La festa è finita e del cane si sono dimenticati: la mattina i padroni non credevano ai loro occhiIl cane, rimasto solo per tutta la notte, aveva organizzato una festa ancora più grande di quella dei padroni, con tanto di stelle filanti e torta sbriciolata sul divano.

Il cane si chiamava Fumo. Grande, arruffato, grigio come un mattino di dicembre, viveva nel cortile dei Zorini già da otto anni. La cuccia era appoggiata al muro, accanto alla catasta di legna, e d’inverno lo facevano entrare nel portico, ma in casa no. Fumo era un cane da cortile, da guardia. Sorvegliare il cancello, abbaiare agli estranei, correre lungo la rete. Non si aspettavano di più.

Era arrivato dai Zorini per caso. Vittorio lo trovò cucciolo sul bordo della strada, dentro una scatola, sotto la pioggia. Qualcuno aveva abbandonato una cucciolata, e di cinque cuccioli all’alba ne era rimasto vivo solo uno, grigio e tremante. Vittorio voleva portarlo alla fattoria, ma la madre di Luca lo pregò di tenerlo. Così si era affezionato.

Cresciuto in un cane grosso, forte, silenzioso. Abbaiava di rado, solo quando serviva. Non faceva entrare gli estranei in cortile, mentre accoglieva i suoi con la coda che batteva a terra.

Lo nutrivano regolarmente, ma senza carezze. La ciotola sulla soglia veniva riempita mattina e sera, e di notte lo slegavano per correre in cortile. Lo accarezzavano di rado, di sfuggita. Il suo nome lo pronunciavano come si dice un attrezzo. Fumo e Fumo. Lui ci si era abituato e non chiedeva di più. Stava accanto alla cuccia, guardava la casa, aspettava che qualcuno uscisse.

Quell’anno i Zorini festeggiavano il Capodanno in grande. Erano arrivati i figli dalla città, i nipoti, i cognati. Casa piena di ospiti, sui fornelli friggeva, nel forno sobbolliva l’oca, sul tavolo si affollavano insalate in ciotole di cristallo tutte uguali. Odorava di pino, di mandarini e di cipolla fritta.

Gli ospiti erano arrivati già nel pomeriggio. I figli avevano portato regali della città, i nipoti erano subito corsi a slittare giù dalla collina dietro l’orto. Fiorella correva tra fornelli e tavolo, comandando chi doveva tagliare cosa. Vittorio tirava su dai sottoscala i sottaceti, vasetto dopo vasetto, e ogni volta, passando davanti alla finestra, vedeva nel cortile un’ombra grigia sulla soglia. Ma non c’era tempo.

Fumo stava in cortile, davanti alla porta. La neve cadeva a fiocchi grossi, gli si posava sulla schiena e lui non si scoteva. Guardava le finestre illuminate, dove si muovevano ombre, sentiva le risate e il tintinnio dei bicchieri. Batteva la coda sulla neve quando qualcuno passava davanti alla finestra.

La sua ciotola era vuota sulla soglia. Dal pranzo era vuota.

* * *

La padrona, Fiorella, nel trambusto si era dimenticata del cane. Non c’era tempo. L’oca, le insalate, i nipoti che intralciavano, il cognato che chiedeva una cosa e poi un’altra. Lei girava dalla mattina, e alla sera non sentiva più le gambe.

Anche il marito, Vittorio, non aveva tempo per il cane. Lui versava da bere, brindava, discuteva col cognato di pesca. Era arrossato, aveva slacciato il colletto della camicia. Si stava bene, al caldo, in compagnia.

Il nipote Luca, di sei anni, una volta chiese:

– E Fumo dov’è? Gli facciamo vedere l’albero?

– Dopo, dopo, – lo liquidò la nonna. – Sta’ seduto e mangia.

E si dimenticarono di Fumo di nuovo.

Mancavano pochi minuti a mezzanotte. Fuori scoppiarono i petardi, il cielo si illuminò di rosso e verde. Gli ospiti gridavano, brindavano, si abbracciavano. Fumo nel cortile trasalì al fragore, abbassò le orecchie, ma non si mosse. Restava sulla soglia, coperto di neve, e guardava la casa.

Verso le due gli ospiti si calmarono. Chi fu portato in camera, chi si addormentò sul divano. Le luci alle finestre si spensero una dopo l’altra. La casa tacque.

E la ciotola sulla soglia restava vuota.

La tormenta si scatenò verso l’alba. Il vento ululava nel camino, batteva la neve contro i vetri, ammassava cumuli sulla porta. La temperatura era scesa, il gelo all’alba era pungente, sotto i venti.

Fiorella si svegliò per prima, per abitudine, verso le sette. Aveva la testa pesante dopo la festa. Scese in cucina, mise il bollitore, e a quel punto si ricordò.

Fumo.

Il cuore le fece un balzo. Corse alla finestra, scostò la tenda. Il cortile era bianco, pulito, spazzato. La cuccia era mezzo sepolta. E Fumo non c’era sulla soglia.

Fiorella si mise la pelliccia sopra la vestaglia, infilò gli scarponi e uscì. Il gelo la colpì in faccia. Girovagò per il cortile, guardò nella cuccia. Vuota. Lo chiamò. La voce si perse nella tormenta.

– Fumo! Fumo!

Silenzio. Solo il vento.

Lei già immaginava il peggio. Il cane era morto di freddo, dimenticato, lasciato al gelo, colpa loro, non lo avevano protetto. Le lacrime le salirono alla gola. Otto anni di fedeltà, e loro l’avevano dimenticato nella festa, come un oggetto.

E allora vide le orme.

Le orme portavano dalla soglia dietro l’angolo della casa, verso la cantina. La neve dietro la porta sul retro era calpestata e scavata.

Fiorella seguì le orme. Il cuore batteva. Dietro l’angolo, vicino al muro del portico, al riparo dal vento, vide Fumo.

Lui stava accovacciato sulla paglia, stretto contro la finestra bassa della cantina. E non era solo.

Sotto il suo fianco c’era Luca. Il nipote. Con la giacca sopra il pigiama, senza berretto, con gli scarponi ai piedi nudi. Vivo. Assonnato, intirizzito, ma vivo. Fumo lo copriva, lo scaldava.

Fiorella gridò così forte che in casa si svegliarono.

Poi, quando Luca fu riscaldato, avvolto, rifocillato, si ricostruì la storia pezzo per pezzo.

Di notte il bambino si era svegliato. Voleva uscire in cortile, guardare le stelle. Piano, per non svegliare gli adulti, era uscito dal portico. E la porta si era chiusa dietro di lui. Il chiavistello era scattato da solo, e Luca di sei anni non riusciva ad aprirlo dall’esterno.

Era rimasto in cortile. Al gelo. E nessuno in casa lo sentiva, perché dormivano come sassi dopo la festa.

Luca aveva bussato alla porta, chiamato. Nessuno rispondeva. Era infreddolito, spaventato, aveva pianto. E allora in suo aiuto era arrivato Fumo.

Il cane non lo aveva lasciato sedere sulla neve. Lo aveva tirato per la manica dietro l’angolo, verso la cantina, dove il vento era meno forte e c’era un rotolo di paglia. Si era sdraiato, il bambino si era stretto accanto. Così Fumo lo aveva scaldato per tutta la notte col suo corpo.

Vittorio stava in cortile con la giacca buttata addosso e non riusciva a dire una parola. Guardava Fumo, il pelo grigio incrostato di brina.

Si ricordò di quando aveva trovato il cucciolo nella scatola lungo la strada. Di come aveva quasi pensato di portarlo alla fattoria. Di come per otto anni era passato davanti alla cuccia senza fermarsi. Lo aveva nutrito, abbeverato, ma niente di più. E quel cane, che loro trattavano come un arnese, come un guardiano, aveva salvato il loro nipote per tutta la notte, mentre loro dormivano sazi e ubriachi.

Fiorella non trovava parole. Teneva in braccio Luca avvolto in una coperta, e piangeva senza asciugarsi le lacrime.

Luca sporse il naso dalla coperta.

– Nonna, Fumo mi ha scaldato. È buono. Aveva freddo anche lui.

Fiorella guardò la ciotola vuota sulla soglia. Quella che era rimasta vuota dal pranzo del giorno prima. Si asciugò le lacrime.

Quel giorno Fumo entrò in casa per la prima volta.

Camminava sul pavimento pulito con cautela, come se avesse paura di lasciare impronte, guardando i padroni, temendo che lo cacciassero. Lo sistemarono accanto alla stufa, su una vecchia coperta. Fiorella stessa gli portò da mangiare, in una ciotola grande, proprio vicino alla stufa. Mise dell’oca, quella della festa.

Il cane mangiò lentamente, guardando le persone. E Luca stava seduto accanto sul pavimento e lo accarezzava sul pelo che si scongelava.

Vittorio sedeva su uno sgabello vicino alla stufa, guardava il cane e taceva. Lui, uomo di poche parole, abituato a tenersi i sentimenti per sé, non sapeva cosa fare con quello che aveva dentro. Allungò semplicemente una mano e la posò sulla testa di Fumo. Il cane chiuse gli occhi. Così restarono, uomo e cane, e per la prima volta in otto anni tra loro c’era qualcosa di più del dovere del padrone.

Gli ospiti partirono in silenzio. Il cognato al cancello si voltò, guardò la finestra illuminata dietro la quale, accanto alla stufa, stava il cane grigio, e scosse la testa.

– Che fortuna avete con quel cane, Vittorio. Oh, che fortuna.

Passarono gli anni.

Fumo invecchiò. Correva lungo la rete più di rado, dormiva di più. Ma ora dormiva in casa, sulla sua coperta accanto alla stufa, e nessuno lo cacciava. D’inverno non lo chiudevano più nel portico. D’estate stava sulla soglia, al sole, e Luca, quando veniva per le vacanze, correva subito da lui.

La storia di quella notte lontana si era sparsa per il paese. Qualcuno veniva a vedere il cane, qualcuno non ci credeva, diceva che se l’erano inventata. E Vittorio non dimostrava niente a nessuno.

Una volta arrivò il cognato, e per vecchia abitudine voleva scacciare il cane dal divano, dove Fumo si era accoccolato accanto a Luca. Vittorio disse piano, senza alzare la voce:

– Non toccarlo. Se lo è guadagnato più di te.

E il cognato non lo toccò.

La ciotola per Fumo ora non stava più sulla soglia, ma in cucina, accanto alla porta. Fiorella si assicurava che non restasse vuota.

Al Capodanno successivo i Zorini si riunirono di nuovo in famiglia. Di nuovo c’era l’oca, di nuovo le ciotole di insalate si stringevano, di nuovo odorava di pino e mandarini. Ma ora, quando scoccò la mezzanotte e fuori scoppiarono i petardi, Fumo non stava solo in cortile sotto la neve.

Lui stava accanto alla stufa, al caldo, e Luca teneva la mano sulla sua schiena grigia. Il cane trasaliva al fragore, abbassava le orecchie, ma il bambino lo accarezzava e gli sussurrava qualcosa all’orecchio, e Fumo si calmava.

Fiorella, mentre versava il tè agli ospiti, ogni tanto guardava il vecchio cane grigio.

«Perdonaci, vecchio mio. Ti abbiamo accolto tardi», pensava guardando Fumo.

Il cane parve sentire. Alzò la testa dalla coperta, la guardò con occhi calmi e vecchi, e riabbassò il muso sulle zampe. Aveva caldo. E la ciotola era piena. Non gli serviva altro.

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La festa è finita e del cane si sono dimenticati: la mattina i padroni non credevano ai loro occhiIl cane, rimasto solo per tutta la notte, aveva organizzato una festa ancora più grande di quella dei padroni, con tanto di stelle filanti e torta sbriciolata sul divano.
Non sei più la mia figlia.