IL REGALO CHE SCALDA IL CUORE: La vera storia di una vigilia di Capodanno milanese, tra una famiglia, un bambino senza dono e un Babbo Natale inaspettato

REGALO

– Allora, figliolo, racconta un po, comè andata oggi? Comè stata la giornata?
Appena tornato dal lavoro, mi sono seduto sul divano e ho preso il mio piccolo Andrea, di cinque anni, sistemandolo accanto a me e scompigliandogli i capelli morbidi e castani. Mentre mia moglie Paola preparava la cena in cucina, io mi godevo la compagnia di mio figlio, il mio orgoglio e il mio unico tesoro. In casa, latmosfera era calda e accogliente; spiccava in salotto, fra la televisione che borbottava e la libreria, un alberello di Natale, semplice ma ricco di luci colorate. Mancava appena un giorno a Capodanno.

– Io sto bene! annunciò Andrea. Però il mio amico Marco non sta tanto bene.

– E che è successo a Marco? chiesi curiosamente. Quello del portone accanto, giusto?

– Sì, lui fece Andrea, annuendo.

– Al festino dellasilo oggi non gli hanno dato il regalo di Natale disse Paola, spuntando dalla cucina avvolta nel profumo di pollo arrosto. Povero bambino Dai, lavatevi le mani e tutti a tavola: è pronta la cena.

– Ma come, non gli hanno dato il regalo? chiesi sorpreso alzandomi dal divano. A tutti sì, ma proprio a Marco no? Mi sembra strano.

– Sì, agli altri sì, a Marco niente confermò Andrea, scendendo dal divano dietro di me. Babbo Natale e la Befana hanno distribuito i doni, ma lui niente. Stava lì ad aspettare.

– Che razza di Babbo Natale e Befana sono, se lasciano un bambino senza dono? mi arrabbiai, tirando una sedia e sedendomi al tavolo.

– Non è colpa loro disse Paola, scrollando le spalle. Probabilmente la mamma di Marco si è dimenticata di pagare la quota per il regalo, o magari proprio non aveva i soldi. Purtroppo succede. Andrea, ti sei lavato le mani?

– Sì, ci siamo lavati insieme in bagno dissi io, mentre tagliavo il pollo dorato distribuendolo nei piatti. Va bene, ammettiamo che non abbia pagato la quota, ma comè possibile che la direttrice dellasilo come si chiama, Anna Rossi? Comè possibile che abbia permesso una scena simile, con tutti che ricevono regali e Marco lasciato lì?

– Anna Rossi era quella che faceva la Befana dichiarò Andrea. E Babbo Natale era il custode dellasilo.

– Ancora peggio! mi indignai sempre di più. Possibile che non abbiano trovato nemmeno un regalo extra per questo povero ragazzino? Poi la mamma si sarebbe messa daccordo dopo! Che freddezza!

– Pare proprio di no sospirò Paola. Io al loro posto avrei trovato una soluzione per non metterlo in imbarazzo.

– E la mamma di Marco? Perché ha permesso una cosa simile, che suo figlio restasse senza regalo? continuavo a borbottare. Mi rivolsi quindi ad Andrea, che stava già rosicchiando la coscia di pollo con gusto.

– Spero che tu abbia condiviso il tuo regalo con Marco.

Andrea mi guardò, un po contrariato.

– Sì, papà, volevo farlo. Anche Sergio, Letizia, Alessio e altri ci hanno provato. Ma Marco non ha voluto niente da nessuno.

– Che orgoglioso! dissi sorpreso. Scommetto che non ha nemmeno pianto

– Non lo so, non lho visto rispose Andrea sincero.

– Che ragazzo! ripetei ammirato. Non se lo meritava davvero.

– Sì, povero Marco, che dispiacere deve aver provato disse Paola con compassione. Mi immagino come si sia sentito.

– Sapete cosa? Stasera ristabiliamo la giustizia! dissi risoluto. Avevo in mente qualcosa, perché mi sentivo le guance calde e gli occhi brillavano.

– E come pensi di fare? domandò Paola asciugandosi le labbra.

– Così! risposi in modo misterioso. Qualcuno di voi sa dove abita Marco? Andrea, tu lo sai?

– No scosse la testa Andrea. Non sono mai stato da lui, giochiamo solo in cortile e allasilo.

– Vabbè, posso informarmi io rifletté Paola. Ho unamica che conosce tutti in palazzo. La chiamo. Ma a che pro?

– Chiamala, e subito. insistetti.

– Va bene accettò Paola. Ma voi pensate a sparecchiare e a lavare i piatti!

– Abitano al trentacinque, si chiamano Rinaldi annunciò Paola dopo pochi minuti. La mamma si chiama Valentina. Il padre non cè, o meglio era ma se nè andato. Non è chiaro se se ne sia andato lui o sia stata la madre a mandarlo via. Comunque vivono solo madre e figlio.

– Come fai a sapere tutti questi dettagli? chiesi divertito.

– La mia amica Alice è la presidente del condominio, e tutti i gossip passano da lei sorrise Paola.

– Allora è tutto chiaro concludi. Andrea, hai già finito il tuo regalo?

– Non tutto la mamma dice che troppi dolci fanno male rispose Andrea a malincuore.

– Ha ragione convenni. Allora, il pacchetto del regalo è intatto?

– Sì, lho aperto con cura disse Andrea.

– Ottimo gli accarezzai la testa: Ora prendi i tuoi dolci avanzi e mettili in un altro sacchetto, il pacchetto colorato dallo all papà.

– Perché? chiese cautamente Andrea, ma poi corse in camera e tornò con il pacchetto regalo, visibilmente alleggerito, rovesciando il contenuto sul tavolo, tra caramelle e biscotti dai colori vivaci.

Paola, che osservava la scena silenziosa, intervenne poi:

– Ho capito dove volete arrivare, miei cari: volete regalare a Marco un dono vero. Ma chi lo porta e quando?

– Meglio oggi stesso! dissi deciso. Tu che ne pensi, Andrea?

– Sì! Facciamolo oggi! si entusiasmò Andrea. Metto un po delle mie caramelle per lui?

– Se non ti dispiace gli sorrisi.

– Andiamo insieme da lui? chiese Andrea, rimettendo alcune caramelle nel sacchetto.

– Oggi ci hai già provato a offrirgli dei dolci, ma lui non ha accettato Credo sia troppo orgoglioso. Meglio inventarci qualcosa riflettei.

Mi chiusi in camera e dopo qualche minuto ne uscii vestito da Babbo Natale! Stivaloni bianchi, mantello rosso con bordo in pelliccia, cappello, barba bianca, bastone in mano e un sacco di stoffa decorato a stelle dorate. Il sacco, però, era ancora vuoto.

Andrea mi fissava sorpreso, poi chiese:

– Papà, ma eri tu Babbo Natale lanno scorso? E quello prima?

– Sì, ero io, confessai. Scusa se non te lho detto prima, ma avresti scoperto comunque. Sai, me lhanno chiesto al lavoro una volta, poi è diventato una tradizione. E così in casa festeggio anche con te e la mamma. Ti è piaciuto Babbo Natale lanno scorso?

– Tantissimo! disse Andrea. Sono contento di avere il mio Babbo Natale!

Mi strinse forte le gambe.

Paola aggiunse altre caramelle, chiuse con un bel nastro il pacchetto gonfio che misi nel sacco delle sorprese.

Sistemai la barba e domandai:

– Allora, vi va che vada a trovare il piccolo Marco per portargli il regalo che merita?

– Sì! risposero in coro Paola e Andrea.

Andrea chiese:

– Posso venire anchio da Marco, papà?

– Come aiutante della Befana? scherzai.

– Da coniglietto! gridò Andrea, correndo in camera; tornò con il costume indossato allasilo, tutto bianco, con orecchie ritte e un pompon come coda. Indossava anche una mascherina con baffetti disegnati.

– Va bene, vieni, tanto Marco in quel travestimento non ti riconoscerà accettai. Però metti la giacca, anche se sei un coniglio, fuori fa freddo!

Uscimmo. Paola rideva a crepapelle vedendoci andare fuori: io, Babbo Natale alto, col bastone, e Andrea, piccolo coniglio che quasi strascicava il sacco pieno.

Dopo dieci minuti tornai a casa da solo, trafelato.

– Dovè Andrea? si preoccupò Paola.

– Tranquilla, è rimasto da Marco, stanno giocando. Tra mezzora lo vado a prendere risposi, asciugando la faccia sudata attraverso la barba. Mi buttai sul divano ancora travestito da Babbo Natale.

– Pensa te sospirai. Sai cosa è successo? Eravamo i sesti, già, a portare regali di Natale a Marco! Ed erano sicuro in molti altri dopo di noi. Prima di noi era passata pure Anna Rossi, la direttrice dellasilo ormai senza vestiti da Befana.

– Si è scusata tantissimo con Marco e con la mamma, chiedendo perdono per il misfatto raccontai mentre mi toglievo il mantello e la barba. Pare che qualcuno abbia ripreso tutto allasilo e messo il video sul portale del nostro comune. Poche ore dopo pioggia di commenti!

– Davvero? si stupì Paola. Lo voglio vedere.

– Ma il punto non è quello, dissi. Si è scoperto che la mamma di Marco aveva pagato in ritardo, e così hanno cancellato Marco dalla lista regali.

– In parte la colpa è anche della mamma, disse Paola. Ma da sola, con i soldi contati, avrebbero potuto fare qualcosa allasilo.

– Già E invece hanno solo tolto il ragazzino dalla lista senza piu pensarci continuai indignato. Così un innocente si è trovato escluso.

– Se fossi io al posto di Anna Rossi sospirò Paola. Ma che cuore ha la gente oggi?

– Forse la licenzieranno, o forse capirà e cambierà Ma chi lavora con i bambini dovrebbe avere più attenzione.

Mi fermai a pensare, poi le dissi:

– Ah, e indovina chi è venuto? Pure il papà di Marco! A testa bassa, coi regali, quasi in lacrime

– Sul serio? gioì Paola.

In quel momento suonò il campanello. Era tornato Andrea.

– Perché sei tornato da solo? chiesi. Dovevo venirti a prendere

– Che sono piccolo forse? protestò. E poi mi annoiavo.

– Come mai? domandai.

– La mamma di Marco e il papà litigavano, poi si sono messi a piangere. Siamo andati in cucina, e lì si abbracciavano e piangevano ancora tutti e tre. Manco si sono accorti che me ne andavo

Io e Paola ci guardammo divertiti e ci mettemmo a ridere.

– Dai, beviamo un tè disse Paola. E chi non dorme festeggia con noi il Capodanno! Che sia davvero felice, per tutti!

– Certo! rispose generoso Andrea.

Ecco, ancora una volta ho imparato che dietro un piccolo gesto si nascondono grandi verità: il vero dono non sono solo le caramelle o i biscotti, ma la capacità di prendersi cura degli altri. In famiglia, nel quartiere, basta poco per fare sentire qualcuno voluto bene. E questo, almeno a me, è sempre stato laugurio più importante per lanno nuovo.

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IL REGALO CHE SCALDA IL CUORE: La vera storia di una vigilia di Capodanno milanese, tra una famiglia, un bambino senza dono e un Babbo Natale inaspettato
Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra tabelle e mail urgenti come una pallina colorata dimenticata tra le scartoffie: «Colleghi, lanciamo il Secret Santa! Scambio di regali anonimo per il nostro Natale aziendale. Budget massimo 30 euro. Link al form qui sotto». Andrea rilesse il testo e guardò distrattamente l’angolo dello schermo, dove le ore scorrevano rapide. Mancavano dieci giorni lavorativi alla fine dell’anno, due settimane alla chiusura del trimestre, tre giorni alla rata del mutuo. Ormai faceva i conti in frazioni di calendario. Nella chat fioccarono reazioni. Qualcuno rispose con una gif di una renna, qualcuno scrisse: «Ancora?», qualcun altro chiese del budget. Subito la Responsabile HR, Chiara, precisò: «Non è obbligatorio partecipare, ma è altamente consigliato! Creiamo un po’ di spirito natalizio!». Andrea finì di bere il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, reparto e consenso al trattamento dei dati. In fondo lampeggiava il pulsante “Partecipa”. Ci pensò un attimo, immaginando l’ennesima candela inutile o una tazza che avrebbe affollato la sua già caotica scrivania. Poi pensò alla lista dei partecipanti e a come si sarebbe vista la sua assenza. Cliccò. — Allora, hai ceduto anche tu a questa lotteria? — lo stuzzicò Marco dell’ufficio accanto, affacciandosi nella sua postazione. — Speriamo che a me capiti qualcuno con un minimo di ironia. Ho già la mia idea di regalo: un manuale sul time management per il capo. — Ma non doveva essere tutto anonimo? — ricordò Andrea. — Proprio per questo è più divertente! Immagina la sua faccia quando lo scarta… — disse Marco, mimando uno sguardo allibito, prima di scoppiare a ridere. Andrea gli rispose con un sorriso cortese e tornò ai suoi numeri, che ormai sembravano una massa indistinta. A pochi metri, un gruppo discuteva di regali per i clienti: meglio puntare su cioccolatini di marca o risparmiare? In pausa caffè si parlava ormai solo della tredicesima: ci sarà? Sarà decurtata? Arriverà sottoforma di panettone? Tutto scorreva come un rumore bianco natalizio: l’albero di Natale all’ingresso, le palline in plastica, le cartoline di rito: “Gentili Partner, Vi Auguriamo…”. Andrea aveva fissato due obiettivi per quell’anno. Il primo: raggiungere il bonus al raggiungimento dei target. Il secondo: non perdere la calma con suo figlio per i voti in pagella. Entrambi sembravano ugualmente difficili. La sera gli arrivò una mail: “Il tuo destinatario per il Secret Santa”. La aprì sul telefono, mentre si teneva in piedi schiacciato in metropolitana. “Ciao Andrea! Il tuo destinatario: Andrea Bernardini, Ufficio Analisi”. Rilesse. Poi ancora. La metro sobbalzò, qualcuno lo urtò. Nella chat erano già in subbuglio: «È un bug?» «Anche a me è uscito il mio nome!» «Ragazzi, è un nuovo livello di analisi interiore.» Chiara rispose subito: «Cari colleghi, sì, c’è stato un errore. Non si può più sistemare, IT dice che ormai è tutto su ID. Prendiamola come un esperimento. I regali si portano lo stesso, facciamo finta di niente. L’importante è mantenere l’intrigo e il clima di festa». «Ma quale intrigo, se so che sono io!» — scrisse qualcuno. «Fai finta che sia uno sconosciuto che ti capisce benissimo» — replicò Chiara con l’emoji dell’alberello. Andrea chiuse la chat e rimise il cellulare in tasca. Qualcuno nel vagone stava gridando in vivavoce riguardo a “chiudere l’anno”. Guardò il proprio riflesso nel vetro scuro. Quarantuno anni. I capelli ancora reggono, ma ai lati iniziano a comparire fili bianchi. Il volto stanco, ma non vecchio. Giacca della grande distribuzione, orologio a rate, cellulare “come quello del capo”. Un regalo per se stesso, come se glielo spedisse uno sconosciuto, pensò. Che cosa potrebbe regalarmi uno sconosciuto? Nessuna risposta. Il giorno dopo, in pausa caffè, tutti parlavano solo di questo. — Per me si dovrebbe annullare tutto — sentenziò Paolo, l’avvocato, scuotendo la cenere. — Così si perde la magia: il Secret Santa non può non essere segreto. — A me invece piace — ribatté Anna del marketing. — Per una volta posso davvero regalarmi qualcosa che voglio, non la solita sciarpa con le renne. — Ti compri già tutto da sola — scherzò qualcuno. — Non sempre. Ci sono cose per cui ti dispiace spendere — Anna sorrise. — Ecco, lì sta il bello. Andrea ascoltava in silenzio. Gli giravano per la testa idee: cuffie, powerbank, mouse nuovo. Tutte cose che avrebbe potuto comprare entrando in negozio mentre tornava a casa. Nessuna di queste però gli sembrava un vero regalo. — E tu che ti regali? — chiese Marco davanti all’ascensore. — Non lo so, — rispose Andrea onestamente. — Mah, io mi sarei preso la PlayStation. Ma il budget non basta… Mi accontento di un set di birre artigianali, firmandolo “da Babbo Natale”. E io? pensava Andrea. Cosa vorrei ricevere, se davvero qualcuno mi vedesse? Non solo come collega, o come pagatore del mutuo, o come papà criticato per il tempo libero, ma come… chi? Come persona? Non trovava la parola. La sera andò in centro commerciale. Luci, musica ovunque. “Il regalo perfetto”, “Set per lui”, “Per l’uomo di successo” urlavano le vetrine. Ovunque immagini di uomini con cappotti costosi e visi sicuri: nessuna borsa sotto agli occhi, nessuna rata da pagare. Entrò da Mediaworld. In esposizione, cuffie wireless “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze fra i modelli. Ecco, le cuffie. Pratiche. Si può ascoltare musica, podcast. Sembra quasi di volersi bene, pensava Andrea. Ne prese una confezione, la rigirò tra le mani. Ci stava nel budget, se non prendeva il top di gamma. Però stavo solo comprando una cosa per me. Qual è il senso? Mi compro già tutto ciò che “si addice” a un uomo della mia età: telefono, orologio, scarpe buone, giacca non presa in saldo. Ma è questo un regalo? Posò la scatola e uscì. In libreria faceva più caldo. In vetrina: pile di “manuali di motivazione”, “Diventa la miglior versione di te”, “Come ottenere tutto”. Ne sfogliò uno, lesse le solite frasi su “zona comfort” e “efficacia” e si sentì più stanco. In fondo alla sala stava lo scaffale della narrativa. Passò il dito tra i dorsi: nomi conosciuti. Un tempo divorava romanzi in una notte; poi lavoro, mutuo, la nascita di suo figlio, e leggere era diventato solo “una cosa da fare”. Magari un libro? pensò. Ma quale? E quel “sconosciuto” me lo regalerebbe davvero, visto che tanto non trovo il tempo di leggere? Uscì a mani vuote, stordito dalla musica e dalle pubblicità. A casa, sua moglie gli chiese: — Che hai, perché sei così cupo? — Niente, giochiamo a farci i regali in ufficio… — Di nuovo candele e tazze? — rise lei. — Stavolta ognuno deve farsi il regalo da solo. Un errore del sistema… — Geniale! — lei posò il piatto di pasta sul tavolo. — Regalati qualcosa a cui normalmente non penseresti. — Tipo? — Non lo so, lo sai tu meglio di me! Lui tacque. Suo figlio faceva finta di studiare. — Allora? — riprese lei, più attenta. — Di solito vuoi qualcosa di preciso: telefono, orologio, zaino… sei uno che ama i “gadget”. — Li compro già quando servono — rispose. — Per necessità. — Allora magari non un oggetto, — propose lei. — Un buono: per un massaggio, una giornata libera, qualcosa così… — Una giornata libera? Mi serve un capo che non chiama la domenica, altro che buono! Sorrisero entrambi. — Ecco, chiedi a Babbo Natale un capo così. — Fuori budget — ribatté lui. Quella notte Andrea rigirò a lungo immagini e pubblicità. Cosa vorrei davvero, se nessuno dovesse giudicarmi? Nessun collega, nessuna moglie, nessun figlio, nessuna banca? Ancora nessuna risposta. Una settimana al party e l’ufficio era in fermento. I primi pacchetti regalo spuntavano sulle scrivanie; qualcuno li nascondeva nei cassetti, altri li esibivano. In chat si parlava di dress code, menù, giochi. Chiara scrisse che ci sarebbe stato un presentatore, il DJ e “un momento speciale Secret Santa”. Andrea ancora senza regalo. — Che aspetti? — lo incalzò Marco. — Restano solo le solite cavolate. — Sto pensando… — A cosa c’è da pensare? — Marco alzò le spalle. — Prenditi una cosa utile. Io ho ordinato un set per il barbecue. Non avevo mai tempo di pensare a me. In pausa pranzo Andrea si sedette con il vassoio e prese il telefono. Cercò online “regalo uomo 40 anni”. Uscirono: orologi, portafogli, gadget, whisky, coupon per il barbiere. Tutto su come dovrei apparire, pensò. Non su come mi sento. Chiuse tutto e aprì la mail privata, intasata da “Sconti speciali”, “Torna sul nostro sito”, “Inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra i messaggi, uno di una piattaforma di corsi su cui si era iscritto anni prima. “Nuovo corso di fotografia, iscriviti entro la fine della settimana”. Fotografia. Si ricordò la reflex presa anni prima, quando il mutuo era solo un’idea lontana e suo figlio non era ancora nato. Fotografava palazzi, gente, vetrine. Poi la macchina finì in un armadio: prima non c’era tempo, poi forze, poi sembrava una cosa sciocca. Che banalità, si disse subito. Quarant’anni, ed ecco qui il desiderio di tornare a fotografare. Fra poco penserò pure di mollare tutto e fare l’artista. Ridicolo. Si sentì stringere dentro da una specie di imbarazzo. Non voglio mollare tutto. Solo… Non fece in tempo a finire il pensiero, che gli arrivò un messaggio dal capo: “Mi servono i dati Q3 entro stasera!” Sospirò e tornò su. La sera stessa prese la borsa dall’armadio. Prese in mano la vecchia reflex. Scarica. Trovò il caricabatterie. Sua moglie sollevò un sopracciglio. — Ti rimetti a fotografare? — Voglio solo vedere se funziona ancora. Quando si caricò, uscì in balcone e scattò qualche foto al cortile: auto, finestre, neve, lampioni. Nulla di speciale, ma guardando nel mirino, il rumore si attenuava, anche se non scompariva. Si accorse di respirare meglio. E se il regalo fosse questo? Non l’oggetto, ma il permesso di prenderci del tempo. Un’ora a settimana. O due. Senza il senso di colpa. La cosa lo spaventava ma lo incuriosiva. Qualcosa dentro di sé rise: Davvero, un corso online di fotografia? Come se questo cambiasse le cose. Un’altra voce, più pacata, disse: E perché no? Spendiamo tanti soldi per cose che dimenticheremo. Qui c’è almeno qualcosa che un tempo ti faceva stare bene. Aprì di nuovo la mail. Il corso aveva moduli su composizione, luce, paesaggio urbano. Due sere a settimana, online. Il costo era perfetto per il budget Secret Santa, scegliendo il pacchetto base. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Uno sconosciuto che ricorda cosa ti piaceva. E che non giudica. Cliccò su “Acquista”. Rimaneva il dettaglio: come trasformarlo in un regalo fisico per il party. Comperò una semplice moleskine blu scuro e una busta. Stampò la mail di conferma del corso. Sulla prima pagina della moleskine scrisse: “Per gli scatti che ancora farai”. Scrittura non perfetta, ma leggibile. Poi pensò al biglietto. Voleva essere semplice, non il solito slogan motivazionale. Dopo qualche tentativo uscì fuori così: “Andrea, Ogni tanto fa bene ricordarsi che non sei solo report e call. Concediti un po’ di tempo per guardare il mondo senza spreadsheet davanti. Spero ne approfitterai. Il tuo Babbo Natale.” Rilesse. Gli fece quasi male: parole insieme estranee e incredibilmente vere. Il Babbo Natale risultava più attento di quanto lui sapesse esserlo con se stesso. Infilò la stampa nella moleskine, la impacchettò con carta da regalo marrone e legò un nastro rosso sottile. Il regalo sembrava modesto. Niente marchi, niente slogan. La festa si fece nella sala ricevimenti al piano terra: tavoli con tovaglie bianche, luci, DJ. Alcuni in abito, altri con la solita camicia da lavoro ma senza badge. I regali erano su un tavolo a parte, con i post-it dei nomi. Andrea appoggiò il suo, guardò la montagna colorata: buste, scatole da negozio, forme strane avvolte nella stagnola. — Pronto per la psicoterapia di gruppo? — gli strizzò l’occhio Chiara. — Beh, più o meno, — rispose lui. A metà serata il presentatore annunciò il “momento speciale”. La musica calò, le luci si abbassarono. Qualcuno era già brillo, qualcuno dibatteva ancora con il barman. — Amici, — esordì lo speaker, — quest’anno il nostro Secret Santa è davvero segretissimo. Tanto che siete diventati tutti il vostro mago personale. Ma facciamo finta di niente, ok? Risero tutti. — Uno alla volta, venite a prendere il pacco con il vostro nome. Aprite davanti a tutti, mi raccomando! Ricordate: il meglio è cosa scoprirete di voi dal regalo. Un altro che parla per slogan, pensò Andrea. Quando toccò a lui, sentì un leggero imbarazzo in gola. Prese il suo pacchettino, tornò al suo posto. — Dai, fammi vedere che cos’è! — insistette Marco. — Tanto non saranno calzini! Andrea sciolse il nastro, scartò la carta. Dentro, una moleskine e una busta col suo nome. — Ecco, questo sicuramente non è un set per barbecue! — commentò Marco, curioso. Aprì la busta, tirò fuori il foglio mentre alle sue spalle qualcuno già urlava: “A me è toccato il buono spa!”, qualcun altro mostrava un gioco da tavolo. Vide la contabile Serena commuoversi per un libro di yoga, mentre Chiara rideva con una tazza “Miglior collega”. Lesse il biglietto. Poi ancora. Suonava davvero come se qualcuno si fosse rivolto a lui, nonostante fosse farina del suo sacco. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro faceva male, un senso di vergogna come se qualcuno lo avesse sorpreso in un momento di fragilità. Ma subito un sollievo: almeno questo qualcuno non lo giudicava. — Allora? — incalzò Marco. — Un corso… di fotografia. Una moleskine. — Ammazza! Qualcuno ha puntato in alto. Magari una delle creative… Ma tanto non si può sapere, giusto? — No, non si può. — Vabbè — Marco tornò subito al suo set per barbecue. — Almeno ora ci fai le foto durante i party. Andrea chiuse la moleskine. Il presentatore faceva una battuta, qualcuno già ballava. Rumore tutt’intorno, ma dentro si faceva più silenzioso. Sullo schermo del telefono lampeggiava un messaggio della moglie: “Come sta andando?” Rispose: “Tutto bene, regali simpatici. Mi sono regalato un corso.” Poi cancellò l’ultima frase: “Dopo ti racconto”. Tornò a casa quasi a mezzanotte. L’androne quieto, dal piano di sopra una porta che sbatte. La luce calda della cucina e profumo di mandarini. Moglie con un libro in mano; il figlio, già a letto. — E quindi? Che ti hanno regalato? Posò la moleskine e la busta sul tavolo. — Tutto qui? — Dentro c’è altro — disse lui, aprendo la busta. Lei lesse il biglietto, poi lo fissò dolcemente. — Te lo sei scritto da solo? — Sì… e ho pagato anche un corso di fotografia. Lei annuì senza ironie o battute. — È un bel regalo. Ti è sempre piaciuto. — Tanto tempo fa… — Tanto tempo fa non vuol dire che sia passato. Lui scrollò le spalle; dentro però sentiva come se finalmente un mobile fosse stato spostato nel posto giusto. — Vedremo… Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Mattina d’inverno, il cortile pieno di macchine, qualche chiazza di neve. Mal di testa appena accennato. Moglie e figlio dai suoceri, sarebbe andato da loro il giorno dopo. In casa, un silenzio insolito. Prese un caffè, si sedette, aprì la moleskine. In prima pagina le parole: “Per gli scatti che ancora farai”. Accese il computer, trovò l’email del corso. La prima lezione era tra una settimana, ma si poteva già guardare il modulo introduttivo. Cliccò, la voce dell’insegnante non parlava di “self growth” o “efficienza”, ma di come notare luci e ombre. Si sorprese a non controllare la posta di lavoro. Il telefono in un’altra stanza, senza voglia di prenderlo. Dopo il video prese la macchina fotografica ed uscì in cortile. Aria pungente ma non gelida. Gente che buttava la spazzatura, cagnolini a spasso. Nel parchetto, una sola stella filante rimasta dal Capodanno. Prese la macchina, guardò nel mirino: rami, cavi, balconi. Nulla di speciale. Ma quando scattò, gli sembrò di fare una minuscola cosa importante. Non per un report, un KPI, una slide. Solo per sé. Fece altri scatti, poi tornò su a scaricarli. Alcuni usciti male, altri banali. Ma una, con la sua sagoma riflessa nel vetro di un’auto, lo colpì. Ingrandì l’immagine, osservò i dettagli. Nell’ombra riconobbe se stesso con la reflex in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò ancora. Che alla fine ero io. E forse va bene così. Chiuse tutto, finì il caffè ormai tiepido. Davanti, i primi giorni di lavoro, task, call, email. E il corso che iniziava tra una settimana. E quell’ora da prenotare solo per sé. Prese la moleskine, scrisse la data sulla prima pagina bianca: “Cortile, mattina, riflesso su vetro”. Era una riga semplice, ma dentro c’era qualcosa di suo. Posò la penna, e si accorse che per la prima volta dopo tanto tempo pensava al futuro non solo in termini di rate e scadenze. Lì, in quel futuro, c’era un angolino dove poter guardare — e scegliere — cosa desiderasse davvero. Poco, forse. Ma sufficiente per respirare meglio. Si versò altro caffè e aprì il planning del corso. In fondo alla pagina, uno spazio per le note. Scrisse: “Non rimandare per lavoro”. Poi sorrise, sapendo che la vita avrebbe fatto di testa sua. Ma adesso almeno aveva il diritto di provarci. E anche questa, pensò, è una specie di regalo.