«Lasciami in pace», ripeteva Giulia. Ma la gatta non smetteva di seguirla.

Loredana non viveva. Sopravviveva.

Settantadue anni, un bilocale in periferia di Perugia, una pensione che ai primi del mese era già un ricordo. E il silenzio.

Sei mesi prima Giorgio se n’era andato. Non per un’altra – se n’era andato e basta. In silenzio, nel sonno, senza neppure un rantolo. Loredana si svegliò la mattina e lui era già freddo. Una mano abbandonata sul bordo del letto, come se avesse voluto allungarsi e non ce l’avesse fatta.

La figlia Beatrice arrivò da Roma per il funerale, restò tre giorni, lasciò le pastiglie per la pressione sul frigo e scappò via con un «Mamma, chiamami se serve». Loredana non chiamò. E Beatrice chiamava lei. Ogni due settimane, precisa come un orologio.

– Mamma, come stai?
– Bene.
– Meno male. Ti bacio.

Tutto qui. Tutto il dialogo. Tutto il legame. Tutto il senso.

Loredana andava al supermercato. In farmacia. Ogni tanto dal medico di base, che le misurava la pressione e diceva «cerchi di non agitarsi». Non si agitava. Non sentiva più niente. Era come un mobile. Come quel vecchio armadio nell’ingresso che Giorgio voleva sempre buttare, e poi non l’aveva mai gettato.

Quel giorno, un normale giorno di novembre, col cielo basso e una pioggerella sottile, Loredana tornava dall’ambulatorio. La pressione era salita di nuovo. Il dottore aveva scosso la testa e le aveva dato un’altra ricetta. Loredana se la mise in tasca senza neppure guardarla.

Vicino ai cassonetti qualcosa si mosse.

Una gatta. Magra, tricolore, con un orecchio strappato. Sedeva dritta sull’asfalto bagnato e fissava Loredana. Non con lamenti, no. Non con suppliche. Con uno sguardo… valutativo. Come se stesse decidendo: è quella giusta o no?

Loredana passò oltre.

La gatta si alzò e la seguì. In silenzio. Non fece un miagolio, non le corse davanti, camminava a tre passi di distanza come un’ombra.

Loredana si voltò all’ingresso del palazzo.
– Lasciami stare.

La gatta si sedette. Sbatté le palpebre. E rimase lì.

Loredana salì al terzo piano, chiuse la porta, accese il bollitore. Si fermò alla finestra – giù, sulla panchina davanti al portone, c’era quella stessa gatta.

Una gatta matta.

La mattina dopo Loredana aprì la porta e quasi inciampò. Sullo zerbino, raggomitolata, dormiva la gatta. Come fosse arrivata al terzo piano non si sa. Ma stava lì come se quello fosse il suo posto.

– E adesso cosa ci faccio con te? – chiese Loredana.

La gatta aprì un occhio. E lo richiuse.

Come se la risposta fosse ovvia.

Loredana non la fece entrare. Beh, così credeva.

Portò fuori un piattino di latte. Lasciò la porta socchiusa perché faceva caldo, novembre ma i termosifoni scoppiavano. E la gatta entrò.

Loredana era nell’ingresso a guardare quella faccia tosta e spelacchiata annusare ogni angolo. Poi la cucina. Poi la stanza. E a un tratto si fermò.

La poltrona di Giorgio. Vecchia, sdrucita, con i braccioli consumati. Quella dove lui sedeva ogni sera, schioccava il telecomando e diceva: «Loredana, guarda cosa combinano». Loredana per sei mesi l’aveva aggirata come una curva pericolosa. Non riusciva né a sederci né a buttarla. Era rimasta lì come un monumento. Come un buco nella stanza.

La gatta saltò su. Girò nell’incavo e si acciambellò. Chiuse il naso con la coda.

E cominciò a fare le fusa.

A Loredana tremarono le labbra. Voleva urlare «Giù di lì!» ma la gola si strinse, e al posto dell’urlo uscì un suono rauco, indistinto. Si sedette sul divano e guardò a lungo la gatta che dormiva nella poltrona di suo marito.

– Dormi qui stanotte, – disse Loredana con voce rotta. – Domani ti butto fuori.

Il giorno dopo non la buttò. Neppure quello dopo. La gatta rimase.

La chiamò Tasia.

– Tasia, vieni a mangiare, – diceva Loredana posando un piattino per terra.

Tasia mangiava. E guardava Loredana dal basso con quello sguardo. Valutativo. Tranquillo. Lo sguardo di chi sa qualcosa che tu non hai ancora capito.

Dopo una settimana Loredana comprò le crocchette. Le più economiche, la confezione gialla in offerta. Stava nel negozio di animali e si sentiva un’idiota. La commessa, una ragazzina di vent’anni con le unghie rosa, le chiese:

– Che razza è?
– Meticcia. Me l’ha imposta, – borbottò Loredana e uscì senza salutare.

Poi comprò la lettiera. Poi una ciotola. Di ceramica, perché dal piattino Tasia rovesciava sempre. Poi un tiragraffi da sei euro, perché la gatta aveva cominciato a grattare l’angolo del divano, e quel divano era l’unica cosa decente che Loredana possedeva.

«Provvisorio,» si ripeteva. «Tutto provvisorio.»

Ma la vita già cambiava. Piano, di soppiatto, come l’acqua scava la pietra.

Prima Loredana si svegliava alle nove, restava a letto a guardare il soffitto. Adesso alle sette e mezzo Tasia le si sedeva accanto al cuscino, la fissava in silenzio. Non miagolava. Sedeva e aspettava. E da quell’attesa muto era impossibile non alzarsi.

Loredana si alzava. Andava in cucina. Versava le crocchette. Accendeva il bollitore. E all’improvviso scopriva di essere già dieci minuti alla finestra a guardare il cortile. Così, senza pensare alla pressione, senza pensare alla pensione, senza pensare a Giorgio.

Le sere erano diventate più strane. Prima Loredana accendeva la tv – non per guardarla, ma per non sentire quel silenzio morto. Le voci dallo schermo riempivano il vuoto, e sembrava di non essere sola. Adesso Tasia le si sdraiava accanto sul divano, contro la coscia, e faceva le fusa. Piano, costante, come un motorino. E Loredana per la prima volta dopo sei mesi spense la televisione.

Il silenzio non faceva più paura. Il silenzio con le fusa è un altro silenzio.

Si sorprese a parlare con la gatta. Non con le smancerie, no, Loredana non le aveva mai usate, neppure con Beatrice da piccola. Parlava e basta. Come con una persona.

– Di nuovo la pressione a centosessanta. Quella dottoressa, Maria Pia, mi guarda come fossi già morta. E invece, magari, ci vivo ancora. Per farle dispetto, ci vivo.

Tasia sbatteva le palpebre.

– Beatrice ha chiamato. Di nuovo il solito: «Mamma, come stai?» Come sto? Non lo so. Beh… prima non lo sapevo. Adesso… adesso non lo so neanch’io.

La gatta strofinava la testa contro la sua mano. E Loredana taceva, perché la gola le si stringeva di nuovo.

La vicina Maria Pia venne a prendere un caffè, vide Tasia e batté le mani:

– Loredana! Ma dicevi mai e poi mai!
– Lo dico ancora: è provvisorio.
– Certo, provvisorio, – rise Maria Pia guardando la gatta che si strofinava sulle gambe di Loredana. – Hai crocchette in tre posti, ciotola di ceramica e tiragraffi. Molto provvisorio.

Loredana si voltò verso la finestra perché Maria Pia non vedesse che sorrideva. Per la prima volta in sei mesi.

Poi chiamò Beatrice. Loredana stessa non capì perché le raccontò della gatta. Le scappò. Forse voleva condividere – per la prima volta dopo tanto tempo aveva qualcosa da condividere.

– Hai preso una gatta? – ripeté Beatrice. – Beh, almeno un passatempo, mamma.

Un passatempo.

Loredana riattaccò e sentì una rabbia vera, calda, viva. Non risentimento – il risentimento era normale, ovattato, informe. Rabbia. Quella che ti fa venire voglia di battere il pugno sul tavolo e dire: «Ma capisci o no?»

A dicembre tutto crollò.

Tasia cominciò a mangiare poco. All’inizio Loredana non se ne accorse – mah, non ha finito, capita. Poi non toccò più il cibo. La ciotola restava piena dalla mattina alla sera, e le crocchette si seccavano formando una crosta marrone. Tasia stava nella poltrona di Giorgio e non si muoveva. Solo respirava – veloce, affannata, come se l’aria non bastasse.

– Ehi, – Loredana si accovacciò, guardò la gatta negli occhi. – Che hai?

Tasia sbatté le palpebre. E voltò la testa verso il muro.

A Loredana si spezzò qualcosa dentro.

Non era mai stata da un veterinario. Giorgio da piccolo aveva un cane, ma Loredana no, mai, non capiva la gente che portava gli animali dal dottore, spendeva soldi, si agitava. «C’è chi non ha soldi per curarsi,» diceva una volta. Eppure ora stava nell’ingresso con un trasportino in mano. L’aveva comprato il giorno prima. Otto euro in saldo – plastica, con una griglia sbrecciata. Ci infilò Tasia, e la gatta non oppose resistenza. Fu quella la cosa più spaventosa. Prima avrebbe graffiato, si sarebbe dimenata, soffiato, invece stava lì come uno straccio e guardava.

L’ambulatorio veterinario «Asclepio» al quartiere di San Lorenzo. Piccolo, stretto, odorava di medicinali e di pelo bagnato. Loredana sedeva su una sedia di plastica, stringendo il trasportino sulle ginocchia, e si sentiva fuori posto. Intorno clienti giovani, con cani di razza, gatti pelosi in borse costose. E lei, pensionata con un cappotto vecchio, un trasportino spelato, dentro una gatta meticcia dall’orecchio strappato.

Il veterinario era giovane. Un ragazzo, trent’anni, occhiali e camice azzurro. Si chiamava Arturo. Visitò Tasia, le palpò la pancia e tacque. Il viso cambiò.

– Cosa? – chiese Loredana.

– Dobbiamo fare un’ecografia.

La fece. Passò a lungo la sonda sulla pancia di Tasia, cliccò col mouse, si accigliò. Poi si girò verso Loredana e parlò con cautela, come si parla a chi fa pena:

– Ha una massa addominale. Serve un intervento. Se non lo facciamo – due, tre mesi, forse un po’ di più.
– Quanto costa? – chiese Loredana.
– Trecento euro, con anestesia e cure post-operatorie.

Loredana annuì, prese il trasportino e uscì.

Trecento euro. La sua pensione. Tutta intera. Senza resto.

Si sedette su una panchina fuori dall’ambulatorio. Dicembre, freddo cane, le dita gelate. Tasia nel trasportino – zitta, immobile, solo gli occhi che brillavano attraverso la griglia. Guardava. Non chiedeva, non si lamentava, guardava e basta.

Loredana prese il telefono e chiamò Beatrice. Un squillo, due, tre.

– Mamma, sono al lavoro, fa’ presto.
– Beatrice, ho bisogno di aiuto. La gatta deve operarsi. Trecento euro.

Silenzio. Poi un sospiro. E una voce che fece più freddo del vento di dicembre:

– Mamma, ma stai scherzando? Trecento euro per una gatta randagia?
– Non è randagia. È mia.
– Mamma. È una gatta. Una gatta e basta. Se muore, ne prendi un’altra. Ce ne sono a bizzeffe.

Loredana chiuse gli occhi. Vide all’improvviso, nitida come una foto, Giorgio nella sua poltrona. Lui che cambiava canali e diceva: «Loredana, sei la persona più testarda del mondo. Se ti metti in testa una cosa, sposti le montagne». Lo ripeteva così spesso che lei si arrabbiava. Adesso avrebbe dato qualunque cosa per sentirselo dire ancora.

– Mamma? Mi senti?
– Ti sento, – disse Loredana. – Grazie, Beatrice.

E chiuse.

Per tre giorni pensò. Tre giorni sono tanti quando qualcuno accanto a te sta morendo.

Tasia giaceva nella poltrona e si consumava. Come una candela. Mangiava un cucchiaino alla volta. Beveva poco. Aveva smesso di fare le fusa. Loredana sedeva accanto, per terra, su una vecchia coperta, e accarezzava la testa della gatta – leggero, con la punta delle dita.

– Te l’ho detto: sei mia. Mia e basta.

Il quarto giorno Loredana si alzò alle sei. Si vestì. Andò all’ufficio postale. Fece la fila per ritirare la pensione – tre vecchiette davanti a lei, ognuna con le proprie bollette, tutte lente, tutte eterne.

Le banconote erano nella tasca del cappotto, e Loredana camminava tenendo la mano premuta sul fianco, come se portasse qualcosa di fragile. In un certo senso era così.

All’ambulatorio posò i soldi sul bancone. Le mani tremavano – per il freddo o per la paura, non lo capiva.

– Ho portato la gatta per l’operazione.

Arturo guardò i soldi, poi Loredana, poi di nuovo i soldi. Annuì. Non disse nulla di superfluo. Solo:

– La prognosi è buona. Se supera l’anestesia, tutto andrà bene.

Se.

Loredana si sedette nel corridoio. Sedia di plastica, parete bianca, odore di disinfettante.

Cercò di ricordare l’ultima volta che aveva aspettato così. Ricordò. Venti anni prima, in ospedale. Beatrice partoriva. Loredana sedeva in corridoio – esattamente così, su una sedia, con la borsa stretta al petto, e aspettava. Allora era andato tutto bene. Un neonato aveva pianto, e il mondo era diventato diverso.

La porta si aprì. Uscì un’infermiera – giovane, in verde, gli occhi stanchi.

– Lei è la padrona della tricolore?
– Sì, – disse Loredana alzandosi. Le gambe erano intorpidite, le ginocchia scricchiolarono.
– È andata bene. L’operazione è riuscita. La sua gatta è una guerriera.

Loredana annuì. Non riuscì a parlare – la gola le si era chiusa. Annuiva e annuiva, e l’infermiera le toccò il braccio:

– Ehi, sta bene?
– Sì. Sì. Tutto bene.

Portarono fuori Tasia – avvolta in pannolini, assonnata, con la pancia rasata e un sottile filo di punti. Loredana prese il trasportino con due mani, se lo strinse al petto e si avviò verso l’uscita.

A casa, per la prima volta, mise la gatta sul suo letto. Sulla metà dove prima dormiva Giorgio. Tasia giaceva su un fianco, respirava regolare, e il punto sulla pancia si vedeva come un filo rosato. Loredana si sdraiò accanto, posò una mano sul fianco caldo della gatta e sussurrò:

– Sei mia.

Tasia guariva lentamente. Il primo giorno stava ferma, mangiava a gocce, guardava con occhi opachi. Poi cominciò ad alzare la testa. Dopo una settimana andò da sola alla ciotola e mangiò tutto. Loredana stava sulla soglia della cucina a guardare la gatta che leccava il fondo di ceramica, e pensò: eccola, la felicità. Stupida, da poco, su quattro zampe.

A febbraio Tasia era tornata quella di prima. Correva per casa come una pazza, faceva cadere la saliera dal tavolo, si affilava gli artigli sul tiragraffi – e subito dopo sul divano, per carattere. Loredana sgridava, agitava un asciugamano, gridava: «Ma che bestia!»

Lei stessa viveva quasi solo di riso e patate. Maria Pia ogni due giorni le portava un po’ di minestra in barattolo, o un sacchetto di mele – «mi avanzano, prendi». Loredana sapeva che non avanzavano niente. Che Maria Pia contava i centesimi. Ma prendeva. Perché l’orgoglio va bene, ma bisogna mangiare.

A fine febbraio chiamò Beatrice.

– Mamma, guarda il conto. Ti ho mandato trecento euro.

Loredana tacque. Poi:
– Perché?
– Perché. – Pausa. Lunga, pesante. – Hai dato tutta la pensione per quella gatta. E non me l’hai detto. Mi ha telefonato Maria Pia.
– Maria… – Loredana chiuse gli occhi.
– Mamma, certe cose non dovrei saperle dalla vicina.

Loredana restò muta. Non perché si fosse offesa – perché tra mille parole non riusciva a trovare quella giusta. Scelse la più semplice:

– Vieni, Beatrice. Così, per niente. Vieni.

Silenzio. Un secondo, due.

– Vengo, mamma. Sabato.

Loredana riattaccò. Rimase in piedi. Poi si sedette sulla poltrona di Giorgio – per la prima volta in tutto quel tempo. Si sedette e basta. E non successe niente. Solo che l’incavo era un po’ troppo grande per lei.

Tasia saltò sulle sue ginocchia, premette la fronte contro il palmo della mano e cominciò a fare le fusa – forte, tanto che la vibrazione si sentiva dentro.

Fuori dalla finestra nevava. Loredana sedeva e guardava. Non perché prima non fosse mai nevicato. Ma perché prima non se n’era accorta.

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nineteen − nineteen =

«Lasciami in pace», ripeteva Giulia. Ma la gatta non smetteva di seguirla.
Rimediare all’errore – “Dima, andiamo dal nonno, sta poco bene” – disse Anton al figlio, che si illuminò: adorava passare il tempo col nonno. Ivan Semënovich viveva da solo: la madre di Anton era morta cinque anni prima. Il nonno era un appassionato di elettronica, sempre intento a creare nuovi congegni, e la sua passione era stata ereditata sia dal figlio che dal nipote, di cui era molto orgoglioso. Anton e Dina erano sposati da dodici anni e vivevano con la suocera, la signora Nina Andreevna, in un trilocale. Lei trovava il genero troppo bonaccione, impacciato, e non capiva cosa ci trovasse sua figlia in quell’uomo che trafficava sempre con i ferri e i fili. Anton lavorava come tecnico di elettrodomestici, e anche a casa sistemava ciò che non funzionava, ma la suocera non lo considerava un merito. — Se c’è qualcosa che non va, si può sempre chiamare un tecnico, — borbottava lei alla figlia, che però non era d’accordo. — Mamma, non ti rendi conto che non ti devi occupare di niente perché Anton fa funzionare sempre tutto. Anton era gentile e non rispondeva mai alle frecciatine della suocera. Viveva serenamente con Dina e amava molto sua moglie e suo figlio. La suocera, però, non era mai soddisfatta: — Anton, dovresti aprire un’attività tutta tua, saresti il tuo capo. — Qualcuno deve pur lavorare per lo Stato, no? — replicava lui serenamente. Passava il tempo, finché un giorno Nina Andreevna incontrò all’ingresso dello stabile un giovane affascinante. L’uomo aprì il portone con la chiave e la fece passare davanti. — Grazie, — disse lei. — Abiti nel nostro palazzo? — Sì, ho appena comprato un appartamento al terzo piano, saremo vicini. — Al terzo piano? Non sarà mica quello di Tamarina, di fronte a noi? — Non so, è il cinquantasettesimo. — Sì, proprio quello! Allora siamo vicini. — Lo squadrò, annuendo soddisfatta. Era un uomo alto, atletico, occhi azzurri e sorriso smagliante. — Ecco, un genero così ci vorrebbe, invece di quell’Anton! — pensò. — Io sono Nina Andreevna, piacere. — Oleg, — rispose lui educatamente. — Passi a trovarmi, vivo solo. E lei? — Abito con mia figlia, il genero e il nipote… La mattina dopo, Oleg la salutò mentre usciva e si offrì di accompagnarla al lavoro in macchina. Durante il viaggio, lei scoprì che faceva l’imprenditore, anche se non disse in che campo. Quella sera raccontò tutto entusiasta a Dina. — Figlia mia, non hai idea che tipo Oleg, un vero bel ragazzo, con una bella macchina e pure un appartamento comprato da poco! Dina sembrava non interessarsene… per ora. Qualche giorno dopo Oleg suonò alla loro porta: Dina aprì e rimase colpita dal bel vicino in bermuda e petto nudo: — Scusa l’abbigliamento, puoi prestarmi un po’ di sale? Me ne sono dimenticato… — Certo, — rispose lei, passando il sale senza nemmeno pensare. Nina Andreevna si affacciò: — Ah, il vicino! Dai, entra, Dinuccia, non farlo restare sulla porta… Ma Oleg rifiutò e se ne andò. Nei giorni seguenti, tra madre e figlia non si parlava d’altro che del nuovo vicino. E senza quasi rendersene conto, anche Dina si ritrovò a casa di Oleg… e non si pentì affatto di aver tradito suo marito. La madre la copriva e copriva tutto con Anton. Ma un giorno il figlio, tornando da scuola, vide la mamma uscire dall’appartamento di Oleg. — Mamma, hai sbagliato porta? — Dina si confuse. — Ah, no tesoro, ero solo a chiedere un po’ di sale… Il figlio, curioso, controllò in cucina: — Mamma, abbiamo tre confezioni di sale…! Ingenuamente, Dima raccontò tutto al padre, che ormai da tempo sospettava qualcosa. La moglie era cambiata, più attenta a sé stessa, nuova profumazione, nuovi vestiti. Non ci volle molto a capire: la moglie aveva perso la testa per il vicino. La suocera, ovviamente, parteggiava per la figlia. Anton era confuso: fare una scenata? Ma come avrebbe reagito Dima? — Meglio aspettare, magari è solo una sbandata… Intanto la suocera continuava a punzecchiarlo: — Te l’ho sempre detto che dovevi aprirti la tua officina. Avresti avuto la macchina e non saresti stato costretto a far portare tua moglie dal vicino. Una sera, Dina affrontò Anton: — Anton, dobbiamo divorziare. — E Dima? — Oleg è un brav’uomo, farà da papà a Dima. — Ma Dima il papà ce l’ha, e sono io: lui vivrà con me. Il giorno dopo, Dima mostrò al padre una console: regalo di Oleg. Anton prende la palla al balzo: — Dima, vorresti venire a stare un po’ da me e dal nonno? — Sì! — rispose entusiasta. Quando lo raccontò a Dina, lei protestò: — Dima resta con me! Anton dovette trovare il modo di spiegare al figlio la nuova situazione familiare; il bambino intuì tutto. — Papà, non preoccuparti, ho capito. La colpa è di quel Oleg… Ha rovinato tutto lui. La domenica successiva Anton e Dima erano al parco: — Papà, ho restituito la console a Oleg. Non vado più da lui, mi ha dato uno scappellotto quando la mamma non guardava e mi ha detto di andare da mia nonna. — È vero, Dima? E mamma lo sa? — Ancora no… Anzi. Preferisco che tu torni con noi. Mi manchi, papà… Anton prese il figlio per mano: — Dai, andiamo a casa. Oleg non può permettersi di metterti le mani addosso. Arrivarono a casa: la suocera era in cucina, Dina non c’era. — Oh, il mio ex genero! Già che ci sei, la lavatrice è rotta: mica puoi darle un’occhiata? Oleg con queste cose non ci sa fare… — Nina Andreevna, come avete permesso che Oleg alzasse le mani su mio figlio? — Quando mai? Dima, che succede? Dima raccontò tutto, di quando Oleg lo aveva spinto e gli aveva detto di andare dalla nonna. La suocera restò incredula, Anton andò da Oleg. Apre la porta Oleg, sorpreso: — Che vuoi? Dina spunta dalla stanza. — Tu non puoi mettere le mani su mio figlio! — Che problema c’è? Gli ho dato un buffetto, che sarà mai… Dev’essere cresciuto da uomo. E poi a me tuo figlio non piace. Fatti suoi se resta col padre. Dina rimase senza parole. Anton lo colpì al naso, prese il figlio e uscì. Poco dopo arrivarono madre e figlia, in lacrime. — Anton, perdonaci! — piangeva Dina — Perdonaci, ti prego, rimani con noi per Dima! — Papà, resta… — supplicava Dima tra le lacrime. Anche la suocera, in lacrime: — Anton, perdonami, è soprattutto colpa mia. Lascia che rimedi al mio errore. Col tempo la situazione si ristabilì. In casa tornò la tranquillità, la lavatrice funzionava di nuovo e la suocera era soddisfatta: aveva rimediato al suo errore. Dina faceva di tutto per farsi perdonare, e ogni giorno si convinceva sempre di più che Anton era l’uomo migliore che potesse avere. Grazie per aver letto, per il vostro sostegno e la vostra iscrizione. Che la vita vi sorrida!