Una gatta scheletrica non si è allontanata per un intero giorno da un negozio chiuso. Quando hanno aperto la porta – è venuto i brividi.

Ludovica scattò la serratura e tirò un sospiro di sollievo. Ecco fatto. Due giorni di riposo davanti, niente code, niente pesatura della merce, carichi e scarichi.

«Ludovica, domani lavora?» arrivò da dietro una voce familiare.

Non fece neppure in tempo a voltarsi – sapeva già chi era. Nicola Rossi. Sempre fuori tempo.

«Domani è domenica,» scandì senza girarsi. «Giorno di chiusura.»

«Ah. Capisco. Beh, niente, allora vengo lunedì.»

Ludovica alla fine si voltò. L’anziano era lì con una borsa di rete logora, una giacca stinta, e la guardava con un’aria smarrita. Come se sperasse in qualcosa.

«Ecco, adesso starà mezz’ora a contare gli spiccioli,» pensò tra sé.

«Venga lunedì,» buttò lì, e si avviò verso casa.

Lui faceva sempre così – arrivava all’ora di chiusura, sceglieva due o tre cosette, poi alla cassa frugava nel portafogli, contava le monete. Dietro si formava la fila, la gente sospirava, e lui sembrava non accorgersene. Così lento. Solo irritazione.

La domenica mattina, passando davanti al negozio, Ludovica si fermò di colpo.

Sulla porta c’era una gatta. Comune, grigia, spelacchiata e molto magra. Ma la cosa strana – non stava ferma. Correva dalla porta alla finestra, graffiava la soglia, guardava nella fessura, miagolava. Così lamentoso, così disperato.

«Vattene!» fece Ludovica con un gesto.

La gatta non si mosse. Guardava la porta.

«Randagia,» pensò Ludovica, e proseguì.

Il lunedì Ludovica si avvicinò al negozio con un peso nell’animo. La gatta era ancora lì. Rannicchiata sulla soglia, sfiancata.

La chiave girò nella serratura. La porta si aprì.

E allora Ludovica sentì. Un debole, appena percettibile pigolio. Da qualche parte in fondo, dietro gli scaffali.

Entrò, guardò meglio – e il cuore le sprofondò.

Un gattino.

Piccolo, cieco, inerme. Tra scatole di cartone, pigolava, muoveva le zampine.

La gatta si precipitò dentro dietro Ludovica, saltò dal gattino, cominciò a leccarlo, a fare le fusa.

«Mio Dio,» mormorò Ludovica. «Quindi cercavi di arrivare da lui.»

Ludovica restò davanti alla scatola di cartone senza sapere cosa fare. La gatta si era sistemata accanto al gattino, lo leccava, faceva le fusa – per la prima volta in ventiquattr’ore pareva calma.

Ma nella testa di Ludovica un solo pensiero: «In negozio non si possono tenere animali. Dove le metto?»

«Senti, ma sei forte,» borbottò a voce alta. «Come hai fatto a entrare? Quando?»

La gatta si strinse di più al piccolo.

Ludovica ricordò: venerdì sera, mentre chiudeva, all’ingresso c’era ressa di clienti. Confusione, fretta. Probabilmente era sgattaiolata allora. Inosservata. E aveva partorito di notte, quando il negozio era vuoto.

E tutta la domenica era corsa fuori, cercando di rientrare.

«Va bene,» sospirò Ludovica. «Adesso troviamo una soluzione.»

Versò dell’acqua in un bicchiere di plastica per la gatta, spezzò un pezzo di mortadella dal suo panino. La gatta bevve avidamente, in fretta, come se temesse che glielo togliessero.

Poi Ludovica aprì il negozio ai clienti.

La prima a entrare fu la vicina, zia Valeria. Vide la gatta col gattino e giunse le mani:

«Oh, Ludovica! Da dove vengono?»

«Mah…» fece Ludovica con un gesto. «È entrata chissà come. Senti, Valeria, magari li prendi tu? I tuoi nipoti amano gli animali.»

Zia Valeria fece una smorfia:

«Abbiamo già un gatto. Vecchio, cattivo. Li ammazza tutti. No, no, scusa.»

Poi venne zio Michele l’idraulico. Anche lui rifiutò:

«Mia moglie non vuole. Starnutisce col pelo.»

Poi arrivò una giovane madre col bambino. Il piccolo allungò le mani verso il gattino, ma la madre lo tirò indietro:

«Non toccare! È sporco! Malattie e basta. Andiamo via di qui.»

Ludovica stava dietro il banco e sentiva qualcosa stringersi dentro. Ogni rifiuto le batteva nel petto come un colpo sordo.

«Nessuno li prenderà?»

A mezzogiorno ormai aveva perso ogni speranza.

Verso le tre del pomeriggio la porta si spalancò ed entrò Nicola Rossi.

Come sempre – lento, cauto. La borsa di rete in mano. Salutò piano, annuì.

Ludovica non fece in tempo a rispondere – lui si fermò all’ingresso, si accovacciò accanto alla scatola.

«Oh,» disse a voce bassa. «Chi abbiamo qui?»

La gatta alzò la testa, lo guardò diffidente.

Nicola Rossi allungò la mano con cautela, accarezzò la testa della gatta. Lei socchiuse gli occhi, fece le fusa.

«Ludovica,» si rivolse alla commessa. «Che fine faranno?»

Ludovica sospirò:

«Non lo so, Nicola. Qui non posso tenerli. E nessuno vuole portarseli a casa.»

«Capisco.»

Rimase in silenzio, poi accarezzò di nuovo la gatta. Il gattino pigolò piano, si mosse.

«Posso,» cominciò Nicola Rossi e si fermò. «Posso prenderli io?»

Ludovica restò di sasso. Guardava l’anziano e non credeva alle orecchie.

«Lei?» ripeté. «Davvero?»

«Beh, sì.» Sorrise timido. «Tanto io sono solo, mi annoio. Così avrò compagnia. È vero, non so come accudirli. Ma imparerò. Leggo su Internet.»

Ludovica sentì un nodo alla gola. Quell’uomo lento, che tante volte aveva sbrigato, sollecitato, contro cui s’era irritata.

Lui era l’unico che non era passato oltre.

«Nicola,» disse con voce strozzata. «Grazie. Davvero. Grazie.»

Lui agitò le mani:

«Ma si figuri. A me fa piacere. A casa è vuoto. Mia moglie è morta da tre anni. Figli non ne ho. Ecco, vengo qui ogni giorno per scambiare due parole con qualcuno.»

A Ludovica salì la vergogna. Una vergogna così forte che avrebbe voluto sprofondare.

Lei s’era sempre arrabbiata perché era lento. Perché faceva aspettare la fila.

E lui era solo.

Nicola Rossi prese con cura la scatola con la gatta e il gattino. La reggeva da sotto per non scuoterla. La gatta lo guardò sospettosa, ma non oppose resistenza. Come se avesse capito – quell’uomo non le farà male.

«Solo che non so come portarli a casa,» disse pensieroso. «La scatola è grande, scomoda. Loro traballano.»

«Aspetti,» Ludovica corse in magazzino e tornò con una robusta scatola di cartone più piccola. «Ecco, questa va meglio. Ha anche i manici.»

Da sola trasferì la gatta col gattino, stese un panno morbido sul fondo. Le mani le tremavano. Non capiva se per l’emozione o per la vergogna che la rodeva sempre più.

«Ludovica, mi potrebbe consigliare,» Nicola Rossi sorrise incerto, «cosa comprare per loro? Del cibo suppongo? Una ciotola?»

Ludovica vide all’improvviso: l’anziano era smarrito. Aveva preso una responsabilità, ma non sapeva come andare avanti. Eppure li aveva presi. Perché non era riuscito a passar oltre.

«Aspetti,» disse decisa. «Ora.»

Percorse gli scaffali, raccogliendo tutto il necessario: una scatola di carne in scatola per gatti, un sacchetto di crocchette, due ciotole di plastica, una confezione di lettiera.

«Questo è per lei,» porse il sacchetto a Nicola.

«Ma no. Pago.»

«Non serve,» tagliò corto Ludovica. «Da parte mia. E basta.»

Lui voleva opporsi, ma lei lo guardò così severamente che annuì:

«Grazie. Mille grazie.»

Nicola Rossi prese la scatola, il sacchetto, si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si voltò:

«Ludovica, secondo lei, devo portarli dal veterinario?»

«Sì,» annuì lei. «Vada domani. Che li visiti, veda se è tutto a posto.»

«Bene. Ci andrò certo.»

Uscì. La porta si chiuse con un lieve tintinnio.

Ludovica restò sola.

Nel negozio silenzio. Vuoto. Solo a terra, in un angolo, c’era la vecchia scatola di cartone – quella dove stava il gattino.

Si avvicinò, raccolse la scatola, voleva buttarla. E all’improvviso non ci riuscì. Si sedette per terra, strinse la scatola al petto e scoppiò a piangere.

Le lacrime le rigavano le guance, gocciolavano sul cartone.

Ricordò come s’era arrabbiata con Nicola Rossi. Come l’aveva sbrigato. Come sospirava quando entrava in negozio. Come pensava: «Ecco il vecchio. Starà di nuovo a contare gli spiccioli.»

E lui invece com’era.

Senza pensarci, aveva preso la gatta e il gattino. Anche se tirava avanti a stento – si vedeva dai vestiti, da come contava le monetine nel portafogli.

Ma non era passato oltre.

«Mio Dio,» pensò Ludovica, «che stupida sono. Che cuore duro.»

Si asciugò le lacrime con il palmo, si alzò. Buttò la scatola nel cestino. Tornò dietro il banco.

I clienti cominciarono ad affluire.

Una normale giornata di lavoro.

Ma dentro Ludovica qualcosa era cambiato. Guardava i clienti in modo diverso. Non più come una fila da sbrigare in fretta. Ma come persone, ognuna con la propria storia. E non si sa mai cosa portino nell’anima.

Domani di certo chiederà a Nicola Rossi come sta la gatta col gattino. Come si sono sistemati. Se ha bisogno d’aiuto.

E non lo sbrigherà mai più.

Passarono due giorni.

Ludovica aspettava Nicola Rossi. Guardava la porta, tendeva l’orecchio ai passi in corridoio. Ma lui non veniva.

E l’ansia cresceva. «Sarà successo qualcosa? Si sarà ammalato? O alla gatta?»

Il terzo giorno non resse.

Chiese ai vicini l’indirizzo. Scoprì che Nicola Rossi abitava nel palazzo accanto, al terzo piano.

Comprò un sacchetto di mele, un pacco di biscotti – tanto per non andare a mani vuote – e dopo il lavoro si diresse da lui.

La porta non si aprì subito. Poi si sentirono passi strascicati, e sulla soglia apparve Nicola Rossi. Sorpreso, confuso.

«Ludovica? Lei… da me?»

«Sì, ecco.» Porse il sacchetto. «Ho pensato di farle visita. Come sta? Come stanno la gatta e il gattino?»

Il volto dell’anziano si illuminò di un sorriso. Così caldo, sincero, che a Ludovica si alleggerì il cuore.

«Entri, entri!» Fece spazio. «Stanno benissimo!»

L’appartamento era piccolo, modesto. Mobili vecchi, tappeto consumato. Ma pulito, accogliente.

Sul davanzale, su una coperta ripiegata, dormiva la gatta. Accanto a lei si agitava il gattino – già più robusto, soffice.

«Eccoli,» disse Nicola con orgoglio. «La gatta l’ho chiamata Mora. E il gattino Tino. Perché è tranquillo.»

Ludovica si avvicinò, accarezzò delicatamente Mora. Lei aprì un occhio, fece le fusa e si riaddormentò.

«Che belli,» mormorò Ludovica.

«Eh sì.» Nicola sorrideva a più non posso. «Sa, li ho portati dal veterinario. Tutto a posto.»

Continuò a parlare – di come la prima notte Mora si era nascosta sotto il divano, trascinandosi dietro il piccolo, di come poi si era ambientata, di come ora lo aspettava sulla porta quando tornava.

Mentre usciva, Ludovica si fermò sulla soglia:

«Nicola, venga in negozio. L’aspetto.»

Lui annuì:

«Verrò.»

E aggiunse piano:

«Grazie, Ludovica. Per tutto.»

«Grazie a lei,» rispose lei. «Lei è una brava persona.»

Il giorno dopo Nicola Rossi tornò in negozio. Come sempre – lento, con la borsa di rete.

Ma questa volta Ludovica lo accolse con un sorriso. Prese dal retrobottega uno sgabello, lo mise accanto al banco:

«Si sieda, Nicola. Non abbia fretta. Io non ho nessuna fretta.»

Lui annuì riconoscente. Si sedette. Cominciò a scegliere la spesa con calma.

E Ludovica per la prima volta non lo sbrigò.

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Una gatta scheletrica non si è allontanata per un intero giorno da un negozio chiuso. Quando hanno aperto la porta – è venuto i brividi.
Mio figlio ha appena compiuto 31 anni e mi ha detto recentemente che gli inquilini che vivono nell’appartamento di suo padre devono trasferirsi perché lui vuole andare a viverci con sua moglie.