Eterno AmoreI loro cuori, intrecciati come le viti di un antico borgo toscano, affrontarono ogni tempesta senza mai spezzarsi.

“Si mangia oggi?” – Il padre piombò in cucina e si lasciò cadere sullo sgabello davanti al tavolo. Le gambe raschiarono il pavimento con un rumore sgradevole. La madre taceva, e Giulia, nella sua stanza, si irrigidì.

“A chi parlo? Guardami!” – urlò il padre, battendo il pugno sul tavolo.

Giulia sapeva che la madre si era voltata, con gli occhi pieni di paura.

“Cosa guardi? Dammi da mangiare! Un uomo torna dal lavoro. Vi conosco io, voi donne, solo chiacchiere e civetteria”, borbottò a voce più bassa.

La madre cominciò a far rumore con i piatti, prendendo frettolosamente un piatto dallo scolapiatti sopra il lavello.

“Ancora pasta? Mi sono stufato”, ringhiò il padre. Giulia si rannicchiò nella sua stanza, aspettando lo schianto di un piatto rotto. Niente, era andata bene… Per un po’ dalla cucina non arrivò alcun rumore. Giulia uscì dalla stanza e sbirciò in cucina. Il padre era seduto con le spalle a lei. La madre le fece cenno di andare via. Giulia sparò dalla porta come se non fosse mai stata lì. Si chiuse in camera e si immerse in un libro, ma dopo ogni frase si fermava e ascoltava. Sembrava tutto tranquillo. Quella sera il padre si comportava abbastanza calmo. Poi sentì che passava davanti alla sua porta verso la stanza da letto, borbottando qualcosa, e lì si zittì.

Le sentiva quasi ogni giorno. Dai rumori capiva cosa succedeva in cucina. Il padre non aveva un lavoro fisso. Non riusciva a trattenersi a lungo in un posto per via delle sbornie, campava di lavoretti occasionali. Quando la madre non era in casa, Giulia cercava di non restare sola con lui nell’appartamento, andava dalle amiche dopo scuola o si sedeva sulle scale ad aspettare la mamma.

“Ciao. Perché stai sulle scale? Hai dimenticato le chiavi?” – Matteo si fermò davanti a Giulia. Lui abitava al quinto piano.

“Più o meno”, borbottò lei. Si vergognava che l’avesse vista lì.

Matteo passò oltre, salì due gradini e si fermò.

“Ti prenderai freddo, non si può stare seduti sul cemento. Vieni da me.”

Giulia non rispose.

“Vieni”, disse Matteo con tono severo, e lei obbedì. Lui era più grande, andava al liceo, e lei era abituata a dare ascolto ai più grandi.

Matteo aprì la porta del suo appartamento e fece entrare Giulia.

“Mamma, sono tornato. E non sono solo!” – gridò, chiudendo la porta d’ingresso.

“E con chi?” – Nell’ingresso apparve Maria Luisa, la mamma di Matteo.

“Buongiorno”, disse Giulia a bassa voce.

“Buongiorno. Giulia, vero?”

“Figurati, salivo le scale e lei era seduta sui gradini”, raccontò Matteo mentre si toglieva la giacca.

“Hai dimenticato le chiavi?” – chiese Maria Luisa. “Togliti il giacchetto e lavati le mani, io intanto scaldo il pranzo.”

Giulia entrò in camera e si guardò intorno. L’appartamento era uguale al loro, ma più accogliente e bello. Il pranzo le parve squisito, anche se avevano mangiato una normale minestra di pollo e pasta con le salsicce.

“Grazie, era buonissimo”, ringraziò.

“La prossima volta non stare sulle scale, sali direttamente da noi”, disse Maria Luisa. “D’accordo?”

Giulia annuì.

“Grazie, mamma. Andiamo in camera mia. Vieni.” Matteo si alzò e fece cenno a Giulia con la mano. Lei guardò Maria Luisa, che annuì.

Entrando nella stanza di Matteo, Giulia si stupì: in ordine, niente vestiti sparsi, pulito, sui muri poster di gruppi famosi e moto colorate.

“Ti piacciono le corse?” – chiese.

“Non particolarmente, solo poster belli.”

“Io non ho un computer. Cioè, ce l’ho, ma mio padre ha rotto il monitor. Non ci sono soldi per comprarne uno nuovo.”

“Io ho un tablet, vuoi che te lo presti?” – offrì subito Matteo.

“No, se lo vede mio padre, lo vende.”

“Allora vieni da me quando devi studiare.”

“E tu hai già deciso cosa fare dopo il liceo?” – Giulia toccò un modellino di aereo. “L’hai fatto tu?”

“Certo. Voglio entrare all’Istituto Aeronautico.”

“Farai il pilota?”

“No, progettare aerei”, sorrise con aria di superiorità.

A tutte le sue compagne di classe piaceva. Un bel ragazzo. Domani a scuola avrebbe raccontato alle amiche che era stata a casa di Matteo, e loro sarebbero diventate verdi d’invidia.

Il tempo passò veloce tra chiacchiere. Giulia guardò l’orologio e balzò in piedi.

“Devo andare, mia madre sarà già tornata.”

Le dispiaceva terribilmente andare via, ma non voleva approfittare dell’ospitalità. Matteo l’accompagnò all’ingresso.

“Vieni, non stare sulle scale”, le disse salutandola.

Giulia entrò in casa e vide il cappotto della mamma appeso. Dalla cucina arrivava il rumore di stoviglie: la madre preparava la cena.

“Da dove arrivi così tardi?” – si affacciò dalla cucina.

“Ero al quinto piano, nell’appartamento quindici.”

“Non gironzolare per le case degli altri. Che penserà la gente? Vuoi cena?”

“No, la signora Maria mi ha già dato da mangiare. Vado a fare i compiti. Lui è in casa?” – “Non senti? Russa come un treno. Dove avrà preso i soldi? Si è ubriacato di nuovo”, sospirò la madre.

Da allora Giulia andava spesso da Matteo. Se lo incontrava nell’intervallo, annuiva e arrossiva imbarazzata. Lui la salutava e passava oltre.

A volte Giulia non lo trovava a casa: la sera andava in palestra. Allora la signora Maria le parlava di suo figlio, e del marito morto qualche anno prima.

L’inverno lasciò posto alla primavera, arrivò l’estate. Giulia non saliva più da Matteo; usciva con le amiche o stava seduta in panchina davanti al palazzo.

“Perché non vieni più?” – le chiese un giorno Matteo, incontrandola per strada. Giulia alzò le spalle.

“Hai già dato gli esami? Quando parti per l’università?”

“Non parto. Studio qui, al Politecnico. Non voglio lasciare sola mia madre.”

“Che bello!” – si rallegrò Giulia.

In autunno, un giorno, andò da lui con la scusa di un problema di matematica. Ma per qualche motivo non riuscivano più a chiacchierare come prima. Giulia si sentiva a disagio con Matteo, impacciata. Lui era cambiato, sembrava più grande e ancora più bello.

Quell’inverno morì suo padre, avvelenato da una grappa scadente. La madre non pianse neppure al funerale, ma Giulia, chissà perché, provò pena per lui. Adesso non c’era più bisogno di aspettare la mamma dal lavoro, né motivo di salire da Matteo.

La madre ancora per molto tempo sobbalzava al suono del campanello, con lo sguardo pieno di paura.

“Mamma, cosa fai? Non c’è più”, diceva Giulia.

“Abitudine”, rispondeva la madre.

Giulia era già all’ultimo anno di liceo. Una sera, stava alla finestra aspettando Matteo.

“Perché stai al buio? Aspetti sempre Matteo?” – entrò la madre e accese la luce.

“Stavo solo guardando fuori”, rispose Giulia stizzita, colta in fallo.

“Lui è grande, ha una ragazza. Bella. Studia piuttosto”, sospirò la madre.

Matteo ha una ragazza! Il cuore le si spezzava dal dolore e dalla gelosia. Giulia non l’aveva mai vista, ma già la odiava. Un giorno li incontrò in cortile.

“Giulia? Ciao, perché non vieni più?” – chiese Matteo cordiale. La sua ragazza era lì accanto e guardava Giulia con occhi di ghiaccio. Era alta, guardava dall’alto in basso, quasi con disprezzo, come un topo. Matteo era alto anche lui, ma guardava Giulia in modo diverso.

“In che classe sei adesso?”

“All’ultimo anno.”

“Come vola il tempo. Vedo che sei cresciuta, bella, non ti riconoscevo subito. Che università farai?”

“Matteo, andiamo.” – La ragazza lo tirò per la manica, infastidita.

“Ciao, buona fortuna!” – disse Matteo, e se ne andarono a braccetto.

Giulia li seguì con lo sguardo. “Fredda come un pesce, e al posto degli occhi ha dei ghiaccioli”, pensò arrabbiata. “Certo, le starebbe meglio il soprannome Regina delle Nevi, ma è troppo onore”. E cominciò a chiamarla tra sé Pesce.

Il tempo passò. Giulia finì il liceo e si iscrisse a Medicina. Matteo si laureò e trovò lavoro, poi si comprò una macchina. Giulia imparò a riconoscerla dal rombo del motore, e correva alla finestra quando lui parcheggiava davanti al portone.

Un giorno Giulia tornava dall’università e incontrò nel cortile la signora Maria. Camminava lentamente con un bastone, zoppicando vistosamente.

“Buongiorno, signora Maria”, la salutò Giulia. “Che ha? Perché zoppica?”

“Mi fa male la gamba, non ce la faccio più. Il medico dice che devo operarmi, mettere una protesi, ma ho paura”, si lamentò Maria Luisa.

“Mi dica cosa comprare, vado al supermercato, non è un problema”, offrì subito Giulia.

“Vai, tanto Matteo non è mai in casa…”

Così Giulia ricominciò a passare da Matteo, anche se di rado lo incontrava. Andava a fare la spesa e aiutava la mamma di lui nelle pulizie.

Un giorno, fatta più coraggiosa, chiese della ragazza di Matteo.

“Lara è bella, sì, ma troppo altezzosa. Sta sempre zitta, non sai mai come prenderla. È distante. Tu invece sei di casa. Non è la sposa che vorrei per mio figlio”, sospirò Maria Luisa. “E tu perché chiedi? Mica ti sei innamorata di lui?”

Giulia abbassò gli occhi.

“Non ti preoccupare. Se fossi un po’ più grande, non ci sarebbe moglie migliore per Matteo. Troverai il tuo amore.”

“Non mi serve altro amore”, mormorò Giulia e scappò via.

Una volta andò da Maria Luisa per chiedere cosa comprare. La porta le aprì Pesce.

“Cosa vuoi?” – chiese sgarbata.

“Volevo vedere la signora Maria…”

“Non c’è. Matteo l’ha portata in ospedale in macchina.”

Sembrava che Pesce alzasse il mento apposta per guardare Giulia dall’alto.

“Perché vieni sempre qui?” – i suoi occhi di ghiaccio scintillarono.

“Non vengo sempre, aiuto la signora Maria, vado a far spese.”

“Ah, sì, aiutante. Non venire più. Se serve, ci penso io. Noi tra poco ci sposiamo, io e Matteo, e vivremo qui. Vattene, tanto dopo di te spariscono le cose”, disse Pesce bruscamente.

“Quali cose?” – Giulia si infiammò.

“Un anello. L’avevo lasciato sul lavandino del bagno. Poi sono tornata e non c’era più. L’hai preso tu, non poteva essere nessun altro.”

“Io non vado oltre l’ingresso!” – esclamò Giulia indignata.

“E io non lo so, magari sei venuta senza di me. Renda l’anello, per favore, altrimenti chiamo la polizia.” – Pesce si sporse in avanti e inclinò la testa. I suoi occhi gelidi erano molto vicini. Giulia indietreggiò.

“Non ho preso niente!”

“Allora lo provi.” – Pesce fece un passo verso di lei, gli occhi di ghiaccio ancora più vicini. Giulia non ce la fece, si voltò, tirò la porta e si scontrò con Matteo.

“Perché gridate così? Si sente sulle scale.” – Matteo guardò alternativamente Giulia e Pesce. Anche Giulia si voltò.

Pesce si raddrizzò e sorrise dolcemente a Matteo.

“Sei già tornato?” – chiese come se niente fosse.

Giulia voleva scappare, ma Matteo la trattenne per un braccio.

“Cos’è successo?”

“Lei… lei mi ha accusato di averle preso l’anello. Non ho preso niente, non sono neppure entrata in bagno.”

“Che anello?” – Matteo teneva Giulia ferma e guardava Pesce.

“Quello con la pietra rosa. Mi sa che l’ho perso, non so dove l’ho messo. Ho chiesto se lei lo avesse visto”, spiegò Pesce con voce melata.

“Mente! Ha detto che l’ho preso io, voleva chiamare la polizia.” – Giulia si liberò e corse giù per le scale. Le lacrime la soffocavano.

“Andate al diavolo tutti e due!” – disse Giulia disperata, entrando in casa e sbattendo la porta.

“Che hai?” – la mamma si affacciò nell’ingresso.

“Mamma!” – Giulia le si gettò tra le braccia e raccontò tutto.

“L’anello si troverà, non piangere. Matteo sistemerà le cose”, la consolò la madre.

Il giorno dopo Matteo venne da solo. La mamma non c’era.

“Dobbiamo parlare”, disse.

Giulia lo fece entrare in camera sua. Lui vide una sua foto sulla mensola della scrivania e sorrise. Giulia se n’era dimenticata. Arrossì e abbassò gli occhi.

“Me l’hai rubata? E dici che non rubi?” Giulia si confuse e arrossì ancora di più.

“Tranquilla, non mi dispiace. Sono venuto a scusarmi. L’anello è stato ritrovato.”

“Dove?”

“Che importa?” – ora Matteo distolse lo sguardo.

“Invece sì. Lei mi ha accusato di furto. Credi che sia bello?” – la voce di Giulia tremava di rabbia.

Matteo la prese per le spalle.

“Giulia, scusa. Non ho creduto un secondo che l’avessi preso tu. Onestamente. Insomma, a Lara non piaceva che tu venissi spesso, così ha deciso di calunniarti per non farti più venire. L’anello… le è caduto dalla tasca quando ha fatto cadere la giacca.”

“E tu la perdoni? E se accusasse tua madre di furto? Da lei ci si può aspettare di tutto. Pesce è una fredda!”

“Smettila! È solo gelosa.” – Matteo la guardò severo e tolse le mani dalle sue spalle.

“Matteo! Non vedi niente?”

“Cosa dovrei vedere?” – la guardò con rammarico. Era chiaro che la conversazione lo annoiava.

“Io ti amo!” – sbottò Giulia, spaventata lei stessa dal suo coraggio. “Ti amo dalla prima media. Matteo, non sposarla, ti prego.” – Le lacrime le tremavano negli occhi, il viso di Matteo si offuscava.

“Giulia, ma piangi? Non ci sarà nessun matrimonio. Ci siamo lasciati.”

“Davvero?” – Giulia sbatté le palpebre e le lacrime le rigarono le guance.

“Sei sciocca.” – Matteo la strinse a sé. “Mia madre esce dall’ospedale tra una settimana. Vai a trovarla, aiutala, se serve.”

“Certo! Non c’è bisogno che me lo chieda.”

Matteo se ne andò triste e pensieroso, mentre Giulia quasi saltava di gioia. Niente matrimonio!

Giulia andava ogni giorno dalla signora Maria: a fare la spesa, a lavare i pavimenti, anche ad aiutare in cucina. Non vedeva Matteo, tornava tardi. Lei passava tutte le sere al quinto piano. La madre scuoteva la testa.

Un giorno Giulia incontrò Matteo sulle scale. Sapeva chiaramente di alcol.

“Matteo, hai bevuto?” – Giulia lo guardò terrorizzata, ricordando suo padre, la paura negli occhi della madre…

“E allora?” – barcollò verso di lei. Giulia indietreggiò, senza staccare gli occhi spaventati. “Giulia, perché mi guardi così? Non aver paura, non diventerò come tuo padre…” – disse all’improvviso con voce perfettamente sobria.

Il sabato si presentò a casa di Giulia con un mazzo di fiori e la invitò al cinema. Quanto era felice!

Adesso Matteo non si tratteneva più la sera, correva a casa, dove Giulia lo aspettava insieme a sua madre. Non beveva più. Andavano spesso al cinema, passeggiavano, stavano in camera sua a baciarsi…

Alla fine, l’amore di Giulia aveva sciolto il cuore di Matteo.

“Siate felici, ragazzi. Non farle del male, Matteo”, chiese la madre quando lui fece la proposta.

“Prometto, mai.” Giulia si strinse a lui come un esile albero a una robusta quercia.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

three × 2 =

Eterno AmoreI loro cuori, intrecciati come le viti di un antico borgo toscano, affrontarono ogni tempesta senza mai spezzarsi.
Le figlie ingrata Irene, sudata e curva sull’orto, sentiva il sudore che le scivolava fastidiosamente lungo la schiena, incollando la maglietta alla pelle. Lidia, la sua sorella gemella, sbuffava e si lamentava accanto a lei, lottando per infilare una ciocca ribelle sotto il cappellino. Stavano strappando le odiate erbacce tra le fragole. — Irene, ma perché stiamo facendo tutto questo? — si lamentò Lidia, appoggiando il rastrello e asciugandosi la fronte col dorso della mano. — Siamo pure tutte e due allergiche alle fragole! Che se ne vadano pure al diavolo… — “Perché bisogna aiutare i genitori”, — imitò Irene la voce della mamma, Anna Maria, con una precisione tale che Lidia non poté trattenere un sorriso — “Perché loro sono ‘anziani’ e noi ‘figlie ingrata’”. In casa loro spesso si ripeteva la canzone delle figlie ingrata. Bastava che si rifiutassero di lavorare nell’orto: subito, ingrata! Anche se avevano passato tutta l’infanzia tra pomodori e patate. Risate arrivarono dall’altra parte della recinzione. Erano gli amici di sempre — Sergio, Dario e Silvia. Erano arrivati in bici, tintinnando i campanelli e con bottiglie di bibita fresca in mano. — Ehi ragazze, dove siete? Venite al fiume in bici! L’acqua è come il latte caldo! Abbiamo già preso tutto al supermercato. Boris sta facendo la grigliata! Venite? — Andatevene senza di noi! — gridò Lidia. — I genitori non ci lasciano! — aggiunse Irene. — Fate voi… — rispose Silvia. Lidia fu assalita dall’invidia. — Dio mio, quanto vorrei essere con loro… — sussurrò, mentre gli occhi le si velavano di nostalgia. Il fiume, la carne alla griglia, la fresca sera di luglio… Aprì gli occhi. Ma davanti a lei c’era ancora l’orto. — Passerà anche la voglia! — tagliò corto Irene, con tono duro ma anche ironico. — Qui il lavoro non finisce mai! E ti sei dimenticata cosa dice la mamma? Finché non è tutto pulito, niente fiume! E se piove poi è la fine: le erbacce ricrescono peggio di prima. Tocca ricominciare da capo! — Già… e le fragole sono solo il male minore… Lidia guardava sconsolata le distese di patate, le file tristi di cavoli più simili a rovi che a futuro raccolto, e la serra di cetrioli dove, con un po’ di sfortuna, poteva anche svenire dal caldo. — Più che orto, questa è una piantagione — mormorò Lidia trattenendo le lacrime. — Lavori, lavori… e non finisce mai! E appena finisci, ricominci daccapo… Irene fece una smorfia più vicina allo sconforto che alla gioia. In effetti, Lidia aveva ragione. Quello non era un semplice orto: era un impero agricolo grande almeno mezzo ettaro, forse di più. I genitori, Anna Maria e Massimo, coltivavano di tutto: dalle patate ai cavoli fino alle varietà più strane di pomodori e cetrioli, i cui nomi Irene e Lidia non ricordavano nemmeno, pur passandoci tutta l’estate. Una parte andava in tavola, ma la maggior parte si vendeva al mercato locale, per guadagnare qualche soldo extra. E per vendere, bisognava lavorare dalla mattina alla sera — con qualunque tempo e qualunque umore — mentre amici e compagni giravano liberi in bici. Anche le figlie, da sempre, lavoravano con i genitori. Irene e Lidia si erano lasciate alle spalle infanzia e adolescenza tra quelle dannate zolle, vedendo le amiche della città andare al cinema, in discoteca o in campeggio. Per loro, solo sogni… *** Avevano ormai superato i quarant’anni. Entrambe vivevano ormai in città, con famiglie, lavoro, qualche hobby, e — quello che da bambine non avevano mai avuto — il diritto al tempo libero. Ma ogni anno, appena si avvicinava luglio, i genitori iniziavano la stessa solfa: — Ragazze, venite ad aiutarci! Siamo vecchi, non ce la facciamo da soli! L’orto è una giungla! Senza di voi non ce la facciamo! Irene e Lidia adattavano le ferie ai bisogni dei genitori e lasciavano lavoro, vacanze e programmi per trascorrere il mese di luglio in “esilio forzato”. Solo che le ferie, ovviamente, non durano tutto l’anno. E sia Irene che Lidia avevano ormai le loro famiglie. I loro mariti volevano riposarsi pure loro. E i figli erano stufi del paesino, preferivano il mare. Senza contare che a loro, a stento, reggevano solo a sentire la parola “orto”. Eppure, anche se a malincuore, non potevano mai dire di no ai propri genitori. Così, anche quell’anno, le due sorelle, con mariti e figli, partirono per casa dei genitori e si insediarono lì tutto luglio. Il primo giorno, grande tavolata e sauna “per rilassarsi dopo il viaggio”. Ma già dal secondo giorno, alle sette di mattina, la madre le svegliava: “Se avete riposato bene, potete cominciare a lavorare!”. In quel mese si stancarono tutti così tanto che alla fine non avevano più neanche la forza di arrabbiarsi. Mentre era piegata sull’insalata, Irene sentì le imprecazioni del marito, Gennaro, che, sotto il melo, cercava di raccogliere uva spina nascosta tra i rami. — Gennà, che stai a fare là sotto? — gridò, cercando di superare il fruscio del vento tra le foglie. — Lascia stare quell’uva spina che ancora non è matura. Piuttosto raccogli le mele, altrimenti marciscono! Poi con quelle facciamo la marmellata… In realtà, Irene non ci credeva nemmeno più. Peggio che strappare le erbacce sotto il sole c’era solo invasare chili di marmellata in cucina, tra pentoloni e fornelli accesi. Meglio che se le mangino i vermi, ste mele. — Irene, io non ce la faccio più! — piagnucolò Gennaro uscendo da sotto il melo. — La mia schiena dice che è ora di divorziare! Piuttosto pago gli alimenti vita natural durante, ma non passo un’altra vacanza in questo inferno! Scusami, ti amo da morire, ma mi sa che qui ci lasciamo… — e crollò teatrale sul sentiero. — Non esagerare, Gennaro! — borbottò Irene. — Neanch’io sono contenta, ma che dobbiamo fare? Sono i nostri genitori! Come pensi che farebbero da soli? — Lasciali perdere — sbuffò Gennaro — e che ce li scampi il santo… — Ah, certo! Gennaro, c’è pure da sistemare il tetto della legnaia, eh. — Arrivo, arrivo… Il marito di Lidia, Eugenio, era molto più tranquillo, ma si comportava come un lord inglese che aspetta il tè. Comodamente sdraiato sulla sedia a sdraio sotto il pero, sorseggiava kvas fresco portato dalla figlia e osservava la moglie soffrire. Colto, raffinato e sensibile alla bellezza, ma del lavoro manuale non ne voleva sapere. In realtà, di lavoro non ne voleva sapere in genere. — Eugenio, almeno dai una falciata all’erba! — protestò Lidia allontanando le zanzare. — Ma dai, amore, sembro forse un contadino? — fece spallucce Eugenio, con un sorriso furbo negli occhi. — Io sono un uomo di città. Le mie mani sono fatte per ispirare voi donne alle fatiche! Spiritoso… Lidia alzò gli occhi al cielo. Eugenio era maestro nel delegare, ma di sudare, mai. Ogni tanto faceva finta di darsi da fare, ma lavorare, mai. Alla fine delle “ferie”, ormai coi nervi a pezzi, Irene e Lidia tentarono un confronto decisivo, capendo che non se ne poteva più. — Ma insomma, perché tutto questo? — iniziò Irene, sedendo i genitori al tavolo della cucina, dove si radunava sempre la famiglia. — Quanti pomodori, cetrioli o patate vi servono davvero? Non siete più giovani! È faticoso. Tanto non li mangiate tutti, e mica siete obbligati a vendere. Possiamo aiutarvi anche solo con i soldi: comprate quello che volete, andate in vacanza! Basta con sto orto! — Sì, mamma, — aggiunse Lidia speranzosa. — Non dovete spaccarvi la schiena! Vi aiutiamo noi. Se non volete i soldi, vi trovate qualcuno per aiutarvi in campagna. Non costa più della salute vostra e del nostro tempo! — Ma che scemenze state dicendo? — sbuffò la mamma. — Come sarebbe a dire: niente orto? — chiese papà. — Soldi? Aiutanti? L’orto non è solo il raccolto: è anche un lavoro, un passatempo. Che facciamo tutto il giorno, col culo sul divano? — Beh… — balbettò Irene — Si può andare a teatro, al cinema… — Ma va là! — tagliò corto Anna Maria — Noi siamo abituati a lavorare! E non pensavamo che vi pesasse così tanto aiutare i genitori. — E poi — aggiunse Massimo — che vita è vivere con i soldi degli altri? Dover sperare che ce li mandiate ogni mese? No, ognuno si mantiene da sé! Questo dialogo si era già ripetuto. L’anno prima. E anche tre anni prima. — Ma papà, è faticoso! — protestò Lidia, proprio non capendo quell’ostinazione. — Sta male solo chi non fa niente! — tranciò Massimo. — Noi, invece, siamo ancora forti! — Ma… — Volete solo liberarvi di noi coi soldi! — gridò Anna Maria. — Vi siete stufate di lavorare. Non pensavamo che aiutare i genitori vi pesasse così tanto. Senza orto, nemmeno verreste più qui! Fine della discussione. *** Passò un anno. L’estate si avvicinava, promettente come sempre. Gennaro annunciò a Irene un viaggio in Italia, quello dei suoi sogni. Lidia, appena divorziata dal suo scansafatiche Eugenio (che neanche la dignità di cercarsi un lavoro aveva trovato), aveva solo voglia di pace e silenzio. Voleva solo stare a casa con la figlia, senza impegni, senza obblighi. Le sorelle si incontrarono davanti a una tazza di tè, tra pettegolezzi e progetti per l’estate. Discutendo, presero una decisione difficile e andarono a comunicarla ai genitori. Di solito, durante la settimana non passavano dai genitori, solo nei weekend. Ed è andata di lusso che vivessero abbastanza lontano, altrimenti avrebbero passato tutte le ferie e i weekend nell’orto. Così, qualche visita ogni tanto e basta. Irene e Lidia non sapevano da dove cominciare. Ma la mamma iniziò subito, con uno sguardo sospettoso: — Che succede? Cosa vi state inventando questa volta? — Niente, mamma, tranquilla, — anticipò Lidia. — Solo che quest’anno non riusciamo a venire a luglio. E neanche in agosto. — E questo che vuol dire? — protestò la madre. — Che storia è questa? Non avete proprio vergogna? E subito giù con le spiegazioni di rito. — Gennaro ha le ferie pure lui, andiamo in Italia come sogniamo da una vita! Tutto prenotato, biglietti pagati… Non andiamo in vacanza da anni… Anche Gennaro è stanco. Ovviamente, questo non commosse nessuno. Papà fece una smorfia. — In Italia, eh! — ripeté la mamma ironica. — E noi cosa facciamo qua? L’orto si sistema da solo? Ci tocca arrangiarci da soli? — Mamma, ti abbiamo già detto che vi possiamo aiutare con i soldi! — insistette Lidia. — Potete assumere qualcuno che vi aiuti. Qui c’è sempre chi cerca un lavoretto estivo, il vicino viene volentieri a tirar su le vostre patate! — Gli operai non sono la stessa cosa! — tagliò corto Massimo — Non ci si può fidare: tutto fatto in fretta e male. Voi invece siete di famiglia! Mettete l’anima… — Papà, ma che anima vuoi metterci a diserbare patate? — non ce la fece più Irene. — Il lavoro nobilita. — Nobilita niente! Solo mal di schiena e mani tutte piagate! — sbottò Lidia. — Non siamo mica contadini a giornata! E a lavoro lavoriamo già tanto, almeno nelle ferie vogliamo riposarci. Basta! — Riposerete in pensione! — decretò la mamma. — Finché avete energie, dovete aiutare i genitori. — Non diciamo che non vi vogliamo aiutare, ma qui si sta esagerando… Già. Ormai, nessuno ricordava più cosa fosse una vera vacanza. — Si esagera, eh! — ripeté Anna Maria. — E chi vi ha cresciute? Chi ha rinunciato a dormire la notte per darvi da mangiare? Chi ha investito tutto su di voi? Per poi sentire che dieci giorni al mare con la pancia all’aria valgono più dei vostri genitori! — Basta ricatti emotivi! — sospirò Irene. — Siamo grate, mam, ma qui bisogna trovare una via di mezzo… Si alzarono i toni. Le figlie hanno abbandonato i genitori. Le figlie non pensano più a mamma e papà. Le figlie sono diventate delle sfaticate. — E vabbè! — gridò Irene. — Fate pure quello che volete! Potete pure lasciare la casa alla vicina, potete smettere di parlarci. Ma noi quest’anno non veniamo! — Ah sì?! — strillò la mamma. — Allora arrangiatevi! Non lo perdonerò mai! — Fai pure! Fai quello che vuoi! *** Irene e Gennaro volarono finalmente in Italia. Quelle due settimane furono le più belle degli ultimi anni! Solo loro due, il mare, il caldo… e i bambini. Ma i figli, entusiasti di un’estate diversa, si comportarono benissimo. Lidia si concesse il suo “centro benessere” domestico: divano, serie tv, libri, uscite con le amiche, massaggi — nessuna preoccupazione. Quando ormai la vacanza era agli sgoccioli, con Irene e Gennaro appena rientrati e Lidia che tornava alla solita routine, arrivò quella telefonata che cambiò tutto. Era papà. — Lidia, vieni subito. La mamma sta male. È in ospedale. Chiama Irene! Le mancò un battito. Nel giro di un’ora corsero in auto all’ospedale più vicino al paese. Cercarono subito il padre. — Che è successo? — Come sta la mamma? — È la testa? — Un ictus? — È cosciente? — Avete parlato con lei? — Possiamo vederla? Si sovrapposero domande. — Il cuore, — spiegò Massimo. — Dalle sei del mattino alle tre del pomeriggio nell’orto sotto il sole… Ed è crollata. Per fortuna, la situazione non era grave. La madre era cosciente, in reparto normale, si muoveva pure bene. Era pallida, la pressione era probabilmente alle stelle, ma niente di veramente serio. Alle figlie rivolse solo una rapida occhiata. — Ah, siete voi, — disse la mamma. — Siete venute a dare un’ultima occhiata alla mamma morente? — Ma che dici, mamma! — la zittì Irene. — Non è nulla. Dicono che fra un paio di giorni ti dimettono. Ti rimetti presto. — Mah, ragazze, — sospirò Anna Maria. — Ormai sono vecchia. Non reggo più. Peccato che nessuno sia venuto ad aiutarmi… Lidia serrò appena i denti. — Mamma, chi te l’ha fatto fare? Ti abbiamo proposto aiuto! Ti avevamo detto che potevi prendere qualcuno ad aiutare: c’è chi cerca lavoretti estivi qui. Perché no? — Aiuto! — ripeté Anna Maria con disprezzo. — Non ho bisogno del vostro aiuto! Mi arrangio da sola! Se nessuno viene… Sono abituata a lavorare. — E infatti! — sibilò Irene senza trattenersi. — Irene! — la rimproverò Lidia. — Che ho detto di male? — protestò Irene. — Ragazze, non litigate per me. Non ne vale la pena, — disse la mamma con voce melodrammatica. Le figlie tacquero: per ora era inutile discuterne. — Mam, paghiamo tutto noi, — disse Lidia. — Medicine, cure. Tu pensa solo a rimetterti. — E prendiamo anche qualche aiutante, — aggiunse Irene. Anna Maria tacque. Dopo pochi giorni fu già in netto miglioramento, e in una settimana i medici le diedero il via libera per tornare a casa. La salute tornava, ma i medici avevano tassativamente proibito sforzi. Irene e Lidia speravano che, almeno stavolta, i genitori si calmassero. Ma quando andarono a fare visita, trovano una scena deprimente. Le due signore che avevano assunto non si vedevano, e Anna Maria — ignorando i divieti — stava già di nuovo a zappare tra i pomodori. — Ma’, cosa fai? Non puoi! — Non riesco a star ferma! Quelle signore fanno tutto di corsa e non combinano niente. Bisogna far da sé! E i vostri soldi li ho risparmiati, li useremo per qualcosa di utile. E se ci tenete davvero, venite voi a darci una mano. Forza, c’è un altro filare che aspetta. Discutere con la mamma era inutile. Avrebbe sempre fatto di testa sua. Le figlie ingrata.