Giulia volò un giorno prima degli altri all’anniversario della suocera, e mentre si sistemava sul sedile dell’aereo, sussultò – qualcuno la chiamò inaspettatamente per nome…

13 settembre.

Ginevra Monti era partita un giorno prima degli altri per il compleanno della sua ex suocera. Si era appena lasciata cadere sul sedile dell’aereo quando qualcuno la chiamò per nome e lei sobbalzò.

Le dita si erano strette sulla cinghia della borsa mentre era in coda al check-in. Mancava un giorno al compleanno di Renata Riva, la sua ex suocera, ma Ginevra aveva scelto il volo del mattino apposta. Sapeva che Jacopo Riva, come sempre, avrebbe rimandato tutto: probabilmente sarebbe partito soltanto la mattina dopo. Erano passati tre anni dal divorzio e, in tutto quel tempo, erano riusciti a vivere nella stessa città, Roma, senza mai incrociarsi. Ora Ginevra voleva disturbare quel fragile equilibrio meno che mai.

Posto 12A, lesse sul biglietto. Finestrino, come piaceva a lei. In aereo aveva preso, come al solito, il libro: un nuovo romanzo cominciato il giorno prima e che non riusciva a posare. Una storia d’amore, tradimento e perdono. Una volta avrebbe evitato un libro simile, ma il tempo guarisce.

«Ginevra?» Una voce familiare la fece trasalire. «Che coincidenza.»

Alzò lentamente lo sguardo. Jacopo era in piedi nel corridoio, con la valigia al seguito. Sempre curato, con la sua giacca grigia preferita. Alle tempie, però, c’era qualche capello bianco che non gli aveva mai visto.

«Di solito arrivi sempre in ritardo», le scappò detto al posto del saluto.

«E tu pianifichi sempre tutto in anticipo», rispose lui con un sorriso, tirando fuori il biglietto. «Eh, 12B.»

Ginevra sentì le guance bruciare. Tre ore di volo accanto all’uomo che aveva evitato per tutti quegli anni. Il destino sembrava proprio prendersi gioco di loro.

«Potrei scambiare il posto con qualcuno», cominciò Jacopo.

«Lascia stare», lo interruppe Ginevra. «Siamo adulti.»

Jacopo annuì e si sedette accanto a lei. Il suo solito dopobarba arrivò fino a lei, e quel profumo la colpì come una pugnalata al cuore. Quante volte si era svegliata con quell’odore nel naso?

«Come va il lavoro?», chiese lui dopo il decollo, quando il silenzio era diventato insopportabile.

«Bene. Ho aperto un mio studio di yoga», rispose lei con calma. «E tu? Sei ancora lì?»

«No, sono passato alla consulenza. Ti ricordi che l’ho sempre sognato?»

Certo che se ne ricordava. Si ricordava anche delle infinite discussioni su quel tema. Lei aveva paura di cambiare, lui lo desiderava. Ora, anni dopo, ognuno aveva ottenuto quello che voleva. E allora perché le faceva così male?

«Mamma sarà felicissima di vederti», disse Jacopo dopo una pausa. «Conserva ancora il vaso di ceramica che le hai regalato per il suo ultimo compleanno.»

«Renata è sempre stata…», Ginevra esitò, cercando le parole, «…così buona con me.»

«Anche dopo il divorzio diceva che eri la migliore nuora che si potesse desiderare.»

Ginevra sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Prese il libro per nascondere l’emozione.

«Che leggi?», Jacopo guardò la copertina.

«Il tempo del perdono», rispose lei, ed entrambi tacquero, colpiti dall’ironia del titolo.

Trascorsero il resto del volo in silenzio, ma era un silenzio diverso: non teso come una corda, quasi confortevole, come una volta. Quando l’aereo atterrò a Linate, Jacopo l’aiutò a prendere la borsa dalla cappelliera.

«Prendiamo un taxi insieme?», propose. «Tanto andiamo nella stessa direzione.»

Ginevra esitò. Tre anni prima si erano lasciati, convinti di non ritrovarsi mai più fianco a fianco. E invece erano lì, e il mondo non era crollato.

«Va bene», annuì. «Ma il navigatore lo tengo d’occhio io: tu litighi sempre con la tecnologia.»

Jacopo rise, e quella risata familiare le fece tremare qualcosa dentro. Forse, a volte, bisogna lasciar andare il passato perché il presente diventi più luminoso.

Mentre lasciavano l’aeroporto, capì che per la prima volta dopo tanto tempo non rimpiangeva un incontro casuale. Davanti a loro c’erano il compleanno, una tavola apparecchiata a festa e gli sguardi incerti dei parenti. Ma ora sapeva che ce l’avrebbero fatta. Del resto, c’erano sempre riusciti.

Il taxi si infilò nelle vie serali di Milano. Ginevra, come promesso, teneva d’occhio il percorso, mentre Jacopo sedeva accanto, separati solo da una borsa sul sedile centrale.

«Qui a destra», disse Ginevra, e Jacopo sorrise: lei conosceva la strada di casa dei suoi genitori meglio di lui.

«Ti ricordi la prima volta che siamo andati da mamma?», chiese all’improvviso. «Eri nervosissima per tutto il viaggio.»

«Certo!», sbuffò Ginevra. «Mi ero cambiata tre volte per l’agitazione. Volevo fare bella figura.»

«E poi ti sei rovesciata la minestra addosso.»

Risero entrambi, e per un momento il tempo sembrò essersi fermato. Poi il taxi si fermò davanti alla solita casa, e l’attimo svanì nel crepuscolo.

Renata li accolse sulla porta alzando le mani di sorpresa: «Siete arrivati insieme? Che sorpresa!»

«Ci siamo incontrati per caso in aereo», spiegò in fretta Ginevra, cogliendo negli occhi dell’ex suocera un barlume di speranza.

«Entrate, entrate! Ginevra, ti ho preparato la tua stanza, la solita di sempre.»

Ginevra si irrigidì. La sua stanza: la camera al primo piano dove lei e Jacopo dormivano sempre quando erano in visita. Dove il sole del mattino dipingeva giochi di luce sulla tappezzeria e dalla finestra si vedeva il vecchio melo.

«Mamma, forse è meglio se prendo la camera degli ospiti», provò Jacopo.

«Niente discussioni!», lo interruppe Renata. «Domani lì dormono gli ospiti. Ginevra resta in camera da letto, tu nella tua vecchia cameretta. Tutto come una volta.»

Come una volta: quelle parole riecheggiarono nella mente di Ginevra. In realtà non era più nulla come una volta, ma nessuno dei due osava discutere con Renata.

La serata passò tra i preparativi per la festa. Ginevra aiutò in cucina, mentre Jacopo sistemava in soffitta delle vecchie scatole, un compito che sua madre gli chiedeva da tempo. Evitarono di ritrovarsi soli, ma sotto lo stesso tetto non era facile.

Quella notte Ginevra rimase a lungo sveglia. Il letto le sembrava troppo grande, troppo vuoto. Dietro la parete, nella cameretta, il pavimento scricchiolava: evidentemente anche Jacopo non dormiva. Riconobbe i passi: tre verso la finestra, quattro indietro. Così camminava sempre quando doveva pensare a qualcosa.

All’improvviso si fece silenzio. Ginevra si girò su un fianco e guardò fuori. Il melo frusciava nel vento e, per un istante, le parve che gli ultimi tre anni non fossero mai passati.

E in quel silenzio imparò una lezione: il passato non si lascia alle spalle scappando, ma smettendo di avere paura di guardarlo.

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La mia compagna si prende cura della casa mentre io sono qui con te, amore mio