Don e Perlinetta

– Donato, Donatino, mangia almeno un po! E anche tutta lacqua è rimasta… Non hai nemmeno bevuto? Cosa dovrei fare con te?

Chiara si sedette sul gradino accanto al cane. Il grande pastore tedesco alzò appena la testa, poi la posò subito di nuovo sulle zampe.

– Lo so che ti manca… Mi manca tantissimo anche a me, davvero! Se solo sapessi quanto… singhiozzò Chiara, ma poi si ricompose in fretta.

Donato aveva sempre capito lumore di Chiara. Da quando, sette anni prima, era arrivato in casa loro, era stato il migliore comfort per lei nei momenti difficili. Era lunico con cui poteva piangere tranquillamente senza temere domande sciocche o consigli inutili, che a volte fanno solo più male. Lui si sedeva accanto a lei, le leccava le lacrime e quando lei si calmava, le portava il suo gioco preferito e il guinzaglio, pronto a uscire per una lunga passeggiata. Papà chiamava tutto questo arieggiare i pensieri.

Fu proprio il papà a portare a casa quel buffo e impacciato cucciolo dalle orecchie enormi.

– Fate spazio per lultimo arrivato! Si chiama Donato. Certo, sui documenti cè un nome impronunciabile, ma tanto vale accorciarlo.

Mamma era rimasta di sasso, ma Chiara rideva guardando Donato che, seduto nel corridoio, girava la testa da una parte allaltra cercando di capire dove fosse capitato.

– Non ci sarà più pace in questa casa… sospirò mamma, andandosene a cercare uno straccio, mentre papà fece locchiolino a Chiara.

– Ti piace?

– Papà, è fantastico! Ma perché?

– Il dottore me lha consigliato. Ha detto che per me ci volevano lunghe passeggiate e pensieri positivi. Quindi ho unito lutile al dilettevole. E poi lo sapevi che ho sempre voluto un cane.

– Certo che lo sapevo.

– Prima o poi bisogna realizzare i propri sogni, figliola, e penso che sia giunto il momento.

Adesso Chiara ne era sicura: Donato aveva allungato la vita di suo padre. I medici gli avevano dato meno di un anno di vita. Un uomo sempre sportivo e forte come lui, si era stupito non poco quando il cardiologo, guardando i suoi esami, aveva scosso la testa.

– Mi spiace, non ho buone notizie…

Papà non ascoltò troppo, cambiò un paio di cose, smise di fumare e andò di meno alle terme, ma per il resto continuò a vivere come sempre. Lavorava volentieri nellorto, curava con amore le sue rose e i meli, camminava a lungo e si era dedicato alladdestramento di Donato.

– Un cane deve essere educato, non viziato.

Chiara sospirò. Papà aveva preparato Donato a tutto, meno che alla sua assenza. La notte in cui se ne andò, Chiara si svegliò per uno strano e lugubre suono. Allinizio non capiva, poi si rese conto che era Donato che ululava. Mai prima, né dopo, lo avrebbe sentito fare un simile verso. Cera così tanto dolore, che anche mezzo addormentata aveva capito cosa fosse successo. Corse nella stanza dei genitori e la mamma, alzando gli occhi diventati scuri come il carbone le chiese:

– Chiarina, porta via il cane…

Appena Donato sentì la voce della mamma, tacque di colpo, fissò Olga la mamma di Chiara poi si sdraiò accanto al letto, dove papà giaceva immobile.

– Non se ne andrà, mamma. Non mandarlo via. Ha amato papà quanto noi…

I giorni seguenti si confusero in una sorta di incubo a volte scorrevano via come niente, altre volte parevano interminabili e Chiara avrebbe voluto gridare che tutto finisse.

Non si trasferirono subito nellappartamento in città, rimasero nella casa di campagna.

– Non ancora, Chiarina… non voglio. Qui mi sembra che lui sia ancora vicino.

– Mamma! Chiara la abbracciava, seriamente preoccupata. I mal di testa della mamma erano tornati, e Olga restava intere giornate chiusa in una stanza buia, mordendosi le labbra per non lamentarsi e non spaventare la figlia. Aveva sempre sofferto di emicrania, ma con il marito malato aveva proibito a sé stessa di stare male. Ora sentiva che tutto il dolore che avrebbe dovuto arrivare a poco a poco, le era crollato addosso in una volta sola, lasciandola senza fiato e senza forze.

Chiara le stava sempre attorno, impotente.

– Tranquilla, Chiarina, passerà. Si sistema tutto.

“Quando?!”, avrebbe voluto gridare Chiara, ma taceva, consapevole che la mamma era già allo stremo.

Donato, che da giorni non metteva più zampa in casa, passava tutto il tempo sul patio e scendeva solo ogni tanto in giardino. Allimprovviso, tornò e si mise accanto al letto di Olga. Chiara cercò inutilmente di convincerlo ad andare via: niente da fare. Restò quattro giorni vicino alla padrona, rifiutando qualsiasi cibo. Ogni tanto beveva un po dacqua, dalla scodella che Chiara gli aveva portato, quella vecchia che apparteneva a papà. Il quinto giorno, Olga aprì finalmente gli occhi sentendosi molto meglio niente più mal di testa, soprattutto aveva dormito tutta la notte. Piano piano si sedette, scese dal letto e quasi gridò quando sentì qualcosa di peloso sotto i piedi.

– Donato! Mi hai fatto paura! Che ci fai qui?

Il cane la guardò negli occhi e cera qualcosa nello sguardo che Olga si piegò e, sfiorandogli la testa, disse solo:

– Grazie…

Poi si alzò e andò in cucina. Chiara la trovò seduta sui gradini del patio a sgranocchiare un panino. Il pane era ormai duro e nel frigo non cera niente a parte un po di senape, ma per Olga era la cosa più buona che avesse mai mangiato.

– Mamma…

– Chiara, che disastro! Non cè più niente da mangiare in casa. Come hai fatto tutti questi giorni? E Donato? Sarà affamato!

– Non vuole niente, mamma. Tutto quello che provo a dargli, lo rifiuta…

Donato, sdraiato accanto a Olga, borbottò e chiuse gli occhi.

– Sempre così.

– Tuo papà ci tirerebbe le orecchie Metti su lacqua, tiriamo fuori se cè rimasta carne, devo fargli una pappa fresca.

Ora con Donato provarono in due, ma non servirono a nulla. Alla fine, stanco di sentirle, Donato si alzò, trascinando le zampe, e si avviò in giardino. Chiara e Olga si scambiarono uno sguardo.

– Lo portiamo dal veterinario. Lo perdiamo così comè. Olga si alzò decisa. Prendi le chiavi, io mi preparo.

Mentre Chiara trafficava con il cancello, Olga si vestì e bussò fuori.

– Donato! Donatino! Vieni qui, ragazzo!

Silenzio. Olga allora si addentrò tra i vialetti che il marito aveva creato con tanto amore. I suoi meli preferiti stavano lì, piegati sotto il peso dei frutti, pronti quasi da raccogliere. Lui era felicissimo della raccolta di quellanno! Olga scacciò i ricordi scuotendo la testa.

Un fruscio tra i lamponi la fece arrestare. Donato era lì, vicino ad una staccionata bassa che circondava il lampone, e ringhiava piano.

– Che cè, Donato? Un topo? O un riccio?

Un latrato e Olga notò che nellerba cera davvero qualcosa. Allargò le foglie e…

– E adesso questa ci mancava! Guarda un po!

Un minuscolo gattino, nemmeno capace di aprire gli occhi, pigolava a malapena. Donato sobbalzò quando Olga lo avvicinò al suo muso.

– Ma insomma, da cosa hai paura? Questo scricciolino non ti fa mica male. Eh Donatino, che si fa con lui? È cieco.

Donato, dopo un altro annusatina, si prese una testata nel naso dal gattino affamato. Olga sorrise.

– Allora? Che dici?

Donato lo annusò ancora e, a sorpresa, gli diede qualche leccata.

– Ho capito, andiamo a vedere che ne pensa Chiara.

Chiara rimase a bocca aperta vedendo Olga, Donato e il gattino arrivare alla porta.

– Mamma, dove eri finita? Cosè quello?

– Donato ha trovato un cliente… Olga sistemò il micino sul gradino e Donato si sdraiò accanto, subito intento a scaldarlo.

– Ma dai! E adesso che si fa?

– Intanto bisogna capire cosa mangia, ma a quanto pare la balia ce lha già.

Il gattino fu la salvezza di tutti. Donato si riprese e, dopo una bella lavata di capo da parte di Chiara, consumò finalmente un pasto.

– Se vuoi fare il papà, devi mangiare! gli spinse la ciotola sotto il naso. I genitori hanno bisogno di forza!

Donato si alzò, guardò il gattino che trotterellava verso la ciotola, e fece un verso di rimprovero.

– Ecco, inizia leducazione! Bravo Donato! Chiara osservò sollevata quella scena, consapevole che senza quel piccolo batuffolo forse Donato se ne sarebbe andato anche lui. I caratteri forti in quella casa non mancavano di certo.

Olga prese in mano il turno delle poppate notturne.

– Bimba, col pensiero alluniversità, ti serve il sonno; la piccola la seguo io.

Il micino crebbe in fretta: era una gatta!

– Come la chiamiamo? chiese Olga, tenendo la micina sulle ginocchia e difendendola da Donato che voleva strapparla per portarla nella cuccia. Donato, la smetti? Falla mangiare!

– Non lo so… Chiara giocherellava con un braccialetto di piccole perle turchesi, regalo del papà. Nulla di speciale, ma le piaceva tanto e ora non se lo toglieva mai. Improvvisamente il filo si ruppe e le perle rotolarono ovunque. Accidenti! quasi piangeva.

– Non disperare! Rinfilerai tutto su un filo nuovo. Ma che sia resistente! Aspetta… ecco lidea! Olga guardò la pancia piena della gattina e disse, Perla! Perfetto per una micia, no?

Donato, capito che la pappa era finita, afferrò la sua figlia e la trasportò nella cuccia per la pulizia serale.

– Mai avrei pensato che un cane così potesse diventare un papà modello.

– Verissimo! Chiara raccolse lultima perlina. Mamma, mi aiuti poi con il bracciale

Ma non finì la frase che Donato partì di corsa in giardino.

– Che succede? Chiara, non andare da sola! Olga la seguì preoccupata.

Il cane latrava sotto il grande melo. Chiara scoppiò a ridere: tre ragazzini, impauriti, stavano in cima allalbero.

Donato saltava cercando di raggiungerli.

– Donato! Qua. Zitto!

I ragazzi rimasero sbalorditi vedendo il cane sedersi subito al comando di Chiara.

– Caspita commentò quello più impolverato.

– Allora, ragazzi, che ci fate qui?

Si guardarono tra loro imbarazzati, e alla fine uno borbottò:

– Le vostre mele sono buonissime.

– Certo. Ma sono acerbe ora…

– Sempre buonissime, con un po di sale sono da leccarsi i baffi.

Chiara rise e tenne Donato al guinzaglio.

– Non avete avuto paura del cane?

– Lo sapevamo, ma ultimamente non muoveva mai un muscolo. Sempre sdraiato là.

– Allora spiavate? Chiara aggrottò la fronte.

– Più che voi, il cane. E come si chiama?

– Donato. Adesso scendete?

Si dissero si con la testa, titubanti.

– Su, non abbiate paura. Senza comando non fa nulla.

– Forza! Olga si avvicinò. Le mele le raccogliete quando maturano. Ora ci sono delle focaccine e un po di marmellata. Può andare?

I bambini scesero di corsa, Donato li studiava curioso, poi, quando uno allungò la mano per accarezzarlo, diventò docile.

– Posso toccarlo?

– Non hai più paura? sorrise Chiara. Vai pure.

Divorarono tutta la marmellata ai lamponi che Olga aveva preparato per linverno, anche se era rimasta poca. E vedere quei ragazzi felici, con la faccia sporca di marmellata e focaccine, riscaldò il cuore di Olga, che continuava a passare loro vasi e versava altro tè.

– Mangiate, che fa bene!

– Cosè quella? chiese il capobranco, Matteo, indicando Perla, la micetta, accoccolata tra le zampe di Donato.

– Donato si è trovato una figlia.

– Bella! Sembra la gatta di zia Rina.

– Allora chissà che sia scappata da lei… Olga annuì. Rina era la vicina.

– Ma adesso sua madre non la vorrà più. Matteo concluse serio. Odora di cane ormai.

– Donato non la lascia andare più. disse Olga, guardando il tavolo. Siete sazi?

– Sì grazie! gridarono in coro. Zia Olga, possiamo tornare domani?

– Venite pure! Ma la marmellata è finita.

– Ma le focaccine erano buonissime. Matteo accarezzò Donato e scappò giù per le scale. Andiamo a fare il bagno!

– Ma fa freddo!

– Non per noi! Siamo temprati! Vero ragazzi?

Chiara e Olga guardarono la banda uscire correndo dal cancello. Il giorno dopo, Olga fu svegliata da un abbaiare secco di Donato. Guardò fuori: tutti i ragazzi, guidati da Matteo, stavano strappando le erbacce dal vialetto.

– Buongiorno zia Olga! Focaccine ce ne sono?

– Certo! E oggi ve le faccio anche con luvetta!

Quei ragazzi divennero visitatori fissi del casale. Poi cominciò la scuola e Chiara rimase più spesso in città per gli esami e la tesi. Olga prese labitudine di fare limpasto la mattina ed aspettava i suoi piccoli aiutanti. Lavoravano in giardino, poi si sedevano a prendere il tè. Olga, scoprendo delle difficoltà scolastiche di Matteo, propose alla mamma di aiutarlo.

– Ho lavorato tanti anni a scuola, lascia fare a me.

– Ma, Olga, non ho soldi per le ripetizioni… balbettò la mamma.

– Chi ha detto che voglio essere pagata? Se ringrazio qualcuno sono io per tutto laiuto che mi avete dato!

Allinizio Matteo non ne fu contento, ma dopo il primo dieci nel tema, non disse più nulla.

Perla diventò una micia bellissima e vivacissima. Donato le faceva da papà modello, permettendole tutto, compreso avvicinarsi alla sua ciotola. Chiara, guardandoli dormire stretti insieme, diceva alla mamma:

– Non credi che sia davvero arrivata al momento giusto, mamma? Un piccolo angelo per tutti noi…

Lautunno ormai era arrivato e Olga, osservando la pioggia, iniziò a pensare di tornare in città. Ma Chiara arrossì e confessò che Giacomo, amore dei tempi del liceo, finalmente le aveva chiesto di sposarlo.

– Hai visto, Chiarina, meno male che papà ci ha lasciato la casa pronta. Lappartamento è vostro, io resto qui con Donato e tutti saremo contenti!

– Ma come fai da sola?

– Come tante persone! Non è solo una casa di campagna, lo sai, qui abita tanta gente anche dinverno. E la città è a due passi, con la macchina in dieci minuti ci sei. Su, non drammatizzare!

Chiara e Giacomo si sposarono in punta di piedi a fine novembre e per Capodanno Olga scoprì che sarebbe diventata nonna. Preparando la cena per la figlia e il genero, cantava di buonumore.

– Donato! Porta via Perla dai piedi, che me la schiaccio! Olga evitò per lennesima volta la gatta tra le gambe. E andatevi a fare un giro!

Aprì la porta e mandò fuori i due animali. Laria gelida la investì e lei si fermò qualche secondo sul portico. La sera prima era finalmente scesa la neve, e ora il giardino sembrava un presepe. Olga guardò Perla affondare tra i cumuli, rise e consigliò:

– Donato, tienila docchio, che se no poi non la troviamo più!

Chiuse la porta e si affrettò a tornare in cucina. Mise lanatra nel forno e si mise a preparare i panzerotti preferiti del genero.

Ad Olga, Giacomo era sempre piaciuto. Cresciuto dalla nonna dopo la perdita precoce dei genitori, era sempre stato un ragazzo gentile. Quando Chiara in quinta elementare aveva dichiarato che adesso si sedeva vicino a Giacomo, Olga era stata contenta. Mai avrebbe pensato allora che sarebbe stato suo genero, ma lidea le piaceva. La nonna di Giacomo era mancata poco tempo prima, e ora il ragazzo era ancora più legato a Olga, che per lui era diventata famiglia di cuore. Guardando Matteo, Olga vi ritrovava molte delle qualità che apprezzava in Giacomo.

– Diventerai un bravissimo ragazzo, Matteo, se continuerai così.

– Davvero, zia Olga? e tirava fuori la lingua, come un bimbo piccolo che si sforza tanto.

– Ma certo! Fammi vedere, che hai scritto oggi?

Olga leggeva i temi di Matteo con piacere: la sua testa disordinata partoriva idee freschissime, e anche se a volte erano un po confusionarie, Olga lo spronava sempre.

– Qui è molto buono! Anzi, bravissimo, davvero!

Mise la teglia col panzerotti nel forno, poi sentì Donato abbaiare forte, come contro uno sconosciuto. Aprì la porta: il cane stava saltando furioso sulla cancellata, cercando di uscire.

– Coshai Donato? Basta! Che sta succedendo? si infilò di corsa gli stivali e la sciarpa.

Quasi al cancello, notò che Donato era solo, la gatta non cera.

Aprì il cancello e si bloccò. Già in autunno, Giacomo e Matteo avevano sistemato tutta la recinzione, ma Perla aveva trovato la scorciatoia: il vecchio melo. Non voleva uscire, ma la neve caduta nella notte laveva travolta facendola cadere nella strada. Donato cercò in tutti i modi di proteggerla, ma fu inutile. Una sgradita sorpresa: un branco di cani randagi che aveva circondato Perla.

– No, Donato! Ti uccidono!

Donato ormai ansimava dalla fatica, poi improvvisamente da oltre la siepe arrivò una palletta di neve che colpì il capo della piccola gang canina, facendo confusione. Poi altre e altre ancora. Ai cani scappò la voglia di combattere, spaventati.

Matteo si arrampicò sulla staccionata con una nuova manciata di neve.

– Lasciate stare la nostra Perla! urlò coi pugni in aria contro i cani in fuga.

– Oh, Matteo! Che gioia vederti! Olga si appoggiò al cancello tremando. Che fai qui?

– Lanciavamo i petardi! È Capodanno! Non lo dica a mamma, eh!

In fondo alla via arrivò la macchina di Chiara.

– Ehi, cè Chiara. Domani ci sono le focaccine?

– Per te preparo anche il millefoglie! Portati tutta la squadra! Facciamo festa grande! E Matteo…

– Sì? già pronto a saltare di sotto.

– Grazie!

Matteo annuì, sparendo tra la neve. Olga vide Donato afferrare Perla per la collottola e riportarla in cortile.

– Prima o poi il guinzaglio per la tua figlia te lo prendo io, papà-cane!

La micia, impaurita, passò la notte tutta addosso a Donato, ignorando persino Chiara. E solo allalba, mentre Chiara finalmente si sdraiava a dormire, Perla saltò nel letto e si fece un nido vicino alla pancia della ragazza. Chiara abbracciò da una parte il marito, dallaltra la gattina, e si addormentò, senza sentire Donato che si accovacciava accanto al letto.

Due anni dopo, Olga mise sul fuoco una pentola di marmellata e guardò la figlia nel giardino, intenta a raccogliere mele con Matteo.

– Dorme ancora? chiese, mescolando la marmellata.

– Dorme.

– Faccio un salto a vedere?

– Lascia, mamma. Hanno tutte e due le tate al lavoro.

Chiara allungò la mano al ramo successivo, Olga abbassò il fuoco e uscì sul patio. La nipotina dormiva serena nella carrozzina, con Perla accoccolata vicino che faceva le fusa, e Donato steso accanto sui listoni caldi. Lui alzò la testa, interrogativo.

– Va bene così! Tutto a posto, lasciamola dormire.

Olga grattò il cane dietro le orecchie, carezzò la gatta che fece le fusa più forte e sistemò la copertina alla nipotina, sorridendo felice.

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five × three =

Don e Perlinetta
L’allievo alla fermata L’autobus continuava a non arrivare e il vento dal fiume sferzava il viso, insinuandosi sotto il bavero. Pietro Serafini si spostò da un piede all’altro, tastò l’abbonamento nel taschino e tornò a scrutare la strada. Secondo l’orario, il bus sarebbe già dovuto passare, ma sul display lampeggiava solo l’orario e una pubblicità scorrevole. Intorno, la gente si stringeva nelle sciarpe, qualcuno borbottava, altri fissavano silenziosi i telefoni. Stava leggermente defilato rispetto alla pensilina per non sentire alle sue spalle la voce alta di chi discuteva di prezzi e politica. Le dita sotto i guanti dolevano, la schiena tirava. Al mattino aveva accompagnato il nipotino all’asilo, poi era passato dal medico per una ricetta, adesso andava verso il supermercato dove ogni tanto aiutava in magazzino. Non per soldi, piuttosto per non marcire in casa. La pensione bastava, ma erano i giorni vuoti a pesare più della mancanza di euro. Un tempo, arrivava allo stabilimento alle sette del mattino e usciva che ormai era buio. Caposquadra della meccanica, responsabile delle macchine e delle persone, doveva garantire il piano di produzione. Allora sembrava che senza di lui si sarebbe fermato tutto il reparto. Adesso lo stabilimento non c’era più: sui capannoni stavano costruendo un centro commerciale con un’insegna luminosa. Nessuno lo consultava, non riceveva chiamate, inviti a riunioni. L’ultima volta che lo avevano invitato a un anniversario della fabbrica era stato dieci anni prima, poi sia le feste sia la fabbrica erano sparite. Pietro Serafini si sorprese a ripercorrere di nuovo, come in un corridoio circolare, tutti quei “prima”. Si riscosse, provando a distrarsi leggendo i volantini incollati al vetro della fermata: corsi di inglese, riparazione di lavatrici, offerte per facchini. Forse anche il suo nome potrebbe stare tra quelli, se avesse avuto il coraggio di offrire lezioni private di tornitura. Ma ormai, con tutto computerizzato… Dalla pensilina uscì qualcuno, richiuse forte la porta e si mise accanto a lui, sospirando rumorosamente. Arrivò una folata di aria gelida e un vago odore di farmacia. — Scusi, il trentadue è già passato? — chiese una voce maschile, un po’ roca. Pietro girò la testa. Di fronte aveva un uomo alto sui trentacinque, giubbotto scuro, berretto tirato sulla fronte. Le guance screpolate, un’ombra sotto gli occhi, una borsa a tracolla nera. Sorrise con una smorfia, mostrando il tipico spazio tra i denti davanti. — Non l’ho visto, — rispose Pietro. — Sono qui da venti minuti, ancora niente. — Capito… — l’uomo sospirò, guardando la strada. — Come sempre. Sembrava intenzionato a tornare sotto la pensilina, ma rimase lì. Pietro stava ormai per voltarsi, quando notò sulla sua borsa una piccola spilla metallica a forma di utensile da tornio. Medaglie così le davano in fabbrica per proposte innovative. Gli tornò in mente una sensazione familiare, e un nome gli sfiorò la coscienza. — Mi scusi, — iniziò l’uomo, aguzzando lo sguardo. — Non lavorava per caso in fabbrica, nel reparto meccanica? Pietro Serafini si raddrizzò leggermente. — Sì, ci lavoravo. Un tempo ormai, — rispose, scrutando meglio il volto del suo interlocutore, gli occhi chiari, attenti. — E tu, come fai a saperlo? L’uomo rise di colpo. — Ho fatto pratica con lei, — disse. — All’ITIS, ‘98, gruppo M3. All’epoca… — si fermò, — ero un ragazzino, sempre col cappello. Mi chiamavo Sascha. Il nome scattò a posto come un pezzo di puzzle. Pietro Serafini ricollegò il giovane uomo davanti a sé al magro ragazzino di allora, la giacca un po’ lisa, le orecchie sporgenti e quello stesso sorriso unico. Stava alla macchina, stringeva l’utensile con l’angolo sbagliato e insisteva a fare di testa sua. — Sascha… Climati? — chiese cauto. — Sì, — l’uomo sorrise largo. — Pensavo non si ricordasse di me. — Invece sì, — rispose Pietro. — Allora hai rotto tre utensili di fila. Ti ho urlato dietro come un matto. Sascha rise, buttando indietro la testa. — È vero. Mi ha detto che non sarei mai diventato un tornitore decente se continuavo solo a pensare alla pausa sigaretta. Pietro sentì il calore salire al viso. Chissà quante ne aveva dette, ai ragazzi, nervoso per il piano, per i controlli. Le parole uscivano da sole, senza immaginare restassero davvero. Ora, lì fermo al vento, si vergognava di ogni tono troppo duro. — Eh, — borbottò, — chissà che altro dicevo. Sascha scosse la testa. — E invece, sa, me le ricordo ancora quelle parole. Dopo di allora, la prima volta mi sono fermato da solo dopo il turno per capire perché rompevo sempre gli utensili. Lei stava già andando via, ricorda? Sono rimasto lì da solo, finché lei è tornato. L’immagine gli apparve nitidissima. Rumore del reparto, le luci gialle, l’odore di olio emulsionato, il pavimento bagnato di trucioli. In spogliatoio già sbattevano gli armadietti, ma lui, Pietro, era tornato per la cartella dimenticata. E aveva trovato Sascha ancora lì, a stringere le labbra mentre aggiustava i parametri. — Eh, sì che sono tornato, — disse Pietro. — Ti feci vedere come regolare l’avanzamento. Tutto qui. Sascha lo guardò come a dire: non era affatto “tutto qui”. — Non si è limitato a mostrarmi, — aggiunse. — È rimasto con me un’ora, fino a quando hanno spento le luci. Si ricorda il capo turno che mormorava perché eravamo ancora lì? E lei: “Fallo finire, altrimenti torna qui coi pezzi scadenti”. — Sascha sorrise. — È stata la prima volta che sentivo che a qualcuno importava davvero se ce l’avrei fatta o no. Pietro strinse le spalle, sentendo qualcosa sciogliersi dentro. — Era solo il mio lavoro, — disse. — Se sbagliavi i pezzi, toccava a me rispondere. — Forse, — ammise Sascha. — Però avrebbe potuto semplicemente rimproverarmi ed escludermi. Come facevano gli altri. Volse lo sguardo oltre la strada. — Per via di quella sera non mollai la scuola, — disse quasi tra sé. — In che senso? — chiese Pietro. — Stavo per lasciarla, l’ITIS, — spiegò Sascha. — Avevo deciso di andare a fare il facchino. La scuola non andava, in casa liti, soldi pochi. Ma dopo quella sera pensai che magari non ero proprio senza speranza. Arrivai al diploma, poi in fabbrica. Lei era già passato a un altro reparto, ci siamo visti poco. Il vento si fece ancora più forte, sollevando cartacce. Pietro cercava di sovrapporre le due immagini: il ragazzino alla macchina e l’uomo lì accanto, dalla voce chiara e sicura. — Sei rimasto in fabbrica fino alla fine? — domandò. — Fino alla chiusura, — confermò. — Ora sono in una piccola azienda, facciamo pezzi per strumenti medici. Sono il responsabile di reparto. Sorrise un po’ impacciato a quella parola “responsabile”. — I ragazzi sono giovani, — continuò. — Computer, disegni digitali. Però io spiego a mano, come faceva lei. All’inizio ridono, poi vedono che si fa prima. In lontananza arrivò un autobus, che però non era il loro. La gente sospirò in coro e tornò ai telefoni. Pietro avvertì uno strano calore dentro la malinconia. — Quindi non hai studiato invano, — disse. — No, per niente, — rispose serio Sascha. — Volevo trovarla da tempo. Con i ragazzi la ricordavamo, ho cercato anche il suo nome su internet, ma si trova solo qualche vecchia circolare. — Figurati, io e internet… — rise Pietro. — Il mio telefono ha ancora i tasti. Mia nipote ride. — Anche mio padre è così, — annuì Sascha. — Brontola ma non lo cambierebbe. Rimasero in silenzio. Il vento calò un attimo, qualcuno dietro starnutì. Pietro si accorse che il rancore dell’ultimo periodo sembrava arretrare. Oltre i turni, le consegne e le autorità, c’erano ragazzi per cui aveva fatto la differenza. — Lei ora dove sta? — chiese Sascha. — Lavora ancora? — Sono in pensione, — rispose Pietro. — Ogni tanto do una mano in magazzino, in un negozio di materiali edili. Faccio più carta che fatica: almeno la schiena ringrazia. — Meglio così, — annuì Sascha. Tacque, poi improvvisamente propose: — Se ha tempo… Le va un caffè? C’è un bar buono dietro l’angolo. Arriverò tardi a un appuntamento, ma mi perdoneranno. Pietro guardò l’orologio: mancava ancora un’ora e mezza al turno. Gli sarebbe bastato. — Ho tempo, — rispose. — Andiamo. L’autobus arrivò poco dopo. Salirono, stringendosi tra i passeggeri. Sascha passò la tessera, poi si voltò: — Pago io. — Non serve, — si schermì Pietro, ma Sascha aveva già avvicinato la sua carta. — Consideri che sono interessi, — sussurrò. Dentro era caldo, odorava di gomme e profumo. Pietro si teneva al corrimano e guardava fuori: le strade, i palazzi, gli stessi percorsi dove i suoi apprendisti andavano in officina, rumorosi con tubi porta progetti sotto braccio. Ora per lo più erano altri volti. Il bar era piccolo, con grandi finestre sull’incrocio. Dentro caldo, musica leggera. Si sedettero vicino alla vetrata, tolsero i giubbotti. Sascha ordinò due americani e dei dolci. — Mangio dolci quando sono nervoso, — spiegò. — Oggi sono… emozionato. — Non c’è da agitarsi, — brontolò Pietro, ma anche lui sentiva una certa tensione. Incontrare un allievo dopo oltre vent’anni era come aprire un vecchio registro e scoprire che qualcuno ha aggiunto a matita nuove pagine. — Mi racconti, — disse Sascha quando la cameriera si allontanò. — Come è arrivato in fabbrica? Da ragazzo non ho mai sentito tutta la storia. Pietro fece spallucce. — Come tanti. Dopo la leva, lavoravo, poi promosso, e avanti fino alla pensione. Niente di speciale. — Non ci credo, — scosse la testa Sascha. — Sembrava sempre che sapesse tutto. — Sembrava, — sorrise Pietro. — Anche io agli inizi ne combinavo. Ma allora si badava di più alle conseguenze. Un errore, pezzi scartati, piano saltato. Superiori sopra, operai sotto. E toccava fingere di avere tutto sotto controllo. Assaggiò il caffè. L’amaro bruciava gradevolmente. Il dolce era troppo zuccherato ma ne prese comunque un morso: dentro c’era una marmellata che sapeva d’infanzia. — Si ricorda dei suoi ragazzi? — chiese poi. — Di quelli che dopo arrivarono in officina? — Qualcuno sì, — assentì Sascha. — Con Nicola siamo ancora amici, ora lavora in turni a Bergamo. Eugenio è emigrato in Germania, fa l’operatore CNC. Mezza classe è sparsa per il mondo. Ma chi è rimasto, la ricorda. Pietro alzò le sopracciglia, stupito. — Come mai? — Quando ci portava in officina non ci faceva solo vedere i pezzi. Ricorda come ci mandò tutti dal vecchio fresatore con le mani che tremavano? — Andrea Petroni? Già. Aveva l’occhio come un calibro. Sentiva dal rumore se un cuscinetto stava morendo. — Appunto. Quando ci disse: “Imparate ora, il resto lo trovate sui libri”. Poi mi sono ricordato spesso di quello. Quando hanno lasciato gli ultimi vecchi in reparto, ho cercato di farli incontrare ai ragazzi. Per non perdere qualcosa che conta. Sorrise. — Finisco spesso col parlare come lei, — ammise. — Soprattutto quando sgrido. — Non imitarlo troppo il mio tono, — si schermì Pietro. — Ero… brusco. Ancora mi stupisco che mi abbiate sopportato. — Si sentiva che aveva a cuore chi era con lei, — replicò Sascha. — Non urlava solo. Dopo spiegava. Ancora ricordo come mi correggeva la mano sull’avanzamento. Mio padre allora era in ospedale, io avevo la testa altrove. Lei senza chiedere nulla si fermò: “Stai calmo. Non correre. Il pezzo non scappa”. Mi è tornato utile spesso dopo. Pietro guardò fuori. Oltre il vetro, la gente correva, auto ferme al semaforo. Cercò di ricordare quel giorno ma la memoria taceva: uno dei tanti passati a sistemare mani, traiettorie, affilature. — Non sapevo che tuo padre fosse malato, — disse piano. — Non l’ho detto a nessuno, — scattò Sascha. — Mi vergognavo. Era senza lavoro, poi la salute peggiorò. Ma non conta. Lei fu il primo adulto a non compatirmi o giudicarmi. Si comportò da persona. E quello conta. Sascha tacque, tutto concentrato sul dolce. Pietro sentì un nodo in gola. Pensò a quando anche lui, da ragazzo, cercava almeno un anziano che non urlasse o lo liquidasse con una pacca. A quando un vecchio attrezzista gli aveva detto: “Non temere la macchina, ma la tua pigrizia”. Sembrava una battuta semplice, ma era rimasta impressa per tutta la vita. — Quindi non avevo torto a essere severo con voi, — provò a scherzare. — Per nulla, — ripeté serio Sascha. — Ho dodici persone sotto ora. Tre sono appena usciti dal tecnico. Se li lasci andare, vanno a fare i rider. È più facile. Ma se ci credi un po’, li sostieni, fra qualche anno stanno ad insegnare agli altri. Mi chiedo spesso da dove mi venga questa idea. Poi mi ricordo di lei. Sorrise, e negli occhi si accese qualcosa di caloroso. — Avrebbe potuto bocciarmi, — aggiunse. — Ricorda quando saltai una settimana per lavorare al mercato? Il preside voleva buttar giù i documenti. Lei insistette: “Glielo concediamo un secondo giro. Se sbaglia ancora, lo mando via io”. La memoria gli riportò la scena: lo studio del preside, il tavolo segnato, odore di fumo. Seduto, Sascha con lo sguardo basso, il preside rosso che sbraitava. E lui, Pietro, che a sorpresa diceva: “Proviamo a dargli ancora una possibilità. Se scivola di nuovo, ci penso io”. — Ricordo… Ti eri arrabbiato con me. — Eccome! — rise Sascha. — Pensavo fosse solo cattiveria. Poi ho capito che se non fosse intervenuto io avrei mollato. E chissà dove sarei ora. Finì il caffè, mise giù la tazzina e guardò Pietro dritto negli occhi. — Era tempo che volevo dirglielo, — confessò. — Grazie. Non perché mi ha salvato, quello l’ho fatto da solo. Ma per aver fatto il suo dovere fino in fondo. È tanto, più di quanto sembra. Le parole rimasero in sospeso, semplici. Pietro sentì dentro scattare qualcosa, come il bullone ben oliato di una vecchia macchina. Vedeva all’improvviso tutta la sua vita non come turni e relazioni, ma come una catena di persone che erano passate da lui. Qualcuno se n’era andato, qualcuno era rimasto. Forse alcuni lo ricordavano con astio, ma davanti aveva una persona grata. — Allora, — disse per non intenerirsi troppo. — Quanto le devo per il caffè? — Niente, — rifiutò Sascha. — Sono io che devo a lei. E non solo un caffè. Rimasero ancora un po’, fra ricordi e aneddoti. Parlarono delle vecchie macchine, delle prime chiusure, di come i giovani evitano responsabilità. Pietro si sorprese a dare ancora consigli. Quando uscirono, aveva cominciato a nevicare fine. La strada lucida, la gente affrettava il passo. La ferramenta era a dieci minuti, ma Pietro non aveva fretta. — L’accompagno, — propose Sascha. — Tanto vado da quella parte. Parlava del figlio, del plastico, dell’odio per la matematica. Pietro pensava al nipotino e ai suoi cartoni. — Portalo da me, se ti va, — disse d’istinto. — Gli mostro come si affila un utensile. In cucina, con la vecchia mola. Se gli piace. Sascha sorrise. — Volentieri. Mi dia l’indirizzo. Davanti all’ingresso del negozio si fermarono. L’insegna grande, le porte scorrevoli, i carrelli. Qui Pietro si era sempre sentito un po’ spaesato, come in un mondo nuovo, lucido ma effimero. — Eccomi a lavoro, — disse. — Tu vai dall’altra parte, immagino. — Sì, — annuì Sascha. — Ma… Le posso telefonare qualche volta? Se non le dispiace. Per parlare, o per chiedere qualcosa. — Chiama pure, — rispose Pietro. — Meglio non la sera, mia nipote mette i cartoni e c’è casino. Si scambiarono il numero. Sascha lo salvò come “Pietro Serafini officina” e glielo mostrò. — Giusto, — annuì Pietro. Si strinsero la mano. La stretta di Sascha era calda, forte. Pietro si sentì per un attimo non più un anziano davanti a un negozio, ma un caporeparto che lascia il ragazzo a un turno da solo. — Grazie ancora, — disse Sascha. — Per tutto. — Vai, — fece Pietro con la mano. — Non far tardi al tuo incontro. Sascha si avviò incurvato contro il vento. Dopo pochi passi si voltò e salutò. Pietro ricambiò. Rimase a guardarlo finché non sparì sull’angolo. Dentro era calmo; nessun rancore, nessun peso. Solo un tepore costante, come quando sai d’aver fatto bene il tuo lavoro, il pezzo perfetto, e puoi spegnere la macchina. Entrò, salutò la ragazza alla cassa, passò tra gli scaffali. Sui banchi scintillavano avvitatori, trapani, livelle. In un angolo, alcuni vecchi pialletti manuali, impolverati. Si fermò a guardarli, come si fa con vecchi amici. In spogliatoio si cambiò, prese la vecchia cartella. Dentro, una foto stinta: il reparto, i ragazzi giovani in tuta, lui al centro ancora con i capelli folti. Di solito non la tirava fuori, ma oggi le dita avevano cercato la carta da sole. Sulla foto alcune facce si distinguevano: uno era andato a Milano, uno sempre in ritardo. Tra tutti, ritrovò il Sascha ragazzino, col cappello e quello stesso sorriso. La scrutò. — Ti sei fatto trovare, allora, — sussurrò. La foto tremò nelle sue mani, non per debolezza, ma perché nel petto ora era più chiaro. La ripose accanto al vecchio blocco note con formule e nomi di operai. Chiuse l’armadietto, si appoggiò. Ora nella testa non giravano più rimpianti: solo volti, voci, risate. E la consapevolezza semplice che il suo lavoro non era andato perduto: viveva nelle mani e nelle parole di altri, anche se ora i torni sono computerizzati. Si drizzò, si sistemò la giacca e andò verso la sala, dove lo attendevano documenti e scatoloni. Passando tra gli attrezzi prese in mano un piccolo set di lime. Le girò, vide il prezzo. — Le prende? — chiese il commesso. — Più tardi, — rispose Pietro. — Ci penso ancora un attimo. Ma già sapeva cosa avrebbe fatto: la sera, col nipote, avrebbe tirato fuori la mola dal balcone, dato una pulita, controllato il filo. Gli avrebbe mostrato come il metallo cede, se la mano è ferma. Non per farne un tornitore. Solo per passare il testimone: quello che aveva ricevuto e che aveva trasmesso ai suoi ragazzi. A questo pensiero sentì caldo, più che col tè; sorrise a se stesso e riprese il cammino, con il passo stranamente più leggero di quella mattina.