Il gatto se ne stava sul davanzale, guardando giù nel cortile dove i piccioni si contendevano una crosta di pane. E Matteo osservava il gatto. Sette anni che vivevano insieme, senza contare la moglie Elena e la figlia Ginevra. Ma il gatto Rocco era suo, e solo suo. Dal primo giorno, quando un batuffolo di pelo di tre mesi si era aggrappato al suo maglione e si era addormentato nell’incavo del suo braccio.
Elena stava preparando il minestrone, e per la cucina fluttuava l’odore dell’alloro. Ginevra, dodici anni, sedeva al tavolo, passando il dito sullo schermo del telefono. Un sabato sera normale, come cento ce n’erano stati e altrettanti ce ne sarebbero stati. Ma Matteo notò che la figlia lanciava alla madre occhiate di attesa. E la madre, mescolando il minestrone, le faceva un cenno impercettibile, come se si fossero accordate in anticipo.
– Papà, – cominciò Ginevra con quella voce con cui si chiede un telefono nuovo o il permesso di dormire da un’amica.
Matteo abbassò il giornale.
– Eh?
– Da Giulia la gatta ha fatto i gattini. E uno nessuno lo vuole. Zoppica un po’, la zampetta davanti è storta. Vogliono… insomma…
Non finì la frase, ma si capiva lo stesso. Matteo guardò Elena. Lei mescolava il minestrone con foga, anche se non c’era più niente da mescolare.
– No, – disse lui. Non cattivo, non brusco. Lo disse e basta.
– Ma perché?
– Perché abbiamo Rocco. Ha sette anni, è abituato a stare da solo. Portatene un altro, cominciano litigi, segni, più peli. Io sono contrario.
Ginevra guardò la madre. Elena spense il fuoco sotto la pentola e si sedette accanto al marito.
– Matteo, il gattino ha tre mesi. La zampa è cresciuta storta. Se non lo prendiamo, Giulia lo porterà al rifugio, e da lì non lo prendono.
Matteo capiva. Ma non accennò a cedere.
– Io sono contrario, – ripeté, e rialzò il giornale.
***
Passò una settimana. Ginevra non chiese più, ma a cena gli passava il pane in silenzio. E Elena smise di chiedergli com’era andata al lavoro. Matteo lo sentiva, come si sente una corrente d’aria: finestre chiuse, ma tira.
Venerdì Ginevra tornò da scuola con gli occhi rossi. Buttò lo zaino all’ingresso e si chiuse in camera. Elena entrò dalla figlia, dopo dieci minuti uscì.
– E allora? – chiese Matteo.
– Giulia ha detto che domattina portano via il gattino. Hanno trovato un rifugio in periferia, ma Ginevra ha visto le foto. Gabbiette piccole, duecento gatti, puzza…
Elena non insistette. Raccontò e basta, poi andò a lavare i piatti.
Matteo rimase solo nel corridoio. Dalla camera di Ginevra non veniva alcun suono, peggio del pianto.
La mattina dopo Matteo si alzò prima di tutti. Così presto si svegliava solo per andare a pesca, ma la stagione non era ancora iniziata. In cucina ardeva una lampada sopra i fornelli, fuori dalla finestra il cielo era grigio latte. Si infilò la giacca, prese le chiavi della macchina e uscì.
L’indirizzo di Giulia lo aveva trovato nel telefono di Ginevra la sera prima, mentre la figlia dormiva. Lo scrisse su un pezzo di carta, lo mise in tasca.
Davanti al portone di Giulia parcheggiò e compose il numero.
– Pronto? – una voce assonnata, infastidita.
– Sono Matteo, il papà di Ginevra. Il gattino è ancora lì?
Pausa.
– Sì… Sì, ancora. Alle undici vengono dal rifugio.
– Non serve. Lo prendo io. Salgo adesso.
Riattaccò e rimase un minuto in macchina.
Giulia aprì in vestaglia, porse silenziosamente una scatola da scarpe. Dentro, su un vecchio asciugamano, c’era il gattino. Grigio, a strisce, magro. La zampetta anteriore sporgeva un po’ di lato, come messa insieme in fretta. Gli occhi gialli, spaventati.
– È tranquillo, – disse Giulia. – Quasi non miagola. Mangia tutto. Usa la lettiera.
Matteo annuì, prese la scatola e la portò in macchina.
Tornò a casa che tutti dormivano ancora. Posò la scatola per terra nell’ingresso, si tolse la giacca. Il gattino dentro non faceva rumore. Matteo guardò dentro: la bestiola si era rannicchiata nell’angolo e lo fissava dal basso, senza battere ciglio.
– E allora cosa ci faccio con te? – mormorò Matteo.
Il gattino alzò la zampetta storta, come per raggiungergli un dito, ma non arrivava. Matteo sospirò. Andò in cucina, versò nel piattino del latte. Poi si ricordò che ai piccoli non si dà latte, lo buttò, prese dal frigo del pollo cotto, lo tagliò fine fine.
Quando tornò nell’ingresso con il piattino, Rocco era già seduto accanto alla scatola. Guardava dentro. La coda non tremava, la schiena non era arcuata.
Il gattino uscì dalla scatola, zoppicando, arrivò fino al piattino e cominciò a mangiare. Rocco sbuffò e andò sulla sua poltrona. Niente litigi, niente sibili.
La prima a trovare il gattino fu Ginevra. Matteo sentì dalla camera da letto un grido soffocato, poi passi veloci, e la figlia irruppe da loro con il gattino in braccio.
– Mamma! Mamma, da dove?!
Elena si alzò a sedere sul letto, socchiudendo gli occhi ancora assonnata. Guardò il gattino, poi Matteo. Lui era sdraiato, con le mani dietro la testa, e studiava attentamente il soffitto.
– Papà? – Ginevra si voltò verso di lui. La voce le tremava. – Sei stato tu?
– Se gridate, lo riporto indietro, – borbottò Matteo, senza staccare gli occhi dal soffitto.
Ginevra si sedette sul bordo del letto e si mise a piangere. Non come si piange a scuola per un’ingiustizia, ma in un altro modo, quando non sai spiegare. Il gattino tra le sue braccia restò immobile, stretto al maglione.
Elena non disse nulla. Posò una mano su quella di Matteo e la strinse. Veloce, breve. Poi si alzò e andò in cucina a mettere su il bollitore.
Il gattino lo chiamarono Tito. Ginevra voleva Conte, ma Matteo disse: che Conte, viene da una scatola, sarà Tito. E Tito si ambientò come se fosse sempre vissuto lì. Rocco per la prima settimana lo evitava, dalla seconda cominciò a sopportarlo, e alla fine del mese dormivano sulla stessa poltrona. Rocco rosso, impettito, e Tito grigio, con la zampetta storta, infilato nel suo fianco.
Matteo li guardava la sera e taceva. Una volta Elena chiese:
– Dicevi di essere contrario. Cosa è cambiato?
Lui restò in silenzio, grattò Tito dietro l’orecchio. Il gatto fece le fusa e chiuse gli occhi.
– Ginevra piangeva. E io sentivo tutto attraverso il muro. E ho pensato: io aggiusto tutto intorno, ma qui non c’era niente da aggiustare, bastava portarlo. Non poteva essere più semplice. E io mi opponevo per cosa? Per i peli?
Elena sorrise e non aggiunse altro.
Sei mesi dopo Tito era cresciuto, la zampa era storta, ma correva per l’appartamento come un pazzo, buttando all’aria le ciabatte e saltando sull’armadio. Rocco lo seguiva solo con lo sguardo.
E a volte Matteo si sorprendeva a pensare che la sera, sul divano, Rocco gli stava sulle ginocchia, Tito dormiva sulla sua spalla, in televisione c’era la partita, e lui non sentiva il risultato, perché aveva paura di muoversi.
E quello, forse, era meglio di qualsiasi risultato.






