Per cosa ho lottato
Rosa Vittorini sedeva rannicchiata nella poltrona del salotto, le spalle curve e il viso immerso in lacrime calde e senza fine. I suoi singhiozzi rompevano il silenzio e le sue dita aggrovigliavano un fazzoletto bagnato, ormai spossato dal dolore. La voce scivolava incerta, ogni parola trascinata a fatica, come se pronunciarla fosse attraversare una palude.
Come farò, senza mio figlio? ripeteva, e ogni frase era un tonfo contro la solitudine. Che senso ha vivere, se i figli se ne vanno prima dei genitori? Darei tutto quello che ho, tutto quello che cè al mondo, pur di scambiare il mio posto col suo!
Accanto a lei, seduta sul divano, cera Bianca. Da quasi unora tentava invano di tranquillizzare lex suocera, accarezzandole piano la mano, pesando le parole come petali di camomilla. Bianca conosceva la profondità della sofferenza di Rosa, ma anche lei iniziava a sentirsi svuotata. Il suo sesto mese di gravidanza le pesava sul petto, tra una leggera inquietudine e il tremore delle mani.
Rosa, la prego, basta così sussurrò ancora una volta, con dolce ma ferma premura. Il suo cuore è debole, non può strapazzarsi in questo modo. Lo sa anche lei, come funzionano le ambulanze qui a Roma! E se dovesse sentirsi male? Non sono mica un medico.
Ma Rosa sembrava sorda. Il dolore aveva preso il sopravvento, e lei si aggrappava alle briciole di conforto che solo chi le stava vicino poteva offrirle.
Non senti nulla, vero? singhiozzò, alzando su Bianca due occhi rossi e affranti. Non ti si stringe il cuore? Avete vissuto insieme cinque anni!
Bianca rimase immobile. Dentro sentì una mano invisibile serrarle le viscere, ma si sforzò a non darlo a vedere. Espirò piano, si sollevò e raggiunse la cucina, in cerca di una tregua e della forza per preparare unaltra tisana alla camomilla: forse, sperò, avrebbe calmato almeno un po Rosa.
Mentre lacqua bolliva, Bianca si appoggiò al piano della cucina e chiuse gli occhi. Certo che non le era indifferente. Certo che la morte di Stefano le bruciava dentro! Un tempo lo aveva amato così tanto da volere tutto con lui. Avevano costruito sogni, riso insieme, promesso un domani che pareva indistruttibile.
Ma negli ultimi tre mesi tutto era cambiato. Giorno dopo giorno, come una goccia che scava la pietra, il sentimento si era dissolto. Amarezze, incomprensioni, parole aspre: ora, a ritroso, Bianca a stento si riconosceva nella giovane felice di una volta.
Prese il tè, aggiunse un cucchiaino di miele dacacia e tornò nel soggiorno. Rosa, ancora abbandonata nella poltrona, piangeva sì, ma ora con meno foga, più fiumi che cascate. Bianca le porse la tazza, le sorrise appena e si sedette accanto, preferendo la presenza alle parole.
Beva, per favore disse, osservandola stringere la ceramica tra le dita tremanti. Capisco che sia dura accettare lassenza di chi se ne va. Ma deve capire: non posso piangere per un uomo che mi ha schiacciata, calpestata davvero! La voce di Bianca si alzò, notando la bocca di Rosa schiudersi per ribattere. Come chiamarlo, se non così? Sapeva della mia gravidanza e intanto dormiva con la collega!
Tacque per un attimo, cercando di frenare il tremito delle mani. Le tornavano alla mente i sussurri nellufficio, le notti insonni, i profumi estranei sulle camicie di lui.
È questo il comportamento di un marito? La sua voce era ormai colma damarezza. A lui non importava nulla, né di me né del bimbo. Quante umiliazioni dovrei sopportare? Vuole che ora mi strugga di dolore? Preferisco pensare a mio figlio.
Rosa impallidì, il tè ondeggiò nella tazza ma non si rovesciò, mentre le nocche diventavano livide dalla stretta.
A tuo figlio, dici? rispose, quieta ma dura, fissando Bianca. Anche io penso a mio figlio, sempre! Stefano era la mia unica gioia, ma tu questo non lo capisci.
Il silenzio piombò pesante nella stanza. Si sentivano il vecchio orologio a muro scandire i secondi e la pioggia ticchettare i vetri. Bianca inspirò profondamente, tentando di rimettere insieme i pensieri.
Presto nascerà suo nipote sussurrò infine, la mano adagiata sul grembo rotondo. Come a conferma, il piccolo sgambettò, un calcetto tenero contro il palmo. Bianca sorrise, grata a quella scintilla di vita una ragione, la sua, per resistere. Un pezzettino di Stefano rimarrà con lei.
Guardò Rosa negli occhi; nessuna accusa, solo una richiesta flebile.
Abbi compassione di noi e non riempire di veleno i nostri giorni chiese sottovoce. Voglio che mio figlio cresca in un mondo senza rancore.
Rosa si raddrizzò. Le lacrime parvero svanire nel nulla. Negli occhi le brillava adesso un gelo orgoglioso, senza residui di lutto: solo una decisione chiusa e tagliente.
Senza cuore! esplose, la voce aspra e gelida. Nipote Vorrei proprio vedere! Stefano mi ha detto più volte che non era certo fosse veramente suo figlio!
Bianca rimase gelata, ma raccolse tutta la forza che le restava. Lentamente posò la tazza sul tavolino; le mani tremavano così tanto che il tè minacciò di traboccare. Non era tempo per bruciare la tovaglia.
Fuori disse, a voce bassa ma risoluta. Così salda che quasi lei stessa ne fu sorpresa.
Come osi? Rosa sussultò, il colore alle gote e le dita conficcate sui braccioli della poltrona. Ci scacci dalla casa di mio figlio? Dovrei essere io a sbattere te fuori!
Bianca la fronteggiò. Nei suoi occhi non cerano lacrime ma una collera fredda e composta. Alzò il mento, piegò i pugni, ignorando il peso che la gravidanza ormai imponeva ad ogni movimento.
Ho detto fuori. Sillabò, secca e imperturbabile.
Era rimasta abbastanza forte per domare qualsiasi emozione. Sapeva cosa aveva combinato quel bravo ragazzo di mamma. Uscite a notte fonda, telefonate segrete, lodore di Chanel sulle giacche. E Rosa, lo sapeva. Eppure lo difendeva, arrivando persino a dire che un uomo perbene se ne va solo dalla moglie che non lo sa tenere.
Il pensiero la punse acido, le lacrime le risalirono agli occhi. No, non era il momento di cedere. Cera da lottare, per sé e per quella creaturina che si agitava sotto la pelle.
Rosa parve pronta a replicare, ma Bianca la fermò con un gesto della mano.
Basta, la prego. Semplicemente se ne vada.
Perdere un figlio è qualcosa che spezza. Bianca provò a immaginare quel dolore e non ci riuscì; solo il pensiero era un macigno sul petto. Come non provare compassione per una donna così annientata? Anche se le sue parole erano state taglienti. Anche se non aveva creduto nella sua innocenza.
E Stefano Era stato tutto fuorché uno sconosciuto. Cinque anni assieme non sono solo pagine di stato civile. Sono serate davanti al camino, viaggi progettati, sogni ad occhi aperti. Sono risate, litigi, pace fatta. Gli ultimi mesi sono stati solo un groviglio di risentimento, ma Bianca ricordava anche i giorni belli. Lui sarebbe rimasto il padre del suo bimbo. E questo non sarebbe mai cambiato.
Dopo il divorzio, Stefano aveva sorpreso tutti: aveva intestato ufficialmente la sua metà dellappartamento a Bianca. Non una promessa, ma un atto davanti al notaio. Bianca non aveva mai capito se fosse senso di colpa, un gesto di riparazione o solo la voglia di chiudere. Forse davvero si era pentito.
Eppure perdonarlo, no. Quelle ferite non guarivano con la morte, solo diventavano silenziose. Bianca sapeva che non era giusto restare col rancore verso chi non poteva più rispondere. Ma i sentimenti vanno dove vogliono
Nonostante tutto, desiderava mantenere almeno un barlume di rapporto civile con Rosa. Non per sé, né per il passato. Solo per il bambino. Perché almeno una nonna ci fosse, qualcuno che lo amasse solo perché esisteva. Che almeno una famiglia nuova e diversa dai sogni ci fosse
***
Rosa Vittorini si affacciò allingresso della vecchia casa che aveva visto crescere suo figlio e la nuora. Stringeva una borsa, come se avesse definitivamente deciso di trasferirsi. Il volto tirato, gli occhi fissi e luminosi, vibravano decisione. Si voltò verso la ragazza che la seguiva, annunciando solenne:
Ora vivrai qui. Indicò la porta, come se regalasse la chiave di una villa sul lago. E se Bianca proverà a protestare, chiamerò la polizia! Metà della casa era di Stefano, quindi tocca anche a me.
La ragazza, che si chiamava Giulia, si tormentava una ciocca di capelli, in visibile imbarazzo. Una mano correva istintiva al ventre piatto, come a voler proteggere qualcosa che ancora non cera.
Non sono sicura balbettò. Quella donna mi farà passare linferno, ne sono certa! E non posso agitarmi adesso
Rosa si drizzò, pronta:
Ecco perché sto qui anchio. E che provi solo a dire una parola.
Proprio allora, Bianca comparve allangolo del pianerottolo. Camminava piano, apparentemente pacata, ma le tempie le pulsavano. Aveva osservato tutto da lontano, ormai stanca di questa sceneggiata, e giunta vicina, parlò senza esitazioni:
Non ci speri, Rosa. La voce ferma. Stefano mi ha regalato la sua parte. Tutto ufficiale, davanti al notaio. E comunque io non ho lobbligo di accogliere estranei in casa mia.
Rosa rimase di sasso. Il volto attraversato da un lampo di incredulità e fastidio: non si aspettava tanto coraggio.
Sarebbe Perché? Giulia porta in grembo il figlio di Stefano! Lui ha diritto a ereditare! Sbuffò sprezzante guardando la ragazza, ma poi comprese il senso della frase di Bianca e si girò inferocita: E chi ti ha dato il permesso? Mica doveva chiedere alla mamma la firma?
Il sorriso di Bianca fu appena accennato, così sottile che sembrava non esserci.
Sul serio? Un uomo adulto deve chiedere “si può” per decidere della sua casa? Dal quando? Pausa. E poi il vero erede lo porto io, non una conosciuta ieri
Giulia sussultò, arretrando un passo e coprendosi di rossore. Rosa restava impalata, furiosa ma silenziosa.
Non accettare queste offese! finalmente riuscì a dire Giulia, la voce un filo. Stefano mi amava, stavamo per sposarci! Non avrebbe potuto lasciare tutto a te! E io? Dove dormirò?
Bianca la fissò glaciale, le braccia incrociate. Aveva già notato come Rosa, per nulla rassegnata, avesse lasciato due valigie fruste accanto al muro.
Vai a vivere da Rosa, no? Problema risolto.
In quellappartamentino da due soldi in periferia? Nemmeno morta!
Non è un mio problema. Bianca tagliò corto, voce di ferro. E comunque, che coraggio venire qui? Quanti mesi saranno che conoscevi Stefano, per essere già incinta?
Giulia trasalì, la mano al ventre, come se qualcuno lavesse colpita.
Fu allora che Rosa, silenziosa spettatrice, si fece avanti e si mise davanti a Giulia come una chioccia.
Non urlarle contro! proruppe. Suo figlio sarà tutto ciò che mi resta di Stefano!
Bianca la fissò con una calma imperturbabile, voce limpida e tagliente:
Occhio alle parole, Rosa. Se mi irrito, lei il nipote non lo vedrà mai. Se ne vada, o la chiamo davvero la polizia.
Per un attimo Rosa esitò. Poi abbracciò Giulia, sussurrandole piano, ma con un tono che prometteva tempesta:
Non importa, cara Quando nascerà, ci prenderemo leredità. Cè anche la macchina, la villetta in Maremma. Annulleremo questa donazione
Cadde un silenzio così denso che ci si poteva tagliare a fette. Bianca, però, era pronta alla guerra. Per la sua casa. E per il suo bambino.
***
Rosa salì lentamente i gradini fino al terzo piano. Ogni passo un peso, non tanto sulle gambe quanto sul cuore. I muscoli indolenziti, il respiro corto, ma ancor più forte il senso di sconfitta.
La giornata era stata una disfatta. Tutto era iniziato con una visita a Giuliala ragazza che sbandierava una gravidanza da Stefano. Rosa aveva sperato che almeno così un pezzo di suo figlio sarebbe rimasto. Un filo a cui aggrapparsi, per non essere del tutto sola.
Ma tutto era crollato in un lampo. Il medico, che aveva consultato con una scusa inventata, era stato spietato: il test del DNA, fatto senza chiedere troppo, era negativo. Nessun dubbio: il figlio non era di Stefano.
Spudorata bugiarda! borbottava Rosa mentre stringeva le mani nelle tasche del soprabito. Ripensava alle frasi di Giulia, alle illusioni sventolate come finti trofei. Le saliva solo rabbia e amarezza.
Arrivata davanti alla porta dellappartamento di Bianca, esitò. Ora non aveva scelta: doveva chinare la testa e chiedere allex nuora quello che temeva più di tuttodi vedere il nipote.
Le venne in mente il nome che Bianca aveva scelto per il bambino. Andrea. Un piccolo fastidio le passò tra le rughe: Che scelta è mai questa? Doveva chiamarlo Stefano, come suo padre Ma tanto, ormai, non contava più. Capì con una chiarezza nuova che quello era davvero suo nipote. Il sangue del suo sangue. E in fondo, cosaltro contava?
Rosa si impose di essere risoluta: ora avrebbe preteso di poterlo vedere, spesso, ogni giorno se fosse servito. Aveva diritto di essere nella sua vita, portarlo al parco sotto Villa Borghese, insegnargli le filastrocche romane, preparare crostate di visciole.
Avrebbe fatto tutto il possibile, magari anche prenderlo con sé. Perché lei era ancora giovane, abbastanza in salute, e il coraggio non le mancava. Bianca avrebbe potuto avere mille altri figli, ma Andrea era il pezzo di Stefano che le era rimasto.
Stando davanti alla porta, Rosa si ripassava il discorso. Bugie, errori, tutta la rabbia del passato si sfumava in secondo piano. Restava la consapevolezza: È mio nipote! Su questo non si discute.
Trovò la forza e suonò.
Il battito del cuore le scoppiava nelle orecchie. Ci siamo: ora lo vedrò, anche solo per un istante Ma il tempo sembrava fermo, ogni secondo diventava eterno. Finalmente, dallaltra parte, passi. Ma
E basta! Sempre in ritardo, sta gente brontolava una voce maschile, stufa ancora prima di aprire. Non ordinerò più niente dalla vostra ditta
La porta si spalancò di scatto. Davanti a lei, un uomo sconosciuto in tuta e maglietta slabbrata, una tazza mezza piena in mano. La guardò poco convinto, senza un briciolo di cordialità, né voglia di sentire storie strane.
Chi cerca? domandò, sbrigativo, quasi scocciato dalle interferenze.
Rosa rimase di sasso. Un lampo di pensieri: Ma come, già con un altro? Che vergogna! Così poco rispetto per Stefano? Si costrinse a parlare, cercando di controllarsi.
Cerco Bianca.
Lui quasi scosse le spalle.
Bianca ha venduto casa un mese fa. Non so dovè andata.
E senza aspettare reazioni, rientrò e chiuse la porta a doppia mandata.
Rosa si sentì mancare. Un rumore remoto di passi e voci, e basta. Frugò nella borsa, tirò fuori il cellulare, compose il numero di Bianca. Tu-tu-tu. Nessuna risposta. La richiamò, ancora e ancora. Sempre muto, Utente irraggiungibile.
Seduta sul davanzale delle scale, cercò di mettere insieme i pezzi. Non riusciva a credere che Bianca se ne fosse andata così, senza dire nulla, portandosi dietro lunica traccia di suo figlio. La rabbia le montava in petto, le dita facevano male a furia di stringere il telefono.
Come ha osato portare via il sangue di Stefano, senza neppure guardarmi in faccia? ripeteva tra sé, tra rabbia, dolore e confusione.
Ma dopo un attimo, fissò il vuoto davanti a sé, le lacrime ormai assorbite dalla rabbia. Una nuova fredda ostinazione brillò nei suoi occhi.
No, non si sarebbe arresa. Non avrebbe permesso a Bianca di sparire col bambino. Avrebbe trovato quel nipote, glielo avrebbe ripreso echissàlo avrebbe chiamato Stefano, come si deve, perché era giusto così. Doveva portare quel nome, ricordarsi da dove veniva.
Rosa si alzò, scrollò il cappotto. Una scintilla di volontà rinnovata si accese nei suoi occhi.
Aveva un nuovo scopo. Ritrovare il nipote, costasse quel che costasse. E lo avrebbe fatto.
A qualsiasi prezzo.






