate lì, guardate un film? Venite, si raffredda la crostata!
Si alzò Sandro.
Forza, Superman, mi prese giro. Cè ancora lo spettacolo pirotecnico.
Spensi il laptop, restai un attimo a fissare lo schermo nero. Mi tornavano in mente tutti i volti della serata: la partoriente, il ragazzino, il nonno, Vittoria col coniglio. E i volti di mia moglie e mio figlio, con me sotto lo scoccare della mezzanotte.
Capivo che lequilibrio perfetto non esiste. Qualcuno attenderà sempre. Qualcuno resterà scontento. Quella sensazione di non farcela mai davvero resterà.
Ma almeno smetterò di mentire a me stesso che sarò dappertutto in tempo.
Rientrai in sala. Mia moglie già versava il tè, la torta era in tavola. Mi guardò stanca ma senza quel filo di sarcasmo.
E allora, tassista, disse. Questanno hai fatto il minimo: almeno in foto sei venuto mentre battevano le campane.
Lanno prossimo voglio esserci prima, risposi.
Ma non promettere, ricordò.
Ci provo, mi corressi.
Sandro sbuffò.
È già un progresso, osservò.
Fuori, un botto spettacolare. Le finestre tremarono. Andammo alla finestra, abbracciati a guardare i colori dei fuochi sopra i tetti.
Sentivo le loro spalle accanto alla mia, i loro respiri. Il telefono lampeggiava in cucina con nuove notifiche dallapp, ma non andai a vedere.
Stanotte il turno era davvero finito.
Almeno per una notte.







