– Donato, Donatino, mangia almeno un po! E anche tutta lacqua è rimasta… Non hai nemmeno bevuto? Cosa dovrei fare con te?
Chiara si sedette sul gradino accanto al cane. Il grande pastore tedesco alzò appena la testa, poi la posò subito di nuovo sulle zampe.
– Lo so che ti manca… Mi manca tantissimo anche a me, davvero! Se solo sapessi quanto… singhiozzò Chiara, ma poi si ricompose in fretta.
Donato aveva sempre capito lumore di Chiara. Da quando, sette anni prima, era arrivato in casa loro, era stato il migliore comfort per lei nei momenti difficili. Era lunico con cui poteva piangere tranquillamente senza temere domande sciocche o consigli inutili, che a volte fanno solo più male. Lui si sedeva accanto a lei, le leccava le lacrime e quando lei si calmava, le portava il suo gioco preferito e il guinzaglio, pronto a uscire per una lunga passeggiata. Papà chiamava tutto questo arieggiare i pensieri.
Fu proprio il papà a portare a casa quel buffo e impacciato cucciolo dalle orecchie enormi.
– Fate spazio per lultimo arrivato! Si chiama Donato. Certo, sui documenti cè un nome impronunciabile, ma tanto vale accorciarlo.
Mamma era rimasta di sasso, ma Chiara rideva guardando Donato che, seduto nel corridoio, girava la testa da una parte allaltra cercando di capire dove fosse capitato.
– Non ci sarà più pace in questa casa… sospirò mamma, andandosene a cercare uno straccio, mentre papà fece locchiolino a Chiara.
– Ti piace?
– Papà, è fantastico! Ma perché?
– Il dottore me lha consigliato. Ha detto che per me ci volevano lunghe passeggiate e pensieri positivi. Quindi ho unito lutile al dilettevole. E poi lo sapevi che ho sempre voluto un cane.
– Certo che lo sapevo.
– Prima o poi bisogna realizzare i propri sogni, figliola, e penso che sia giunto il momento.
Adesso Chiara ne era sicura: Donato aveva allungato la vita di suo padre. I medici gli avevano dato meno di un anno di vita. Un uomo sempre sportivo e forte come lui, si era stupito non poco quando il cardiologo, guardando i suoi esami, aveva scosso la testa.
– Mi spiace, non ho buone notizie…
Papà non ascoltò troppo, cambiò un paio di cose, smise di fumare e andò di meno alle terme, ma per il resto continuò a vivere come sempre. Lavorava volentieri nellorto, curava con amore le sue rose e i meli, camminava a lungo e si era dedicato alladdestramento di Donato.
– Un cane deve essere educato, non viziato.
Chiara sospirò. Papà aveva preparato Donato a tutto, meno che alla sua assenza. La notte in cui se ne andò, Chiara si svegliò per uno strano e lugubre suono. Allinizio non capiva, poi si rese conto che era Donato che ululava. Mai prima, né dopo, lo avrebbe sentito fare un simile verso. Cera così tanto dolore, che anche mezzo addormentata aveva capito cosa fosse successo. Corse nella stanza dei genitori e la mamma, alzando gli occhi diventati scuri come il carbone le chiese:
– Chiarina, porta via il cane…
Appena Donato sentì la voce della mamma, tacque di colpo, fissò Olga la mamma di Chiara poi si sdraiò accanto al letto, dove papà giaceva immobile.
– Non se ne andrà, mamma. Non mandarlo via. Ha amato papà quanto noi…
I giorni seguenti si confusero in una sorta di incubo a volte scorrevano via come niente, altre volte parevano interminabili e Chiara avrebbe voluto gridare che tutto finisse.
Non si trasferirono subito nellappartamento in città, rimasero nella casa di campagna.
– Non ancora, Chiarina… non voglio. Qui mi sembra che lui sia ancora vicino.
– Mamma! Chiara la abbracciava, seriamente preoccupata. I mal di testa della mamma erano tornati, e Olga restava intere giornate chiusa in una stanza buia, mordendosi le labbra per non lamentarsi e non spaventare la figlia. Aveva sempre sofferto di emicrania, ma con il marito malato aveva proibito a sé stessa di stare male. Ora sentiva che tutto il dolore che avrebbe dovuto arrivare a poco a poco, le era crollato addosso in una volta sola, lasciandola senza fiato e senza forze.
Chiara le stava sempre attorno, impotente.
– Tranquilla, Chiarina, passerà. Si sistema tutto.
“Quando?!”, avrebbe voluto gridare Chiara, ma taceva, consapevole che la mamma era già allo stremo.
Donato, che da giorni non metteva più zampa in casa, passava tutto il tempo sul patio e scendeva solo ogni tanto in giardino. Allimprovviso, tornò e si mise accanto al letto di Olga. Chiara cercò inutilmente di convincerlo ad andare via: niente da fare. Restò quattro giorni vicino alla padrona, rifiutando qualsiasi cibo. Ogni tanto beveva un po dacqua, dalla scodella che Chiara gli aveva portato, quella vecchia che apparteneva a papà. Il quinto giorno, Olga aprì finalmente gli occhi sentendosi molto meglio niente più mal di testa, soprattutto aveva dormito tutta la notte. Piano piano si sedette, scese dal letto e quasi gridò quando sentì qualcosa di peloso sotto i piedi.
– Donato! Mi hai fatto paura! Che ci fai qui?
Il cane la guardò negli occhi e cera qualcosa nello sguardo che Olga si piegò e, sfiorandogli la testa, disse solo:
– Grazie…
Poi si alzò e andò in cucina. Chiara la trovò seduta sui gradini del patio a sgranocchiare un panino. Il pane era ormai duro e nel frigo non cera niente a parte un po di senape, ma per Olga era la cosa più buona che avesse mai mangiato.
– Mamma…
– Chiara, che disastro! Non cè più niente da mangiare in casa. Come hai fatto tutti questi giorni? E Donato? Sarà affamato!
– Non vuole niente, mamma. Tutto quello che provo a dargli, lo rifiuta…
Donato, sdraiato accanto a Olga, borbottò e chiuse gli occhi.
– Sempre così.
– Tuo papà ci tirerebbe le orecchie Metti su lacqua, tiriamo fuori se cè rimasta carne, devo fargli una pappa fresca.
Ora con Donato provarono in due, ma non servirono a nulla. Alla fine, stanco di sentirle, Donato si alzò, trascinando le zampe, e si avviò in giardino. Chiara e Olga si scambiarono uno sguardo.
– Lo portiamo dal veterinario. Lo perdiamo così comè. Olga si alzò decisa. Prendi le chiavi, io mi preparo.
Mentre Chiara trafficava con il cancello, Olga si vestì e bussò fuori.
– Donato! Donatino! Vieni qui, ragazzo!
Silenzio. Olga allora si addentrò tra i vialetti che il marito aveva creato con tanto amore. I suoi meli preferiti stavano lì, piegati sotto il peso dei frutti, pronti quasi da raccogliere. Lui era felicissimo della raccolta di quellanno! Olga scacciò i ricordi scuotendo la testa.
Un fruscio tra i lamponi la fece arrestare. Donato era lì, vicino ad una staccionata bassa che circondava il lampone, e ringhiava piano.
– Che cè, Donato? Un topo? O un riccio?
Un latrato e Olga notò che nellerba cera davvero qualcosa. Allargò le foglie e…
– E adesso questa ci mancava! Guarda un po!
Un minuscolo gattino, nemmeno capace di aprire gli occhi, pigolava a malapena. Donato sobbalzò quando Olga lo avvicinò al suo muso.
– Ma insomma, da cosa hai paura? Questo scricciolino non ti fa mica male. Eh Donatino, che si fa con lui? È cieco.
Donato, dopo un altro annusatina, si prese una testata nel naso dal gattino affamato. Olga sorrise.
– Allora? Che dici?
Donato lo annusò ancora e, a sorpresa, gli diede qualche leccata.
– Ho capito, andiamo a vedere che ne pensa Chiara.
Chiara rimase a bocca aperta vedendo Olga, Donato e il gattino arrivare alla porta.
– Mamma, dove eri finita? Cosè quello?
– Donato ha trovato un cliente… Olga sistemò il micino sul gradino e Donato si sdraiò accanto, subito intento a scaldarlo.
– Ma dai! E adesso che si fa?
– Intanto bisogna capire cosa mangia, ma a quanto pare la balia ce lha già.
Il gattino fu la salvezza di tutti. Donato si riprese e, dopo una bella lavata di capo da parte di Chiara, consumò finalmente un pasto.
– Se vuoi fare il papà, devi mangiare! gli spinse la ciotola sotto il naso. I genitori hanno bisogno di forza!
Donato si alzò, guardò il gattino che trotterellava verso la ciotola, e fece un verso di rimprovero.
– Ecco, inizia leducazione! Bravo Donato! Chiara osservò sollevata quella scena, consapevole che senza quel piccolo batuffolo forse Donato se ne sarebbe andato anche lui. I caratteri forti in quella casa non mancavano di certo.
Olga prese in mano il turno delle poppate notturne.
– Bimba, col pensiero alluniversità, ti serve il sonno; la piccola la seguo io.
Il micino crebbe in fretta: era una gatta!
– Come la chiamiamo? chiese Olga, tenendo la micina sulle ginocchia e difendendola da Donato che voleva strapparla per portarla nella cuccia. Donato, la smetti? Falla mangiare!
– Non lo so… Chiara giocherellava con un braccialetto di piccole perle turchesi, regalo del papà. Nulla di speciale, ma le piaceva tanto e ora non se lo toglieva mai. Improvvisamente il filo si ruppe e le perle rotolarono ovunque. Accidenti! quasi piangeva.
– Non disperare! Rinfilerai tutto su un filo nuovo. Ma che sia resistente! Aspetta… ecco lidea! Olga guardò la pancia piena della gattina e disse, Perla! Perfetto per una micia, no?
Donato, capito che la pappa era finita, afferrò la sua figlia e la trasportò nella cuccia per la pulizia serale.
– Mai avrei pensato che un cane così potesse diventare un papà modello.
– Verissimo! Chiara raccolse lultima perlina. Mamma, mi aiuti poi con il bracciale
Ma non finì la frase che Donato partì di corsa in giardino.
– Che succede? Chiara, non andare da sola! Olga la seguì preoccupata.
Il cane latrava sotto il grande melo. Chiara scoppiò a ridere: tre ragazzini, impauriti, stavano in cima allalbero.
Donato saltava cercando di raggiungerli.
– Donato! Qua. Zitto!
I ragazzi rimasero sbalorditi vedendo il cane sedersi subito al comando di Chiara.
– Caspita commentò quello più impolverato.
– Allora, ragazzi, che ci fate qui?
Si guardarono tra loro imbarazzati, e alla fine uno borbottò:
– Le vostre mele sono buonissime.
– Certo. Ma sono acerbe ora…
– Sempre buonissime, con un po di sale sono da leccarsi i baffi.
Chiara rise e tenne Donato al guinzaglio.
– Non avete avuto paura del cane?
– Lo sapevamo, ma ultimamente non muoveva mai un muscolo. Sempre sdraiato là.
– Allora spiavate? Chiara aggrottò la fronte.
– Più che voi, il cane. E come si chiama?
– Donato. Adesso scendete?
Si dissero si con la testa, titubanti.
– Su, non abbiate paura. Senza comando non fa nulla.
– Forza! Olga si avvicinò. Le mele le raccogliete quando maturano. Ora ci sono delle focaccine e un po di marmellata. Può andare?
I bambini scesero di corsa, Donato li studiava curioso, poi, quando uno allungò la mano per accarezzarlo, diventò docile.
– Posso toccarlo?
– Non hai più paura? sorrise Chiara. Vai pure.
Divorarono tutta la marmellata ai lamponi che Olga aveva preparato per linverno, anche se era rimasta poca. E vedere quei ragazzi felici, con la faccia sporca di marmellata e focaccine, riscaldò il cuore di Olga, che continuava a passare loro vasi e versava altro tè.
– Mangiate, che fa bene!
– Cosè quella? chiese il capobranco, Matteo, indicando Perla, la micetta, accoccolata tra le zampe di Donato.
– Donato si è trovato una figlia.
– Bella! Sembra la gatta di zia Rina.
– Allora chissà che sia scappata da lei… Olga annuì. Rina era la vicina.
– Ma adesso sua madre non la vorrà più. Matteo concluse serio. Odora di cane ormai.
– Donato non la lascia andare più. disse Olga, guardando il tavolo. Siete sazi?
– Sì grazie! gridarono in coro. Zia Olga, possiamo tornare domani?
– Venite pure! Ma la marmellata è finita.
– Ma le focaccine erano buonissime. Matteo accarezzò Donato e scappò giù per le scale. Andiamo a fare il bagno!
– Ma fa freddo!
– Non per noi! Siamo temprati! Vero ragazzi?
Chiara e Olga guardarono la banda uscire correndo dal cancello. Il giorno dopo, Olga fu svegliata da un abbaiare secco di Donato. Guardò fuori: tutti i ragazzi, guidati da Matteo, stavano strappando le erbacce dal vialetto.
– Buongiorno zia Olga! Focaccine ce ne sono?
– Certo! E oggi ve le faccio anche con luvetta!
Quei ragazzi divennero visitatori fissi del casale. Poi cominciò la scuola e Chiara rimase più spesso in città per gli esami e la tesi. Olga prese labitudine di fare limpasto la mattina ed aspettava i suoi piccoli aiutanti. Lavoravano in giardino, poi si sedevano a prendere il tè. Olga, scoprendo delle difficoltà scolastiche di Matteo, propose alla mamma di aiutarlo.
– Ho lavorato tanti anni a scuola, lascia fare a me.
– Ma, Olga, non ho soldi per le ripetizioni… balbettò la mamma.
– Chi ha detto che voglio essere pagata? Se ringrazio qualcuno sono io per tutto laiuto che mi avete dato!
Allinizio Matteo non ne fu contento, ma dopo il primo dieci nel tema, non disse più nulla.
Perla diventò una micia bellissima e vivacissima. Donato le faceva da papà modello, permettendole tutto, compreso avvicinarsi alla sua ciotola. Chiara, guardandoli dormire stretti insieme, diceva alla mamma:
– Non credi che sia davvero arrivata al momento giusto, mamma? Un piccolo angelo per tutti noi…
Lautunno ormai era arrivato e Olga, osservando la pioggia, iniziò a pensare di tornare in città. Ma Chiara arrossì e confessò che Giacomo, amore dei tempi del liceo, finalmente le aveva chiesto di sposarlo.
– Hai visto, Chiarina, meno male che papà ci ha lasciato la casa pronta. Lappartamento è vostro, io resto qui con Donato e tutti saremo contenti!
– Ma come fai da sola?
– Come tante persone! Non è solo una casa di campagna, lo sai, qui abita tanta gente anche dinverno. E la città è a due passi, con la macchina in dieci minuti ci sei. Su, non drammatizzare!
Chiara e Giacomo si sposarono in punta di piedi a fine novembre e per Capodanno Olga scoprì che sarebbe diventata nonna. Preparando la cena per la figlia e il genero, cantava di buonumore.
– Donato! Porta via Perla dai piedi, che me la schiaccio! Olga evitò per lennesima volta la gatta tra le gambe. E andatevi a fare un giro!
Aprì la porta e mandò fuori i due animali. Laria gelida la investì e lei si fermò qualche secondo sul portico. La sera prima era finalmente scesa la neve, e ora il giardino sembrava un presepe. Olga guardò Perla affondare tra i cumuli, rise e consigliò:
– Donato, tienila docchio, che se no poi non la troviamo più!
Chiuse la porta e si affrettò a tornare in cucina. Mise lanatra nel forno e si mise a preparare i panzerotti preferiti del genero.
Ad Olga, Giacomo era sempre piaciuto. Cresciuto dalla nonna dopo la perdita precoce dei genitori, era sempre stato un ragazzo gentile. Quando Chiara in quinta elementare aveva dichiarato che adesso si sedeva vicino a Giacomo, Olga era stata contenta. Mai avrebbe pensato allora che sarebbe stato suo genero, ma lidea le piaceva. La nonna di Giacomo era mancata poco tempo prima, e ora il ragazzo era ancora più legato a Olga, che per lui era diventata famiglia di cuore. Guardando Matteo, Olga vi ritrovava molte delle qualità che apprezzava in Giacomo.
– Diventerai un bravissimo ragazzo, Matteo, se continuerai così.
– Davvero, zia Olga? e tirava fuori la lingua, come un bimbo piccolo che si sforza tanto.
– Ma certo! Fammi vedere, che hai scritto oggi?
Olga leggeva i temi di Matteo con piacere: la sua testa disordinata partoriva idee freschissime, e anche se a volte erano un po confusionarie, Olga lo spronava sempre.
– Qui è molto buono! Anzi, bravissimo, davvero!
Mise la teglia col panzerotti nel forno, poi sentì Donato abbaiare forte, come contro uno sconosciuto. Aprì la porta: il cane stava saltando furioso sulla cancellata, cercando di uscire.
– Coshai Donato? Basta! Che sta succedendo? si infilò di corsa gli stivali e la sciarpa.
Quasi al cancello, notò che Donato era solo, la gatta non cera.
Aprì il cancello e si bloccò. Già in autunno, Giacomo e Matteo avevano sistemato tutta la recinzione, ma Perla aveva trovato la scorciatoia: il vecchio melo. Non voleva uscire, ma la neve caduta nella notte laveva travolta facendola cadere nella strada. Donato cercò in tutti i modi di proteggerla, ma fu inutile. Una sgradita sorpresa: un branco di cani randagi che aveva circondato Perla.
– No, Donato! Ti uccidono!
Donato ormai ansimava dalla fatica, poi improvvisamente da oltre la siepe arrivò una palletta di neve che colpì il capo della piccola gang canina, facendo confusione. Poi altre e altre ancora. Ai cani scappò la voglia di combattere, spaventati.
Matteo si arrampicò sulla staccionata con una nuova manciata di neve.
– Lasciate stare la nostra Perla! urlò coi pugni in aria contro i cani in fuga.
– Oh, Matteo! Che gioia vederti! Olga si appoggiò al cancello tremando. Che fai qui?
– Lanciavamo i petardi! È Capodanno! Non lo dica a mamma, eh!
In fondo alla via arrivò la macchina di Chiara.
– Ehi, cè Chiara. Domani ci sono le focaccine?
– Per te preparo anche il millefoglie! Portati tutta la squadra! Facciamo festa grande! E Matteo…
– Sì? già pronto a saltare di sotto.
– Grazie!
Matteo annuì, sparendo tra la neve. Olga vide Donato afferrare Perla per la collottola e riportarla in cortile.
– Prima o poi il guinzaglio per la tua figlia te lo prendo io, papà-cane!
La micia, impaurita, passò la notte tutta addosso a Donato, ignorando persino Chiara. E solo allalba, mentre Chiara finalmente si sdraiava a dormire, Perla saltò nel letto e si fece un nido vicino alla pancia della ragazza. Chiara abbracciò da una parte il marito, dallaltra la gattina, e si addormentò, senza sentire Donato che si accovacciava accanto al letto.
Due anni dopo, Olga mise sul fuoco una pentola di marmellata e guardò la figlia nel giardino, intenta a raccogliere mele con Matteo.
– Dorme ancora? chiese, mescolando la marmellata.
– Dorme.
– Faccio un salto a vedere?
– Lascia, mamma. Hanno tutte e due le tate al lavoro.
Chiara allungò la mano al ramo successivo, Olga abbassò il fuoco e uscì sul patio. La nipotina dormiva serena nella carrozzina, con Perla accoccolata vicino che faceva le fusa, e Donato steso accanto sui listoni caldi. Lui alzò la testa, interrogativo.
– Va bene così! Tutto a posto, lasciamola dormire.
Olga grattò il cane dietro le orecchie, carezzò la gatta che fece le fusa più forte e sistemò la copertina alla nipotina, sorridendo felice.







