Sei moglie, hai dei doveri!

Tu, moglie, sei tenuta a
Che cosa cè per cena stasera? chiese Dario.
Vittoria chiuse gli occhi. Le dita rimasero sospese sopra la tastiera del portatile, e per un attimo pensò che, se non avesse aperto gli occhi, la domanda si sarebbe dissolta da sola. Non funzionò. Strappò lo sguardo dallo schermo, dove lampeggiavano decine di schede con documenti di lavoro. Dario rimaneva immobile nella soglia della porta.

Hai aperto il frigo?
Dario annuì.

E allora?
Beh il marito scrollò le spalle. Ci sono pentole, contenitori.

Vittoria sentì la tensione delle ultime ore di lavoro trasformarsi in irritazione.

E non ti è venuto in mente di scaldare il cibo?
Dario aggrottò le sopracciglia.

Perché dovrei farlo io? Sono tornato stanco dal lavoro. Tu non riesci nemmeno a portarmi la cena?
E che cosa pensi che sto facendo? Vittoria ruotò il portatile verso di lui, mostrando lo schermo ingolfato da tabelle, presentazioni e chat aperte. Lavoro anchio, anche da casa. Anchio mi stanco. Eppure ho trovato il tempo di preparare la cena. Basta solo scaldare e servire. È così difficile?

La sua voce vacillò sugli ultimi termini. Vittoria non si era aspettata di arrivare così vicino al pianto.

Dario se ne andò borbottando:
Divento così… pigro, pigro non mi ami più, non mi apprezzi
Vittoria afferrò gli auricolari sul tavolo, alzò il volume della musica. La voce di Dario si spense, dissolvendosi nei ritmi. Tornò a fissare lo schermo, ma non riusciva a concentrarsi. Le righe del rapporto scorrevano davanti agli occhi, mentre in testa giravano pensieri diversi. Come era arrivata a questo punto? Quando tutto aveva cominciato a andare storto?

Una volta le cose erano diverse. Molto diverse. Vittoria amava cucinare, era la sua piccola gioia, il modo per rilassarsi dopo la giornata in ufficio. Lei e Dario scherzavano spesso, dicendo che lui era stato stregato dal suo cibo.

Al terzo appuntamento la prenotazione al ristorante era svanita un errore del sistema, il tavolo era stato assegnato ad altri. Dario si era scusato, ma Vittoria gli propose di andare a casa sua.

Gli offrì una lasagna fatta in casa, pane allaglio caldo e uninsalata di pomodori. Dario, seduto nella sua minuscola cucina, mangiava a crepapelle e chiudeva gli occhi di piacere.

Credo di essermi innamorato disse allora, e Vittoria scoppiò a ridere.

Quando si trasferirono nella sua piccola casa di Milano, Vittoria cucinava continuamente: arrosto alla francese, stufato di agnello, zuppe elaborate, torte nei weekend. Dario si abituò così tanto da non notare più quanta energia e tempo lei investisse in cucina. Allora il suo lavoro era dalle otto alle sei, senza flessibilità. Tornava a casa esausta, ma si alzava comunque per la cucina, perché vedeva Dario ad aspettare.

Ora tutto era cambiato. La carriera di Vittoria aveva preso il volo. Passò al telelavoro, fu promossa, gestiva grandi progetti. Il suo calendario era fitto, le responsabilità crescevano. Non aveva più tempo né energie per servire il marito come prima. Preparava piatti semplici: riso con pollo, spaghetti con polpette, ratatouille. Nutriente, veloce, senza pretese. Ed ecco che Dario iniziò a lamentarsi. Prima accennava, poi avanzava accuse apertamente.

Gli ultimi due mesi furono un vero inferno. Vittoria doveva rispettare una scadenza urgente: un progetto importante per un cliente che avrebbe determinato bonus e avanzamento. Lavorava dodici ore al giorno, doveva anche recarsi in ufficio per confronti rapidi con i superiori, evitando perdite di tempo nella corrispondenza.

Dario era perennemente insoddisfatto. Casa non è pulita, il cibo è troppo semplice, mi dedichi poco tempo. Litigavano per ogni minima cosa. Lui pretendeva ricette elaborate, scatenava scenate per una pentola non lavata. Vittoria scoppiava, gridava, piangeva. Poi facevano pace, ma solo per un attimo. Il ciclo ricominciava.

Il progetto fu consegnato. Vittoria era sfiancata come un limone spremuto. Ogni cellula del suo corpo brontolava per la stanchezza. Giaceva sul letto fissando il soffitto; persino sbattere le palpebre era unimpresa. Non voleva né cucinare né pulire, desiderava solo riposare e non pensare a nulla.

Dal corridoio arrivò il rumore dei passi di Dario, rientrato dal lavoro. Dopo un minuto entrò nella camera da letto, con tono scontroso:

Il frigo è vuoto. Che cosa cè per cena?

Vittoria lo guardò lentamente.

Nel congelatore ci sono dei ravioli, rispose sommessa.
Non voglio ravioli! sbuffò Dario. Voglio del pesce al forno con verdure.

Il solo pensiero di alzarsi dal letto le provocava quasi un dolore fisico. Il corpo rifiutava il movimento, la mente rifiutava di lavorare.

Puoi ordinare del cibo pronto. Ti arriverà quello che desideri.

Dario chiese bruscamente:

Allora perché mi sono sposato?

Quel tono lo fece sobbalzare. Vittoria si rialzò sul gomito, lo fissò più attentamente.

Per mangiare le consegne? continuò Dario, alzando la voce. Cucinare è compito della moglie. Tu ormai sei una pigrone. Ti ho sopportata, ma è troppo!

Dentro Vittoria scattò una scintilla. La stanchezza lasciò spazio a una rabbia ardente, luminosa, che le dava forza. Si alzò di scatto dal letto, urlò:

Non sono obbligata! Dove è scritto? Chi lo ha firmato?

Sono stufo di mangiare cose sconosciute! gridò Dario. Non ne posso più!
Allora cucina da solo! Vittoria lo avvicinò. La cucina è laggiù! Non ti sto vietando nulla!
È il tuo dovere! insistette lui, sempre più alto. È lavoro da donna! Devi prenderti cura di tuo marito!
E io sono stanca! la voce di Vittoria divenne quasi un urlo. Sono due mesi impegnata al lavoro! Tu non ti alzi nemmeno a lavare il piatto! Perché devo curare solo me? Tu resti a guardare il cibo pronto!

Dario arrossì.

Perché sono un uomo! Guadagno i soldi!

Vittoria puntò un dito al petto.

Anchio guadagno! Non meno del tuo! E ti comporti come se fossi una serva!
Sei una cattiva moglie! Non sai curare la famiglia!

Il fuoco si trasformò in un freddo glaciale.

Allora cerca unaltra! Trova chi ti servirà, perché io non voglio più!

Dario rimase impietrito.

Cosa?!

Vittoria passò accanto a lui, aprì larmadio, tirò fuori la sua valigia e cominciò a infilare gli abiti.

Hai sentito. Vai via. Subito.

Vittoria, ma?

Vai via! Non voglio più essere la tua serva. Voglio essere tua moglie, pari, non cuoca né addetta alle pulizie. Se non capisci, non andiamo più insieme.

Dario non riusciva a credere a ciò che vedeva. Cercava di parlare, di scusarsi, ma Vittoria era inflessibile. Lo cacciò fuori. Non lo avrebbe più tenuto nella sua casa.

Passò una settimana. Dario chiamava ogni giorno, mandava messaggi, chiedeva perdono, prometteva di cambiare. Vittoria non rispondeva. Aveva bisogno di tempo per riflettere, per rimettersi in ordine.

Ricordò tutto: come Dario non aveva mai offerto aiuto nelle pulizie, come aveva dato per scontata la sua cura, come aveva sminuito la sua stanchezza, come la considerava obbligata solo perché moglie. Capì che il marito le gravava sulle spalle e non se ne rendeva conto.

Dario tornò unaltra volta con dei fiori. Vittoria sospirò, ma doveva parlare.

Sto chiedendo il divorzio. Non ti voglio più.

Lui, perplesso, chiese:

Perché? Ti avevo promesso di cambiare!

Non mi servono promesse. Mi serviva un marito, non una serva. È una cosa diversa.

Il divorzio fu rapidamente registrato. Lappartamento era quello di Vittoria prima del matrimonio, quindi non cerano beni da dividere. Dario tornò a vivere con i genitori. Vittoria rimase sola.

E la vita le parve più leggera. Ricominciò a cucinare, ma solo per sé. Provava nuove ricette, ricordava quelle vecchie. Infornava unanatra con mele semplicemente perché le andava di gusto. Preparava dolci elaborati per il piacere di farli. E quando, dopo una lunga giornata, la stanchezza tornava, ordinava una pizza da asporto e la divorava sul divano davanti alla televisione, senza giudizi, senza rimproveri. Era meraviglioso.

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Sei moglie, hai dei doveri!
Lo stai crescendo troppo debole? — Perché lo hai iscritto a scuola di musica? La suocera attraversa l’ingresso togliendosi i guanti con fare deciso. — Buongiorno, signora Ludmila. Entri pure. Anch’io sono felice di vederla. Il sarcasmo scivola via, indifferente. La suocera lancia i guanti sul mobile e si rivolge a Maria. — Me l’ha detto Kostiantyn al telefono. È tutto contento, dice “Suonerò il pianoforte!” E questa sarebbe educazione? Cosa vuoi fare di lui, una femminuccia? Maria chiude lentamente la porta d’ingresso. Solo per non perderla e urlare. — Significa che suo nipote studierà musica. Gli piace molto. — Gli piace! — sbuffa la suocera, come se Maria avesse detto una sciocchezza. — Ha sei anni, non sa nemmeno cosa gli piace. Sei tu che devi guidarlo. È maschio, è il mio nipote: e tu cosa vuoi crescere? La suocera va in cucina, aziona il bollitore come fosse casa sua. Maria la segue stringendo i denti. — Voglio crescerlo felice. — Lo stai crescendo debole e smidollato! Bisognava iscriverlo a calcio! A judo! Così diventa uomo, non un… non un pianista! Maria si appoggia alla porta, contando fino a cinque. Non basta. — Kostiantyn l’ha chiesto lui. Ama la musica. — Ama! — la suocera scaccia la frase con la mano. — Sergei alla sua età era in cortile a giocare a hockey! E il tuo cosa farà? Le sue scale? Che vergogna! Qualcosa dentro Maria si spezza. Si stacca dal muro e si avvicina. — Ha finito? — No, non ho finito! Te lo volevo dire da tempo… — E anch’io volevo dirle, — Maria sussurra — Kostiantyn è mio figlio. Mio. Decido io come educarlo. E lei non si permetta di metterci bocca. La suocera si fa paonazza. — Ehi… Come ti permetti di parlarmi così?! — Vada via. — Cosa?! Maria le mette il cappotto in mano e la spinge gentilmente verso l’uscita. — Vada via da casa mia. — Mi stai cacciando?! Me?! Maria spalanca la porta, la prende per il braccio e la accompagna fuori, ignorando la resistenza. — La spunterò io! — dice la suocera — Senti?! Non ti lascerò rovinare il mio unico nipote! — Arrivederci, signora Ludmila. — Sergei verrà a sapere tutto! Gli dirò ogni cosa! Maria chiude la porta con decisione e si appoggia per riprendere fiato. Ancora urla soffocate dietro la porta, passi sulla scala. Poi silenzio. Oggi basta. Oggi Maria decide. Sergei torna da lavoro verso le otto. Già Maria capisce che la suocera l’ha chiamato: dai rumori, dalla postura, senza guardare Kostia che guarda i cartoni. — Kostia, tesoro, resta qui — Maria si inginocchia e gli sistema le cuffie con il suo cartone preferito sui robot. — Papà e mamma devono parlare. Kostia annuisce, Maria chiude la porta della cameretta, raggiunge la cucina. Sergei è davanti alla finestra, braccia conserte. Nemmeno si gira. — Hai cacciato mia madre. Non una domanda, una constatazione. — Le ho chiesto di andarsene. — L’hai buttata fuori! — Sergei si gira furioso. — Ha pianto due ore al telefono, Maria! Due ore! Le gambe di Maria cedono per la stanchezza. — Non ti preoccupa che lei abbia insultato me? Sergei esita un secondo. Poi scrolla le spalle. — Stava solo pensando a suo nipote, cosa c’è di male? — Ha chiamato nostro figlio “debole”. Un bambino di sei anni, Sergei. — Ha esagerato, succede. Ma in fondo mia madre non sbaglia: serve sport, allenamento, spirito di squadra… Maria lo guarda, finché lui non abbassa gli occhi. — Da piccola mi obbligavano alla ginnastica. Mia madre aveva deciso: “diventerai ginnasta.” Cinque anni, Sergei. Cinque anni di pianti, di dolore, di fatica. Sergei tace. — Oggi non sopporto più nemmeno l’odore delle palestre. E a mio figlio non farò vivere quello che ho vissuto. Calcio, sì, se lo vuole lui. Ma mai obbligarlo. — Mamma vuole solo il meglio… — Si facesse un altro figlio e lo educasse come vuole lei — Maria si alza — Su Kostia non interferirà mai più. Nemmeno tu, se stai dalla sua parte. Sergei vorrebbe dire qualcosa, ma Maria esce dalla cucina. Poi silenzio, distacco. Lentamente la tensione scema, ma il tema “suocera” resta tabù. Sabato mattina, ore otto. Maria si sveglia di soprassalto: sente un rumore di chiavi nella serratura. Paura. Prende il cellulare e si affaccia. Sulla porta, la suocera. In mano un mazzo di chiavi e uno sguardo trionfante. — Buongiorno, nuora. Maria, in pigiama, la fissa incredula. — Da dove ha preso le chiavi? — Sergei me le ha date. Era qui due giorni fa. Mi ha chiesto scusa per te. Così io posso venire dal nipote quando voglio. Maria cerca di capire. — Alle otto di sabato? Cosa vuole? — Sono qui per Kostia, — risponde la suocera togliendosi il cappotto — Preparati, Kostia! Oggi la prima lezione di calcio, l’ho iscritto io! La rabbia la travolge. Maria corre in camera. Sergei fa finta di dormire. Maria lo scuote. — Alzati! — Maria, più tardi… Lo trascina in soggiorno. — Tu le hai dato le chiavi. Di casa mia. Sergei tace, impacciato. — Questa è casa mia, Sergei. Mi appartiene. Come hai potuto dare le chiavi a tua madre? — Oh che donna egoista! — la suocera lancia il giornale. — Pensi solo a te! Sergei ha pensato a suo figlio, ecco perché! — Basta! Maria ignora la suocera, guarda il marito. — Kostia non andrà a calcio. Finché non lo chiede lui. — Non sei tu a decidere! — urla la suocera — Sei solo una comparsa! Seguirà le mie regole! Silenzio. Maria si gira piano verso Sergei. Lui, testa bassa, non dice una parola. — Sergei? Niente. Nessun sostegno. — Bene, — Maria annuisce, calma glaciale. — Una comparsa. Che finisce qui e ora. Prenda pure suo nipote, signora Ludmila. Non è più mio marito. — Non puoi! — la suocera impallidisce — Non hai diritto! — Sergei, — Maria lo fisso — hai mezz’ora. Prendi le tue cose e vai. O ti caccio in pigiama. — Maria, aspetta, parliamo… — Abbiamo già parlato. Alla suocera sorride storto. — Le chiavi le tenga. Stasera cambio la serratura. …Il divorzio dura quattro mesi. Sergei vuole tornare, si fa vivo, porta fiori. La suocera minaccia cause, avvocati. Maria assume un professionista e non risponde più. Due anni volano… …La sala della scuola d’arte è piena. Maria siede in terza fila stringendo il programma: “Konstantin Voronov, 8 anni. Beethoven, Ode alla gioia”. Kostia va sul palco — serio, elegante, mani sulle note. Le prime melodie riempiono la sala e, Maria, quasi smette di respirare. Il suo bambino sta suonando Beethoven. Quel figlio che aveva scelto lui la musica, lui il pezzo, lui le ore sul pianoforte. Quando termina, la sala esplode in applausi. Kostia si alza, si inchina, cerca la mamma in platea e sorride — largo, felice. Maria applaude tra le lacrime. Ha fatto la scelta giusta. Quella di mettere suo figlio davanti a tutto: alle opinioni, al matrimonio, alla paura della solitudine. Così deve essere una madre…