Perché lhai iscritto al conservatorio?
Lucia Petrone entrò in casa senza neanche salutare la nuora, sfilandosi i guanti con movimenti secchi.
Buongiorno, signora Lucia. Accomodi pure. Anche io sono felicissima di vederla.
Il sarcasmo di Maria scivolò via come pioggia sulla pietra. La suocera lanciò i guanti sulla credenza e si girò dritta verso di lei.
Gianni mi ha chiamato, tutto entusiasta: Mamma, suonerò il pianoforte! Ma che storia è questa? È forse una femminuccia, adesso?
Maria chiuse la porta dingresso piano, trattenendo il respiro affinché la rabbia non esplodesse in uno strillo.
Vuol dire che suo nipote studierà musica. Gli piace davvero tanto.
Gli piace! sbuffò Lucia come se Maria avesse detto una follia. Ha sei anni, non sa nemmeno cosè che vuole! Devi guidarlo tu! È un bambino, un erede, mio nipote e tu che cosa ne stai facendo?
La suocera si diresse in cucina, accendendo la moka con gesto deciso. Maria la seguì, serrando i denti tanto da farle dolere la mascella.
Lo sto crescendo felice.
Lo stai crescendo debole e molle! Lucia si girò di scatto, piantando le mani sui fianchi. Avresti dovuto iscriverlo a calcio! Al judo! Che diventi un uomo, non un pianista!
Maria si appoggiò allo stipite. Contò fino a cinque. Non servì a nulla.
Gianni lo ha chiesto lui. Lui, non io. Ama la musica.
Ama! scrollò la mano Lucia. Mio figlio Sergio, alla sua età, giocava a pallone tutto il giorno in cortile! E il tuo che fa? Suona le scale? Che vergogna!
Qualcosa dentro Maria si spezzò. Si staccò dallo stipite e avanzò verso la suocera.
Ha finito?
No, non ho finito! Da tempo volevo dirti
E io da tempo volevo dirle una cosa Maria abbassò la voce a un filo Gianni è mio figlio. Mio. Decido io come crescerlo. E lei non si intrometterà più.
Lucia arrossì di rabbia.
Tu tu da dove credi di parlare?
Vada via.
Come?
Maria le passò accanto e prese il cappotto dal porta-appendiabiti, infilandoglielo tra le braccia.
Esca da casa mia.
Mi stai cacciando?! A me?!
Maria spalancò la porta, prese Lucia per il gomito e la sbatté fuori. Lucia provò a divincolarsi, ma Maria non mollò. La spinse con fermezza giù dalla soglia.
Otterrò quello che voglio! Lucia urlò dal pianerottolo, il volto deformato dalla collera. Mi sente?! Non lascerò che rovinio il mio unico nipote!
Arrivederci, signora Lucia.
Sergio saprà tutto! Gli racconterò tutto!
Maria chiuse la porta con un tonfo. Si appoggiò al legno, respirando forte, lasciando andare tutta la tensione.
Ancora per pochi minuti, urla soffocate e passi arrabbiati echeggiarono oltre la porta. Poi solo silenzio.
Maria era esausta. Sempre le stesse critiche, le stesse raccomandazioni su come educare, come nutrire, persino come vestire il bambino. Sergio non vedeva il problema. Mamma ti vuole bene, Ha esperienza, Cosa ti costa ascoltarla. Lui idolatrava la madre, ogni sua parola era sacra. Maria doveva solo sopportare. Giorno dopo giorno, visita dopo visita.
Ma non oggi.
Sergio tornò dal lavoro verso le otto. Maria capì subito che Lucia gli aveva telefonato, dal modo in cui gettò le chiavi sul mobile e attraversò la cucina senza nemmeno salutare Gianni, che guardava i cartoni.
Gianni, tesoro, rimani qui un attimo Maria si inginocchiò davanti al figlio, gli mise le cuffie grosse e gli accese la sua serie di robot preferita sul tablet. Parlo con papà.
Gianni annuì. Maria chiuse la porta del salotto e si diresse in cucina.
Sergio stava di spalle, le braccia incrociate sul petto, fissando fuori dalla finestra.
Hai cacciato mia madre.
Non una domanda, ma una sentenza.
Le ho chiesto di andare via.
Lhai buttata fuori! Sergio si girò, le mandibole tese. Ha pianto al telefono per due ore! Due, Maria!
Maria si lasciò cadere seduta. Le gambe le bruciavano per la stanchezza, adesso anche per altro.
E non ti importa che abbia ferito me?
Sergio rimase in silenzio per un istante, poi fece spallucce.
Vuole solo il meglio per Gianni. Cè di male?
Ha dato del debole e del mollaccione a nostro figlio. Il nostro. Sei anni, Sergio.
Si è riscaldata un po, capita. Ma in qualcosa la mamma ha ragione, Maria. Un bambino ha bisogno dello sport. Dello spirito di squadra, della tempra
Maria lo fissò negli occhi finché lui non abbassò lo sguardo.
Mia madre costringeva me a ginnastica da piccola. Aveva deciso: ginnasta e basta. Cinque anni, Sergio. Cinque anni a piangere prima di ogni lezione. Stretching tra i dolori, a dieta forzata, supplicando di lasciarmi andare.
Sergio non disse nulla.
Ancora oggi non sopporto le palestre. Giuro. E a mio figlio non auguro la stessa prigione. Se Gianni vorrà fare calcio, libero di scegliere, ma solo se lo vuole lui. Mai per forza.
Mamma vuole solo il meglio
E allora che si faccia un altro figlio e lo cresca come desidera Maria si alzò dal tavolo. Su Gianni non metterete più bocca. Né tu, se decidi di stare dalla sua parte.
Sergio ebbe un sussulto, forse avrebbe detto qualcosa, ma Maria aveva già lasciato la cucina.
Quella sera, non parlarono. Maria mise a dormire Gianni, restò al buio della cameretta per unora, ascoltando il respiro pacifico del suo bambino.
I due giorni dopo passarono in un silenzio fragile come vetro. Poi, durante cena, Sergio buttò lì una battuta; Maria sorrise appena il ghiaccio iniziò a sciogliersi. Entro venerdì la conversazione riprese, sebbene entrambi evitassero con precisione la questione Lucia.
Sabato mattina Maria si svegliò di colpo. Guardò lorologio: otto, troppo presto per il weekend. Sergio russava a fianco, Gianni sicuramente dormiva ancora.
Un rumore metallico la allertò chiave nella serratura.
Il cuore in gola, Maria afferrò il cellulare e si avventurò in corridoio con piede leggero.
La porta dingresso si spalancò.
Sul pianerottolo cera Lucia Petrone. Un mazzo di chiavi in mano. Un sorrisetto trionfante sul viso.
Buongiorno, cara nuora.
Maria, in t-shirt scucita e pantaloni del pigiama, scalza sul pavimento gelido, guardò la suocera che si comportava come se sfondare una porta a sabato mattina fosse la cosa più naturale del mondo.
Da dove ha preso le chiavi?
Lucia sventolò il mazzo davanti al naso di Maria.
Sergio me le ha date. Laltro ieri. Mi ha cercata e scusandosi per averti offesa così si è fatto perdonare per tutte le tue bravate.
Maria rimase a bocca aperta. Cercò di capirci qualcosa.
Che ci fa qui, alle otto?
Sono venuta a prendere mio nipote disse Lucia, già togliendo il cappotto. Preparami Gianni! Lho iscritto al calcio, oggi prima lezione!
La rabbia esplose calda e rovente, bruciando ogni freno. Maria tornò di corsa in camera da letto.
Sergio fingeva di dormire, girato verso il muro; ma le spalle tese sotto le lenzuola lo tradivano.
Alzati!
Maria, lasciala perdere
Maria gli strappò le coperte, lo afferrò per il braccio e lo trascinò in sala. Sergio inciampava, cercava di liberarsi, ma lei non cedette.
Lucia Petrone era già comoda sul divano, sfogliava una rivista.
Le hai dato le chiavi Maria lo affrontò in mezzo al salone. Della mia casa.
Sergio muto. Si passava la mano tra i capelli, nervoso.
È casa mia, Sergio. Lho comprata prima di sposarmi, coi miei risparmi. Come ti sei permesso di darle le chiavi?
Ma dai, che pignola! Lucia lanciò via la rivista Sempre a contare mio, tuo Sergio pensava al figlio, ecco perché. Perché potessi stare con mio nipote visto che tu mi tieni fuori!
Basta!
Lucia rimase a bocca aperta, ma Maria aveva occhi solo per il marito.
Gianni non farà calcio, non finché non lo vorrà.
Non decidi tu! urlò la suocera scattando in piedi. Sei nessuno! Sei solo un episodio passeggero nella vita di mio figlio! Non pensare di essere insostituibile! Sergio ti sopporta solo perché cè il bambino!
Silenzio.
Maria si girò lentamente verso Sergio. Lui, testa bassa, senza una parola.
Sergio?
Niente. Nessuna difesa. Nessuna parola per lei.
Va bene disse Maria, molto calma, come attraversata da un freddo deciso. Episodio passeggero. Allora questo episodio finisce adesso. Prendetevi vostro figlio, signora Lucia. Quel tale non è più mio marito.
Non puoi! Lucia impallidì. Non hai il diritto di lasciarlo!
Sergio Maria lo fissava dritto negli occhi Hai mezzora. Fai la valigia e vattene. O ti caccio fuori in pigiama, giuro che non mi interessa.
Maria, aspetta, parliamone
Abbiamo già parlato.
Si voltò verso Lucia, con un sorriso stanco.
Le chiavi le tenga pure. Oggi stesso cambio la serratura.
Il divorzio durò quattro mesi. Sergio provò a tornare, chiamò, mandò fiori. Lucia minacciò giudici e servizi sociali, strepitando che avrebbe vinto. Maria assunse un avvocato bravo e non rispose più a nessuno.
Sono passati due anni troppo in fretta
Il salone del conservatorio era pieno di voci e risate. Maria sedeva in terza fila, stringendo il programma fra le mani. Gianni Viero, 8 anni. Beethoven, Inno alla Gioia.
Gianni salì sul palco serio, concentrato, in camicia bianca e pantaloni neri. Si sedette al pianoforte, posò le mani sui tasti.
Le prime note riempirono la sala. Maria smise di respirare.
Il suo bambino stava suonando Beethoven. Otto anni, aveva scelto lui il conservatorio, lui le ore al pianoforte, lui questo pezzo per il concertino.
Alla fine, lultima nota svanì. Grandine di applausi. Gianni si alzò, si inchinò e la cercò con lo sguardo tra il pubblico, le sorrise, largo e felice.
Maria applaudiva, e le lacrime scendevano tra le dita.
Aveva fatto bene. Aveva scelto il figlio sopra tutto sopra lopinione degli altri, sopra il matrimonio, sopra la paura di restare sola.
Così deve fare una madre.




