Ricordo ancora quella scheda di Rufo: tre resi in un anno e mezzo. I volontari non discutevano più a chi proporlo per primo.
Fiorella appoggiò il trasportino sul pavimento di ceramica e aprì la cerniera. Il gatto rosso uscì lentamente, annusò l’angolo della gabbia, girò attorno alla ciotola dell’acqua e si sedette con la schiena alla porta. Cinque chili e mezzo di ostinazione silenziosa. Lo faceva ogni volta, e Fiorella ormai lo sapeva: non si sarebbe girato.
Il turno serale era finito, tutti se n’erano andati, e restavano solo quelli che nessuno aveva preso.
Fiorella passò le dita sulla sbarra fredda della gabbia.
– Allora, Rufo. Bentornato.
Il gatto non si mosse.
Il giorno dopo stese sul tavolo i tre moduli di reso.
La prima famiglia, una giovane coppia. Bilocale in periferia, balcone con vista sul parcheggio. Motivo del reso: «aggressivo, si nasconde, non cerca contatto». Resistettero due settimane.
La seconda famiglia. Una donna di circa quarant’anni, monolocale appena ristrutturato. «Non si è adattato, soffia, si infila sotto la vasca». Dieci giorni.
La terza. Un uomo con la figlia di sette anni. «La bambina si arrabbia, il gatto non gioca, sta in un angolo». Una settimana.
Fiorella rilesse tutti e tre i fogli e si strofinò l’arcata del naso. La carta odorava di toner e di cucine altrui. Le frasi si assomigliavano, e in quella somiglianza c’era un prurito sotto la pelle, qualcosa che non riusciva a cogliere. Tutte le famiglie avevano superato il colloquio. Tutte avevano firmato il contratto. Tutte avevano promesso pazienza.
Simone si affacciò alla porta, appoggiando la spalla allo stipite. Alto, magro, con un maglione grigio slavato. Gli occhiali dalla montatura sottile scivolati sulla punta del naso.
– Eeeh… di nuovo Rufo?
– Già.
– Forse è fatto così, Fiorella. Succede.
– Fatto come?
Lui alzò le spalle e allungò la vocale, come al solito.
– Eeeh… sfortunato.
La parola restò sospesa tra loro. Fiorella strinse il bicchiere di caffè, la plastica scricchiolò e si ammaccò. Aprì le dita e allontanò il bicchiere. Una macchia di caffè si allargò sul tavolo fino al bordo del modulo.
Alla seconda famiglia telefonò a pranzo. Risposero al sesto squillo.
– Pronto? Sì, ricordo. Il rosso. Rufo. No, qui va tutto bene senza di lui, grazie.
La voce della donna era piatta, quasi cortese e annoiata. Dietro la parete qualcuno accese la televisione, e Fiorella sentì un riso soffuso di pubblico in studio, come se nell’appartamento altrui tutto filasse secondo i piani.
– Mi racconta come si è comportato il primo giorno?
– Il primo? Si è infilato sotto la vasca ed è rimasto lì. Lo chiamavamo. Lo prendevamo. Gli mettevamo il cibo sotto il muso. Lui soffiava. Il secondo giorno ho provato ad accarezzarlo. Mi ha graffiato la mano fino a far sangue.
– E poi?
– Poi ho pensato: se il gatto non vuole stare con le persone, non ha senso tormentarlo.
Fiorella tenne il telefono con la spalla e annotò sul taccuino: «lo tiravano fuori da sotto la vasca». Sottolineò.
– Ma gli ha dato il tempo di stare da solo, senza tentativi di contatto?
Pausa. Fruscio del telefono in un palmo sconosciuto.
– E allora perché prendere un gatto, se non lo si tocca?
Fiorella non rispose. Salutò, posò il telefono sul tavolo e restò a lungo con il mento appoggiato al palmo. Fuori la pioggia batteva sulla lamiera del tetto con regolarità, come un metronomo.
Sulla pagina accanto del taccuino trovò un appunto della prima famiglia, lasciato mesi prima: «cercavano di prenderlo in braccio dal primo giorno». Fiorella ci mise un punto interrogativo accanto e chiuse il taccuino. Ma la domanda non si chiuse.
Sabato Simone si fermò fino a tardi.
Lei entrò in silenzio. La luce era accesa solo nel corridoio in fondo, dove stavano le gabbie a lunga degenza.
Simone era accovacciato davanti alla gabbia di Rufo. Non diceva una parola. Stava lì, guardava il pavimento, e il gatto dietro le sbarre faceva il solito: schiena alla porta, coda avvolta intorno alle zampe, orecchie leggermente all’indietro.
Fiorella stava per chiamarlo. E si fermò. Perché sentì.
Rufo faceva le fusa.
Piano, al limite dell’udibile. Un suono basso e costante, come un ronzio di lampade, ma più morbido. Come se dentro il gatto ci fosse un motorino che si accendeva solo nel silenzio. Quando nessuno allungava le mani e non avvicinava il cibo al muso.
Simone si alzò, si girò verso l’uscita e quasi sbatté contro Fiorella.
– Eeeh… io stavo solo… controllavo le ciotole.
– Faceva le fusa.
– Già. Succede spesso. Quando pensa di essere solo.
– Da quanto lo sai?
Simone si aggiustò gli occhiali.
– Da ottobre, credo. Quel giorno avevo dimenticato le chiavi e sono tornato a prenderle. Lui era lì e faceva le fusa. Poi la porta ha cigolato e ha smesso subito. Come se avesse spento un interruttore.
Fiorella si appoggiò al muro. L’intonaco era ruvido e freddo sotto le scapole. Dalla gabbia non arrivava più un suono. Rufo aveva taciuto, sentendo la seconda persona.
E in quel silenzio capì a cosa assomigliavano quei tre moduli.
Non a descrizioni di un gatto difficile.
A descrizioni di persone che volevano amore all’istante. Coccole a comando. Riconoscenza la prima sera, contatto su richiesta, come un interruttore sulla parete: premi, ottieni.
Tre famiglie avevano preso Rufo e subito allungato le mani. Lo tiravano fuori dal nascondiglio. Lo avvicinavano al viso. Lo mettevano sulle ginocchia. E quando l’essere vivente rispondeva nell’unico modo che aveva, quando si nascondeva, soffiava, si rannicchiava, loro compilavano con cura il modulo: «aggressivo», «non si è adattato», «non gioca».
Fiorella aprì il taccuino. Trovò il terzo appunto, lasciato al momento del reso dell’ultima famiglia, senza darci peso: «La bambina piangeva perché il gatto non voleva starle in grembo».
Le parole cambiavano ogni volta. Ma l’azione restava la stessa.
Il lunedì riscrisse le istruzioni per l’adozione. La vecchia versione, che davano a tutti, cominciava con: «Il gatto ha bisogno di coccole e pazienza». La nuova cominciava diversamente.
Fiorella lesse a voce alta a Simone, tenendo il foglio a braccio teso, come se non credesse alla propria calligrafia:
– Per la prima settimana non toccarlo. Non chiamarlo. Non tirarlo fuori. Metti ciotola, acqua, lettiera e chiudi la porta della sua stanza. Entra solo per dare da mangiare. Non guardarlo negli occhi. Non provare ad accarezzarlo.
Simone fischiò.
– Eeeh… sembrano istruzioni per ignorare un gatto.
– Sono istruzioni per non impedirgli di amarti.
Fece una pausa e aggiunse più piano:
– Per un anno e mezzo abbiamo spiegato alla gente che il gatto è difficile. Invece lui è cauto. E noi lo mandavamo da chi confonde la pazienza con l’aspettativa.
– Che differenza c’è?
– L’aspettativa vuole un risultato. La pazienza non vuole niente.
Simone allungò la vocale, come se provasse la risposta. Tacque. La lampada sopra di loro sfarfallò, e Rufo, in fondo al corridoio, scosse di scatto l’orecchio sinistro, quello lacerato.
La quarta famiglia arrivò tre settimane dopo. Una donna sulla cinquantina, voce bassa e mani abbronzate. Ascoltò le nuove istruzioni, annuì. Solo una precisazione:
– E se dopo un mese lui sta ancora con la schiena?
Fiorella la guardò negli occhi.
– Allora ha bisogno di più di un mese.
La donna annuì. E prese il trasportino.
Dentro, Rufo taceva. Schiena alla grata, coda intorno alle zampe, orecchie all’indietro. Come sempre.
La foto arrivò dopo un mese. Senza didascalia, senza commenti. Solo uno scatto. Davanzale, fuori dal vetro un cortile invernale, un vaso con una pianta qualsiasi.
E il gatto. Rosso, con il petto bianco e l’orecchio sinistro lacerato.
Stava seduto con il muso rivolto verso la stanza.
Fiorella mostrò la foto a Simone. Lui si aggiustò gli occhiali, guardò, poi guardò di nuovo.
E disse piano, senza la solita vocale allungata:
– Allora la colpa non era sua.
Fiorella infilò il telefono in tasca. La scheda di Rufo la tolse dalla cartella «lunga degenza» e la spostò nel cassetto in basso della scrivania. Dove stavano quelle poche storie che non c’era bisogno di raccontare. Bastava ricordarle.







