Eterno AmoreI loro cuori, intrecciati come le viti di un antico borgo toscano, affrontarono ogni tempesta senza mai spezzarsi.

“Si mangia oggi?” – Il padre piombò in cucina e si lasciò cadere sullo sgabello davanti al tavolo. Le gambe raschiarono il pavimento con un rumore sgradevole. La madre taceva, e Giulia, nella sua stanza, si irrigidì.

“A chi parlo? Guardami!” – urlò il padre, battendo il pugno sul tavolo.

Giulia sapeva che la madre si era voltata, con gli occhi pieni di paura.

“Cosa guardi? Dammi da mangiare! Un uomo torna dal lavoro. Vi conosco io, voi donne, solo chiacchiere e civetteria”, borbottò a voce più bassa.

La madre cominciò a far rumore con i piatti, prendendo frettolosamente un piatto dallo scolapiatti sopra il lavello.

“Ancora pasta? Mi sono stufato”, ringhiò il padre. Giulia si rannicchiò nella sua stanza, aspettando lo schianto di un piatto rotto. Niente, era andata bene… Per un po’ dalla cucina non arrivò alcun rumore. Giulia uscì dalla stanza e sbirciò in cucina. Il padre era seduto con le spalle a lei. La madre le fece cenno di andare via. Giulia sparò dalla porta come se non fosse mai stata lì. Si chiuse in camera e si immerse in un libro, ma dopo ogni frase si fermava e ascoltava. Sembrava tutto tranquillo. Quella sera il padre si comportava abbastanza calmo. Poi sentì che passava davanti alla sua porta verso la stanza da letto, borbottando qualcosa, e lì si zittì.

Le sentiva quasi ogni giorno. Dai rumori capiva cosa succedeva in cucina. Il padre non aveva un lavoro fisso. Non riusciva a trattenersi a lungo in un posto per via delle sbornie, campava di lavoretti occasionali. Quando la madre non era in casa, Giulia cercava di non restare sola con lui nell’appartamento, andava dalle amiche dopo scuola o si sedeva sulle scale ad aspettare la mamma.

“Ciao. Perché stai sulle scale? Hai dimenticato le chiavi?” – Matteo si fermò davanti a Giulia. Lui abitava al quinto piano.

“Più o meno”, borbottò lei. Si vergognava che l’avesse vista lì.

Matteo passò oltre, salì due gradini e si fermò.

“Ti prenderai freddo, non si può stare seduti sul cemento. Vieni da me.”

Giulia non rispose.

“Vieni”, disse Matteo con tono severo, e lei obbedì. Lui era più grande, andava al liceo, e lei era abituata a dare ascolto ai più grandi.

Matteo aprì la porta del suo appartamento e fece entrare Giulia.

“Mamma, sono tornato. E non sono solo!” – gridò, chiudendo la porta d’ingresso.

“E con chi?” – Nell’ingresso apparve Maria Luisa, la mamma di Matteo.

“Buongiorno”, disse Giulia a bassa voce.

“Buongiorno. Giulia, vero?”

“Figurati, salivo le scale e lei era seduta sui gradini”, raccontò Matteo mentre si toglieva la giacca.

“Hai dimenticato le chiavi?” – chiese Maria Luisa. “Togliti il giacchetto e lavati le mani, io intanto scaldo il pranzo.”

Giulia entrò in camera e si guardò intorno. L’appartamento era uguale al loro, ma più accogliente e bello. Il pranzo le parve squisito, anche se avevano mangiato una normale minestra di pollo e pasta con le salsicce.

“Grazie, era buonissimo”, ringraziò.

“La prossima volta non stare sulle scale, sali direttamente da noi”, disse Maria Luisa. “D’accordo?”

Giulia annuì.

“Grazie, mamma. Andiamo in camera mia. Vieni.” Matteo si alzò e fece cenno a Giulia con la mano. Lei guardò Maria Luisa, che annuì.

Entrando nella stanza di Matteo, Giulia si stupì: in ordine, niente vestiti sparsi, pulito, sui muri poster di gruppi famosi e moto colorate.

“Ti piacciono le corse?” – chiese.

“Non particolarmente, solo poster belli.”

“Io non ho un computer. Cioè, ce l’ho, ma mio padre ha rotto il monitor. Non ci sono soldi per comprarne uno nuovo.”

“Io ho un tablet, vuoi che te lo presti?” – offrì subito Matteo.

“No, se lo vede mio padre, lo vende.”

“Allora vieni da me quando devi studiare.”

“E tu hai già deciso cosa fare dopo il liceo?” – Giulia toccò un modellino di aereo. “L’hai fatto tu?”

“Certo. Voglio entrare all’Istituto Aeronautico.”

“Farai il pilota?”

“No, progettare aerei”, sorrise con aria di superiorità.

A tutte le sue compagne di classe piaceva. Un bel ragazzo. Domani a scuola avrebbe raccontato alle amiche che era stata a casa di Matteo, e loro sarebbero diventate verdi d’invidia.

Il tempo passò veloce tra chiacchiere. Giulia guardò l’orologio e balzò in piedi.

“Devo andare, mia madre sarà già tornata.”

Le dispiaceva terribilmente andare via, ma non voleva approfittare dell’ospitalità. Matteo l’accompagnò all’ingresso.

“Vieni, non stare sulle scale”, le disse salutandola.

Giulia entrò in casa e vide il cappotto della mamma appeso. Dalla cucina arrivava il rumore di stoviglie: la madre preparava la cena.

“Da dove arrivi così tardi?” – si affacciò dalla cucina.

“Ero al quinto piano, nell’appartamento quindici.”

“Non gironzolare per le case degli altri. Che penserà la gente? Vuoi cena?”

“No, la signora Maria mi ha già dato da mangiare. Vado a fare i compiti. Lui è in casa?” – “Non senti? Russa come un treno. Dove avrà preso i soldi? Si è ubriacato di nuovo”, sospirò la madre.

Da allora Giulia andava spesso da Matteo. Se lo incontrava nell’intervallo, annuiva e arrossiva imbarazzata. Lui la salutava e passava oltre.

A volte Giulia non lo trovava a casa: la sera andava in palestra. Allora la signora Maria le parlava di suo figlio, e del marito morto qualche anno prima.

L’inverno lasciò posto alla primavera, arrivò l’estate. Giulia non saliva più da Matteo; usciva con le amiche o stava seduta in panchina davanti al palazzo.

“Perché non vieni più?” – le chiese un giorno Matteo, incontrandola per strada. Giulia alzò le spalle.

“Hai già dato gli esami? Quando parti per l’università?”

“Non parto. Studio qui, al Politecnico. Non voglio lasciare sola mia madre.”

“Che bello!” – si rallegrò Giulia.

In autunno, un giorno, andò da lui con la scusa di un problema di matematica. Ma per qualche motivo non riuscivano più a chiacchierare come prima. Giulia si sentiva a disagio con Matteo, impacciata. Lui era cambiato, sembrava più grande e ancora più bello.

Quell’inverno morì suo padre, avvelenato da una grappa scadente. La madre non pianse neppure al funerale, ma Giulia, chissà perché, provò pena per lui. Adesso non c’era più bisogno di aspettare la mamma dal lavoro, né motivo di salire da Matteo.

La madre ancora per molto tempo sobbalzava al suono del campanello, con lo sguardo pieno di paura.

“Mamma, cosa fai? Non c’è più”, diceva Giulia.

“Abitudine”, rispondeva la madre.

Giulia era già all’ultimo anno di liceo. Una sera, stava alla finestra aspettando Matteo.

“Perché stai al buio? Aspetti sempre Matteo?” – entrò la madre e accese la luce.

“Stavo solo guardando fuori”, rispose Giulia stizzita, colta in fallo.

“Lui è grande, ha una ragazza. Bella. Studia piuttosto”, sospirò la madre.

Matteo ha una ragazza! Il cuore le si spezzava dal dolore e dalla gelosia. Giulia non l’aveva mai vista, ma già la odiava. Un giorno li incontrò in cortile.

“Giulia? Ciao, perché non vieni più?” – chiese Matteo cordiale. La sua ragazza era lì accanto e guardava Giulia con occhi di ghiaccio. Era alta, guardava dall’alto in basso, quasi con disprezzo, come un topo. Matteo era alto anche lui, ma guardava Giulia in modo diverso.

“In che classe sei adesso?”

“All’ultimo anno.”

“Come vola il tempo. Vedo che sei cresciuta, bella, non ti riconoscevo subito. Che università farai?”

“Matteo, andiamo.” – La ragazza lo tirò per la manica, infastidita.

“Ciao, buona fortuna!” – disse Matteo, e se ne andarono a braccetto.

Giulia li seguì con lo sguardo. “Fredda come un pesce, e al posto degli occhi ha dei ghiaccioli”, pensò arrabbiata. “Certo, le starebbe meglio il soprannome Regina delle Nevi, ma è troppo onore”. E cominciò a chiamarla tra sé Pesce.

Il tempo passò. Giulia finì il liceo e si iscrisse a Medicina. Matteo si laureò e trovò lavoro, poi si comprò una macchina. Giulia imparò a riconoscerla dal rombo del motore, e correva alla finestra quando lui parcheggiava davanti al portone.

Un giorno Giulia tornava dall’università e incontrò nel cortile la signora Maria. Camminava lentamente con un bastone, zoppicando vistosamente.

“Buongiorno, signora Maria”, la salutò Giulia. “Che ha? Perché zoppica?”

“Mi fa male la gamba, non ce la faccio più. Il medico dice che devo operarmi, mettere una protesi, ma ho paura”, si lamentò Maria Luisa.

“Mi dica cosa comprare, vado al supermercato, non è un problema”, offrì subito Giulia.

“Vai, tanto Matteo non è mai in casa…”

Così Giulia ricominciò a passare da Matteo, anche se di rado lo incontrava. Andava a fare la spesa e aiutava la mamma di lui nelle pulizie.

Un giorno, fatta più coraggiosa, chiese della ragazza di Matteo.

“Lara è bella, sì, ma troppo altezzosa. Sta sempre zitta, non sai mai come prenderla. È distante. Tu invece sei di casa. Non è la sposa che vorrei per mio figlio”, sospirò Maria Luisa. “E tu perché chiedi? Mica ti sei innamorata di lui?”

Giulia abbassò gli occhi.

“Non ti preoccupare. Se fossi un po’ più grande, non ci sarebbe moglie migliore per Matteo. Troverai il tuo amore.”

“Non mi serve altro amore”, mormorò Giulia e scappò via.

Una volta andò da Maria Luisa per chiedere cosa comprare. La porta le aprì Pesce.

“Cosa vuoi?” – chiese sgarbata.

“Volevo vedere la signora Maria…”

“Non c’è. Matteo l’ha portata in ospedale in macchina.”

Sembrava che Pesce alzasse il mento apposta per guardare Giulia dall’alto.

“Perché vieni sempre qui?” – i suoi occhi di ghiaccio scintillarono.

“Non vengo sempre, aiuto la signora Maria, vado a far spese.”

“Ah, sì, aiutante. Non venire più. Se serve, ci penso io. Noi tra poco ci sposiamo, io e Matteo, e vivremo qui. Vattene, tanto dopo di te spariscono le cose”, disse Pesce bruscamente.

“Quali cose?” – Giulia si infiammò.

“Un anello. L’avevo lasciato sul lavandino del bagno. Poi sono tornata e non c’era più. L’hai preso tu, non poteva essere nessun altro.”

“Io non vado oltre l’ingresso!” – esclamò Giulia indignata.

“E io non lo so, magari sei venuta senza di me. Renda l’anello, per favore, altrimenti chiamo la polizia.” – Pesce si sporse in avanti e inclinò la testa. I suoi occhi gelidi erano molto vicini. Giulia indietreggiò.

“Non ho preso niente!”

“Allora lo provi.” – Pesce fece un passo verso di lei, gli occhi di ghiaccio ancora più vicini. Giulia non ce la fece, si voltò, tirò la porta e si scontrò con Matteo.

“Perché gridate così? Si sente sulle scale.” – Matteo guardò alternativamente Giulia e Pesce. Anche Giulia si voltò.

Pesce si raddrizzò e sorrise dolcemente a Matteo.

“Sei già tornato?” – chiese come se niente fosse.

Giulia voleva scappare, ma Matteo la trattenne per un braccio.

“Cos’è successo?”

“Lei… lei mi ha accusato di averle preso l’anello. Non ho preso niente, non sono neppure entrata in bagno.”

“Che anello?” – Matteo teneva Giulia ferma e guardava Pesce.

“Quello con la pietra rosa. Mi sa che l’ho perso, non so dove l’ho messo. Ho chiesto se lei lo avesse visto”, spiegò Pesce con voce melata.

“Mente! Ha detto che l’ho preso io, voleva chiamare la polizia.” – Giulia si liberò e corse giù per le scale. Le lacrime la soffocavano.

“Andate al diavolo tutti e due!” – disse Giulia disperata, entrando in casa e sbattendo la porta.

“Che hai?” – la mamma si affacciò nell’ingresso.

“Mamma!” – Giulia le si gettò tra le braccia e raccontò tutto.

“L’anello si troverà, non piangere. Matteo sistemerà le cose”, la consolò la madre.

Il giorno dopo Matteo venne da solo. La mamma non c’era.

“Dobbiamo parlare”, disse.

Giulia lo fece entrare in camera sua. Lui vide una sua foto sulla mensola della scrivania e sorrise. Giulia se n’era dimenticata. Arrossì e abbassò gli occhi.

“Me l’hai rubata? E dici che non rubi?” Giulia si confuse e arrossì ancora di più.

“Tranquilla, non mi dispiace. Sono venuto a scusarmi. L’anello è stato ritrovato.”

“Dove?”

“Che importa?” – ora Matteo distolse lo sguardo.

“Invece sì. Lei mi ha accusato di furto. Credi che sia bello?” – la voce di Giulia tremava di rabbia.

Matteo la prese per le spalle.

“Giulia, scusa. Non ho creduto un secondo che l’avessi preso tu. Onestamente. Insomma, a Lara non piaceva che tu venissi spesso, così ha deciso di calunniarti per non farti più venire. L’anello… le è caduto dalla tasca quando ha fatto cadere la giacca.”

“E tu la perdoni? E se accusasse tua madre di furto? Da lei ci si può aspettare di tutto. Pesce è una fredda!”

“Smettila! È solo gelosa.” – Matteo la guardò severo e tolse le mani dalle sue spalle.

“Matteo! Non vedi niente?”

“Cosa dovrei vedere?” – la guardò con rammarico. Era chiaro che la conversazione lo annoiava.

“Io ti amo!” – sbottò Giulia, spaventata lei stessa dal suo coraggio. “Ti amo dalla prima media. Matteo, non sposarla, ti prego.” – Le lacrime le tremavano negli occhi, il viso di Matteo si offuscava.

“Giulia, ma piangi? Non ci sarà nessun matrimonio. Ci siamo lasciati.”

“Davvero?” – Giulia sbatté le palpebre e le lacrime le rigarono le guance.

“Sei sciocca.” – Matteo la strinse a sé. “Mia madre esce dall’ospedale tra una settimana. Vai a trovarla, aiutala, se serve.”

“Certo! Non c’è bisogno che me lo chieda.”

Matteo se ne andò triste e pensieroso, mentre Giulia quasi saltava di gioia. Niente matrimonio!

Giulia andava ogni giorno dalla signora Maria: a fare la spesa, a lavare i pavimenti, anche ad aiutare in cucina. Non vedeva Matteo, tornava tardi. Lei passava tutte le sere al quinto piano. La madre scuoteva la testa.

Un giorno Giulia incontrò Matteo sulle scale. Sapeva chiaramente di alcol.

“Matteo, hai bevuto?” – Giulia lo guardò terrorizzata, ricordando suo padre, la paura negli occhi della madre…

“E allora?” – barcollò verso di lei. Giulia indietreggiò, senza staccare gli occhi spaventati. “Giulia, perché mi guardi così? Non aver paura, non diventerò come tuo padre…” – disse all’improvviso con voce perfettamente sobria.

Il sabato si presentò a casa di Giulia con un mazzo di fiori e la invitò al cinema. Quanto era felice!

Adesso Matteo non si tratteneva più la sera, correva a casa, dove Giulia lo aspettava insieme a sua madre. Non beveva più. Andavano spesso al cinema, passeggiavano, stavano in camera sua a baciarsi…

Alla fine, l’amore di Giulia aveva sciolto il cuore di Matteo.

“Siate felici, ragazzi. Non farle del male, Matteo”, chiese la madre quando lui fece la proposta.

“Prometto, mai.” Giulia si strinse a lui come un esile albero a una robusta quercia.

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Eterno AmoreI loro cuori, intrecciati come le viti di un antico borgo toscano, affrontarono ogni tempesta senza mai spezzarsi.
Giuro sui miei futuri figli, se non avessi dimenticato il caricabatterie del telefono in quella camera d’albergo…