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06
La corsa che ci resta: autobus, FAP e la battaglia silenziosa per la sopravvivenza di un paese italiano L’autobus non arrivò in orario, ma secondo una sua misteriosa logica. Lei stava ferma alla fermata, stringendo la borsa con le medicine e i calzini caldi per la zia, guardando l’autista che, senza curarsi dei passeggeri, firmava i documenti sulle ginocchia. La neve ai bordi della strada era grigia, pressata e sporca di sabbia. Il vento arrivava dai campi e, come da bambina, si ritrovava a contare i passi fino a casa: dalla fermata alla curva, dalla curva all’alimentari, dall’alimentari al portone della zia. Era andata via dal paese da tempo, quando la città le sembrava non un luogo, ma una promessa. In città ogni cosa seguiva i binari: lavoro negli acquisti di una ditta, relazioni, scadenze, la solita linea della metropolitana e colloqui brevi con l’uomo che da due anni viveva con lei, chiedendole sempre più spesso quando avrebbe smesso di “vivere a metà”. Ora la seconda vita era diventata la prima: la zia a letto, la telefonata della vicina così normale da spiazzarla: «La zia è messa male. Da sola non ce la faccio». A casa della zia c’era caldo e odore di stufa accesa. In cucina una bacinella di patate, sul tavolo blister di farmaci tagliati a metà. La zia era in camera, sotto il tappeto appeso al muro, vicino alla sedia con sopra un maglione. La riconobbe dalla voce, ma teneva gli occhi chiusi come se la luce desse fastidio ai pensieri. — Sei arrivata, — sospirò la zia. Più un lavoro che una parola. Si sedette sul letto, prese la mano della zia: pelle sottile, calda di una pulsazione che le dava speranza nonostante il medico del distretto avesse già parlato chiaro: cuore, vene, età… “guardate come va”. Il giorno dopo andò alla guardia medica per le prescrizioni. La porta era aperta, dentro odore forte di disinfettante e stanchezza. Il medico, un uomo sui cinquant’anni con le mani arrossate, scrutava un registro e domandò senza alzare lo sguardo: — Per chi siete venuta? — Per la zia…— fece il nome. Alzò gli occhi, annuì come se aspettasse quel nome. — Passo io stasera. Ma sappiate che… — si fermò e armeggiò con la penna. — Qui si dice che chiudono. “Ottimizzazione”. Il FAP non conviene, dicono. Mi mandano in distretto, se va bene. Quel “se” suonava come un “quando”. Guardò il tavolo, i moduli impilati, il termometro nel bicchiere, il frigorifero per i vaccini. Non sembrava uno studio medico, ma un filo sottile che ancora legava il paese alla mappa. — E la gente? — domandò lei. — Faranno come possono, — rispose lui, senza rabbia. — Con l’autobus in distretto. Se l’autobus ci sarà. Sentì quella storia anche all’alimentari quel giorno stesso. Due donne discutevano su chi dovesse prendere il pane, “perché magari stavolta non arriva”. La cassiera, battendo scontrini senza guardare, disse a mezza voce: — Parlano già di chiudere la linea. Troppi pochi passeggeri, hanno tagliato i fondi. Le salì il vecchio nervoso da città: “Come si può parlarne come si parla del tempo?”. Poi la stizza lasciò posto all’ansia. Senza autobus non avrebbe potuto portare la zia né per esami né dal medico né al ricovero. Senza FAP nemmeno la pressione avrebbe potuto farle misurare, esclusa la vicina col misuratore sballato. La sera trovò tra i documenti della zia una lettera dell’amministrazione comunale: “riorganizzazione della medicina territoriale”, “razionalizzazione della rete trasporti rurali”. Le date erano troppo vicine. Lo lesse varie volte, come a cambiare il senso. — Che succede? — chiese la zia dalla stanza. Entrò e si sedette a fianco. — Dicono che il FAP possono chiuderlo. E l’autobus… La zia aprì gli occhi, si perse col pensiero sul soffitto. — Chiudono tutto — disse piano. — E tu… credi di poter cambiare le cose solo perché sei tornata? Quelle parole la ferirono più del previsto. Era venuta per assistere la zia, non per salvare il paese. Fare il suo dovere, poi tornare in città dove tutto era chiaro e la sua assenza si segnava già fra le urgenze. Al terzo giorno la chiamarono dal lavoro. La responsabile, voce piatta da e-mail: — Ti aspettiamo. C’è la fornitura, ci sono i documenti. Se non rientri la prossima settimana, dovrò sistemare diversamente. Fuori dalla finestra un bambino trainava la slitta vuota sulla neve. “Diversamente” faceva paura come “ottimizzazione”. — Farò il possibile, — sussurrò. — Ma qui… — Qui hai la famiglia, capisco, — la interruppe la responsabile. — Ma nemmeno noi siamo beneficenza. La sera l’uomo della città mandò un messaggio secco: «Quando torni?». Rispose «Non so», sentendo subito che il “non so” spalancava una distanza. Il giorno dopo andò dal sindaco. Il comune era tra i manifesti per la festa e l’orario di ricevimento. Il sindaco, uomo basso e ordinato, la guardò da sopra gli occhiali. — Sono per il FAP e l’autobus. Ho qui la lettera con le date. Cosa significa? Sospirò, come uno che ci è già passato. — Significa che fanno i conti. Tenere aperto tutto… Il paese è piccolo. — Ma qui la gente vive. La zia mia non cammina. Come la porto in distretto? — L’ambulanza c’è, — alzò appena le spalle. — Si chiama. — Ma l’ambulanza non viene per una siringa o per la pressione. E l’autobus non serve solo l’ospedale, ma anche lavoro, scuola, negozi. La guardò meglio. — Lei viene dalla città, vero? Pensa che basta scrivere e si risolve? Qui c’è un sistema. Io non dico di non scrivere, ma pensi prima a come finisce. Qui la gente non ama i casini. Uscì con la strana sensazione di essere stata rimessa “al suo posto”. Ma comprese anche che, tornando semplicemente a occuparsi della zia, avrebbe condiviso la responsabilità del silenzio. Cominciò con le firme. All’inizio si sentiva sciocca: parlare coi vicini, spiegare, chiedere la carta d’identità. La gente ascoltava, annuiva, ma spesso abbassava lo sguardo. — Non ho niente in contrario, — disse un uomo, — ma il mio cognome non scriverlo. Mio figlio lavora in Comune. — E se poi rischiamo peggio? — domandava una donna col fazzoletto. — Tanto fanno lo stesso. Noi restiamo segnati. Non sentiva paura, ma esperienza; l’esperienza che qui distinguersi significava restare soli. La sostenne la cassiera, firmò per prima: — Io mi sono stancata di stare zitta. Se chiudono la linea, chiudo il negozio. Come porto la roba? Il medico firmò veloce, come sul certificato d’infortunio. — L’importante è che resti tra noi, — disse. — Qui devo lavorare ancora. In due giorni raccolse trenta firme. Per il paese era tanto, per il distretto niente. Fotografò le pagine, fece scansioni nella biblioteca con la stampante vetusta, mandò PEC a Comune, Regione, ASL. Scriveva la sera, mentre la zia tossiva piano, respiro irregolare. Ogni lettera inviata non la liberava, ma la stringeva di più dentro quel problema. La risposta dal distretto arrivò: “La questione è all’attenzione. Interventi di ottimizzazione nell’ambito di…” Un testo fitto di “accessibilità”, nessuna risposta su come la zia avrebbe visto un medico se tagliavano l’autobus. In paese si cominciò a parlare di lei. La vicina portava meno spesso il latte. In strada la salutavano, ma le conversazioni si spezzavano. Una sera venne un cugino della zia, uomo deciso. Si sedette senza togliersi il cappello. — Tu che stai facendo qui? — Io… provo solo… — Provi… e ci metti nei guai. Il sindaco dice che per colpa tua viene la commissione dall’alto. Loro prendono la multa e noi restiamo qui. Tu torni in città e via? Noi qui ci viviamo. Le salì la rabbia, ma si trattenne. — E come si vive senza bus e senza FAP? — Come sempre. In qualche modo. Chi può, va via. — Ma non tutti possono, — guardò la porta della zia — e non tutti devono. Lui si alzò. — Sei diventata cittadina. Da voi tutto è giusto. Qui è diverso. Quando uscì, la zia la chiamò con voce flebile. — Non litigare con loro. Sono… i nostri. — I nostri non devono accettare di essere cancellati, — rispose lei, accorgendosi di parlare di sé stessa più che della zia o del paese. La commissione venne di venerdì. Due dal distretto, una donna dalla regione. Passarono all’ambulatorio, controllarono i registri, una breve riunione in sala del circolo. La sala era fredda, tende scolorite sul palco. Chi sedeva portava ancora la giacca. Lei stette in piedi con la cartella delle firme. Parlò prima il sindaco, scelto nelle parole. La regione sorrideva, ma col gelo negli occhi: — Comprendiamo l’apprensione, — disse. — Ma abbiamo regole. Carenza di personale. Il FAP lo copriamo con un’unità mobile. — E l’autobus? — chiese qualcuno. — Di trasporti si occupa la Mobilità. La linea non è sostenibile. Alzò la mano. Le diedero voce dopo poco. — Dite “non sostenibile” — disse lei, scandendo le parole. — Ma avete contato quanti restano senza medico? Quanti bambini non vanno più a scuola? L’unità mobile viene una volta a settimana? E se c’è un’urgenza di notte? La donna della regione piegò un poco la testa. — Non possiamo mantenere il FAP per pochi casi. — Non sono “pochi”, — la voce le tremò. — Sono delle vite. E ci chiedete di rassegnarci. Qualcuno sussurrò: “Hai ragione”. Ma la maggioranza restò in silenzio. Il sindaco la guardò come se avesse appena rotto un tacito accordo. — Lasciamo stare le emozioni. Qui costruiamo insieme. Lei aprì la cartella. — Ho le firme. E risposte vaghe. Scriverò altrove. In Regione, alla stampa, alla Procura, dove serve. Sul diritto all’assistenza. Sentì un mormorio: “Ma chi glielo fa fare…” Capì che ormai non poteva più tornare indietro. Anche se fosse andata subito via, il paese l’avrebbe ricordata come quella che aveva parlato. Fuori, il sindaco le sussurrò: — Si sente un’eroina? — Penso che anche lei vive qui, — disse. — Anche a lei serve l’autobus. Sorrise senza gioia. — A me serve un bilancio. E non farmi cacciare. Lei combatte, poi se ne va. Le fece male. Aveva una vita pronta in città; qui c’era la zia, ricordi, adesso una responsabilità imprevista e grande. Quella notte la zia peggiorò. Respirava a fatica, le labbra viola. La guardò, chiamò l’ambulanza. La centrale rispose che la macchina era in giro, “attenda”. Restò accanto, la sorresse. — Non fare… rumore — sussurrò la zia, quando si sentì meglio. — Non solo per te, — le disse. — Per tutti. L’ambulanza arrivò dopo più di un’ora. Il medico, giovane e stanco, fece l’iniezione, consigliò di osservare. Dopo, la casa era muta; ma non quieta, vuota. La mattina un messaggio dalla responsabile: “Se lunedì non torni, prendo un altro”. Niente minacce, ma era una minaccia, secca, d’ufficio. Andò alla fermata per dare un pacco al guidatore per una conoscente. Aspettava guardando la strada. Nella testa due liste: cosa succede se torno, cosa se resto. In entrambe, perdita. L’autobus arrivò. Pochi passeggeri. L’autista, prendendo il pacco: — Dicono che è l’ultimo mese che giro io. Poi basta. — E lei… che farà? Alzò le spalle. — Mi arrangio. Non è la prima volta. Ma lei… sempre a combattere? — Perché sennò non restiamo, — disse. Si stupì da sola dalla semplicità di quelle parole. Quello stesso giorno fece ciò che temeva: registrò un breve video davanti al FAP. Nessun grido, nessun slogan. Mostrò la struttura, raccontò della zia, dell’autobus, delle firme. Chiese a chi era andato via dal paese di scrivere anche loro a Regione. Mandò il video a una giornalista conosciuta anni prima. La risposta non arrivò subito, poi un messaggio: “Posso fare un articolo. Ma sappi che l’amministrazione sarà contrariata. Sei sicura?” Non era sicura di nulla. Sapeva solo che ormai era andata troppo oltre. — Fallo, — rispose. Il giorno dopo la guardarono meno apertamente. La cassiera sussurrò: — Il sindaco dice che rischiamo di perdere pure i soldi. Io non ci credo, ma la gente… Il medico la chiamò la sera. — Adesso davvero mi trasferiscono, lo sai? — nessun rancore, solo stanchezza. — Non voglio che ti mandino via, — disse lei. — Voglio che il FAP resti. — Volere non basta… Ma vengo lo stesso stasera. Dopo qualche giorno un foglio dalla regione: “Questione sottoposta a controllo”. Una frase vaga, ma meglio di un niente. Il sindaco ora pesava le parole. Davanti all’alimentari, qualcuno finalmente disse che avrebbe firmato ancora. Ma poi fu la città a presentare il conto. La responsabile chiamò: hanno già trovato la sostituta, se non rientri “accettiamo la risoluzione”. Poteva esserci anche compassione nella voce, ma non cambiava il destino. La sera, a sorpresa, arrivò l’uomo dalla città. Entrò, si tolse la giacca, la guardò cercando tracce di sé in lei. — Ti rendi conto? Vuoi perdere il lavoro per un autobus? — Sono pronta a perderlo, se no mia zia e gli altri restano senza aiuto. — E noi? — domandò. — Avevamo una vita, noi due. Sentì un nodo tirarsi dentro. Non voleva scegliere tra lui e il paese. Ma la scelta era già tutta lì, come una cartella aperta. — Non ti chiedo di restare, — disse. — Solo di capire. Tacque a lungo. — Io non so vivere così, sempre a lottare. Lei annuì. Faceva male, ma non era una sorpresa. La mattina seguente lui lasciò le chiavi dell’appartamento di città sul tavolo. Le raccolse e le mise nella cartella dei documenti della zia, come se fosse ormai parte di quella nuova realtà. Dopo una settimana alla fermata riapparve l’orario dell’autobus. Sotto, la nota: “provvisorio”. Il FAP ancora funzionava, ma il medico diceva già che potevano trasferirlo. Il paese proseguiva la sua vita, solo con più sospensione, come se la gente si stesse abituando a credere che qualcosa si può anche non aspettare. Lei era davanti al FAP, quando la funzionaria regionale uscì. — Ora è contenta? — chiese. — Non so cosa ci sia da esserlo — rispose lei. — Voglio solo che qui resti almeno qualcosa. La donna la fissò. — Ha energia. Ma sa che le risorse non sono infinite. Che a volte bisogna scegliere. — Io ho scelto. Solo non come voi. Quella sera tornò a casa, controllò la zia, sistemò la coperta. La zia dormiva con un respiro tranquillo. In cucina c’erano nuove pagine per le firme, le risposte stampate degli enti, la lista dei numeri da chiamare ancora. Aprì il calendario: il lunedì cittadino era già passato senza di lei. Il giorno dopo tornò alla fermata. L’autobus era in ritardo. I compaesani silenziosi: chi con una sporta, chi con un sacchetto di farmaci. Guardò la strada e si accorse che non aspettava più che altri decidessero. L’autobus era diventato parte di un impegno personale. Quando il bus sbucò dalla curva, fece un passo verso il bordo del piazzale e alzò la mano. Poi si fermò, estrasse una penna e un foglio bianco. Vicino a lei la donna col fazzoletto, quella che aveva paura all’inizio. — Firmerà di nuovo? — chiese sottovoce. La donna la guardò, guardò l’autobus e la strada che portava in paese e via, poi fece cenno di sì. Prese la penna e, senza più voltarsi, scrisse il suo nome.
La linea per il paese Lautobus arriva fuori orario, come se avesse una concezione tutta sua del tempo.
«Porta pazienza, figliola! Ora fai parte di un’altra famiglia, devi rispettarne le regole. Sei sposata, non sei in visita…» – «Ma che regole, mamma? Qui sono tutti fuori di testa! Soprattutto mia suocera, che mi odia e non lo nasconde. Hai mai sentito di suocere gentili?» – «Fa la bella vita, guarda che assidua!» – Svetlana Petrovna, furiosa e con il viso paonazzo, fulminava Lisa solo per aver sospettato un tradimento del marito Boris. Tra discussioni, accuse e scomodi paragoni coi figli dei vicini, la giovane nuora cerca invano di farsi rispettare in casa, mal sopportata dalla suocera, mentre il marito – eterno mammone – non vede ragione di andare a vivere da soli. Lisa si confida con la madre nel paese vicino, ma anche lei la invita a sopportare: «È sempre stato così, bisogna avere pazienza». Tutti temono il padre di Lisa, uomo severo e dal passato burrascoso, pronto a tutto per difendere la figlia. La goccia che fa traboccare il vaso: una macchia sul divano nuovo fa esplodere la furia della suocera. Ma quando il padre di Lisa arriva, armato d’ascia, per riprendersi la figlia e il nipotino, anche il marito Boris capirà che è ora di ascoltare la moglie. Da quel giorno Lisa e Boris vivono da soli, Svjetlana Petrovna li ignora e la serenità, se non l’amore, ritorna in famiglia.
Diario di Elisabetta14 aprileMamma, non ce la faccio davvero più. La pazienza che mi chiedi sembra una
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0256
«Non voglio invecchiare con una carcassa vecchia!» sbottò mio marito — Basta, è ora di finirla! — gridò Igor sbattendo con forza il cassetto, facendo tremare i flaconi di colonia. — Non ne posso più di sentir parlare di dolori alle articolazioni e di pillole! Voglio vivere, non trascinarmi in questa casa trasformata in ospedale! Valentina era sulla soglia della camera da letto, osservando il marito che buttava nella borsa le sue poche cose. Trentadue anni di vita insieme finivano in uno zaino e una busta con delle scarpe da ginnastica. Il pensiero le fece più male di qualsiasi altra offesa. — Igor, — iniziò piano — la mamma, dopo l’ictus, non può restare da sola. Capisci? — Tua madre è affar tuo! — sbraitò lui, senza guardarla. — Ho cinquantotto anni, non ottanta! Non voglio trasformare casa nostra in una stanza di terapia intensiva! Valentina tremò. Da mesi ormai, le parole “gioventù” e “vecchiaia” erano diventati un muro tra loro. Igor aveva iniziato a tingersi i capelli, si era comprato una bici e una giacca di pelle. Poi era arrivata Sveta — la vicina del quinto piano, divorziata, trentacinquenne. — Allora vai da lei? — Valentina sapeva la risposta, ma chiese lo stesso. Igor si voltò di scatto. Nei suoi occhi passò qualcosa di simile alla vergogna, subito sostituita dalla sfrontatezza: — Sì, vado da lei. E sai perché? Perché con lei mi dimentico dell’età. Non conta che io abbia i capelli grigi o il cuore malandato. Lei è libera, capisce? Libera. “Libera.” Quella parola la colpì al cuore. Valentina si guardò allo specchio — vide il volto stanco e le nuove rughe vicino alle labbra. Igor una volta la chiamava “la sua bella”. E ora… — Fra poco ne fai sessanta, Igor, — sussurrò lei. — Davvero pensi che… — Che cosa? — sbottò lui. — Che non meriti la felicità? Una nuova vita? E tanti, alla mia età… — Lasciando le mogli per ragazzine? — Valentina sorrise amaramente. — Sì, triste statistica. Igor le diede una mano seccato: — Ecco che ricominci! Sempre a buttare tutto nel fango! Voglio solo respirare a pieni polmoni, capisci? Chiuse lo zaino. Il rumore della cerniera fu una sentenza. — Dille che le auguro buona salute, — borbottò dirigendosi alla porta. — Spero che starete bene. In due, — esitò, ma concluse: — In due vecchie amiche. La porta si chiuse di colpo. Valentina rimase seduta a lungo sul letto, fissando il vuoto. Risuonava nella sua testa: “In due vecchie amiche.” Ma aveva solo cinquantatré anni. Era davvero già vecchia? Dalla stanza accanto arrivò la voce debole: — Valentina? È successo qualcosa? — Niente, mamma, — si alzò a fatica. — Igor è dovuto uscire. Mentire le faceva schifo, ma non poteva dirle la verità. Non avrebbe sopportato che sua madre ottantenne si colpevolizzasse per il fallimento del suo matrimonio. Nei giorni seguenti la vita scorreva come un fiume grigio. Valentina faceva tutto come sempre: cucinare, pulire, prendersi cura della mamma. Ma continuava a chiedersi: quando? Quando aveva smesso di vedere che tra loro era nata una barriera? Si ricordava di Sveta. La vicina divorziata, la vedeva spesso alle cassette delle lettere. Energica, estroversa, vestita sempre colorata e con una risata travolgente. Valentina le aveva persino voluto bene — non era facile essere madre single. Poi aveva notato lo sguardo del marito, come indugiava alla finestra quando Sveta portava fuori il cane. Come “casualmente” si trovava all’ingresso quando lei tornava dal lavoro. E le lunghe notti passate in garage. — Figlia, — la voce della mamma la riportò alla realtà, — è mezz’ora che lavi una sola tazza. Vieni qui. Valentina si riscosse. Era alla finestra con la tazza in mano. — Eccomi, sto finendo. — Vale, — la mamma si sedette, stringendo lo schienale, — ho capito tutto. Non serve mentire. — Mamma. — Ti ha lasciata, vero? Se n’è andato con quella, la giovane del quinto piano? Valentina annuì, sentendo le lacrime affiorare. — Stupido, — commentò filosoficamente la mamma. — Lo sai che agli uomini vicino ai sessanta sembra d’impazzire? Cercano la gioventù dove non c’è. — Basta, mamma… — Che c’è da dire? — rise la mamma improvvisamente. — Anche tuo padre, a cinquantadue, era impazzito. Credeva che la vita passasse senza di lui. Valentina guardò la mamma sconvolta: — Papà? Ma tu non… — Che senso aveva raccontarlo? — scrollò le spalle la mamma. — Dopo due mesi è tornato strisciando. Ma io non lo aspettavo più. — Davvero? — Proprio così, — ammiccò la mamma. — In quei due mesi ho capito che la mia vita non era finita. Ho fatto un corso di ricamo. Ho capito che, senza di lui, si respirava meglio. Guardò le sue mani vecchie, macchiate, ma ancora vive. — Vedi, Vale, gli anni non contano davvero. Conta cosa abbiamo nel cuore. Ho ottantacinque anni, ma dentro di me c’è sempre quella ragazza. Valentina sorrise suo malgrado. La mamma, nonostante gli anni e le ferite, sprigionava un’energia speciale. Per questo tutti la volevano bene? — E Igor, — continuò la mamma, — non scappa da te. Scappa da se stesso. Teme la vecchiaia. Crede che con una giovane accanto sarà anche lui più giovane. — Lo difendi? — Valentina sentì l’amarezza. — Figurati, — scosse la testa. — Mi fa pena. Perché so che non troverà mai quello che cerca. Non si scappa dal tempo, Vale. Ti raggiunge sempre. C’era una risata fuori dalla finestra. Valentina si affacciò per istinto. Igor era con Sveta nel cortile, portava le sue borse. Sveta parlava gesticolando allegra, lui la guardava rapito. Il cuore di Valentina si strinse. — Non torturarti, — la mamma la allontanò dalla finestra. — Andiamo a bere il tè. Ho dei biscotti con il miele. — Mamma, — la voce di Valentina tremava. — Lui è uno sciocco, — ripeté paziente la mamma. — Ma quella è la sua strada. Tu trova la tua. E domani andiamo al parco. Dopo i lavori di rinnovo è una meraviglia. Valentina voleva protestare, ma la voce della mamma la convinse a tacere. E se avesse ragione? Forse era davvero ora di ricominciare a vivere? Il parco era cambiato. Dopo la ristrutturazione aveva nuovi sentieri, fontane e panchine. Al centro c’era un piccolo centro culturale da cui usciva musica. — Guarda, — la mamma si fermò davanti a una bacheca — c’è un club di letteratura. E una scuola di ballo. Ah, anche yoga per la terza età! — Mamma, — ridacchiò Valentina, — non dire che… — Cosa c’è di male? — sollevò le sopracciglia la mamma. — Alla mia età posso ancora stupire! Per dimostrarlo agitò il bastone, che cadde rumorosamente. — Oh… — si confuse. — Permettete, — intervenne un uomo con voce gentile. Un distinto signore di mezza età raccolse il bastone e lo porse con un sorriso: — Ecco a lei. — Grazie mille, — la mamma arrossì. — Molto gentile. — Michele, — si presentò. — Organizzo incontri letterari qui. Siete interessate? — No, noi… — cominciò Valentina, ma la mamma la interruppe: — Certo! Mia figlia scrive poesie meravigliose. Era pubblicata sul giornale dell’università. — Mamma! — arrossì Valentina. — Era secoli fa. — La poesia è senza tempo, — osservò Michele. — Se vuole può unirsi a noi subito. Stiamo leggendo testi nuovi. Così Valentina entrò nel club letterario. Era solo per accompagnare la mamma, eppure si trovò a suo agio. L’odore dei libri, il silenzio, le discussioni. Nessuno badava all’aspetto o all’età: contavano i pensieri, i sentimenti. Poi arrivò la serata di poesia. Intima, per pochi. Valentina era nervosa come per un esame. Recitò i suoi versi — sull’amore, sulle perdite, sulla vita che non finisce col dolore. E ad ogni strofa sentiva qualcosa in sé che si liberava, respirava, rinascendo. Tornando verso casa, incontrò Igor. Usciva da casa di Sveta. Rimase impacciato. — Vale, sei splendida. Lei lo fissò impassibile. Ora, guardandolo, non provava più dolore. Solo una pacata stanchezza. — Grazie, — rispose lei. — Tutto qui? — No, ascolta, — si avvicinò. — Voglio spiegare… Ho capito. — Che hai avuto una delusione? Che Sveta non è perfetta? Igor fece una smorfia: — Non capisci. Lei è giovane, sì, attraente, sì… Ma con lei non so cosa dire. — Ti aspettavi che a trentacinque si appassionasse alla cultura sovietica? — rise Valentina. — Sei proprio ingenuo. — Non è questo, — si rabbuiò. — Vale, ho fatto una sciocchezza. Forse… — No, — Valentina scosse la testa. — Niente “forse”. Anzi ti ringrazio. — Per cosa? — lui era smarrito. — Per essere andato via. Per avermi fatto scoprire che non si vive solo di cucina e pulizie. — Vale, ora ho capito. Voglio tornare a casa, — le prese la mano. — Possiamo sistemare tutto. Lei si ritrasse, gentile ma ferma: — No, Igor. Tu non vuoi tornare a casa. La vecchia Valentina che cucinava e taceva a cena non esiste più. E quella nuova non la conosci, ti spaventerebbe. — Perché? — Perché ora vive per sé stessa. In quel momento arrivò la mamma, senza bastone, sostenuta da Michele. — Oh, Igor, — lo fissò fredda. — Sei ancora qua? — Buongiorno, signora Elena, — borbottò lui. — Sto andando. — Bene, — annuì lei. — E quando vuoi scappare dalla vecchiaia, pensa: forse il problema non sono gli altri? Igor rimase colpito, poi si allontanò rapidamente. — Mamma! — Valentina protestò. — Che dovevo fare? — fece spallucce la mamma. — Dire la verità. A proposito, Michele mi ha proposto di condurre il laboratorio “Favole di una volta” per i nipoti. Che bello! — Elena — sorrise Michele. — I bambini saranno incantati. Valentina guardava la mamma — ringiovanita, con gli occhi pieni di luce — e pensava: forse la saggezza è questa? Accettare l’età come un dono, un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo? Due mesi dopo Igor lasciò Sveta, che nel frattempo si era fidanzata con un ragazzo. Poi scrisse a Valentina: poche righe, piene di rimorso e di scuse. Lei non rispose. Perché? Ora aveva una vita tutta sua. Due volte a settimana — il club letterario. E sapete una cosa? A cinquantatré anni, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva davvero giovane. Perché la giovinezza non è la pelle liscia. È il coraggio di essere se stessi. Sempre.
Non intendo trascorrere la vecchiaia accanto a una rovina, sbottò il marito. Basta! Marco sbatté violentemente
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Troverò per mia figlia un marito migliore Questo mese sarà più duro, mormorò Antonio, aggiornando lapp
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IL REGALO CHE SCALDA IL CUORE: La vera storia di una vigilia di Capodanno milanese, tra una famiglia, un bambino senza dono e un Babbo Natale inaspettato
REGALO – Allora, figliolo, racconta un po, comè andata oggi? Comè stata la giornata? Appena tornato
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Un regalo speciale per la mamma: una nuova cucina, un cuore grande e una scelta difficile tra famiglia, fiducia e tradizione italiana
Diario di Giulio Martina, mi serve il tuo aiuto per il regalo della mamma. Martina posò il telefono e
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Chat sul filo: quando la chat dei genitori diventa un campo di battaglia tra scuola, soldi e orgoglio – e una mamma cerca di riportare la pace per il bene dei figli
Chat sullorlo Caterina stava davanti ai fornelli a mescolare il sugo, lanciando ogni tanto un occhio
– E che figlia in gamba che ho! – si vantava Oxana con le vicine. – Ha chiuso la sessione solo con trenta! E riesce pure a lavorare, non prende una lira da noi! – Ti invidio, Oxana! I miei figli fanno solo una cosa: chiedere soldi, – sospirava una donna. – E non vogliono proprio studiare. Masha dice che dopo il liceo vuole subito sposarsi, tanto deve mantenerla il marito. E mio figlio… eh! – La vicina allargò le braccia, profondamente delusa dalla sua prole. – Ma tua Anastasia è in gamba, sa vivere con la sua testa. – Eh già, come no, – mormorò Michele tra sé, allontanandosi un attimo dalle chiacchiere della mamma e delle vicine. Sarebbe voluto tornare a casa, ma la mamma non aveva finito il giro dei negozi: con papà al lavoro, oggi toccava a lui l’onore di portare le borse. – Se solo sapessi cosa combina la sorellina a Roma, di certo non te ne vanteresti così. Anzi, meglio se proprio non la nominavi… – Hai detto qualcosa? – Oxana guardò stizzita il figlio che borbottava. Nemmeno cinque minuti riesce ad aspettare? Non aveva ancora raccontato tutti i dettagli. – Sì mamma, ho detto che devo preparare una presentazione e scrivere un tema per domani. Magari ti vanti un’altra volta? – rispose tranquillo Michele. – Tu e tuo padre! Non lasciate parlare la gente! Va bene, andiamo… Michele fece spallucce, notando lo sguardo sollevato delle vicine. Sembrava che pure loro si fossero pentite di aver trovato Oxana per strada: non faceva che parlare della figlia, con un tono da far sembrare Anastasia un modello irraggiungibile. Ma solo lui conosceva la verità. E non voleva far preoccupare la mamma… *** – Qui abita Anastasia Melnik? – Lo sguardo altezzoso della signora confuse Oxana, già inquieta dai due uomini alle sue spalle. – Mia figlia adesso vive a Roma. Studia all’università, – rispose fiera Oxana. – Cosa volete da lei? – All’università? Davvero? – la donna rise seccamente. – È stata cacciata dopo il primo esame. Nemmeno una materia superata, non mi stupisce: non andava mai a lezione, cercava solo di rimorchiare qualcuno… – Come osa parlare così di mia figlia! Faccio denuncia per diffamazione! – Oxana sentì voci dietro la porta e si zittì. Invitarla in casa sembrava ammettere che diceva la verità. Ma se non apriva? Chissà cosa avrebbe raccontato in giro… – Prego, accomodatevi, – interruppe Michele. – Niente pettegolezzi inutili. Mamma, lasciali entrare. – Ma Michele! – Falli entrare. In quel momento sembrava più grande dei suoi sedici anni: serio e solo un po’, pochissimo, agitato. Accompagnò gli ospiti in soggiorno col gesto di sedersi; la donna si prese una poltrona, i due uomini restarono in piedi. – Michele! Come fai a farli entrare dopo quello che ha detto su Anastasia! – Ho sentito, perciò li lascio entrare, – si spazientì il ragazzo. Con papà fuori casa, a lui spettava il ruolo di capo famiglia. Doveva limitare i danni! – Ma… – Scommetto che tu conosci meglio la sorellina, – ironizzò la donna. – Sai dov’è ora? – E’ a Roma, qui mamma non mente. Ma non vive in uno studentato: sta in un appartamento che le paga un uomo. Non so l’indirizzo, ma so che lui è sposato, vent’anni più di lei e tre figli adulti. E ha un mucchio di soldi. – Si chiama per caso Gregorio? – Posso indovinare, è suo marito? – chiese teso Michele. In che guaio si era cacciata la sorella, se venivano fino a qui per cercarla? – Per fortuna no. Sono la sorella di Gregorio e sono stufa delle sue “escapade” – sorrise fredda la donna. – Gregorio ha una moglie splendida, la figlia del nostro principale socio in affari. Che non sopporta queste “amichette” del marito: se va avanti così chiederà il divorzio. – E questo, immagino, non deve succedere, vero? – Sei un ragazzo sveglio, – sussurrò la donna. – Nessuna idea su dove sia ora la tua adorabile sorellina? – No, ma forse la sua amica lo sa. Posso sentirla, però prima voglio sapere cosa avete intenzione di fare. Ho una sola sorella, capisce? – Michele, cosa significa tutto questo? Quale Gregorio? Quale appartamento? Cosa sta succedendo con mia figlia? – Oxana era sconvolta. Michele corse in bagno a prendere le medicine che la mamma conservava lì. – Vuole che chiami l’ambulanza? – La signora sembrava anche un po’ in colpa. Michele agitò la mano. Certo che l’avrebbe chiamata! Quando correva a prendere le pastiglie, la signora Nina aveva già promesso che sarebbe arrivata in cinque minuti. – Michele… ma tu come lo sapevi? – chiese Oxana disperata, incapace di credere alla verità. – Quando Anastasia è tornata l’ultima volta, aveva il telefono rotto, ricordi? Mi ha chiesto il pc, per parlare con un’amica, ed è rimasta loggata. Ho letto i suoi messaggi, mi sono fatto qualche domanda e poi le ho chiesto direttamente. Non ha negato nulla, mi ha solo chiesto di non dire nulla a te. Michele era sinceramente preoccupato per la mamma: una donna buona e generosa, il cui unico difetto era essere troppo fiera dei successi dei figli. Anche lui arrossiva ogni volta che lei si metteva a raccontare agli altri delle sue medaglie e diplomi. Dopo che Oxana fu sistemata a letto sotto controllo dei medici, Michele tornò dagli ospiti. Era curioso di sapere cosa volessero dalla sorella. – E ora, cosa volete fare? – Niente di male. Le darò dei soldi e qualche conoscenza. Non sposate, questa volta. Se sarà abbastanza furba, si sistemerà bene… – Va bene, torno subito, – sospirò Michele, già prevedendo una conversazione difficile. L’amica di Anastasia era… un tipo tosto. Bisognava inventarsi qualcosa. Gli venne l’idea della “sessione chiusa bene”. Forse un fratello da lontano poteva volerle fare un regalo tramite corriere. – Ecco, questo è il numero della sua amica, – diede un foglio alla donna. – Spero che manterrà la parola. – Tranquillo, non preoccuparti. E uscendo dall’appartamento, la signora disse a voce abbastanza alta, di certo per le vicine che origliavano: – Scusatevi se vi ho turbato così, ma era l’unico modo per parlare senza troppe orecchie indiscrete. Spero nessuno metta in giro storie strane. Se succede, mi scuserò direttamente con Anastasia. Ma sono sicura che qui vivono brave persone e non si daranno al pettegolezzo. Le voci ci furono, ma fiacche. Oxana le spegneva subito, chiedendo di non infangare il nome della figlia. Ma smise di vantarsi e, in generale, usciva di casa molto meno. Michele parlò col padre e decisero insieme: era il momento di cambiare città. Oxana si vergognava a guardare in faccia i vicini, dopo averli ingannati per tanto tempo. Un giorno di sole, la famiglia si trasferì. Come disse Michele alle vicine curiose: andavano a Roma, vicino a Nastia. Lì ci sono ottimi medici, e la mamma ultimamente non stava bene. Anastasia non tornò più: si era sistemata “bene” e la famiglia quasi la dimenticò…
Ma che figlia sveglia che ho! si vantava Laura con le vicine. Ha chiuso la sessione con tutti trenta!
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Il rischio nel sangue: una domenica qualunque nella vita della famiglia Rossi tra diagnosi, genetica e scelte difficili
Gen di rischio La mattina, nellappartamento avvolto da muri color burro e ombre lunghe, regnava un silenzio
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“La storia di Natalia: dalla fuga in Italia alla battaglia per crescere la sua unica nipote abbandonata dalla madre.”
– Sì. Non ho dove portarla. Non ho con che mantenerla. Se non la prendete voi, farò una rinuncia.