Mio marito ha regalato la nostra nuova lavatrice alla suocera. Ma a lavare a mano non sono finita io.

Oggi i traslocatori arriveranno tra mezz’ora, ha detto mio marito Vittorio, con gli occhi bassi e le chiavi della macchina tra le dita. «Marta, non cominciare, per favore».

Io ero lì, ferma con il cesto della biancheria in mano. Dentro c’erano le camicie di Vittorio, pronte a iniziare una nuova vita nella nostra lavatrice argentata, comprata appena tre giorni fa.

«Che traslocatori, Vittorio?» ho chiesto calma, mentre dentro di me già bolliva il solito cocktail di stupore e rabbia.

«Beh… per la lavatrice. L’ho promessa a mamma. Lo sai, la sua vecchia è proprio rotta, centrifuga a malapena. Noi con due stipendi ci possiamo ricomprare qualcosa. A lei invece serve, poverina. Non chiede molto, solo un po’ di rispetto».

Ho posato il cesto piano sul pavimento. La mia lavatrice nuova. La mia bellezza a trasmissione diretta, motore silenzioso, vapore igienizzante. Ci avevo risparmiato sei mesi dalle mie ferie e dai premi, perché la vecchia non solo non centrifugava bene ma sembrava un esorcista impazzito: saltava in bagno come un trattore ferito, rischiando di sfondare il muro dei vicini. E adesso, finalmente in casa regnava la pace, la signora Fabbri decideva che «un po’ di rispetto» significava prendersi il nostro comfort.

La signora Fabbri, mia suocera, aveva un talento incredibile. Si riteneva esperta di tutto, dalla geopolitica alle macchie.

Solo la settimana scorsa avevamo avuto il piacere di discutere di bucato.

«Questi detersivi moderni sono puro veleno!» declamava, seduta nella nostra cucina, mescolando il tè con aria di superiorità. «Una vera massaia lava con sapone di Marsiglia e senape. La senape purifica l’aura del tessuto! La vostra chimica uccide il sistema immunitario».

«Signora Fabbri», avevo risposto pacata ma ferma, «la senape non scioglie le macchie organiche. Per quello ci vogliono enzimi, proteine che lavorano a quaranta gradi, e nell’acqua bollente si denaturano. Il suo sapone sull’acqua dura forma incrostazioni calcaree sulla resistenza. Per questo la sua vecchia lavatrice è morta, il termostato si è bruciato per il calcare».

Lei era diventata rossa come un peperone maturo.

«Ah, la chimica! Io ho vissuto, e tu, donna di esperienza, mi vuoi insegnare? Maleducata!»

Aveva sbattuto la porta con tanta solennità come se chiudesse le porte del Paradiso davanti ai peccatori. E adesso questa nemica della tecnologia si prendeva la mia lavatrice piena di elettronica.

«Va bene, Vittorio», mi sono appoggiata allo stipite, incrociando le braccia. «Traslocatori sia. La mamma è sacra».

Vittorio ha sospirato sollevato. Si aspettava urla, piatti rotti. Non sapeva che un’insegnante con vent’anni di carriera non urla: mette un quattro in pagella e chiama i genitori. Stavolta la vita.

«Grazie, Marta, sapevo che avresti capito!» si è affrettato. «La vecchia lavatrice di mamma la portiamo qui…»

«No», ho tagliato. «Ingombrerebbe. Portatela al rottame».

«E dove laviamo?»

«Come dove?» ho sorriso dolce. «A mano, tesoro. Però c’è un piccolo dettaglio. Io lavoro a scuola con un contratto e mezzo, correggo compiti fino a mezzanotte. Ho comprato la lavatrice per liberarmi dalla schiavitù domestica. Tu hai disposto della mia soluzione, dandola a tua madre. Quindi adesso il problema del bucato è tuo».

«Ma dai!» ha riso Vittorio, già aprendo la porta ai traslocatori. «Laverò, cosa vuoi che sia! Le nostre nonne lavavano al fiume, e vivevano. Ce la faccio!»

È stato il suo errore fatale.

I primi tre giorni Vittorio godeva del titolo di «figlio perfetto». La signora Fabbri chiamava ogni sera per vantarsi con i vicini. Intanto, il cesto in bagno cresceva silenzioso.

Sabato mattina, Vittorio si è stiracchiato ed è andato in cucina in attesa della colazione. Sul tavolo lo aspettavano uova strapazzate, accanto una bacinella di plastica blu, una saponetta di Marsiglia e un pacchetto di bicarbonato.

«Che roba è?» ha chiesto teso.

«Il tuo kit», ho risposto sorseggiando caffè. «Le tue camicie da lavoro, la tuta della palestra, le nostre lenzuola matrimoniali. Il copripiumone due piazze, Vittorio. Aspetta le tue forti braccia. Hai promesso».

Lui ha grugnito, ha preso la bacinella ed è sparito in bagno. Il rumore dell’acqua era rassicurante.

Il thriller psicologico è iniziato dopo quaranta minuti. Ero in poltrona col tablet, quando dal bagno è arrivato un respiro pesante e affannoso. Ho guardato dalla porta socchiusa.

Vittorio, rosso come un gambero, stava sopra la vasca circondato da vapore. Il copripiumone bagnato, di tela pesante, pesava almeno dieci chili. Si dimenava, sfuggiva dalle mani, si ribellava alla strizzatura. L’acqua colava in ruscelli torbidi. Le nocche delle sue dita erano bianche.

«Come mai l’esperienza della nonna non aiuta?» ho chiesto partecipe. «Prima arrotolalo a tubo, poi strizza. E sciacqua in tre acque, altrimenti il detersivo resta e prude».

«Mo… mo’ ce la faccio…» ansimava Vittorio, cercando di buttare il mostro di stoffa oltre il bordo della vasca.

Alla sera di sabato non riusciva a raddrizzare la schiena. Le sue mani erano raggrinzite e rosse. La biancheria stesa per tutto l’appartamento gocciolava sui giornali, creando l’atmosfera di un alloggio popolare anni Trenta. Vittorio sedeva sul divano, sguardo perso nel vuoto di chi ha conosciuto la vanità dell’esistenza.

In quel momento è squillato il telefono. Sul display: «Mamma». Vittorio, con le dita spellate, ha attivato il vivavoce.

«Vittorio!» la voce indignata della signora Fabbri. «Quella vostra schifezza nuova mi ha rovinato tutto! Squittisce, lampeggia rosso e ha bloccato l’oblò! Io ci ho infilato il piumino, la giacca del nonno e due coperte di lana, e quella, stronza, dà errore e non gira!»

Mi sono avvicinata al microfono.

«Signora Fabbri», ho detto col tono più dolce da insegnante. «Le lavatrici moderne hanno un sensore di peso. Il piumino da bagnato pesa quindici chili, più le coperte. Il limite del cestello è sette chili. Così le strappa gli ammortizzatori e sforza il tamburo. Tiri fuori la metà».

«Non mi parlare dei tuoi sensori!» ha strillato la suocera. «Ci avete rifilato un prodotto difettoso per liberarvi di me! Truffatori! Chiamo il tecnico, faccio il verbale, vi denuncio per danni morali!»

Si lamentava così forte e con tale abbandono come se arringasse una folla di suocere truffate.

Vittorio ha lentamente spostato lo sguardo dalle sue mani spellate al telefono. Poi ha guardato il copripiumone che gocciolava dallo stendino, strizzato per mezz’ora. Nei suoi occhi è scattato qualcosa. Il meccanismo della cieca obbedienza filiale si è inceppato e si è rotto.

«Mamma», ha detto piano ma con voce metallica. La signora Fabbri ha taciuto. «Niente tecnico. Domani mattina vengo con i traslocatori e riporto indietro la lavatrice».

«Come?! E io dove lavo?!»

«Nella bacinella, mamma. Con la senape. L’aura sarà fantastica».

Ha riattaccato e buttato il telefono sul divano. In casa è calato il silenzio, rotto solo dal gocciolio ritmico.

«Traslocatori domani mattina?» ho chiesto, tornando ai compiti.

«Alle nove in punto», ha risposto secco, massaggiandosi la schiena.

Il giorno dopo la bellezza argentata è tornata al suo posto in bagno. Vittorio attaccava i tubi con una tenerezza e un rispetto da cardiochirurgo. La signora Fabbri si è offesa a morte e non ha chiamato per più di un mese.

Io non ho fatto prediche né detto «te l’avevo detto». Ho solo caricato le camicie nuove di Vittorio, messo una capsula con enzimi, impostato quaranta gradi e premuto «avvio». La lavatrice ha ronzato piano, aspirando l’acqua.

La giustizia ha trionfato – senza urla, senza litigi. Solo grazie alla gravità, alla tela bagnata e alla logica inesorabile. Da allora, ogni volta che Vittorio sta per dire «sì, mamma, prendila», si strofina istintivamente le mani, ricordando il peso del copripiumone fradicio. E io ho imparato che certe lezioni non si insegnano con le parole, ma con un bucato fatto a dovere.

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Mio marito ha regalato la nostra nuova lavatrice alla suocera. Ma a lavare a mano non sono finita io.
Dopo il funerale di mio marito, mio figlio mi ha portato su una strada nel bosco e mi ha detto: ‘Questo è il tuo posto ora’.