Considerando la madre un peso, il figlio la ha affidata alla casa di riposo più economica. “Cognome da nubile?” …

Mamma, sei pronta?

La voce di Davide Bianchi, allegra e dritta, irrompe nella quiete di un piccolo appartamento che profuma di camomilla e mele secche. Sta sulla soglia della stanza, già vestito con il suo impeccabile completo grigio, tamburellando impaziente sullo schermo del suo costoso smartphone.

Anna Rossi è seduta sul bordo del divano, stringendo tra le mani una vecchia borsa logora. Non risponde, ma alza lentamente gli occhi azzurri, ormai sbiaditi dal tempo. Nei loro abissi scintilla una tristezza così silenziosa e onnipresente che Davide, per un attimo, si sente a disagio. Sghemba lo sguardo sul tappeto sbiadito con disegni orientali.

È il testimone di tutta la sua infanzia.

Silvia ha prenotato il taxi per le dieci, prosegue, evitando lo sguardo della madre. Il medico della casa di cura ci aspetta per le undici. Dice che le condizioni sono ottime: aria fresca, quattro pasti al giorno, assistenza medica 24 ore su 24. Ti starà meglio lì, mamma. Molto meglio che qui, da sola.

Lei rimane in silenzio, stringendo la borsa ancora più forte.

In quel silenzio Davide avverte un rimprovero assordante. Si sente come un attore sul palco che recita battute imparate e false.

Casa di cura.

Che frase elegante, fluida, ha trovato con Silvia per sostituire un altro termine più duro, più burocratico, più carico di rassegnazione: casa di riposo. La struttura più economica che hanno potuto trovare entro cento chilometri da Bergamo.

Il pensiero lo fa accigliarsi. La discussione di ieri con la moglie riecheggia ancora nelle orecchie.

Davide, non ce la faccio più, dice Silvia, camminando nervosamente nella loro cucina impeccabile di una villa campestre. Abbiamo speso tutti i risparmi nella ristrutturazione. Voglio la terrazza con i divani in vimini, non questo caos. E tua madre è un peso al collo.

È mia madre, risponde lui, esausto.

Proprio così. E le impedisce di vivere. La pressione è altalenante, dimentica di spegnere il gas. Lultima volta quasi prende fuoco. E il suo appartamento, quel vecchio palazzone, è vuoto: paghi le utenze per nulla, potremmo venderlo e finire la nostra casa.

Silvia ha ragione, almeno dal punto di vista pratico. La madre è davvero più smemorata, più fragile. Da quando il padre è morto cinque anni fa, è come se fosse svanita, e la casa, sogno di tutta la sua vita, simbolo del suo successo, richiede continui investimenti. Vendere lappartamento di Anna risolverebbe tutto.

È temporaneo, si convince Davide, osservando la madre che si alza a fatica dal divano. Solo finché non finiamo i lavori. Poi la porteremo da noi.

Ma nel profondo sa di mentire.

Nella loro nuova casa moderna, dal design ricercato, non cè posto per una donna anziana dal profumo di medicinali e dai passi timidi.

Anna si avvicina al comò dove sono sistemate foto in cornici di legno vecchio. Ecco lei, giovane, con il marito. Ecco Davide, al primo anno di scuola, con un grande mazzo di garofani.

E poi prende in mano una foto che Davide odia da bambino: due adolescenti. Davide, magro, biondo, con un ghigno provocante. E il fratello maggiore Nicola.

Capelli scuri, serio, con lo stesso sguardo penetrante della madre. Nicola guarda la foto come se sapesse qualcosa su Davide che nessun altro conosce.

Oggi Nicola compirebbe cinquanta anni, sussurra Anna.

E le lacrime scendono per la prima volta nella sua voce.

Se solo non fosse stato quel terribile incidente in militare

Mamma, basta, la interrompe bruscamente Davide. Sono passati trentanni. Basta vivere nel passato.

Quasi strappa la foto dalle sue mani e la riposiziona sul comò, evitando di guardare il fratello negli occhi. Il ricordo di Nicola è sempre stato per lui una fastidiosa irritazione, un promemoria costante che non era lunico amato. Almeno così gli sembrava. La madre osservava il figlio maggiore con una tenerezza e un dolore che a lui erano incomprensibili.

Sospira e, indossando il suo vecchio cappotto di velluto, si avvicina. Davide laiuta, cercando di non toccare le spalle fragili e secche.

Quando escono dallappartamento, Anna si ferma un attimo sulla soglia e si volta.

È un addio.

Non agli oggetti, né alle pareti. Alla vita che è passata lì.

Già li attende il taxi. Il conducente, un uomo serio, li scruta con sguardo valutante e apre silenziosamente il bagagliaio per una piccola valigia.

Dove andiamo? chiede, quando salgono in macchina.

Davide indica lindirizzo nella periferia di Bergamo.

Casa di cura Rifugio Serenità.

Il nome suona come una beffa amara.

Durante il tragitto Anna non pronuncia una parola. Guarda fuori dal finestrino le strade che scorrono, la gente che corre ai propri affari, gli alberi che già si preparano allinverno. Davide vede nel vetro il suo riflesso: una piccola figura curva, separata da questo mondo da un muro invisibile.

La colpa, fredda e appiccicosa, comincia a stringersi alla gola. Prova a scacciarla accendendo la radio, ma la musica pop allegra suona in modo blasfemo. La spegne. Il silenzio diventa ancora più opprimente.

Per romperlo, riprende la parte del figlio premuroso che ha memorizzato:

Ti verrò a trovare ogni fine settimana, mamma, e ti chiamerò tutti i giorni. Silvia ti manda un saluto. Dice che appena finiamo la terrazza, ti riporteremo subito a casa.

Anna gira appena la testa.

Non promettere, Davide, dice piano. Non è necessario.

Lui stringe le labbra e si volta.

La casa di cura è un edificio di due piani, con intonaco scrostato e uninsegna pendente. Nel cortile ci sono due panchine; su una è seduto un vecchio in berretto di lana, con gli occhi vuoti. Quel sguardo mette a disagio Davide.

Eccoci, esclama allegro, pagando il conducente.

La madre scende lentamente, appoggiandosi al suo braccio. Per un attimo si ferma davanti al cancello, sperando che lui cambi idea, che rida, che dica: «Mamma, torniamo a casa, non posso farlo».

Ma Davide resta in silenzio.

Dentro odora di candeggina, di cavolo verza e di sapone economico. Da qualche parte nei corridoi tossisce un anziano, qualcuno chiama linfermiera. Sulla parete pende un cartellone sbiadito con anziani sorridenti, felici, così forzatamente allegri da rendere latmosfera ancora più malinconica.

Alla reception è seduta una donna di circa trentacinque anni in camice bianco. I capelli scuri sono raccolti in un nodo stretto, il viso è stanco, di unindifferenza abituale. Sul badge leggono: Marina Galli.

Cognome, nome, patronimico? domanda, aprendo una nuova tessera.

Rossi Anna, risponde rapidamente Davide.

Linfermiera annota.

Data di nascita?

Davide parla ancora per la madre.

Malattie? Pressione, cuore, diabete?

Pressione, dice. A volte smemoratezza. Ma in generale è tranquilla, non conflittuale. Tutti i documenti sono qui.

Stende sul tavolo una cartella, come se consegnasse un rapporto inutile.

Marina sfoglia i fogli, segna qualcosa, formula domande con voce monotona. Anna è seduta su una sedia, la borsa tra le ginocchia, e fissa le proprie mani.

Cognome da nubile? chiede linfermiera, compilando i moduli.

Lamberti, risponde lanziana.

La penna si blocca sopra la carta.

Marina solleva lentamente gli occhi. Non cè più indifferenza, solo terrore e un riconoscimento quasi doloroso.

Scusi può ripetere, per favore?

Lamberti, dice Anna. Prima del matrimonio ero Lamberti.

Linfermiera impallidisce.

Anna Lamberti di Valle di Scalve?

Davide si irrigidisce.

Che importa? ribatte, irritato.

Marina non lo guarda. Fissa solo la donna anziana.

Avevate un figlio, Nicola?

Davide, accanto a loro, si impallidisce.

Anna rabbrividisce come se fosse stata colpita.

Sì, sussurra. Nicola. Il mio Kolya.

Serviva nellesercito di Peschiera? Trentanni fa?

Lanziana stringe il palmo al petto.

Come lo sapete?

Linfermiera si alza lentamente. Le labbra tremano.

Perché mia madre si chiamava Tiziana. Lavorava in un ospedale militare. Nicola Rossi vostro figlio era mio padre.

La stanza si fa così silenziosa che si sente lacqua gocciolare dal rubinetto dietro le pareti.

Che sciocchezza! si riprende Davide. Che inventate! Mamma, non ascoltare.

Marina apre un cassetto e tira fuori una vecchia busta logora. Con la delicatezza di chi tocca una reliquia, estrae una foto. Ritrae Nicola in uniforme, sorridente, goffamente felice, accanto a una ragazza con una lunga treccia.

Sua madre ha custodito questa tutta la vita, dice Marina. Non ha avuto tempo di scrivervi. Dopo la morte di Nicola i suoi genitori lhanno portata in unaltra città. Poi è nata io. Mi hanno raccontato che mio padre aveva una madre Anna LambertiRossi e un fratello minore, Davide.

Anna prende la foto con le dita tremanti.

Signore mio esala. Kolya

Marina si avvicina, si inginocchia accanto allanziana.

Lho cercata per anni. Sui vecchi indirizzi, negli archivi. Ma voi vi spostavate, il cognome cambiava, i dati sparivano. Pensavo di non trovarvi più. E oggi siete qui, davanti a me.

Davide resta immobile. Il suo volto è quello di chi ha perso il sostegno sotto i piedi.

Non cambia nulla, dice infine. La mamma ha bisogno di cure. Non possiamo

Noi? chiede timidamente Anna.

Davide si blocca.

Marina si alza.

Anna, devo farle una domanda. Vuole davvero restare qui?

Davide avanza di un passo, irritato.

Non capisce! Ha letà, la pressione, la smemoratezza! Sono io il figlio, decido io!

No, risponde Marina con calma. Finché la persona è capace, è lei a decidere.

Anna resta in silenzio a lungo. Poi guarda Davide, non con rabbia, né con accusa, ma con quella tristezza silenziosa che lo ha accompagnato fin dalla mattina.

Non voglio restare qui, Davide, dice. Volevo non ostacolarti. Ma morire in un luogo estraneo non è per me.

Davide apre la bocca, ma non trova parole.

Mamma

Lei scuote la testa.

Non serve. Hai già detto tutto. Anche con il silenzio.

Marina prende la sua mano.

Venga con me, almeno per qualche giorno. Poi decideremo cosa fare. Ho un piccolo appartamento, ma troviamo spazio. Mia madre ha sempre sognato di potermi chiamare nonna.

Anna piange in silenzio, come fanno gli anziani che hanno trattenuto le lacrime troppo a lungo.

Nonna, ripete Marina. Posso?

Lanziana annuisce e sorride per la prima volta nella giornata.

Davide osserva, incerto se provare rabbia, vergogna, paura o sollievo. Improvvisamente capisce che ha portato la madre in una casa di riposo credendola un peso, mentre lì ha trovato quello che lui stesso le aveva sottratto: una famiglia.

Unora dopo, Anna esce dal Rifugio Serenità non più da sola. Nella sua mano destra tiene la vecchia borsa, nella sinistra la mano della nipote.

Davide tenta di aiutarla a salire sul taxi, ma lei si allontana dolcemente.

Lo faccio da sola, figlio mio.

Quel da sola suona più minaccioso di qualsiasi accusa.

Lui resta alla porta finché lauto scompare al girarrotondo. Il suo cellulare vibra in tasca. È Silvia.

Allora? Hai firmato? chiede, irritata.

Davide guarda linsegna scrostata della casa di cura, la panchina vuota allingresso, e sente di non avere risposta.

Un mese dopo ritorna al vecchio palazzone per firmare la vendita dellappartamento. La porta la apre Marina. Dalla cucina salgono profumi di tè, mele secche e focaccia appena sfornata.

Anna è seduta al finestrino, circondata da vecchie foto: il marito, il giovane Davide con i garofani, Nicola in uniforme e una nuova immagine Marina che abbraccia la nonna.

Mamma, dobbiamo parlare, dice Davide.

Lei lo guarda con calma.

Per lappartamento?

Lui distoglie lo sguardo.

Silvia dice

So cosa dice Silvia, interviene lei, dolcemente. Ma non venderò lappartamento. Qui ci sono i ricordi. Qui cè la tua infanzia. Qui cè tuo fratello. E ora qui cè posto anche per la mia nipotina.

Quindi lhai scelta? chiede lui, amareggiato.

Anna osserva il figlio a lungo.

No, Davide. Sei tu che hai deciso che lamore si deve scegliere. Io ho amato Nicola. Ti amo ancora. E ho amato Marina fin dal primo sguardo. Il cuore di una madre non si riduce quando ne nasce un altro.

Lui tace.

Ti ho perdonato, dice. Ma non permetterò più a nessuno di decidere per me dove vivere e quando salutare la vita.

Davide annuisce. Per la prima volta da anni prova vergogna non verso la moglie, né verso la gente, né verso il suo stesso successo, ma verso quella piccola donna che un tempo non dormiva accanto al suo letto, lo accarezzava la testa e credeva che sarebbe diventato un uomo buono.

Se ne va in silenzio.

Anna rimane alla finestra. Marina le porge una tazza di tè e le avvolge le spalle con una scialle caldo.

Non ti senti fredda, nonna?

Lanziana sorride.

No, cara. Ora ho caldo.

Fuori incomincia a cadere la prima neve. Si posa sui vecchi alberi, sui tetti, sulla strada che una volta lavremmo portata via per dire addio, ma ora la riporta verso un nuovo inizio.

E per la prima volta in molti anni, Anna non si sente più fuori posto.

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La Vita in Ordine: Equilibrio e Serenità nello Stile di Vita Italiano