Ginevra non viveva. Sopravviveva.
Settantadue anni, un monolocale alla periferia di Perugia, una pensione che entro il venti del mese si riduceva a spiccioli. E il silenzio.
Sei mesi prima Giovanni se n’era andato. Non per un’altra – se n’era andato e basta. In silenzio, nel sonno, senza neppure un rantolo. Ginevra si era svegliata la mattina e lui era già freddo. Con la mano sul bordo del letto, come se avesse voluto allungarsi e non ce l’avesse fatta.
La figlia Lucia era arrivata da Milano per il funerale, era rimasta tre giorni, aveva lasciato sul frigorifero le pillole per la pressione ed era ripartita, buttando lì: «Mamma, chiama se serve». Ginevra non chiamava. E Lucia chiamava. Ogli due settimane, precise come un orologio.
– Mamma, come stai?
– Bene.
– Bene, allora. Un bacio.
Tutta qui la conversazione. Tutto il legame. Tutto il senso.
Ginevra andava al supermercato. In farmacia. A volte all’ambulatorio, dove le misuravano la pressione e le dicevano «si dia meno pensiero». Lei non si dava pensiero. Non provava niente. Come un mobile. Come quell’armadio nell’ingresso che Giovanni continuava a dire di buttare, e non l’aveva mai buttato.
Quel giorno, ordinario, di novembre, con il cielo basso e una pioggerella fine, Ginevra tornava dall’ambulatorio. La pressione era salita di nuovo. La dottoressa aveva scosso la testa, scritto un’altra ricetta. Ginevra se l’era infilata in tasca senza neppure guardarla.
Vicino ai cassonetti qualcosa si mosse.
Una gatta. Magra, di tre colori, con un orecchio strappato. Era seduta sul marciapiede bagnato e guardava Ginevra. Non con supplica, no. Non con richiesta. Piuttosto… con valutazione. Come se stesse ponderando: è quella giusta o no?
Ginevra passò oltre.
La gatta si alzò e la seguì. In silenzio. Non miagolò, non le corse avanti, camminava a tre passi di distanza, come un’ombra.
Ginevra si voltò all’ingresso del palazzo.
– Lasciami stare.
La gatta si sedette. Sbatté gli occhi. E restò lì.
Ginevra salì al terzo piano, chiuse la porta, accese il bollitore. Si fermò alla finestra – giù, sulla panchina davanti al portone, c’era quella stessa gatta.
Una gatta matta.
La mattina dopo Ginevra aprì la porta e quasi ci inciampò. Sullo zerbino, rannicchiata a palla, dormiva la stessa gatta. Come avesse fatto a salire al terzo piano non si sapeva. Ma stava lì come se quello fosse il suo posto.
– E che ci faccio io con te? – chiese Ginevra.
La gatta aprì un occhio. E lo richiuse.
Come se la risposta fosse ovvia.
Ginevra non la fece entrare. Beh, almeno così credeva.
Solo che uscì con un piattino di latte. Solo che lasciò la porta socchiusa perché c’era afa, novembre, e i termosifoni scaldavano come matti. E la gatta semplicemente entrò.
Ginevra stava nel corridoio e guardava quella faccia tosta e magra annusare l’angolo dell’ingresso. Poi la cucina. Poi la stanza. E a un tratto si fermò.
La poltrona di Giovanni. Vecchia, sfondata, con i braccioli consumati. Quella dove lui sedeva ogni sera, schioccando il telecomando e diceva: «Ginevra, guarda cosa combinano». Per sei mesi Ginevra l’aveva evitata, facendo un giro largo. Non riusciva né a sedercisi né a buttarla. Era come un monumento. Come un buco nella stanza.
La gatta saltò su. Si rigirò nell’incavo e si sdraiò. Si rannicchiò, nascondendo il naso con la coda.
E cominciò a fare le fusa.
A Ginevra tremarono le labbra. Voleva gridare: «Scendi subito!» ma la gola le si strinse, e invece del grido uscì qualcosa di roco, confuso. Si sedette sul divano e a lungo guardò la gatta che dormiva nella poltrona di suo marito.
– Solo stanotte, – disse Ginevra con voce rauca. – Domani ti sbatto fuori.
Il giorno dopo non la sbatté fuori. E neppure quello dopo. La gatta restò.
La chiamò Mina.
– Mina, vieni a mangiare, – diceva Ginevra posando il piattino per terra.
Mina mangiava. E guardava Ginevra dal basso con quello stesso sguardo. Valutativo. Tranquillo. Lo sguardo di chi sa qualcosa che tu ancora non hai capito.
Dopo una settimana Ginevra comprò delle crocchette. Le più economiche, nella confezione gialla, in offerta. Stava nel negozio per animali e si sentiva un’idiota. La commessa, una ragazza di vent’anni, con le unghie rosa, le chiese:
– Che razza è?
– Mista. Mi si è attaccata, – brontolò Ginevra, e uscì senza salutare.
Poi comprò una lettiera. Poi una ciotola. Normale, di ceramica, perché dal piattino Mina rovesciava sempre. Poi un tiragraffi per centonovanta euro, perché la gatta aveva cominciato a sgranare l’angolo del divano, e il divano era l’unica cosa che Ginevra avesse in buono stato.
«Temporaneo, – si ripeteva. – Tutto temporaneo».
Ma la vita stava già cambiando. Lentamente, di soppiatto, come l’acqua scava la pietra.
Prima Ginevra si svegliava alle nove, e restava a letto a guardare il soffitto. Ora alle sette e mezza Mina le si sedeva accanto al cuscino, la fissava in faccia e taceva. Non miagolava. Stava lì e aspettava. E da quell’attesa silenziosa era impossibile non alzarsi.
Ginevra si alzava. Andava in cucina. Versava le crocchette. Accendeva il bollitore. E a un tratto si accorgeva di essere già dieci minuti alla finestra a guardare il cortile. Così, senza pensare alla pressione, senza pensare alla pensione, senza pensare a Giovanni.
Le sere erano diventate ancora più strane. Prima Ginevra accendeva la televisione – non per guardarla, ma per non sentire quel silenzio morto. Le voci dallo schermo riempivano il vuoto, e sembrava di non essere sola. Ora Mina si sdraiava accanto a lei sul divano, all’altezza della coscia, e faceva le fusa. Piano, regolare, come un motorino. E Ginevra, per la prima volta in sei mesi, spense la televisione.
Il silenzio non faceva più paura. Il silenzio con le fusa era un silenzio del tutto diverso.
Si sorprese a parlare con la gatta. Non a coccolarla con vezzeggiativi, no, Ginevra non aveva mai saputo fare le moine, neppure con Lucia da piccola. Parlava e basta. Come a una persona.
– Di nuovo la pressione a centosessanta. Quella dottoressa, la signora Marta, mi guarda come fossi già morta. E io, magari, vivo ancora. Per dispetto, vivo.
Mina socchiudeva gli occhi.
– Lucia ha chiamato. Sempre la solita storia: «Mamma, come stai?» Come sto? Così. Però… prima – così. Adesso… adesso non lo so.
La gatta strofinava la testa contro il palmo della mano. E Ginevra taceva, perché la gola le si faceva di nuovo stretta.
La vicina di casa, la signora Lidia, venne per un tè, vide Mina e batté le mani:
– Ginevra! Ma tu dicevi – mai, per nessuna ragione!
– E lo dico ancora: è temporaneo.
– Ah, temporaneo, – sorrise Lidia, guardando la gatta che si strofinava contro le gambe di Ginevra. – Hai le crocchette in tre posti, una ciotola di ceramica e un tiragraffi. Molto temporaneo.
Ginevra si voltò verso la finestra perché Lidia non vedesse che stava sorridendo. Per la prima volta in sei mesi.
Poi chiamò Lucia. Ginevra stessa non capì perché le raccontò della gatta. Le sfuggì. Forse voleva condividere – per la prima volta da tanto tempo aveva qualcosa da condividere.
– Hai raccolto una gatta? – ripeté Lucia. – Beh, almeno un passatempo, mamma.
Un passatempo.
Ginevra riattaccò e sentì una rabbia vera, calda, viva. Non risentimento – il risentimento era abitudine, ovattato, informe. Rabbia. Quella che ti fa battere il pugno sul tavolo e dire: «Ma lo capisci, sì o no?»
A dicembre tutto precipitò.
Mina cominciò a mangiare meno. All’inizio Ginevra non se ne accorse – ecco, non ha finito, capita. Poi non toccò affatto il cibo. La ciotola rimaneva piena dalla mattina alla sera, e le crocchette si seccavano formando una crosta marrone. Mina stava nella poltrona di Giovanni e quasi non si muoveva. Solo respirava – rapida, affannosa, come se l’aria non bastasse.
– Ehi, – Ginevra si accovacciò, guardò la gatta negli occhi. – Che hai?
Mina sbatté le palpebre. E girò la testa verso il muro.
Dentro Ginevra qualcosa si spezzò.
Non era mai stata dal veterinario. Giovanni da bambino aveva avuto un cane, ma Ginevra no, mai, non capiva la gente che portava gli animali dal dottore, spendeva soldi, nervi. «Per gli umani non bastano le cure», diceva una volta. Non molto tempo prima, lo diceva.
E adesso stava nell’ingresso con un trasportino in mano. Il trasportino lo aveva comprato il giorno prima. Quattrocento euro in saldo – di plastica, con la griglia un po’ scrostata. Ci infilava Mina dentro, e la gatta non resisteva. Era questo a far più paura. Prima si sarebbe graffiata, contorta, soffiata, invece adesso stava lì come uno straccio e guardava.
La clinica veterinaria «Asclepio» in zona Porta Nova. Piccola, stretta, odorava di medicinali e di pelo bagnato. Ginevra sedeva su una sedia di plastica, stringendo il trasportino sulle ginocchia, e si sentiva fuori posto. Intorno giovani clienti, con cani di razza, con gatti morbidi in borse costose. E lei – una pensionata con un cappotto vecchio, un trasportino spelacchiato, dentro una gatta di strada con l’orecchio strappato.
Il veterinario era giovane. Un ragazzo, sulla trentina, con gli occhiali e un camice blu. Si chiamava Arturo, ma lui stesso disse: «Può chiamarmi Arturo, semplicemente». Visitò Mina, tastò la pancia e restò in silenzio. Il viso cambiò.
– Che c’è? – chiese Ginevra.
– Dobbiamo fare un’ecografia.
La fece. A lungo passò la sonda sulla pancia di Mina, cliccò col mouse, aggrottò la fronte. Poi si girò verso Ginevra e parlò con cautela, come si parla a chi fa pena:
– Ha una neoformazione. Nella cavità addominale. Serve un intervento. Se non lo facciamo – due, tre mesi, forse un po’ di più.
– Quanto costa? – chiese Ginevra.
– Ventottomila euro. Con anestesia e cure post-operatorie.
Ginevra annuì, prese il trasportino e uscì.
Ventottomila euro. La sua pensione. Tutta intera. Senza resto.
Si sedette su una panchina fuori dalla clinica. Dicembre, un freddo cane, le dita gelavano. Mina nel trasportino – silenziosa, immobile, solo gli occhi splendevano attraverso la grata. Guardava. Non chiedeva, non si lamentava, guardava e basta.
Ginevra tirò fuori il telefono e chiamò Lucia. Uno squillo, due, tre.
– Mamma, sono al lavoro, sbrigati.
– Lucia, ho bisogno di aiuto. Alla gatta serve un intervento. Ventottomila euro.
Silenzio. Poi un sospiro. E una voce che fece più freddo a Ginevra del vento di dicembre:
– Mamma, ma stai scherzando? Ventottomila euro per un gatto randagio?
– Non è randagio. È mio.
– Mamma. È un gatto. Solo un gatto. Se muore, ne prendi un altro. Ce n’è in giro a mucchi.
Ginevra chiuse gli occhi. D’un tratto vide chiaro, come una fotografia – Giovanni nella poltrona. Che cambiava canali e le diceva: «Ginevra, sei la persona più testarda della terra. Se decidi, sposti le montagne». Lo ripeteva così spesso che lei si arrabbiava. E adesso avrebbe dato tutto per sentirlo ancora.
– Mamma? Mi senti?
– Ti sento, – disse Ginevra. – Grazie, Lucia.
E riattaccò.
Per tre giorni pensò. Tre giorni sono lunghi, quando qualcuno accanto a te muore.
Mina stava nella poltrona e si consumava. Come una candela. Mangiava un cucchiaino. Beveva poco. Aveva smesso di fare le fusa. Ginevra sedeva accanto a lei, per terra, su una vecchia coperta, e le accarezzava la testa – leggero, con la punta delle dita.
– L’ho detto – sei mia. E mia resti.
Il quarto giorno Ginevra si alzò alle sei del mattino. Si vestì. Andò all’ufficio postale. Fece la fila per la pensione – tre vecchie davanti a lei, tutte con le loro ricevute, tutte lente, tutte eterne.
Le banconote erano nella tasca del cappotto, e Ginevra camminava per strada tenendo la mano sul fianco, come se portasse qualcosa di fragile. In un certo senso era così.
Nella clinica veterinaria posò i soldi sul bancone. Le mani tremavano – di freddo o di paura, non sapeva distinguere.
– Ho portato la gatta per l’intervento.
Arturo guardò i soldi, poi Ginevra, poi di nuovo i soldi. Annuì. Non disse niente di superfluo. Solo:
– La prognosi è buona. Se supera l’anestesia, tutto andrà bene.
Se.
Ginevra si sedette nel corridoio. Sedia di plastica, parete bianca, odore di disinfettante.
Cercò di ricordare quando aveva aspettato così l’ultima volta. Si ricordò. Venti anni prima, in ospedale. Lucia partoriva. Ginevra era seduta in corridoio – esattamente come adesso, su una sedia, con la borsa stretta al petto, e aspettava. Allora era finito tutto bene. Un bambino aveva pianto, e il mondo era cambiato.
La porta si aprì. Uscì un’infermiera – giovane, in verde, con gli occhi stanchi.
– Lei è la proprietaria della gatta tricolore?
– Sì, – disse Ginevra e si alzò. Le gambe le facevano male, le ginocchia scricchiolarono.
– Tutto bene. L’intervento è riuscito. La sua gatta è una combattente.
Ginevra annuì. Non riusciva a parlare – la gola le si era chiusa. Annuisce e annuisce, e l’infermiera le toccò il braccio:
– Ehi, sta bene?
– Sì. Sì. Tutto bene.
Portarono fuori Mina – avvolta nei pannolini, assonnata, con la pancia rasata e una sottile linea di punti. Ginevra prese il trasportino con due mani, se lo strinse al petto e si avviò verso l’uscita.
A casa, per la prima volta, mise la gatta sul suo letto. Sulla metà dove prima dormiva Giovanni. Mina era sdraiata su un fianco, respirava regolare, e la ferita sulla pancia si vedeva appena, rosa e finissima. Ginevra si sdraiò accanto, posò la mano sul fianco caldo del gatto e sussurrò:
– Sei mia.
Mina guarì lentamente. Il primo giorno stette immobile, mangiò a gocce, guardava con occhi annebbiati. Poi cominciò ad alzare la testa. Dopo una settimana arrivò da sola alla ciotola e mangiò tutto. Ginevra stava sulla soglia della cucina e guardava la gatta che leccava il fondo di ceramica, e pensava: ecco, la felicità. Sciocca, da pochi soldi, a quattro zampe.
A febbraio Mina era come prima. Correva per casa come una pazza, faceva cadere la saliera dal tavolo, si affilava le unghie sul tiragraffi – e subito dopo sul divano, per carattere. Ginevra sgridava, agitava il canovaccio, gridava: «Ma che bestia!»
Lei stessa viveva quasi solo di semolino e patate. La signora Lidia ogni due giorni le portava o una zuppa in barattolo, o un sacchetto di mele – «avanzano, prendi». Ginevra sapeva che non avanzavano niente. Che Lidia stessa contava gli spiccioli. Ma accettava. Perché l’orgoglio va bene, ma bisogna pur mangiare.
A fine febbraio chiamò Lucia.
– Mamma, controlla il conto. Ti ho girato un bonifico. Ventottomila euro.
Ginevra restò in silenzio. Poi:
– Perché?
– Perché. – Pausa. Lunga, pesante. – Hai dato tutta la pensione per quel gatto. E non me l’hai detto. La signora Lidia mi ha chiamato.
– Lidia… – Ginevra chiuse gli occhi.
– Mamma, non devo sapere queste cose dalla vicina.
Ginevra non parlava. Non perché fosse offesa – perché non riusciva a scegliere, tra mille parole, almeno una giusta. Alla fine scelse la più semplice:
– Vieni, Lucia. Così, senza motivo. Vieni e basta.
Silenzio. Un secondo, due.
– Vengo, mamma. Sabato.
Ginevra riattaccò. Restò in piedi un momento. Poi si lasciò cadere sulla poltrona di Giovanni – per la prima volta da tutto quel tempo. Semplicemente si sedette. E non successe niente. Solo l’impronta sulla seduta le era un po’ larga.
Mina saltò sulle sue ginocchia, le infilò la testa nel palmo della mano e cominciò a fare le fusa – forte, tanto che la vibrazione le arrivava dentro.
Fuori dalla finestra cadeva la neve. Ginevra stava seduta e guardava. Non perché prima non ci fosse mai stata neve. Ma perché prima non se n’era mai accorta.






