**28 ottobre 2023**
La signora Giulia Fabbri entrava nel mio appartamento come se fosse il Quirinale e lei la regina Margherita in visita ispettiva in una provincia remota. I suoi arrivi erano sempre accompagnati da un rituale di maestosità: un cenno regale sulla soglia, un’occhiata disgustata alle pantofole e un sospiro pesante che doveva dimostrare quanto soffrisse nel degnarsi di parlare con comuni mortali.
Quella sera festeggiavamo i quarantasei anni di mio marito, Lorenzo. Io, donna ingenua e ancora convinta del potere della diplomazia culinaria, avevo passato due sere ai fornelli dopo i turni in Cardiologia. Sul tavolo, coperto da una tovaglia di lino croccante, trasudava succo il capocollo di maiale glassato al miele, dorate le patate sfoglia, e le insalate erano guarnite con quella cura maniacale che tradisce in una padrona di casa una lieve forma di perfezionismo.
Oltre alla suocera, al tavolo si era materializzata la cognata Ginevra – donna dal viso perennemente scontento e una stupefacente capacità di lamentarsi della mancanza di soldi mentre divorava tramezzini al salmone affumicato con la velocità di una trebbiatrice. Lorenzo sedeva a capotavola, sorrideva e fluttuava in quella felice illusione maschile dove “tutti sono riuniti, tutto è buono, quindi tutti si vogliono bene”.
– E io ti dico, Lorenzo, che la salute va curata da giovani – pontificava la signora Giulia mentre si serviva la terza porzione di insalata russa. – Io pulisco le mie arterie esclusivamente con bicarbonato e decotto di aghi di pino. Su internet un professore scrive che tutta questa vostra medicina ufficiale è una congiura delle farmacie per spillarci soldi.
Mi lanciò uno sguardo carico di significato. Io, lavorando come caposala, di solito lasciavo cadere queste uscite, ma quella sera la stanchezza aveva il sopravvento.
– Signora Giulia – osservai calma, versando la spremuta a mio marito. – L’aterosclerosi è un disturbo complesso del metabolismo lipidico. Le placche di colesterolo crescono con tessuto connettivo e si calcificano dentro la parete del vaso. Il bicarbonato scioglie benissimo il grasso rappreso su una padella di ghisa, ma nel sangue non funziona. Altrimenti in rianimazione cureremmo gli infarti col detersivo per piatti.
La suocera rimase immobile con la forchetta a mezz’aria. Il suo volto assunse rapidamente il colore di una barbabietola troppo matura.
– La saputella, eh?! – strillò, offesa nei suoi sentimenti migliori. – Tu porti solo le padelle ai malati e osi discutere con persone istruite! Ti sei comprata il diploma e fai la saccente, villana senza rispetto!
La signora Giulia si gonfiò e sbuffò come una caffettiera surriscaldata a cui avevano dimenticato di aggiungere il caffè.
Lorenzo, come al solito, tentò di smussare gli angoli:
– Mamma, smettila, Valentina scherzava. Brindiamo alla salute.
Questo slancio pacificatore fu percepito dalla suocera come un segno di debolezza. Sentendo che il figlio non si precipitava a difenderla con la lancia in resta, cambiò tattica e colpì dove credeva facesse più male.
La conversazione scivolò su un lontano cugino appena divorziato. Ginevra gustava con gioia i dettagli della divisione dei beni, mentre la signora Giulia ascoltava con le labbra serrate.
– Vedi, Lorenzo – esordì la suocera a voce alta, perché ogni parola cadesse come un martello nel silenzio. – Le donne di oggi sono interessate e inaffidabili. Tu sei un bel ragazzo, buono. Ma ricordati: le mogli vanno e vengono. Oggi una, domani un’altra. La madre invece è una sola.
Ginevra annuì mentre finiva di masticare un pezzo di carne. Lorenzo deglutì nervosamente, guardò me e sparò la sua frase di sempre, collaudata negli anni:
– Valentina, dai, la mamma non lo fa apposta… è solo un modo di dire.
Non replicai. Credo che discutere con persone la cui intelligenza è rimasta al livello delle manovre di un teatrino di paese sia tempo sprecato. Sorrisi appena, mi alzai lentamente e mi avvicinai al tavolo.
Con calma, senza un gesto brusco, presi il grande vassoio del maiale arrosto. Poi raccolsi l’insalatiera del Caesar.
– Valentina, dove porti la carne? – chiese genuinamente stupita la cognata, con la forchetta sospesa.
– Come dove? – risposi dolce, quasi distratta. – In frigo.
– Perché? Non abbiamo ancora finito! – protestò la signora Giulia, sentendo violato il rito della cena abbondante.
– Vedete, signora Giulia – tornai al tavolo, presi il tagliere di affettati e la ciotola del parmigiano. – Io sono una donna coerente. Visto che è stato detto che la moglie è un fenomeno temporaneo e passeggero, ho deciso di dimostrarlo concretamente. Se la moglie se ne va, se ne va anche la sua cena. Perché dovreste mangiare i piatti di una che è qui solo di passaggio?
Portai tutto in cucina. Nella stanza cadde un silenzio denso, rotto solo dal ticchettio dell’orologio a muro. Quando tornai per il cestino del pane, la suocera aveva già ritrovato la voce.
– Cosa ti permetti?! – tuonò alzandosi e assumendo la posa della statua della Libertà offesa. – Come osi! Sei entrata nella nostra famiglia! Devi rispettare gli anziani e ringraziare che ti abbiamo accettato!
Mi fermai davanti a lei. Guardare quella scenata era quasi divertente.
– Signora Giulia, facciamo chiarezza sulla geografia di base e sul diritto di proprietà – la mia voce era piatta come quella di una speaker del telegiornale. – Io non sono entrata da nessuna parte. Siete voi seduti nel mio appartamento, comprato tre anni prima che conoscessi vostro figlio. State mangiando cibo pagato con il mio stipendio, perché Lorenzo questo mese ha saldato il finanziamento dell’auto. Siete seduti su una sedia che ho montato io. Quindi la temporanea qui non sono io.
La suocera boccheggiò. Sfoderò uno sguardo smarrito verso il figlio, aspettandosi che lui sbattesse il pugno sul tavolo e mettesse a posto la moglie insolente.
Lorenzo rimase a testa bassa. Guardava la tovaglia vuota. Le briciole di pane. La brocca solitaria di spremuta. Nei suoi occhi si compiva un lavoro mentale complesso. L’illusione della “famiglia unita” si sgretolava contro la realtà inesorabile.
Alzò lentamente il viso. Lo sguardo era insolitamente duro.
– Mamma. Ginevra. Alzatevi.
– Lorenzo? – la suocera sbatté le palpebre. – Hai sentito cosa ha detto? Permetti che mandi via tua madre?
– Mamma, hai superato il limite – si alzò e spinse indietro la sedia. – Mia moglie non va da nessuna parte. L’appartamento è suo, e questa casa regge sulle sue spalle. Invece voi dovete andare a casa. La festa è finita.
– Ah sì?! Hai scelto la sottana invece della madre! – si lamentò tragicamente la signora Giulia dirigendosi verso l’ingresso. Ginevra trotterellava dietro borbottando maledizioni contro le “vipere calcolatrici”.
Lorenzo porse loro i cappotti in silenzio. Non si scusò, non chiese perdono. Aprì la porta e aspettò che uscissero sul pianerottolo. Scattò la serratura.
Tornò in sala, mi guardò con il cestino del pane in mano, e fece un respiro profondo.
– Tira fuori la carne – disse piano, avvicinandosi e abbracciandomi le spalle. – Mi sembra di aver appena aperto gli occhi. E sai… ho una fame da lupo.
Restammo in cucina, soli. Il maiale era ancora tiepido, il tè forte. Non toccammo più il discorso delle mogli passeggere. Solo che da quella sera la signora Giulia Fabbri non si è più presentata nel mio Quirinale, e lo statuto di moglie, in questa famiglia, ha acquisito una solidità di cemento armato.







