Ho preparato la valigia. Vado a stare dalla mamma. Sono stanco di questo accampamento, dichiarò Valerio, senza nemmeno guardare Vittoria e Arturo, fermi nel corridoio.
Loro erano appena tornati da scuola, zaino in spalla, e per la prima volta sentivano il padre chiamarli non figli, ma un ostacolo al suo riposo. La parola «accampamento» rimase sospesa nell’aria dell’ingresso – pesante, ronzante, appiccicosa come sciroppo versato sul linoleum.
Valerio stava in mezzo al corridoio, con la sacca sportiva pesantemente appoggiata a terra, quasi fosse la sua coscienza strozzata.
A dire il vero, negli ultimi mesi mio marito si stancava solo in modo selettivo. Per sprofondare il divano fino a trasformarlo in un’amaca – le forze c’erano. Per scorrere all’infinito le notizie – anche. Per accendere una lite furiosa con un collega sconosciuto su internet riguardo ai destini dell’economia mondiale – per carità, l’energia sgorgava a fiumi. Ma controllare il problema di velocità di due treni ad Arturo, o ascoltare Vittoria dopo il corso di danza – lì il «procacciatore» subiva un improvviso blocco energetico. Portava la sua stanchezza come una corona pesante, esigendo che tutti si scostassero, parlassero sottovoce e servissero la cena puntuale.
— Molto piacere, maestà, — dissi con calma, incrociando le braccia. Non avevo intenzione di fare una scenata. — Solo non dimenticare il trapano.
Valerio sbatté le palpebre. Si aspettava che mi gettassi al suo collo, che gli strappassi la borsa e giurassi che d’ora in poi i bambini avrebbero camminato sul filo, e che io avrei smesso di chiedergli di buttare la spazzatura.
— Sono grandi ormai, — buttò lì, infilandosi il giacchetto, giustificando la fuga. — Non succederà niente se stanno un paio di giorni senza padre. E io non sono di ferro.
— Certo che non sei di ferro, — annuii. — Di ferro qui c’è solo il vecchio computer sotto la scrivania, e quello traballa. Buon viaggio al sanatorio di mammà.
Quando la porta sbatté dietro di lui, in casa calò un silenzio innaturale. Andai in cucina a prendere il succo dal frigo. Arturo era seduto al tavolo, con il dito che bucava a caso la tovaglia di cerata.
— Mamma, se sono rumoroso, papà adesso se ne andrà sempre? — chiese mio figlio, non a me, ma al soffitto.
E in quel momento tutta la mia ironia si fermò in gola come un grumo. Le battute erano finite. Una cosa è litigare con un adulto per il diritto al riposo, un’altra è vedere tuo figlio cercare di incastrarsi nei limiti del comfort paterno. Mi avvicinai, lo abbracciai e dissi decisa:
— Papà non se n’è andato perché sei rumoroso. Se n’è andato perché ha dimenticato come si fa a essere adulti. E noi a questo rimediamo.
Quella sera ordinammo la pizza. Non mi misi ai fornelli per preparare un intruglio complicato di carne alla francese. Non stirai camicie per il giorno dopo e non ascoltai le lamentele dal divano su come fosse impossibile rilassarsi dopo il lavoro. Finii tranquillamente il mio ordine al computer, ricevetti il bonifico sulla carta e improvvisamente capii un paradosso: senza la presenza maschile che esigeva manutenzione continua, in casa si respirava meglio. La struttura della nostra vita domestica aveva perso un pezzo importante, ma ora stava solo più dritta.
Intanto la «spedizione su Marte senza tuta», alias Valerio, raggiunse la destinazione.
Rosanna Bianchi, la mia cara suocera, non aveva chiamato Valerio da sé per cieca pietà materna. Era una donna estremamente pratica. Se il figlio aveva litigato con la moglie ed era «temporaneamente libero dalla famiglia» – allora poteva essere sfruttato allo scopo. La trappola di Rosanna si chiuse con l’inevitabilità di una ghigliottina già la mattina dopo.
Prima lo sfamò con panzerotti, compiangendo la sua «magrezza», poi tirò fuori un foglio. La lista delle faccende.
Valerio mi chiamò mercoledì. Dall’eco, sembrava in piedi su un pavimento di cemento.
— Fiorella… — la sua voce pareva quella di un’airone ferito. — Mi ha fatto rifare il pavimento del balcone. E domani andiamo alla casa al mare. Le è venuto in mente di estirpare un vecchio ceppo e di portar via le cianfrusaglie dalla soffitta.
— Cambiare attività è il miglior riposo! — risposi allegramente. — Sei andato per la tranquillità, no? Goditi il silenzio e il lavoro fisico.
Scappò il terzo giorno.
Piombò nell’ingresso venerdì sera – spiegazzato, odorante di polvere, di assi vecchie e di una sconfitta totale. Lasciò cadere la sacca per terra con un tonfo così pesante che sembrava avesse portato mattoni dalla campagna.
— Ho una fame da lupo, — annunciò Valerio, togliendosi le scarpe da ginnastica. — Cosa c’è per cena?
Si aspettava che la punizione fosse finita. Che io saltassi allegramente ai fornelli a scaldare il minestrone, dimenticassi ogni offesa, e che i bambini accorressero urlando di gioia.
Uscii dalla cucina, asciugandomi le mani con calma con un canovaccio. Dietro di me, silenziosa, apparve Vittoria.
— Ciao, papà, — disse mia figlia, con voce piatta e gelida. — Ti sei riposato da noi?
Valerio sussultò colto di sorpresa. Il sorriso preconfezionato del signore stanco ma magnanimo si afflosciò e sparì da qualche parte all’altezza del colletto.
— Non te ne sei andato per il rumore, Valerio, — dissi guardandolo dritto negli occhi. — Te ne sei andato per la responsabilità. E sei tornato non dalla famiglia, ma dalla cena. Perciò stasera cena per te non c’è.
Aprì la bocca per protestare, ma in quel momento squillò il mio telefono sul comò. Sul display apparve: «Rosanna Bianchi». Senza esitazione, misi in viva voce.
— Fiorella! — cinguettò allegra la suocera. — Il mio fuggitivo è tornato? Non coccolarlo troppo! Domenica deve ripassare, l’armadio nel corridoio non è ancora montato, le ante reggono solo per miracolo!
Tacqui e chiusi la chiamata.
Valerio sbiancò come se avesse appena ricevuto una convocazione per un secondo turno di lavori edili. La consapevolezza che dalla mamma non era il figlio amato e stanco, bensì manodopera gratuita con sconto parentale, si riflesse sul suo volto in tutta la gamma della sincera desolazione.
— Sono a casa, no? — tentò di riprendersi la corona perduta, alzando la voce e facendo un passo verso di me. — Ho diritto di sdraiarmi e riposare nel mio appartamento!
— L’appartamento era mio prima del matrimonio, — ricordai dolcemente, ma con un acciaio che fece quasi tintinnare le chiavi nella serratura.
E le sue parole «sono a casa» rimasero sospese come una battuta fuori luogo. Sembrava che Valerio, per la prima volta in tutti gli anni di matrimonio, ricordasse quel fatto non dalle bollette, ma dal mio tono. La superbia gli cadde del tutto. Ristette in mezzo al corridoio – un vacanziere di cui tutti si erano già stancati.
— Stanotte non dormi qui, Valerio, — scandii parola per parola. — E sul divano non regni. Se vuoi tornare in famiglia, inizia non con la cena. Inizia con un discorso con i bambini, con le scuse e con uno psicologo familiare.
Vittoria si girò in silenzio e sparì nella sua stanza. Lo scatto della serratura chiusa risuonò nel corridoio più forte di qualsiasi litigio. Era un colpo da cui nessuna sacca di vestiti poteva proteggere.
Valerio mi guardò confuso, come se si aspettasse che scoppiassi a ridere e dicessi che era uno scherzo. Ma io non sorridevo.
— Le chiavi sul comodino, Valerio, — dissi. — E chiudi bene la porta. Le correnti d’aria non arrivano dal pianerottolo: sono cominciate da quando hai chiamato i tuoi figli «accampamento».






