Ginevra correva a tutta fretta. Era sempre in ritardo: al lavoro, agli appuntamenti con le amiche, persino ai primi appuntamenti. Quel giorno doveva assolutamente arrivare in orario: tra due ore avrebbe sostenuto un colloquio presso una rinomata azienda milanese e, se lo avesse perso, sarebbe rimasta senza lavoro per almeno sei mesi, perché non cerano altre proposte così importanti.
Lautobus arrivò proprio mentre Ginevra, ansimante, scivolava fuori dallingresso del palazzo. Si lanciò in avanti, ma inciampò sul marciapiede e cadde proprio davanti alla fermata. Lautobus, senza fermarsi, chiuse le porte e ripartì.
Accidenti! sbottò, sentendo il ginocchio bruciare e le mani graffiate.
Un uomo si avvicinò, chinandosi leggermente.
Ha bisogno di aiuto? chiese con un sorriso timido.
Ginevra alzò lo sguardo e vide occhi marroni, capelli scuri e unespressione gentile.
Grazie, ma ormai è tardi, mormorò mentre si rialzava. Lautobus è già via e il prossimo arriva solo fra venti minuti.
Dove corre così? domandò luomo.
Al colloquio, in centro. rispose.
Lui guardò il suo orologio.
Sto andando nella stessa direzione. La porto. propose.
Ginevra esitò, pensando a un possibile pericolo, ma il tempo stringeva.
È sicuro? chiese.
Certo. Io mi chiamo Ruggero, tra laltro.
Ginevra. si presentò.
Ruggero non era affatto una minaccia. Lauto profumava di caffè e di legno di sandalo. Sullo sfondo della radio suonava una dolce melodia jazz.
Raccoglie spesso ragazze per strada? scherzò Ginevra, cercando di alleggerire latmosfera.
Solo quelle che cadono davanti a me, rispose serio, ma con una scintilla divertita negli occhi.
Arrivarono dieci minuti prima dellorario previsto. Ginevra scese dallauto senza neanche chiedere il numero di telefono, pensando che forse le sarebbe servito più tardi.
Grazie! esclamò mentre correva via.
In bocca al lupo! le rispose.
Il colloquio andò sorprendentemente bene. Uscì dallufficio leggera e sorridente, e subito incontrò Ruggero fermo allingresso con due tazzine di caffè in mano.
Come è andato? chiese.
Ottimo! Ma perché è qui? replicò.
Aspettavo. rispose.
Per cosa?
Per conoscere il risultato e, se vuoi, per festeggiare al bar. Cè un motivo per festeggiare, dopotutto.
Ginevra scoppiò a ridere.
Hai ragione, ho tempo. Mi hanno assunto, ma potrò entrare solo tra un mese. rispose.
Allora più che mai! Andiamo a bere qualcosa.
Passarono tre ore al bar, chiacchierando di libri, viaggi e aneddoti imbarazzanti. Ruggero era un architetto, appassionato di film daltri tempi e odiava le olive. Ginevra raccontò della sua passione per la pittura e del sogno infantile di diventare ballerina, interrotto da una frattura alla gamba mentre saltava nelle pozzanghere.
Quindi le cadute sono la tua debolezza, osservò Ruggero.
E la tua? chiese lei.
Raccogliere chi cade. rispose con un sorriso.
Il mese successivo si incontrarono tutti i giorni, passeggiando per le vie di Milano, facendo escursioni fuori città, a volte bagnandosi sotto la pioggia e correndo verso lauto ridendo e inciampando ancora.
Ti dicevo che cadi troppo spesso, scherzava mentre le scrollava la giacca.
Ma tu sei sempre lì a sollevarmi. rispondeva lei.
Il giorno del suo primo giorno in ufficio, Ruggo lo incontrò fuori con un mazzo di peonie.
Perché? chiese sorpresa.
Solo perché. rispose.
Sei mesi dopo, al fermata dove tutto era iniziato, Ruggero le confessò il suo amore, senza caffè né parchi, ma proprio lì.
Ti ricordi quando sei caduta? disse.
Come potrei dimenticare? rispose Ginevra.
Da allora non sono più riuscito a rialzarmi da solo. Mi hai colpito nel profondo.
Ginevra rise, gli occhi scintillanti.
È il modo più strano di dire ti amo. commentò.
Il più sincero. rispose lui.
Si sposarono lanno successivo. Quando Ginevra era incinta, Ruggero la portò di nuovo alla stessa fermata.
Guarda, indicò il marciapiede, qui cè ancora il graffio del tuo portachiavi. disse.
Stai mentendo, rise, ma si chinò a vedere. Il pancione già le impediva di piegarsi comodamente.
Ruggero la sollevò delicatamente per il gomito.
Di nuovo cadi? scherzò.
Non cado, solo lequilibrio è cambiato. replicò.
Appoggiò la mano sul suo ventre rotondo.
Il nostro passeggero è calmo? chiese.
È appena nato, rispose Ginevra, accarezzandolo.
Ruggero rimase a fissare il piccolo con un sorriso sciocco, come sempre ogni volta che sentiva i primi movimenti.
Sai a cosa penso? disse Ginevra, abbracciandolo. Se quellautobus non fosse partito…
Ti avrei comunque trovato, interruppe lui. In ospedale, al mercato, al parcheggio, o al parco dove leggi.
Romantico, commentò lei battendo il suo braccio.
Realista. rispose Ruggero.
Camminarono lentamente verso lauto; Ginevra andava con cautela, come se portasse un prezioso vaso di cristallo anziché un bambino vivace.
Adesso devo portare due persone, disse Ruggero aprendo la portiera. Sarà più difficile, ma ce la faremo.
Ginevra posò la sua mano sulla sua guancia.
Ce la farai? domandò.
Proveremo, rispose, baciandole la fronte come sempre quando la tensione gli dava fastidio.
Un mese dopo, mentre uscivano dallospedale con il neonato che piangeva, Ginevra scoppiò a ridere.
Guarda, è un vero corridore, come me! Non vedeva lora di arrivare.
Ruggero, senza distogliere lo sguardo dalla strada, coprì il bambino con una mano.
Limportante è che non erediti la tua abitudine di cadere. disse.
Non preoccuparti, rispose Ginevra, sorridendo al piccolo ormai calmo. Ha te.
Così, mentre la vita li scivolava tra le dita come sabbia, capirono che le cadute non sono ostacoli, ma i punti di appoggio da cui si costruisce la forza di rialzarsi insieme. Un passo incerto può diventare il primo di un cammino condiviso, se cè chi ti tende la mano.



