Chiara partì un giorno prima degli altri per il compleanno di sua suocera. Appena si lasciò cadere sul sedile dell’aereo, sussultò: qualcuno l’aveva chiamata per nome all’improvviso.
Le sue dita si contrassero attorno alla cinghia della borsa mentre era in coda al banco di accettazione. Mancava ancora un giorno al compleanno della sua ex suocera, ma Chiara aveva scelto apposta il volo del mattino. Sapeva che Matteo, come sempre, avrebbe rimandato tutto all’ultimo: probabilmente sarebbe partito solo la mattina dopo. Erano passati tre anni dal divorzio e, in tutto quel tempo, erano riusciti a vivere nella stessa città senza mai incrociarsi. Ora Chiara voleva disturbare quel fragile equilibrio meno che mai.
Posto 12A, lesse sul biglietto. Dal finestrino, come piaceva a lei. Sull’aereo, come al solito, prese il libro: un romanzo nuovo, cominciato il giorno prima e che non riusciva più a posare. Una storia d’amore, tradimento e perdono. Un tempo avrebbe evitato storie del genere, ma il tempo guarisce.
«Chiara?» Una voce familiare la fece rabbrividire. Che coincidenza.
Alzò lentamente lo sguardo. Matteo era in piedi nel corridoio, con il manico della valigia in mano. Sempre curato, con la sua giacca grigia preferita. Solo alle tempie era comparso qualche capello bianco che non gli aveva mai notato prima.
«Di solito fai sempre tardi», le sfuggì invece del saluto.
«E tu programmi sempre tutto in anticipo», rispose lui con un sorriso, tirando fuori il biglietto. «Mm, 12B.»
Chiara sentì le guance bruciare. Tre ore di volo accanto all’uomo che aveva accuratamente evitato per tutti quegli anni. Il destino sembrava prendersi gioco di loro.
«Potrei scambiare il posto con qualcuno», cominciò Matteo.
«Lascia stare», lo interruppe Chiara. «Siamo adulti.»
Matteo annuì e si sedette accanto a lei. Il suo solito dopobarba le arrivò addosso, e quel profumo la colpì come una stoccata dritta al cuore. Quante volte si era svegliata con quell’odore nel naso?
«Come va il lavoro?» chiese lui dopo il decollo, quando il silenzio era diventato insopportabile.
«Bene. Ho aperto il mio studio di yoga», rispose lei con voce calma. «E tu? Sei ancora lì?»
«No, sono passato alla consulenza. Ti ricordi che ne avevo sempre sognato?»
Certo che se ne ricordava. E ricordava anche le infinite discussioni per quello. Lei aveva paura del cambiamento, lui lo desiderava. Ora, anni dopo, ciascuno aveva ottenuto ciò che voleva. E allora perché il cuore le faceva così male?
«La mamma sarà felicissima di vederti», disse Matteo dopo una pausa. «Conserva ancora il vaso di ceramica che le hai regalato per l’ultimo compleanno.»
«Giovanna è sempre stata», Chiara esitò, cercando le parole giuste, «così buona con me.»
«Anche dopo il divorzio diceva che eri la nuora migliore che si potesse desiderare.»
Chiara sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Prese il libro per nascondere l’emozione.
«Cosa leggi?» Matteo gettò un’occhiata alla copertina.
«Il tempo del perdono», rispose lei, ed entrambi tacquero, rendendosi conto dell’ironia del titolo.
Trascorsero il resto del volo in silenzio, ma era un silenzio diverso: non teso come una corda di violino, ma quasi confortevole, come una volta. Quando l’aereo atterrò a Roma, Matteo l’aiutò a prendere la borsa dalla cappelliera.
«Prendiamo un taxi insieme?» propose. «Tanto andiamo nella stessa direzione.»
Chiara esitò. Tre anni prima si erano lasciati, convinti di non ritrovarsi mai più fianco a fianco. E invece erano lì, e il mondo non era crollato.
«Va bene», annuì. «Ma tengo d’occhio io il navigatore: tu litighi sempre con la tecnologia.»
Matteo rise, e quella risata familiare fece tremare qualcosa dentro di lei. Forse, a volte, bisognava lasciar andare il passato perché il presente potesse diventare più luminoso?
Quando scesero dall’aereo, Chiara capì che per la prima volta dopo molto tempo non rimpiangeva un incontro casuale. Davanti a loro c’era il compleanno, una tavola imbandita a festa e gli sguardi incerti dei parenti. Ma ora sapeva che ce l’avrebbero fatta. Del resto, c’erano sempre riusciti.
Il taxi si snodò tra le vie serali di Roma. Chiara, come promesso, teneva gli occhi sul percorso, mentre Matteo sedeva accanto a lei, separato solo da una borsa sul sedile in mezzo.
«Qui a destra», disse Chiara, e Matteo sorrise: lei conosceva la strada per casa dei suoi genitori meglio di lui.
«Ti ricordi quando siamo andati dalla mamma la prima volta?» chiese all’improvviso. «Eri così nervosa per tutto il tempo.»
«Ma certo!» sbuffò Chiara. «Mi ero cambiata tre volte per l’emozione. Volevo fare una buona impressione.»
«E poi ti sei rovesciata la minestra addosso.»
Risero entrambi, e per un attimo il tempo sembrò essersi fermato. Poi il taxi si fermò davanti alla casa di sempre, e quell’attimo svanì nel crepuscolo.
Giovanna li ricevette sulla porta e alzò le mani, sorpresa:
«Siete venuti insieme? Che sorpresa!»
«Ci siamo incontrati per caso sull’aereo», spiegò in fretta Chiara, mentre negli occhi dell’ex suocera coglieva un barlume di speranza.
«Entrate, entrate! Chiara, ti ho preparato la tua stanza, la solita.»
Chiara si irrigidì. La sua stanza: la camera al primo piano dove lei e Matteo avevano sempre dormito quando erano in visita. Dove il sole del mattino dipingeva motivi giocosi sulla tappezzeria e dalla finestra si vedeva il vecchio melo.
«Mamma, forse è meglio se prendo la camera degli ospiti», provò a dire Matteo.
«Non se ne parla!» lo interruppe Giovanna. «Domani lì dormono gli ospiti. Chiara resta nella camera da letto, tu nella tua vecchia stanza. Tutto come una volta.»
Come una volta: quelle parole riecheggiarono nei pensieri di Chiara. In verità nulla era più come una volta, ma con Giovanna nessuno dei due osava discutere.
La sera passò tra i preparativi per la festa. Chiara aiutò in cucina, mentre Matteo sistemava in soffitta delle vecchie scatole, un compito che sua madre gli chiedeva da tempo. Evitavano di proposito di trovarsi da soli, ma sotto lo stesso tetto non era facile.
Quella notte Chiara non riuscì a prendere sonno. Il letto le sembrava troppo grande, troppo vuoto. Dietro la parete, nella vecchia camera di Matteo, il pavimento scricchiolava: evidentemente anche Matteo non dormiva. Riconosceva quei rumori: tre passi verso la finestra, quattro indietro. Così camminava sempre quando pensava a qualcosa.
All’improvviso tutto divenne silenzioso. Chiara si girò su un fianco e guardò fuori dalla finestra. Il melo frusciava nel vento, e per un momento le parve che gli ultimi tre anni…







