A volte la vita tira fuori storie così strane che poi pensi – non può essere successo davvero. E invece è successo.
Nel cortile di un condominio di nove piani in Via Nazionale è apparso un cane. Grande, rosso con macchie nere. Un orecchio strappato, una zampa posteriore che trascinava.
La gente si è subito spaventata. E come no – un bestione così, e pure malconcio. E gli animali malconci, si sa, sono i più pericolosi. Così pensavano i condomini.
– Bisogna chiamare il canile, – diceva la signora Gina del primo piano, aggiustandosi gli occhiali. – Se no morde qualcuno.
– Giusto, – faceva eco il signor Antonio del quarto. – Ci sono tanti bambini in cortile.
E tutti cominciavano a scansare il cane. Come se non stesse lì tranquillo all’ingresso, ma ringhiasse e si lanciasse. Invece stava lì. E tremava. Anche sotto il sole d’ottobre tremava.
Ginevra ha notato il cane il primo giorno. La bambina in generale notava quello che gli adulti ignoravano. Forse perché anche lei si sentiva spesso invisibile. Dopo la morte del papà il mondo era diventato diverso. Grigio, per così dire.
– Mamma, che succede a quel cane? – chiese mentre tornavano dal supermercato.
– Quale cane? – Lucia non guardò neppure verso l’ingresso.
– Quello lì. Gli fa male la zampa?
La mamma finalmente lo vide. E subito strinse più forte la mano della figlia.
– Non avvicinarti, Ginevra. Potrebbe essere malato. O cattivo.
– Ma non è cattivo, – disse piano la bambina. – È triste.
Gli adulti, chissà perché, non sanno distinguere la tristezza dalla rabbia. Specialmente negli animali. Ginevra l’aveva notato da tempo.
I giorni passavano. Il cane non dava fastidio a nessuno. Se ne stava accanto al muro, ogni tanto cercava di alzarsi – zoppicava verso i cassonetti, annusava qualcosa. Non trovava niente, tornava indietro. E si sdraiava di nuovo.
E i condomini continuavano a parlare.
– Tra poco fa freddo, e lui è ancora qui.
– Ieri i bambini correvano vicino, e lui ha alzato la testa. Si sono spaventati.
– Ma che testa – è enorme!
Ginevra guardava dalla finestra ogni giorno. Terzo piano – si vedeva tutto.
– Mamma, perché nessuno lo aiuta?
– Perché non sono affari nostri, tesoro.
Ma Ginevra pensava che i problemi fossero quando non ci sono soldi per le scarpe nuove o quando ti fa male un dente. Invece qui qualcuno stava morendo davanti a tutti. E tutti facevano finta di niente.
Sabato mattina la bambina si svegliò presto. Guardò fuori – il cane era sdraiato, ma in modo strano. Di fianco. E non si muoveva per niente.
– Mamma! – Ginevra corse in cucina. – Quel cane, è…
– Cosa, è?
– Mi sembra che stia molto male.
Lucia si avvicinò alla finestra. Guardò. Effettivamente c’era qualcosa che non andava.
– Si sarà ammalato, – sospirò. – Povera bestia.
– Allora aiutiamolo!
– Ginevra, non possiamo.
– Perché non possiamo?
Già, perché? Lucia non lo sapeva neanche lei. Non si può e basta. Hanno già abbastanza problemi.
Ma a pranzo il cane cercò di alzarsi. E cadde. Cadde su un fianco. Rimase così. Solo respirava a fatica – si vedeva il costato che si alzava e abbassava.
Ginevra lo vide.
Si mise il giubbotto. Prese dal frigo del salame. La mamma era sotto la doccia.
In cortile il cane giaceva con gli occhi chiusi. Da vicino sembrava ancora più grosso. E per niente spaventoso. Solo stanco morto.
– Ciao, – sussurrò Ginevra. – Come va?
Il cane aprì gli occhi. Guardò la bambina. E in quello sguardo c’era così tanta sorpresa – come se pensasse che gli umani avessero dimenticato come si parla agli animali.
– Ti ho portato del salame. Lo vuoi?
Ginevra allungò la mano con il cibo. Il cane annusò, ma non mangiò. Si limitò a leccare le dita della bambina. La lingua era bollente.
– Sei malato, vero? – Ginevra accarezzò la testa rossa. – E tutti hanno paura di te. Pensano che sei cattivo. Ma non lo sei.
E allora il cane fece una cosa incredibile. Appoggiò la testa sulle ginocchia di Ginevra. Una testa grande, pesante. E chiuse gli occhi.
– Ginevra! Ginevra, allontanati subito!
La mamma correva attraverso il cortile, agitando le braccia. I capelli bagnati, l’accappatoio aperto – era uscita direttamente dalla doccia.
– Sei matta? Potrebbe morderti!
– Mamma, non morde. Guarda – è malato.
Lucia si fermò a tre passi. Guardava la figlia seduta accanto a un cane enorme, che lo accarezzava sulla testa. E il cane stava perfettamente tranquillo.
– Mamma, ricordi quando mi raccontavi del papà? Che da piccolo portava a casa tutti i gatti randagi?
Lucia lo ricordava. Il suocero gliel’aveva detto – Sergio era così. Buono fino all’inverosimile.
– E dicevi che la cosa peggiore è passare oltre il dolore degli altri.
Quando mai aveva detto una cosa del genere? Ah, sì. Dopo il funerale. Quando Ginevra chiedeva perché il papà andasse in ospedale a leggere libri a degli sconosciuti.
– Mamma, non passiamo oltre?
Lucia guardava la figlia. E all’improvviso vide in lei Sergio. Quel ragazzino che portava a casa i gatti. Che non riusciva mai a ignorare la sofferenza altrui.
– Alzati piano, – disse. – Ma con cautela.
Ma il cane parve capire. Sollevò la testa da solo, liberando la bambina. Guardò Lucia con un’espressione… Come se dicesse: «Non le farò niente di male. Parola.»
– Non mangia, – disse Ginevra. – Forse è molto malato.
Lucia si avvicinò. Si accovacciò accanto. Il cane non ringhiò, non mostrò i denti. La guardava soltanto. Con occhi intelligenti, tristi.
– Ti fa male la zampa? – chiese Lucia, e lei stessa si stupì di parlare al cane come a un bambino.
Il cane parve annuire.
– Va bene, – sospirò la mamma. – Andiamo a chiamare.
Il dottor Rossi arrivò mezz’ora dopo.
– Frattura. Vecchia, rimarginata male. Ma rimediabile, – disse dopo aver esaminato la zampa. – È un cane di razza. Pastore tedesco. Probabilmente si è perso.
– E cosa gli succederà? – chiese Ginevra.
– Be’, se nessuno lo prende…
– Lo prendiamo noi.
Lucia guardò la figlia. Poi il cane. Poi la sciarpa rossa legata sulla zampa.
Quando mai la sua bambina era diventata così grande?
Un mese dopo.
Bruno (così lo aveva chiamato Ginevra) dormiva sul tappeto vicino al suo letto. La zampa era guarita. Il pelo lucido.
– Mamma, – disse la bambina prima di dormire. – Perché tutti avevano paura di lui? È buono.
Lucia accarezzò i capelli della figlia.
– Sai, a volte la gente ha paura di essere buona. E se non capiscono? E se giudicano?
– Che sciocchezza.
– Già. Sciocchezza.
Dopo pranzo Lucia stava alla finestra a guardare.
In basso, nel cortile, Ginevra giocava con Bruno. Il cane la strattonava dolcemente, con delicatezza. E la bambina rideva.
Quel giorno sua figlia le aveva insegnato a non avere paura.
Paura di essere buona.
Paura di tendere la mano a chi ha bisogno.
E nel cortile risuonavano le risate.
E l’abbaiare di un cane grande e buono, che finalmente aveva trovato casa.







