Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra tabelle e mail urgenti come una pallina colorata dimenticata tra le scartoffie: «Colleghi, lanciamo il Secret Santa! Scambio di regali anonimo per il nostro Natale aziendale. Budget massimo 30 euro. Link al form qui sotto». Andrea rilesse il testo e guardò distrattamente l’angolo dello schermo, dove le ore scorrevano rapide. Mancavano dieci giorni lavorativi alla fine dell’anno, due settimane alla chiusura del trimestre, tre giorni alla rata del mutuo. Ormai faceva i conti in frazioni di calendario. Nella chat fioccarono reazioni. Qualcuno rispose con una gif di una renna, qualcuno scrisse: «Ancora?», qualcun altro chiese del budget. Subito la Responsabile HR, Chiara, precisò: «Non è obbligatorio partecipare, ma è altamente consigliato! Creiamo un po’ di spirito natalizio!». Andrea finì di bere il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, reparto e consenso al trattamento dei dati. In fondo lampeggiava il pulsante “Partecipa”. Ci pensò un attimo, immaginando l’ennesima candela inutile o una tazza che avrebbe affollato la sua già caotica scrivania. Poi pensò alla lista dei partecipanti e a come si sarebbe vista la sua assenza. Cliccò. — Allora, hai ceduto anche tu a questa lotteria? — lo stuzzicò Marco dell’ufficio accanto, affacciandosi nella sua postazione. — Speriamo che a me capiti qualcuno con un minimo di ironia. Ho già la mia idea di regalo: un manuale sul time management per il capo. — Ma non doveva essere tutto anonimo? — ricordò Andrea. — Proprio per questo è più divertente! Immagina la sua faccia quando lo scarta… — disse Marco, mimando uno sguardo allibito, prima di scoppiare a ridere. Andrea gli rispose con un sorriso cortese e tornò ai suoi numeri, che ormai sembravano una massa indistinta. A pochi metri, un gruppo discuteva di regali per i clienti: meglio puntare su cioccolatini di marca o risparmiare? In pausa caffè si parlava ormai solo della tredicesima: ci sarà? Sarà decurtata? Arriverà sottoforma di panettone? Tutto scorreva come un rumore bianco natalizio: l’albero di Natale all’ingresso, le palline in plastica, le cartoline di rito: “Gentili Partner, Vi Auguriamo…”. Andrea aveva fissato due obiettivi per quell’anno. Il primo: raggiungere il bonus al raggiungimento dei target. Il secondo: non perdere la calma con suo figlio per i voti in pagella. Entrambi sembravano ugualmente difficili. La sera gli arrivò una mail: “Il tuo destinatario per il Secret Santa”. La aprì sul telefono, mentre si teneva in piedi schiacciato in metropolitana. “Ciao Andrea! Il tuo destinatario: Andrea Bernardini, Ufficio Analisi”. Rilesse. Poi ancora. La metro sobbalzò, qualcuno lo urtò. Nella chat erano già in subbuglio: «È un bug?» «Anche a me è uscito il mio nome!» «Ragazzi, è un nuovo livello di analisi interiore.» Chiara rispose subito: «Cari colleghi, sì, c’è stato un errore. Non si può più sistemare, IT dice che ormai è tutto su ID. Prendiamola come un esperimento. I regali si portano lo stesso, facciamo finta di niente. L’importante è mantenere l’intrigo e il clima di festa». «Ma quale intrigo, se so che sono io!» — scrisse qualcuno. «Fai finta che sia uno sconosciuto che ti capisce benissimo» — replicò Chiara con l’emoji dell’alberello. Andrea chiuse la chat e rimise il cellulare in tasca. Qualcuno nel vagone stava gridando in vivavoce riguardo a “chiudere l’anno”. Guardò il proprio riflesso nel vetro scuro. Quarantuno anni. I capelli ancora reggono, ma ai lati iniziano a comparire fili bianchi. Il volto stanco, ma non vecchio. Giacca della grande distribuzione, orologio a rate, cellulare “come quello del capo”. Un regalo per se stesso, come se glielo spedisse uno sconosciuto, pensò. Che cosa potrebbe regalarmi uno sconosciuto? Nessuna risposta. Il giorno dopo, in pausa caffè, tutti parlavano solo di questo. — Per me si dovrebbe annullare tutto — sentenziò Paolo, l’avvocato, scuotendo la cenere. — Così si perde la magia: il Secret Santa non può non essere segreto. — A me invece piace — ribatté Anna del marketing. — Per una volta posso davvero regalarmi qualcosa che voglio, non la solita sciarpa con le renne. — Ti compri già tutto da sola — scherzò qualcuno. — Non sempre. Ci sono cose per cui ti dispiace spendere — Anna sorrise. — Ecco, lì sta il bello. Andrea ascoltava in silenzio. Gli giravano per la testa idee: cuffie, powerbank, mouse nuovo. Tutte cose che avrebbe potuto comprare entrando in negozio mentre tornava a casa. Nessuna di queste però gli sembrava un vero regalo. — E tu che ti regali? — chiese Marco davanti all’ascensore. — Non lo so, — rispose Andrea onestamente. — Mah, io mi sarei preso la PlayStation. Ma il budget non basta… Mi accontento di un set di birre artigianali, firmandolo “da Babbo Natale”. E io? pensava Andrea. Cosa vorrei ricevere, se davvero qualcuno mi vedesse? Non solo come collega, o come pagatore del mutuo, o come papà criticato per il tempo libero, ma come… chi? Come persona? Non trovava la parola. La sera andò in centro commerciale. Luci, musica ovunque. “Il regalo perfetto”, “Set per lui”, “Per l’uomo di successo” urlavano le vetrine. Ovunque immagini di uomini con cappotti costosi e visi sicuri: nessuna borsa sotto agli occhi, nessuna rata da pagare. Entrò da Mediaworld. In esposizione, cuffie wireless “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze fra i modelli. Ecco, le cuffie. Pratiche. Si può ascoltare musica, podcast. Sembra quasi di volersi bene, pensava Andrea. Ne prese una confezione, la rigirò tra le mani. Ci stava nel budget, se non prendeva il top di gamma. Però stavo solo comprando una cosa per me. Qual è il senso? Mi compro già tutto ciò che “si addice” a un uomo della mia età: telefono, orologio, scarpe buone, giacca non presa in saldo. Ma è questo un regalo? Posò la scatola e uscì. In libreria faceva più caldo. In vetrina: pile di “manuali di motivazione”, “Diventa la miglior versione di te”, “Come ottenere tutto”. Ne sfogliò uno, lesse le solite frasi su “zona comfort” e “efficacia” e si sentì più stanco. In fondo alla sala stava lo scaffale della narrativa. Passò il dito tra i dorsi: nomi conosciuti. Un tempo divorava romanzi in una notte; poi lavoro, mutuo, la nascita di suo figlio, e leggere era diventato solo “una cosa da fare”. Magari un libro? pensò. Ma quale? E quel “sconosciuto” me lo regalerebbe davvero, visto che tanto non trovo il tempo di leggere? Uscì a mani vuote, stordito dalla musica e dalle pubblicità. A casa, sua moglie gli chiese: — Che hai, perché sei così cupo? — Niente, giochiamo a farci i regali in ufficio… — Di nuovo candele e tazze? — rise lei. — Stavolta ognuno deve farsi il regalo da solo. Un errore del sistema… — Geniale! — lei posò il piatto di pasta sul tavolo. — Regalati qualcosa a cui normalmente non penseresti. — Tipo? — Non lo so, lo sai tu meglio di me! Lui tacque. Suo figlio faceva finta di studiare. — Allora? — riprese lei, più attenta. — Di solito vuoi qualcosa di preciso: telefono, orologio, zaino… sei uno che ama i “gadget”. — Li compro già quando servono — rispose. — Per necessità. — Allora magari non un oggetto, — propose lei. — Un buono: per un massaggio, una giornata libera, qualcosa così… — Una giornata libera? Mi serve un capo che non chiama la domenica, altro che buono! Sorrisero entrambi. — Ecco, chiedi a Babbo Natale un capo così. — Fuori budget — ribatté lui. Quella notte Andrea rigirò a lungo immagini e pubblicità. Cosa vorrei davvero, se nessuno dovesse giudicarmi? Nessun collega, nessuna moglie, nessun figlio, nessuna banca? Ancora nessuna risposta. Una settimana al party e l’ufficio era in fermento. I primi pacchetti regalo spuntavano sulle scrivanie; qualcuno li nascondeva nei cassetti, altri li esibivano. In chat si parlava di dress code, menù, giochi. Chiara scrisse che ci sarebbe stato un presentatore, il DJ e “un momento speciale Secret Santa”. Andrea ancora senza regalo. — Che aspetti? — lo incalzò Marco. — Restano solo le solite cavolate. — Sto pensando… — A cosa c’è da pensare? — Marco alzò le spalle. — Prenditi una cosa utile. Io ho ordinato un set per il barbecue. Non avevo mai tempo di pensare a me. In pausa pranzo Andrea si sedette con il vassoio e prese il telefono. Cercò online “regalo uomo 40 anni”. Uscirono: orologi, portafogli, gadget, whisky, coupon per il barbiere. Tutto su come dovrei apparire, pensò. Non su come mi sento. Chiuse tutto e aprì la mail privata, intasata da “Sconti speciali”, “Torna sul nostro sito”, “Inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra i messaggi, uno di una piattaforma di corsi su cui si era iscritto anni prima. “Nuovo corso di fotografia, iscriviti entro la fine della settimana”. Fotografia. Si ricordò la reflex presa anni prima, quando il mutuo era solo un’idea lontana e suo figlio non era ancora nato. Fotografava palazzi, gente, vetrine. Poi la macchina finì in un armadio: prima non c’era tempo, poi forze, poi sembrava una cosa sciocca. Che banalità, si disse subito. Quarant’anni, ed ecco qui il desiderio di tornare a fotografare. Fra poco penserò pure di mollare tutto e fare l’artista. Ridicolo. Si sentì stringere dentro da una specie di imbarazzo. Non voglio mollare tutto. Solo… Non fece in tempo a finire il pensiero, che gli arrivò un messaggio dal capo: “Mi servono i dati Q3 entro stasera!” Sospirò e tornò su. La sera stessa prese la borsa dall’armadio. Prese in mano la vecchia reflex. Scarica. Trovò il caricabatterie. Sua moglie sollevò un sopracciglio. — Ti rimetti a fotografare? — Voglio solo vedere se funziona ancora. Quando si caricò, uscì in balcone e scattò qualche foto al cortile: auto, finestre, neve, lampioni. Nulla di speciale, ma guardando nel mirino, il rumore si attenuava, anche se non scompariva. Si accorse di respirare meglio. E se il regalo fosse questo? Non l’oggetto, ma il permesso di prenderci del tempo. Un’ora a settimana. O due. Senza il senso di colpa. La cosa lo spaventava ma lo incuriosiva. Qualcosa dentro di sé rise: Davvero, un corso online di fotografia? Come se questo cambiasse le cose. Un’altra voce, più pacata, disse: E perché no? Spendiamo tanti soldi per cose che dimenticheremo. Qui c’è almeno qualcosa che un tempo ti faceva stare bene. Aprì di nuovo la mail. Il corso aveva moduli su composizione, luce, paesaggio urbano. Due sere a settimana, online. Il costo era perfetto per il budget Secret Santa, scegliendo il pacchetto base. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Uno sconosciuto che ricorda cosa ti piaceva. E che non giudica. Cliccò su “Acquista”. Rimaneva il dettaglio: come trasformarlo in un regalo fisico per il party. Comperò una semplice moleskine blu scuro e una busta. Stampò la mail di conferma del corso. Sulla prima pagina della moleskine scrisse: “Per gli scatti che ancora farai”. Scrittura non perfetta, ma leggibile. Poi pensò al biglietto. Voleva essere semplice, non il solito slogan motivazionale. Dopo qualche tentativo uscì fuori così: “Andrea, Ogni tanto fa bene ricordarsi che non sei solo report e call. Concediti un po’ di tempo per guardare il mondo senza spreadsheet davanti. Spero ne approfitterai. Il tuo Babbo Natale.” Rilesse. Gli fece quasi male: parole insieme estranee e incredibilmente vere. Il Babbo Natale risultava più attento di quanto lui sapesse esserlo con se stesso. Infilò la stampa nella moleskine, la impacchettò con carta da regalo marrone e legò un nastro rosso sottile. Il regalo sembrava modesto. Niente marchi, niente slogan. La festa si fece nella sala ricevimenti al piano terra: tavoli con tovaglie bianche, luci, DJ. Alcuni in abito, altri con la solita camicia da lavoro ma senza badge. I regali erano su un tavolo a parte, con i post-it dei nomi. Andrea appoggiò il suo, guardò la montagna colorata: buste, scatole da negozio, forme strane avvolte nella stagnola. — Pronto per la psicoterapia di gruppo? — gli strizzò l’occhio Chiara. — Beh, più o meno, — rispose lui. A metà serata il presentatore annunciò il “momento speciale”. La musica calò, le luci si abbassarono. Qualcuno era già brillo, qualcuno dibatteva ancora con il barman. — Amici, — esordì lo speaker, — quest’anno il nostro Secret Santa è davvero segretissimo. Tanto che siete diventati tutti il vostro mago personale. Ma facciamo finta di niente, ok? Risero tutti. — Uno alla volta, venite a prendere il pacco con il vostro nome. Aprite davanti a tutti, mi raccomando! Ricordate: il meglio è cosa scoprirete di voi dal regalo. Un altro che parla per slogan, pensò Andrea. Quando toccò a lui, sentì un leggero imbarazzo in gola. Prese il suo pacchettino, tornò al suo posto. — Dai, fammi vedere che cos’è! — insistette Marco. — Tanto non saranno calzini! Andrea sciolse il nastro, scartò la carta. Dentro, una moleskine e una busta col suo nome. — Ecco, questo sicuramente non è un set per barbecue! — commentò Marco, curioso. Aprì la busta, tirò fuori il foglio mentre alle sue spalle qualcuno già urlava: “A me è toccato il buono spa!”, qualcun altro mostrava un gioco da tavolo. Vide la contabile Serena commuoversi per un libro di yoga, mentre Chiara rideva con una tazza “Miglior collega”. Lesse il biglietto. Poi ancora. Suonava davvero come se qualcuno si fosse rivolto a lui, nonostante fosse farina del suo sacco. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro faceva male, un senso di vergogna come se qualcuno lo avesse sorpreso in un momento di fragilità. Ma subito un sollievo: almeno questo qualcuno non lo giudicava. — Allora? — incalzò Marco. — Un corso… di fotografia. Una moleskine. — Ammazza! Qualcuno ha puntato in alto. Magari una delle creative… Ma tanto non si può sapere, giusto? — No, non si può. — Vabbè — Marco tornò subito al suo set per barbecue. — Almeno ora ci fai le foto durante i party. Andrea chiuse la moleskine. Il presentatore faceva una battuta, qualcuno già ballava. Rumore tutt’intorno, ma dentro si faceva più silenzioso. Sullo schermo del telefono lampeggiava un messaggio della moglie: “Come sta andando?” Rispose: “Tutto bene, regali simpatici. Mi sono regalato un corso.” Poi cancellò l’ultima frase: “Dopo ti racconto”. Tornò a casa quasi a mezzanotte. L’androne quieto, dal piano di sopra una porta che sbatte. La luce calda della cucina e profumo di mandarini. Moglie con un libro in mano; il figlio, già a letto. — E quindi? Che ti hanno regalato? Posò la moleskine e la busta sul tavolo. — Tutto qui? — Dentro c’è altro — disse lui, aprendo la busta. Lei lesse il biglietto, poi lo fissò dolcemente. — Te lo sei scritto da solo? — Sì… e ho pagato anche un corso di fotografia. Lei annuì senza ironie o battute. — È un bel regalo. Ti è sempre piaciuto. — Tanto tempo fa… — Tanto tempo fa non vuol dire che sia passato. Lui scrollò le spalle; dentro però sentiva come se finalmente un mobile fosse stato spostato nel posto giusto. — Vedremo… Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Mattina d’inverno, il cortile pieno di macchine, qualche chiazza di neve. Mal di testa appena accennato. Moglie e figlio dai suoceri, sarebbe andato da loro il giorno dopo. In casa, un silenzio insolito. Prese un caffè, si sedette, aprì la moleskine. In prima pagina le parole: “Per gli scatti che ancora farai”. Accese il computer, trovò l’email del corso. La prima lezione era tra una settimana, ma si poteva già guardare il modulo introduttivo. Cliccò, la voce dell’insegnante non parlava di “self growth” o “efficienza”, ma di come notare luci e ombre. Si sorprese a non controllare la posta di lavoro. Il telefono in un’altra stanza, senza voglia di prenderlo. Dopo il video prese la macchina fotografica ed uscì in cortile. Aria pungente ma non gelida. Gente che buttava la spazzatura, cagnolini a spasso. Nel parchetto, una sola stella filante rimasta dal Capodanno. Prese la macchina, guardò nel mirino: rami, cavi, balconi. Nulla di speciale. Ma quando scattò, gli sembrò di fare una minuscola cosa importante. Non per un report, un KPI, una slide. Solo per sé. Fece altri scatti, poi tornò su a scaricarli. Alcuni usciti male, altri banali. Ma una, con la sua sagoma riflessa nel vetro di un’auto, lo colpì. Ingrandì l’immagine, osservò i dettagli. Nell’ombra riconobbe se stesso con la reflex in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò ancora. Che alla fine ero io. E forse va bene così. Chiuse tutto, finì il caffè ormai tiepido. Davanti, i primi giorni di lavoro, task, call, email. E il corso che iniziava tra una settimana. E quell’ora da prenotare solo per sé. Prese la moleskine, scrisse la data sulla prima pagina bianca: “Cortile, mattina, riflesso su vetro”. Era una riga semplice, ma dentro c’era qualcosa di suo. Posò la penna, e si accorse che per la prima volta dopo tanto tempo pensava al futuro non solo in termini di rate e scadenze. Lì, in quel futuro, c’era un angolino dove poter guardare — e scegliere — cosa desiderasse davvero. Poco, forse. Ma sufficiente per respirare meglio. Si versò altro caffè e aprì il planning del corso. In fondo alla pagina, uno spazio per le note. Scrisse: “Non rimandare per lavoro”. Poi sorrise, sapendo che la vita avrebbe fatto di testa sua. Ma adesso almeno aveva il diritto di provarci. E anche questa, pensò, è una specie di regalo.

Un regalo da uno sconosciuto

Il messaggio nel gruppo aziendale appare tra i fogli Excel e le mail urgenti come una pallina rossa tra la carta bianca:

«Colleghi, partiamo con il Secret Santa! Scambio anonimo di regali durante la festa aziendale. Budget massimo 40 euro. Ecco il link per partecipare».

Andrea rilegge il messaggio e quasi senza pensarci guarda langolo dello schermo, dove scorrono veloci le ore. Mancano dieci giorni lavorativi alla fine dellanno, due settimane alla chiusura del trimestre, tre giorni alla rata del mutuo. Da mesi ormai il tempo si misura solo così.

Nel gruppo fioccano le reazioni. Qualcuno manda una gif con una renna, cè chi scrive: «Di nuovo?», altri chiedono chiarimenti sul budget. Lisa dellHR risponde subito: «Non è obbligatorio partecipare, ma sarebbe bello. Creiamo un po di atmosfera natalizia!»

Andrea finisce il caffè ormai freddo e clicca sul link. Nome, reparto, consenso per il trattamento dei dati. In fondo lampeggia il tasto «Partecipa». Esita un istante, immaginando lennesima candela inutile o la tazza che finirà sulla scrivania già strapiena. Poi si vede nella lista dei partecipanti con uno spazio vuoto accanto al suo nome.

Clicca.

Allora, ti sei iscritto anche tu a questa riffa? chiede Marco del reparto accanto, affacciandosi nel suo box. Spero mi capiti qualcuno con senso dellumorismo. Ho già il regalo ideale: un libro sul time management per il capo.

Ma è anonimo ricorda Andrea.

Appunto! Troppo divertente. Immagina la sua faccia quando lo apre Marco fa una smorfia e ride.

Andrea sorride educatamente e torna ai numeri, che si confondono nella solita marea grigia. Dietro di lui, qualcuno discute di cesti regalo ai clienti, se prendere i cioccolatini più cari o risparmiare. In pausa caffè parlano del bonus: ci sarà, lo accorceranno, lo faranno in natura con gli stessi pacchi regalo?

Tutto scorre come un sottofondo natalizio infinito: lalbero aziendale nella hall, le palline di plastica, i biglietti impersonali: «Gentili partner, i migliori auguri».

Andrea questanno ha due obiettivi: arrivare al bonus per il raggiungimento dei target e non perdere la pazienza con suo figlio per i voti a scuola. Sembrano sfide uguali.

La sera, nella calca della Metro a Milano, gli arriva una mail con oggetto: «Il tuo abbinato per il Secret Santa». La apre dallo smartphone, pressato tra piumini e zaini.

«Ciao Andrea! Il tuo abbinato è: Andrea Conti, Reparto Analisi dati».
Rilegge. E ancora.

Un sussulto scuote il vagone, qualcuno lo urta. Nel gruppo intanto piovono gli screenshot:

«Ma è un bug?»
«Anche a me è uscito il mio nome!»
«Questo sì che è vero auto-conoscenza»
Lisa, rapida: «Ragazzi, la piattaforma ha fatto cilecca. Ormai cambiare è difficile, lIT dice che è tutto collegato allID. Prendetela come un esperimento. Portate comunque i regali, facciamo finta di nulla. Conta mantenere la magia e il clima di festa».

«Ma che magia se so già che sono io?» scrive uno.
«Immagina che sia uno sconosciuto che ti conosce davvero bene risponde Lisa con lemoji dellalbero».

Andrea spegne la chat e mette via il telefono. Nel vagone, la voce di qualcuno risuona fuori campo su chiude lanno. Rivede il suo riflesso nel finestrino scuro. Quarantuno anni. I capelli reggono, ma alle tempie si schiariscono. Il volto è stanco ma non vecchio. Giacca economica, orologio preso a rate, smartphone uguale a quello del capo.

Un regalo come fosse da uno sconosciuto pensa. E cosa potrebbe regalarmi uno così?

Nessuna risposta.

Al mattino seguente, ne parlano solo di quello in caffetteria.

Per me bisognerebbe annullare, dice Paolo dellufficio legale, spegnendo la sigaretta. È contro le regole. Il Secret Santa non funziona se non è segreto.

A me invece diverte, risponde Giulia del marketing. Almeno finalmente possiamo regalarci qualcosa di vero. Non la solita sciarpa con le renne.

Ma te le compri già da sola, la punzecchia qualcuno.

Non tutto. Ci sono cose per cui dispiace spendere, sorride Giulia. Lì sta il bello.

Andrea ascolta in silenzio. Nella testa scorrono opzioni: cuffie nuove, power bank, un nuovo mouse. Tutte cose che può comprarsi da solo, tornando a casa. Nessuna sembra un vero regalo, solo un altro pezzo da mettere sulla scrivania.

Tu che ti regali? chiede Marco nellascensore.

Non lo so, ammette Andrea.

Io mi prenderei la PlayStation, ma il budget non basta, ride Marco. Mi sa che andrò di birre artigianali e metterò il bigliettino: Dallo zio Santa.

E io? pensa Andrea tornando alla scrivania. Cosa vorrei davvero, se qualcuno mi vedesse davvero? Non come dipendente, non come debitore del mutuo o papà assente, ma come chi? Come persona?

Non trova la definizione.

La sera entra in un centro commerciale. Luci, vetrine, musica ovunque. I negozi promettono regali perfetti, kit per lui, pacchi per uomini di successo. Ovunque manifesti con uomini in cappotto e faccia sicura. Nessuno di loro ha occhiaie o debiti.

Va in un negozio di elettronica. Esposte, le cuffie wireless: bestseller. Un commesso racconta a un ragazzo i vantaggi di un modello sullaltro.

Ecco, cuffie. Pratiche: musica, podcast. Sembra prendersi cura di sé, si dice Andrea. Prende una scatola, la gira tra le mani. Prezzo dentro il budget, basta non scegliere il top.

Ma me le sto comprando da solo. Che senso ha? Tutto quello che serve per essere un uomo della mia età lo compro già: telefono, orologio, scarpe decenti, giacca non da saldo. È questo un regalo?

Rimette la scatola a posto ed esce.

Nel negozio di libri è più caldo. Appena dentro, pile di libri motivazionali: «Diventa la versione migliore di te», «Come trovare il tempo per tutto», «La felicità pianificata». Ne prende uno meccanicamente, lo sfoglia, riconosce le solite frasi su zona di comfort e efficienza, e poi sente una fatica sconsolata.

In fondo, sugli scaffali, i romanzi. Sfiora i dorsi, nomi conosciuti. Un tempo leggeva tanto. Alluniversità finiva un romanzo in una notte e il giorno dopo andava a lezione con gli occhi rossi. Poi il lavoro, il mutuo, un figlio, e la lettura è diventata una casella da spuntare.

Un libro? si chiede. Ma quale? E davvero lo sconosciuto gliene regalerebbe uno, sapendo che ormai non trova mai il tempo per leggere?

Esce anche da lì a mani vuote. Le pubblicità e la musica in sottofondo gli ronzano nella testa.

A casa, la moglie gli chiede:

Coshai? Sei cupo.

Va tutto bene, risponde togliendosi le scarpe. Giochiamo al Secret Santa al lavoro. Regali.

Ancora candele e tazze? sorride lei.

Stavolta si fa a se stessi. Tipo, il sistema è impazzito.

Ma è bello così! lei mette in tavola un piatto di pasta. Prenditi qualcosa per cui di solito sei tirchio.

Tipo?

Non so. Lo sai tu, no?

Lui tace. Il figlio al tavolo sfoglia un libro fingendo di studiare.

Allora? la moglie lo fissa. Di solito vuoi cose precise: un telefono nuovo, un orologio, uno zaino. Ti piacciono queste cose.

Sono acquisti necessari, dice Andrea. Li faccio quando servono.

E allora magari non un oggetto, suggerisce lei. Un buono. Per un massaggio, per una giornata libera…

La giornata libera non serve un buono. Serve un capo che non mandi mail la domenica, la interrompe lui.

Lei ride.

Allora chiedi al tuo Babbo Natale un capo nuovo.

Quello sfora il budget, scherza lui.

La notte rigira mille pensieri. Manifesti pubblicitari, slogan e auguri degli altri: «crescita professionale», «nuovi successi», «serenità finanziaria». Tutto sembra importante, ma anche ornamentale: come lalbero di Natale che a gennaio si rimette in scatola.

Cosa vorrei davvero se nessuno mi giudicasse? Né i colleghi, né mia moglie, né mio figlio, genitori, banca?

Ancora, niente risposte.

A una settimana dalla festa aziendale, lufficio è un via vai di regali. Pacchetti appaiono sulle scrivanie, qualcuno li nasconde nel mobiletto, altri li mettono bene in vista. Chat di gruppo, dress code, menu, giochi. Lisa scrive: ci sarà un presentatore, DJ e «un momento speciale col Secret Santa».

Andrea è tra i pochi a non avere ancora comprato nulla.

Che aspetti? domanda Marco. Poi restano solo le scemenze.

Ci penso ancora, risponde Andrea.

Pensa a qualcosa di utile! Marco. Io ho ordinato il kit per la griglia. Lo volevo da sempre, ma non ci arrivavo mai. Ora mi ci costringo.

A pranzo va al bar al piano terra. La coda fino alla cassa, chiacchiere su rapporti, figli, traffico. Sul monitor dietro il bancone scorre la scritta: «Viziati, scegli un pacco festivo».

Si siede vicino alla finestra col vassoio e guarda il telefono. Apre le-commerce. Scrive «regalo uomo 40 anni». Inondato: orologi, portafogli, gadget, liquori, buoni barbiere.

Tutte cose su come DEVO apparire, pensa. Non su come MI sento.

Chiude il sito web, apre la mail personale. Messaggi pubblicitari: «È tanto che non torni da noi», «Ti aspetta lo sconto», «Inizia lanno con la tua nuova versione!»

In mezzo, una newsletter educativa che aveva dimenticato: «Nuovo corso di fotografia. Iscrizioni entro la settimana».

Fotografia.

Ricorda la vecchia Reflex acquistata dieci anni fa, quando il figlio non cera ancora e il mutuo era solo unidea lontana. Usciva per Milano la domenica, scattava case, persone, vetrine. Poi la Reflex è finita nellarmadio. Prima manca il tempo, poi le forze, poi sembra una perdita di tempo.

Sembra banale, si critica subito. Uomo di quarantanni che riscopre la fotografia. Adesso deciderà che deve cambiare vita e diventare artista Ma dai!

Sposta il vassoio. Sente un groppo allo stomaco, come per una vergogna improvvisa.

Non voglio cambiare tutto. Io solo

Non completa la frase. Il telefono vibra: il capo che scrive vuole i numeri del terzo trimestre entro sera.

Andrea sospira e si rimette in moto.

A casa, la sera, fruga nellarmadio e rispolvera la vecchia borsa. La Reflex è ancora lì: pesante, fredda. Prova ad accenderla. Batteria scarica. Nel cassetto trova il caricatore.

La moglie lo guarda sorpresa:

Vuoi fotografare?

Solo vedere se va ancora, risponde Andrea.

Dopo un po di carica, esce sul balcone e fa due foto al cortile. Niente di speciale: macchine, finestre, luci. Ma nel momento in cui mette locchio sul mirino, il rumore nella mente si calma. Non sparisce, ma si attenua.

Si sorprende a respirare meglio.

Forse questo è il vero regalo? pensa. Non la Reflex, ma il permesso di spenderci del tempo. Unora a settimana. O due. Senza sentirmi in colpa.

La sensazione è semplice e spaventosa insieme. Subito la voce interiore ridicolizza: Ma sì, iscriviti pure. Tanto non cambia niente.

Ma unaltra voce, più sottile, dice: Perché no? Tanti soldi li butti in cose che tra un anno non ricorderai. Almeno questa ti piaceva.

Apre il portatile, rilegge la mail del corso. Il programma: composizione, luce, fotografia urbana. Lezioni serali due volte a settimana, online. Il prezzo è giusto dentro il limite del Secret Santa, basta non scegliere lopzione premium.

Un regalo da uno sconosciuto, pensa. Uno che ricorda che amavi qualcosa e non lo giudica sciocco.

Clicca Paga.

Manca una cosa: confezionarlo da regalo.

Le regole dicono che il dono deve essere fisico, consegnabile. Non può solo arrivare dicendo: «Ho comprato un corso». Serve qualcosa da mettere in una scatola.

Compra una semplice agenda blu in edicola e una busta. A casa stampa la mail di conferma del corso e la mette ordinata nella busta. Sulla prima pagina dellagenda scrive: «Per gli scatti che ancora farai». La calligrafia non è perfetta, ma leggibile.

Poi si ferma a pensare alla dedica. Non vuole sembrare una frase da manifesto motivazionale, ma il messaggio di qualcuno che davvero sappia cosa vivi.

Dopo qualche foglio buttato, viene fuori così:

«Ad Andrea.
A volte serve ricordarsi che non siamo solo rapporti e riunioni. Regalati minuti per vedere il mondo fuori dalla griglia di Excel. Spero che tu li userai.
Il tuo Santa».

Rilegge. Sente un piccolo nodo. Non di imbarazzo, ma perché quelle parole sono estranee e, allo stesso tempo, proprio quello di cui avrebbe bisogno.

Quel Santa è più attento di quanto lui sia mai stato con se stesso.

Mette la mail stampata nella busta, la busta nellagenda, la incarta con carta marrone e la lega con un semplice nastro rosso.

Il regalo è sobrio. Nessun logo, nessuno slogan.

La festa aziendale si tiene nella sala banchetti al piano terra del palazzo. Tavoli bianchi, luci a ghirlanda, DJ con la solita playlist evergreen. Si susseguono colleghi in abiti scintillanti, altri in camicia come al lavoro solo senza badge.

I doni sono su un tavolo a lato. Ognuno ha il nome del destinatario. Andrea appoggia il suo pacco, osserva la montagna di confezioni. Ci sono buste colorate di negozi, scatole col fiocco, oggetti strani avvolti nella stagnola.

Pronto per il grande outing? lo stuzzica Lisa passandogli accanto.

Per quanto lo si possa essere, risponde.

A metà serata il presentatore annuncia «il momento speciale». Volume giù, luci basse. Qualcuno ride già un po troppo, altri battibeccano al bar.

Amici, esordisce il presentatore, questanno il nostro Secret Santa è davvero… piuttosto segreto. Tanto che ciascuno è diventato il suo stesso mago. Ma noi facciamo finta di niente, giusto?

La sala ride.

Ora venite uno alla volta, cercate il vostro regalo e apritelo qui. Ricordate: il valore non è solo ciò che trovate ma quello che scoprite di voi.

Lennesimo che parla per frasi fatte, pensa Andrea.

Quando tocca a lui, sente unemozione inattesa. Prende il pacco con su scritto «Andrea Conti», torna al tavolo.

Allora, coshai? si incuriosisce Marco. Spero non siano calzini.

Andrea slaccia il nastro, apre la carta. Unagenda e una busta. Il suo nome in bella vista. Le mani tremano un poco.

Di certo non è un set barbecue, ride Marco.

Andrea apre la busta e legge. Intorno urla: «Io uno smartbox per la spa!», cè chi ostenta un gioco da tavolo. Di sbieco vede Laura la contabile che si nasconde dietro un libro di yoga, Lisa che ride con una tazza Migliore collega.

Andrea rilegge la dedica. Due, tre volte. Quelle sue stesse parole ora sembrano davvero scritte da qualcuno che si rivolge a lui.

Non sei solo rapporti e riunioni.

Qualcosa dentro si punge: un misto di vergogna (chi mi vede fragile?) e di sollievo (eppure chi mi vede, non mi giudica).

E quindi coshai ricevuto? non molla Marco.

Un corso, deglutisce Andrea. Di fotografia. E unagenda.

Non male! Marco fischia. Qualcuno ci ha pensato. Forse uno dei creativi? Ma non si può scoprire chi, vero?

Non si può, taglia Andrea.

Vabbè, Marco si concentra sul suo kit barbecue. Almeno poi ci scatti le foto alla festa!

Andrea chiude piano lagenda. Il presentatore scherza dal palco, qualcuno balla già. Attorno è un chiasso, dentro sente una pace nuova.

Vede il messaggio della moglie sul cellulare: «Come va la festa?» Risponde: «Tutto bene. Regali strani. Mi sono regalato un corso» e poi cancella, scrivendo solo: «Ti racconto dopo».

Torna a casa verso mezzanotte. Il palazzo silenzioso, una porta che sbatte lassù. In cucina cè luce tiepida e odore di mandarini. La moglie è seduta a leggere, il figlio dorme.

Allora? domanda. Che regalo hai avuto?

Lui posa lagenda, aggiunge la busta.

Tutto qui? si stupisce lei.

Dentro cè altro, risponde, e le porge la busta.

Lei legge la dedica, poi lo guarda.

Lhai scritto tu? chiede piano.

Sì, ammette. Ho pagato anche il corso, di fotografia.

Lei annuisce, senza ironie o battute.

Un bel regalo, dice. Ti piaceva molto una volta.

È passato tanto, risponde Andrea.

E allora? Passato non vuol dire che è finito.

Lui alza le spalle, ma dentro qualcosa si muove, come un mobile che finalmente decidi di spostare.

Vedremo, dice.

Il primo gennaio, si sveglia senza sveglia. Fuori la mattina è grigia, il cortile affollato di auto, angoli ancora con la neve. La testa è pesante, ma non troppo. Sua moglie e figlio sono partiti dai suoi, lui li raggiunge domani.

In casa silenzio assoluto. Si fa un caffè, si siede, apre lagenda. La prima pagina: «Per gli scatti che ancora farai».

Accende il computer, cerca la mail del corso. La prima lezione tra una settimana, ma si può già vedere il modulo introduttivo. Clicca: una voce calma, niente crescita personale e efficienza, ma solo il valore della luce e delle ombre.

Ascolta e si accorge che questa volta non controlla la posta di lavoro in contemporanea. Il telefono è in unaltra stanza e non sente il bisogno di riprenderlo.

Poi prende la Reflex, scende in cortile. Laria è fresca, ma non gelida. La gente getta la spazzatura post-feste, qualcuno porta a spasso il cane. Sul prato una stella filante srotolata.

Alza la macchina. Nellinquadratura: rami, fili elettrici, balconi. Niente di speciale. Ma scatta, e pare di fare qualcosa di piccolo ma importante.

Non per un report, non per un KPI, non per una presentazione. Solo per sé.

Scatta ancora, poi rientra e scarica le foto. Alcune sono imbarazzanti, altre banali. Una però, con il riflesso delle finestre sulla carrozzeria di unauto, lo colpisce senza motivo.

La ingrandisce, nota i dettagli. Tra i riflessi, appare il suo stesso profilo con la Reflex in mano.

Un regalo da uno sconosciuto, pensa. Ero io. E forse è proprio così che doveva essere.

Chiude il programma e finisce il caffè. Domani lavoro, scadenze, meeting. E il corso, che partirà. E quellora in agenda che proverà a lasciare solo per sé.

Prende lagenda, apre una pagina bianca e scrive la data. Poi, breve: «Cortile, mattina, riflesso nellauto». Una riga scarna, ma ci si riconosce.

Appoggia la penna. Si rende conto che da molto tempo non pensa al futuro solo in termini di pagamenti e report. Ora in quellidea di futuro cè uno spazio piccolo, in cui vedere e desiderare anche solo per sé.

È poco. Ma abbastanza per ricominciare a respirare.

Si versa ancora un caffè, apre il programma del corso. In fondo alla pagina, un campo per le note. Scrive: «Non saltare per il lavoro». Poi sorride, sapendo che la vita si infila sempre. Ma adesso, almeno, ha il diritto di provarci.

E anche quello, alla fine, è un regalo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one + 19 =

Un regalo da uno sconosciuto Il messaggio nella chat aziendale spuntò tra tabelle e mail urgenti come una pallina colorata dimenticata tra le scartoffie: «Colleghi, lanciamo il Secret Santa! Scambio di regali anonimo per il nostro Natale aziendale. Budget massimo 30 euro. Link al form qui sotto». Andrea rilesse il testo e guardò distrattamente l’angolo dello schermo, dove le ore scorrevano rapide. Mancavano dieci giorni lavorativi alla fine dell’anno, due settimane alla chiusura del trimestre, tre giorni alla rata del mutuo. Ormai faceva i conti in frazioni di calendario. Nella chat fioccarono reazioni. Qualcuno rispose con una gif di una renna, qualcuno scrisse: «Ancora?», qualcun altro chiese del budget. Subito la Responsabile HR, Chiara, precisò: «Non è obbligatorio partecipare, ma è altamente consigliato! Creiamo un po’ di spirito natalizio!». Andrea finì di bere il caffè ormai freddo e cliccò sul link. Il modulo chiedeva nome, reparto e consenso al trattamento dei dati. In fondo lampeggiava il pulsante “Partecipa”. Ci pensò un attimo, immaginando l’ennesima candela inutile o una tazza che avrebbe affollato la sua già caotica scrivania. Poi pensò alla lista dei partecipanti e a come si sarebbe vista la sua assenza. Cliccò. — Allora, hai ceduto anche tu a questa lotteria? — lo stuzzicò Marco dell’ufficio accanto, affacciandosi nella sua postazione. — Speriamo che a me capiti qualcuno con un minimo di ironia. Ho già la mia idea di regalo: un manuale sul time management per il capo. — Ma non doveva essere tutto anonimo? — ricordò Andrea. — Proprio per questo è più divertente! Immagina la sua faccia quando lo scarta… — disse Marco, mimando uno sguardo allibito, prima di scoppiare a ridere. Andrea gli rispose con un sorriso cortese e tornò ai suoi numeri, che ormai sembravano una massa indistinta. A pochi metri, un gruppo discuteva di regali per i clienti: meglio puntare su cioccolatini di marca o risparmiare? In pausa caffè si parlava ormai solo della tredicesima: ci sarà? Sarà decurtata? Arriverà sottoforma di panettone? Tutto scorreva come un rumore bianco natalizio: l’albero di Natale all’ingresso, le palline in plastica, le cartoline di rito: “Gentili Partner, Vi Auguriamo…”. Andrea aveva fissato due obiettivi per quell’anno. Il primo: raggiungere il bonus al raggiungimento dei target. Il secondo: non perdere la calma con suo figlio per i voti in pagella. Entrambi sembravano ugualmente difficili. La sera gli arrivò una mail: “Il tuo destinatario per il Secret Santa”. La aprì sul telefono, mentre si teneva in piedi schiacciato in metropolitana. “Ciao Andrea! Il tuo destinatario: Andrea Bernardini, Ufficio Analisi”. Rilesse. Poi ancora. La metro sobbalzò, qualcuno lo urtò. Nella chat erano già in subbuglio: «È un bug?» «Anche a me è uscito il mio nome!» «Ragazzi, è un nuovo livello di analisi interiore.» Chiara rispose subito: «Cari colleghi, sì, c’è stato un errore. Non si può più sistemare, IT dice che ormai è tutto su ID. Prendiamola come un esperimento. I regali si portano lo stesso, facciamo finta di niente. L’importante è mantenere l’intrigo e il clima di festa». «Ma quale intrigo, se so che sono io!» — scrisse qualcuno. «Fai finta che sia uno sconosciuto che ti capisce benissimo» — replicò Chiara con l’emoji dell’alberello. Andrea chiuse la chat e rimise il cellulare in tasca. Qualcuno nel vagone stava gridando in vivavoce riguardo a “chiudere l’anno”. Guardò il proprio riflesso nel vetro scuro. Quarantuno anni. I capelli ancora reggono, ma ai lati iniziano a comparire fili bianchi. Il volto stanco, ma non vecchio. Giacca della grande distribuzione, orologio a rate, cellulare “come quello del capo”. Un regalo per se stesso, come se glielo spedisse uno sconosciuto, pensò. Che cosa potrebbe regalarmi uno sconosciuto? Nessuna risposta. Il giorno dopo, in pausa caffè, tutti parlavano solo di questo. — Per me si dovrebbe annullare tutto — sentenziò Paolo, l’avvocato, scuotendo la cenere. — Così si perde la magia: il Secret Santa non può non essere segreto. — A me invece piace — ribatté Anna del marketing. — Per una volta posso davvero regalarmi qualcosa che voglio, non la solita sciarpa con le renne. — Ti compri già tutto da sola — scherzò qualcuno. — Non sempre. Ci sono cose per cui ti dispiace spendere — Anna sorrise. — Ecco, lì sta il bello. Andrea ascoltava in silenzio. Gli giravano per la testa idee: cuffie, powerbank, mouse nuovo. Tutte cose che avrebbe potuto comprare entrando in negozio mentre tornava a casa. Nessuna di queste però gli sembrava un vero regalo. — E tu che ti regali? — chiese Marco davanti all’ascensore. — Non lo so, — rispose Andrea onestamente. — Mah, io mi sarei preso la PlayStation. Ma il budget non basta… Mi accontento di un set di birre artigianali, firmandolo “da Babbo Natale”. E io? pensava Andrea. Cosa vorrei ricevere, se davvero qualcuno mi vedesse? Non solo come collega, o come pagatore del mutuo, o come papà criticato per il tempo libero, ma come… chi? Come persona? Non trovava la parola. La sera andò in centro commerciale. Luci, musica ovunque. “Il regalo perfetto”, “Set per lui”, “Per l’uomo di successo” urlavano le vetrine. Ovunque immagini di uomini con cappotti costosi e visi sicuri: nessuna borsa sotto agli occhi, nessuna rata da pagare. Entrò da Mediaworld. In esposizione, cuffie wireless “best seller”. Un commesso spiegava a un ragazzo le differenze fra i modelli. Ecco, le cuffie. Pratiche. Si può ascoltare musica, podcast. Sembra quasi di volersi bene, pensava Andrea. Ne prese una confezione, la rigirò tra le mani. Ci stava nel budget, se non prendeva il top di gamma. Però stavo solo comprando una cosa per me. Qual è il senso? Mi compro già tutto ciò che “si addice” a un uomo della mia età: telefono, orologio, scarpe buone, giacca non presa in saldo. Ma è questo un regalo? Posò la scatola e uscì. In libreria faceva più caldo. In vetrina: pile di “manuali di motivazione”, “Diventa la miglior versione di te”, “Come ottenere tutto”. Ne sfogliò uno, lesse le solite frasi su “zona comfort” e “efficacia” e si sentì più stanco. In fondo alla sala stava lo scaffale della narrativa. Passò il dito tra i dorsi: nomi conosciuti. Un tempo divorava romanzi in una notte; poi lavoro, mutuo, la nascita di suo figlio, e leggere era diventato solo “una cosa da fare”. Magari un libro? pensò. Ma quale? E quel “sconosciuto” me lo regalerebbe davvero, visto che tanto non trovo il tempo di leggere? Uscì a mani vuote, stordito dalla musica e dalle pubblicità. A casa, sua moglie gli chiese: — Che hai, perché sei così cupo? — Niente, giochiamo a farci i regali in ufficio… — Di nuovo candele e tazze? — rise lei. — Stavolta ognuno deve farsi il regalo da solo. Un errore del sistema… — Geniale! — lei posò il piatto di pasta sul tavolo. — Regalati qualcosa a cui normalmente non penseresti. — Tipo? — Non lo so, lo sai tu meglio di me! Lui tacque. Suo figlio faceva finta di studiare. — Allora? — riprese lei, più attenta. — Di solito vuoi qualcosa di preciso: telefono, orologio, zaino… sei uno che ama i “gadget”. — Li compro già quando servono — rispose. — Per necessità. — Allora magari non un oggetto, — propose lei. — Un buono: per un massaggio, una giornata libera, qualcosa così… — Una giornata libera? Mi serve un capo che non chiama la domenica, altro che buono! Sorrisero entrambi. — Ecco, chiedi a Babbo Natale un capo così. — Fuori budget — ribatté lui. Quella notte Andrea rigirò a lungo immagini e pubblicità. Cosa vorrei davvero, se nessuno dovesse giudicarmi? Nessun collega, nessuna moglie, nessun figlio, nessuna banca? Ancora nessuna risposta. Una settimana al party e l’ufficio era in fermento. I primi pacchetti regalo spuntavano sulle scrivanie; qualcuno li nascondeva nei cassetti, altri li esibivano. In chat si parlava di dress code, menù, giochi. Chiara scrisse che ci sarebbe stato un presentatore, il DJ e “un momento speciale Secret Santa”. Andrea ancora senza regalo. — Che aspetti? — lo incalzò Marco. — Restano solo le solite cavolate. — Sto pensando… — A cosa c’è da pensare? — Marco alzò le spalle. — Prenditi una cosa utile. Io ho ordinato un set per il barbecue. Non avevo mai tempo di pensare a me. In pausa pranzo Andrea si sedette con il vassoio e prese il telefono. Cercò online “regalo uomo 40 anni”. Uscirono: orologi, portafogli, gadget, whisky, coupon per il barbiere. Tutto su come dovrei apparire, pensò. Non su come mi sento. Chiuse tutto e aprì la mail privata, intasata da “Sconti speciali”, “Torna sul nostro sito”, “Inizia l’anno con una nuova versione di te”. Tra i messaggi, uno di una piattaforma di corsi su cui si era iscritto anni prima. “Nuovo corso di fotografia, iscriviti entro la fine della settimana”. Fotografia. Si ricordò la reflex presa anni prima, quando il mutuo era solo un’idea lontana e suo figlio non era ancora nato. Fotografava palazzi, gente, vetrine. Poi la macchina finì in un armadio: prima non c’era tempo, poi forze, poi sembrava una cosa sciocca. Che banalità, si disse subito. Quarant’anni, ed ecco qui il desiderio di tornare a fotografare. Fra poco penserò pure di mollare tutto e fare l’artista. Ridicolo. Si sentì stringere dentro da una specie di imbarazzo. Non voglio mollare tutto. Solo… Non fece in tempo a finire il pensiero, che gli arrivò un messaggio dal capo: “Mi servono i dati Q3 entro stasera!” Sospirò e tornò su. La sera stessa prese la borsa dall’armadio. Prese in mano la vecchia reflex. Scarica. Trovò il caricabatterie. Sua moglie sollevò un sopracciglio. — Ti rimetti a fotografare? — Voglio solo vedere se funziona ancora. Quando si caricò, uscì in balcone e scattò qualche foto al cortile: auto, finestre, neve, lampioni. Nulla di speciale, ma guardando nel mirino, il rumore si attenuava, anche se non scompariva. Si accorse di respirare meglio. E se il regalo fosse questo? Non l’oggetto, ma il permesso di prenderci del tempo. Un’ora a settimana. O due. Senza il senso di colpa. La cosa lo spaventava ma lo incuriosiva. Qualcosa dentro di sé rise: Davvero, un corso online di fotografia? Come se questo cambiasse le cose. Un’altra voce, più pacata, disse: E perché no? Spendiamo tanti soldi per cose che dimenticheremo. Qui c’è almeno qualcosa che un tempo ti faceva stare bene. Aprì di nuovo la mail. Il corso aveva moduli su composizione, luce, paesaggio urbano. Due sere a settimana, online. Il costo era perfetto per il budget Secret Santa, scegliendo il pacchetto base. Un regalo da uno sconosciuto, pensò. Uno sconosciuto che ricorda cosa ti piaceva. E che non giudica. Cliccò su “Acquista”. Rimaneva il dettaglio: come trasformarlo in un regalo fisico per il party. Comperò una semplice moleskine blu scuro e una busta. Stampò la mail di conferma del corso. Sulla prima pagina della moleskine scrisse: “Per gli scatti che ancora farai”. Scrittura non perfetta, ma leggibile. Poi pensò al biglietto. Voleva essere semplice, non il solito slogan motivazionale. Dopo qualche tentativo uscì fuori così: “Andrea, Ogni tanto fa bene ricordarsi che non sei solo report e call. Concediti un po’ di tempo per guardare il mondo senza spreadsheet davanti. Spero ne approfitterai. Il tuo Babbo Natale.” Rilesse. Gli fece quasi male: parole insieme estranee e incredibilmente vere. Il Babbo Natale risultava più attento di quanto lui sapesse esserlo con se stesso. Infilò la stampa nella moleskine, la impacchettò con carta da regalo marrone e legò un nastro rosso sottile. Il regalo sembrava modesto. Niente marchi, niente slogan. La festa si fece nella sala ricevimenti al piano terra: tavoli con tovaglie bianche, luci, DJ. Alcuni in abito, altri con la solita camicia da lavoro ma senza badge. I regali erano su un tavolo a parte, con i post-it dei nomi. Andrea appoggiò il suo, guardò la montagna colorata: buste, scatole da negozio, forme strane avvolte nella stagnola. — Pronto per la psicoterapia di gruppo? — gli strizzò l’occhio Chiara. — Beh, più o meno, — rispose lui. A metà serata il presentatore annunciò il “momento speciale”. La musica calò, le luci si abbassarono. Qualcuno era già brillo, qualcuno dibatteva ancora con il barman. — Amici, — esordì lo speaker, — quest’anno il nostro Secret Santa è davvero segretissimo. Tanto che siete diventati tutti il vostro mago personale. Ma facciamo finta di niente, ok? Risero tutti. — Uno alla volta, venite a prendere il pacco con il vostro nome. Aprite davanti a tutti, mi raccomando! Ricordate: il meglio è cosa scoprirete di voi dal regalo. Un altro che parla per slogan, pensò Andrea. Quando toccò a lui, sentì un leggero imbarazzo in gola. Prese il suo pacchettino, tornò al suo posto. — Dai, fammi vedere che cos’è! — insistette Marco. — Tanto non saranno calzini! Andrea sciolse il nastro, scartò la carta. Dentro, una moleskine e una busta col suo nome. — Ecco, questo sicuramente non è un set per barbecue! — commentò Marco, curioso. Aprì la busta, tirò fuori il foglio mentre alle sue spalle qualcuno già urlava: “A me è toccato il buono spa!”, qualcun altro mostrava un gioco da tavolo. Vide la contabile Serena commuoversi per un libro di yoga, mentre Chiara rideva con una tazza “Miglior collega”. Lesse il biglietto. Poi ancora. Suonava davvero come se qualcuno si fosse rivolto a lui, nonostante fosse farina del suo sacco. Non sei solo report e call. Qualcosa dentro faceva male, un senso di vergogna come se qualcuno lo avesse sorpreso in un momento di fragilità. Ma subito un sollievo: almeno questo qualcuno non lo giudicava. — Allora? — incalzò Marco. — Un corso… di fotografia. Una moleskine. — Ammazza! Qualcuno ha puntato in alto. Magari una delle creative… Ma tanto non si può sapere, giusto? — No, non si può. — Vabbè — Marco tornò subito al suo set per barbecue. — Almeno ora ci fai le foto durante i party. Andrea chiuse la moleskine. Il presentatore faceva una battuta, qualcuno già ballava. Rumore tutt’intorno, ma dentro si faceva più silenzioso. Sullo schermo del telefono lampeggiava un messaggio della moglie: “Come sta andando?” Rispose: “Tutto bene, regali simpatici. Mi sono regalato un corso.” Poi cancellò l’ultima frase: “Dopo ti racconto”. Tornò a casa quasi a mezzanotte. L’androne quieto, dal piano di sopra una porta che sbatte. La luce calda della cucina e profumo di mandarini. Moglie con un libro in mano; il figlio, già a letto. — E quindi? Che ti hanno regalato? Posò la moleskine e la busta sul tavolo. — Tutto qui? — Dentro c’è altro — disse lui, aprendo la busta. Lei lesse il biglietto, poi lo fissò dolcemente. — Te lo sei scritto da solo? — Sì… e ho pagato anche un corso di fotografia. Lei annuì senza ironie o battute. — È un bel regalo. Ti è sempre piaciuto. — Tanto tempo fa… — Tanto tempo fa non vuol dire che sia passato. Lui scrollò le spalle; dentro però sentiva come se finalmente un mobile fosse stato spostato nel posto giusto. — Vedremo… Il primo gennaio si svegliò senza sveglia. Mattina d’inverno, il cortile pieno di macchine, qualche chiazza di neve. Mal di testa appena accennato. Moglie e figlio dai suoceri, sarebbe andato da loro il giorno dopo. In casa, un silenzio insolito. Prese un caffè, si sedette, aprì la moleskine. In prima pagina le parole: “Per gli scatti che ancora farai”. Accese il computer, trovò l’email del corso. La prima lezione era tra una settimana, ma si poteva già guardare il modulo introduttivo. Cliccò, la voce dell’insegnante non parlava di “self growth” o “efficienza”, ma di come notare luci e ombre. Si sorprese a non controllare la posta di lavoro. Il telefono in un’altra stanza, senza voglia di prenderlo. Dopo il video prese la macchina fotografica ed uscì in cortile. Aria pungente ma non gelida. Gente che buttava la spazzatura, cagnolini a spasso. Nel parchetto, una sola stella filante rimasta dal Capodanno. Prese la macchina, guardò nel mirino: rami, cavi, balconi. Nulla di speciale. Ma quando scattò, gli sembrò di fare una minuscola cosa importante. Non per un report, un KPI, una slide. Solo per sé. Fece altri scatti, poi tornò su a scaricarli. Alcuni usciti male, altri banali. Ma una, con la sua sagoma riflessa nel vetro di un’auto, lo colpì. Ingrandì l’immagine, osservò i dettagli. Nell’ombra riconobbe se stesso con la reflex in mano. Un regalo da uno sconosciuto, pensò ancora. Che alla fine ero io. E forse va bene così. Chiuse tutto, finì il caffè ormai tiepido. Davanti, i primi giorni di lavoro, task, call, email. E il corso che iniziava tra una settimana. E quell’ora da prenotare solo per sé. Prese la moleskine, scrisse la data sulla prima pagina bianca: “Cortile, mattina, riflesso su vetro”. Era una riga semplice, ma dentro c’era qualcosa di suo. Posò la penna, e si accorse che per la prima volta dopo tanto tempo pensava al futuro non solo in termini di rate e scadenze. Lì, in quel futuro, c’era un angolino dove poter guardare — e scegliere — cosa desiderasse davvero. Poco, forse. Ma sufficiente per respirare meglio. Si versò altro caffè e aprì il planning del corso. In fondo alla pagina, uno spazio per le note. Scrisse: “Non rimandare per lavoro”. Poi sorrise, sapendo che la vita avrebbe fatto di testa sua. Ma adesso almeno aveva il diritto di provarci. E anche questa, pensò, è una specie di regalo.
Il rombo dei motori era l’unica cosa più forte dei battiti del cuore del ragazzo.