“Il Nipote Abbandonato: Una Famiglia Italiana e un Acceso Scontro di Responsabilità e Cuori”

**Diario di Natascia – Un Nipote Abbandonato**

– Natascia, non ti sto chiedendo, ti sto semplicemente informando! – sbraitava mia suocera, Teresa.

– E io invece ti rispondo subito: non mi interessa ciò che ti passa per la testa, – replicai, restando ferma.

– Alessandro verrà a vivere con voi, – dichiarò con risolutezza.

– No, questo non succederà mai, – dissi, posando un vassoio con biscotti sul tavolo. Il mio gesto era puramente formale, non certo per cortesia.

Perché continuare a discutere? Non si sarebbe arrivati a nulla: io e Marco, mio marito, non avevamo mai chiesto di diventare tutori di nessuno.

Teresa mi guardò con disprezzo.

– Vedremo, – sibilò. – Il tempo dirà chi avrà la meglio.

– Posso anticiparti il futuro: io, – la fissai negli occhi, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio. Alla fine, fu lei ad abbassare gli occhi, visibilmente irritata.

– Ma chi si prenderà cura di lui se non voi? – domandò, ora cercando di persuadermi con toni più morbidi.

– Beh, magari suo padre, – risposi con tono tagliente.

– Matteo non è in grado…

In tutta onestà, Matteo nemmeno ci provava.

– Allora ci penserai tu, visto che ci tieni tanto.

– Un bambino non deve crescere con i nonni!

– Bene, allora non cè altro da dire, – conclusi ironicamente, allargando le braccia.

Il tono di Teresa cambiò ancora una volta.

– Va bene, Natascia, – disse, rivolgendosi ora direttamente a Marco, – E tu, Marco, vuoi davvero lasciare tuo nipote senza un tetto? Avete già Sofia, una bambina adorabile. Avere due bambini è così semplice, nemmeno ve ne accorgerete. Anzi, col tempo vi chiederete come mai avete vissuto a lungo con un solo figlio.

Glielavevo già spiegato, e tornai a ribadire: se avessimo voluto un secondo figlio, avremmo potuto pensarci in futuro. Ma non in questo modo.

– Alessandro ha i suoi genitori, – disse Marco, seppure intimorito dallinsistenza di sua madre. Anche lui non voleva assumersi una responsabilità così grande.

Teresa sospirò teatralmente.

– Sai bene che Lucia, quella scapestrata di tua cognata, è sparita chissà dove, lasciando il bambino a Matteo. E Matteo… – la sua voce si incrinò, forse per la commozione o la delusione verso il figlio minore, – Matteo non sa prendersi cura nemmeno di se stesso. Passa intere giornate fissando i videogiochi! Come può prendersi cura di un figlio, oltretutto senza una moglie accanto?

Mi venne da ridere, ma nascosi la mia reazione. Matteo non si era impegnato nemmeno quando Lucia era lì. Tutto era sulle spalle di lei. Sebbene il suo gesto fosse discutibile, potevo capire perché se ne fosse andata.

– Allora aiutalo, – rispose Marco, – E noi, ogni tanto, ti daremo una mano.

Guardavo la scena con un leggero sorriso, lasciando che Marco tenesse testa a sua madre. Apprezzavo la sua fermezza, anche se a volte lo trovavo un po troppo diretto.

– Signora Teresa, – intervenni, – Abbiamo già discusso io e Marco, e siamo giunti a una decisione. Non possiamo prenderci cura di Alessandro. Già con Sofia le nostre energie sono impegnate al massimo. Avere un altro bambino sarebbe una responsabilità immensa. Non ce lo possiamo permettere. Per favore, rispettaci.

Teresa non accettò la nostra decisione.

– Ma io non vi sto obbligando, vi sto chiedendo! Non vi sto togliendo tutto, vi sto solo chiedendo di accudire Alessandro. Vuoi che cresca con una vecchietta come me?

– Mamma, – Marco cercò di farle capire gentilmente che era ora di andarsene, – Non possiamo. E non adesso.

Se Sofia fosse stata più grande, se avessimo vissuto in una casa più spaziosa… allora, forse, sarebbe stato diverso.

– Ma Matteo

– Matteo riceverà il sostegno necessario, – lo interruppe Marco. – Saremo sempre disposti ad aiutare occasionalmente, prendere Alessandro per i fine settimana. Ma prenderlo a vivere stabilmente da noi, no.

Alla fine, Teresa si alzò in piedi, rendendosi conto che, quella sera, non avrebbe ottenuto nulla. Ma nel fondo del suo cuore, sapevo che non avrebbe mollato.

– Va bene, – disse fredda, – Se avete deciso così, non ho altro da dire. Ma ricordatevi: i figli sono il nostro futuro. Rifiutando uno, rischiamo di perdere molto di più. Rifletteteci su!

Dopo aver faticosamente accompagnato Teresa alla porta, io e Marco ci scambiammo uno sguardo di sollievo.

– Che carattere che ha, – mormorai scuotendo la testa.

– Non preoccuparti, – Marco mi strinse la mano. – Stiamo facendo la cosa giusta. E mamma, alla fine, si calmerà.

Passarono alcune settimane.

Teresa aveva deciso di aiutare Matteo, ma il significato della sua aiuto era che si era presa Alessandro completamente. Matteo era ritornato a vivere con lei per comodità, ma tutte le responsabilità – il bucato, il cucinare, portarlo fuori a giocare – ricadevano su Teresa. Matteo, invece, si limitava a rimanere incollato al computer o a sparire per ore.

Una mattina, Teresa, affrettandosi con le buste della spesa per tornare a casa dal nipote che aveva lasciato temporaneamente con Matteo, scivolò su un marciapiede ghiacciato. La caduta fu seria, e si ritrovò con una gamba rotta.

Con Teresa immobilizzata e Matteo che si dileguava, non rimase altra scelta: temporaneamente Alessandro venne da noi. Sofia, dapprima diffidente, si affezionò rapidamente al cuginetto.

– Come va, mamma? – chiedeva Marco, visitando Teresa.

– Come vuoi che stia? Male! Non posso più occuparmi di Alessandro. Ma… voi? Lo state nutrendo adeguatamente? Dorme bene? Se serve, posso venire pure io a dare una mano…

Come poteva pensare di essere daiuto in quelle condizioni?

– Mamma, stiamo gestendo tutto bene, – la rassicurò Marco. – Alessandro è felice, si diverte con Sofia.

– Sì, signora Teresa, – aggiunsi. – Alessandro si è integrato benissimo. Guardi, ieri ha disegnato un ritratto di lei! Guardi che carino!

Alla fine, quando si rimise in piedi, Teresa venne a trovarci.

– Grazie per tutto ciò che avete fatto. Ma… siete sicuri di non volerlo crescere con voi? Due bambini sono meglio di uno…

La domanda arrivò inaspettata, ma nella sua voce sentivo stanchezza.

– Potremmo, – iniziai a dire con cautela, – Ma solo diventando suoi tutori legali. Tuttavia, dovremo discutere…

Il viso di Teresa si raggelò.

– No, – disse seccamente. – Lui non avrà altri tutori.

Continuava a proteggere Matteo dalla verità.

Alla fine, una mattina, Teresa tornò da noi con Alessandro. Lasciò il bambino sulla soglia con una borsa. Suonò il campanello e si dileguò.

Quando vidi Alessandro lì, capii che Teresa aveva scelto… o forse, aveva rinunciato.

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“Il Nipote Abbandonato: Una Famiglia Italiana e un Acceso Scontro di Responsabilità e Cuori”
Ma chi è questo? – esclamò sorpresa Lucia entrando nella cucina dell’amica. Sotto la luce gialla della lampada, nell’angolo vicino alla minuscola credenza, stava appollaiato un uomo sulla quarantina, un po’ stempiato, che, timido ma abilissimo, tritava l’aneto con il grande coltello di Olga. — Lucia, ti presento Antonio. Antonio, questa è Lucia — mormorò Olga, imbarazzatissima. — Ecco lo zucchero, andiamo. Mise nelle mani della vicina la scatola colma di cristalli zuccherini e la spinse rapidamente verso il corridoio. — Piacere! — riuscì a gridare Lucia alle spalle, scrutando con occhio esperto il “nuovo” dell’amica. Ma nemmeno i dettagli impressionavano. Non c’era nulla che giustificasse lo sbarco così rapido nella vita di Olga del nuovo inquilino, accolto persino con il grembiule a ciambelline colorate! — Antonio, torno subito — urlò Olga in cucina e richiuse la porta. E lì nel corridoio Lucia la afferrò con fare inquisitorio: — Racconta tutto! — Ma cosa devo raccontare? — abbozzò Olga. — Oh, va bene, vieni. Le due uscirono dal loro appartamento, attraversarono il piccolo pianerottolo e sgattaiolarono nella vicina casa di Lucia, una deliziosa doppia. Nell’appartamento di Lucia si sentiva profumo di cannella e dei suoi immancabili profumi francesi. Ogni dettaglio, dal pouf candido vicino alla porta, raccontava agli ospiti la cura che lei aveva per la sua casa. «Non come da me!» pensava sempre Olga quando varcava quella soglia, ricordando delle sue carte da parati mai finite in corridoio. — Allora? Racconta! — insistette Lucia, armata di frusta, fissando l’amica senza pietà. — E Rodolfo? — tentò Olga di svicolare. — È in riunione, tarderà. Dai! — Cosa c’è da dire? L’ho incontrato al mercato. L’ho raccolto, diciamo così… — In che senso raccolto? — Lucia era scettica. — Stava lì con le erbette, in impermeabile, sembrava a posto, ma così smarrito! Mi sono avvicinata: “Quanto l’aneto?” E lui: “Posso regalarlo a lei?”. Io: “E perché?”. E lui: “Mi sono fatto una promessa: se vedo una donna con gli occhi tristi, glielo regalo tutto. L’ho coltivato io”. — E tu? — L’ho preso. Stavo andando, poi gli chiedo: “Come fa a dire che ho gli occhi tristi? Non sono tristi”. E lui mi guarda… poi prende le mie borse e si mette a camminare vicino a me. — E tu? — Lucia si grattava la frangia con la frusta. — Camminavo, cercavo di capire che fare. Poi ho pensato: è un uomo perduto, lasciamolo entrare. In fondo, ci siamo conosciuti per strada! — Incredibile! E lo porti a casa così, uno sconosciuto? Hai almeno nascosto le cose di valore? — Lucia! Basta. È un medico. Radiologo. — Sì, ma hai visto i documenti? — Dai, sei stata proprio tu a dirmi… della storia dell’avocado! — Quale avocado? — Lucia era confusa. E Olga si ricordò in ogni dettaglio di quella sera nella stessa cucina… L’avocado era lì, perfetto, a fette sottili, verde in tutte le sfumature. Lucia lo aveva scelto col suo solito istinto, Olga non era mai capace. Prendeva la fetta, la portava in bocca, l’assaggiava: un paradiso cremoso con retrogusto di nocciola… — Tu mi dicesti che l’avocado perfetto non lo scegli a occhio, né a tatto. Devi sentirlo, sentire che è quello giusto — spiegò Olga, riemergendo dai ricordi. — E quindi avocado = uomini? — Tu hai sempre fortuna, come con l’avocado. Io no — abbassò lo sguardo Olga. — E questo Antonio… l’hai sentito? — Lucia si sforzò di ricordare come si chiamasse il nuovo e si meravigliò della sua normalità. — Accanto a lui mi sono sentita serena. Anche al mercato, con tutta quella confusione. E ho pensato: forse va bene che sia così… ordinario? — Mah… va bene. Dai, torna da lui prima che senta la tua mancanza. Lucia rimandò in fretta l’amica alla porta insieme al barattolo dello zucchero, poi tese l’orecchio alla porta: clic, la porta dell’amica si chiuse. Silenzio. «E se…?» pensò tornando a montare la panna. Intanto Olga rientrava nell’ingresso e trovava Antonio sullo sgabello, ancora con il suo grembiule coi ciambellini, che premeva un pezzo di carta da parati contro il muro. — Scusa, l’ho trovato in cucina mentre cercavo il barattolo dell’aneto. C’era anche la colla… Spero non dispiaccia… — balbettò lui, tremando sullo sgabello traballante. Olga gli saltò accanto, rapida come una lince, abbracciando quelle gambe sconosciute come si fa con un avocado sotto la buccia. Ed ecco, con sorpresa: «è mio». Antonio restò immobile, forse per paura di mollare la carta non ancora attaccata, forse per non spaventare qualcosa d’indefinito, ma importantissimo. Finalmente staccò le mani dal muro e le passò tra i capelli leggeri di Olga. — Ti piace l’avocado? — chiese lei, ad occhi chiusi. — Da impazzire! — rispose onesto Antonio, anche se non lo aveva mai assaggiato. E in quel preciso momento sentirono un morbido fruscio, come se la carta da parati ancora umida li avviluppasse dolcemente. O forse era la felicità…