Nella vigilia di Capodanno si desidera ancora più forte credere nei miracoli. Ed è una storia dal finale davvero misterioso che oggi voglio condividere con voi.
Nella casa-studio dove vive Vittorio Marchetti puzza di pasta istantanea scadente e di solitudine antica.
Il padrone siede vicino all’unica poltrona rimasta e guarda la strada vuota.
«E adesso?» borbotta da solo. «Con cosa campi?»
Da sei mesi non ha lavoro. La moglie Sofia se n’è andata un mese fa, dal vicino. Ha portato via tutto, perfino la gatta Luna, che avevano raccolto la primavera scorsa.
«Non voglio vederti» ha detto l’ultima volta. «Puzzi di vino già dal mattino.»
E cos’altro poteva dire? È la verità.
Oggi Vittorio non ha nemmeno toccato la bottiglia – semplicemente non ha soldi. Gli ultimi venti euro li ha spesi per quella maledetta pasta.
All’improvviso nel palazzo si sente un miagolio lamentoso.
«Di nuovo la gatta del vicino» fa un gesto con la mano Vittorio.
Ma il miagolio non si ferma. Anzi, diventa sempre più insistente.
Vittorio si alza, va alla porta, ascolta.
«E che vuoi?» brontola aprendo.
Sul pianerottolo siede un gatto grigio. Bagnato, arruffato, con il pelo sporco. Al collo pende un collare logoro.
Il gatto alza la testa e guarda Vittorio dritto negli occhi.
«Vattene» fa Vittorio con un gesto stanco. «Non ho nemmeno da mangiare per me.»
Ma il gatto non se ne va. Si avvicina, si strofina contro le gambe.
Vittorio si china, guarda il collare. Su una piccola targhetta consumata c’è inciso: «FELICE».
«Felice?» si stupisce Vittorio. «Strano nome per un gatto.»
E il gatto in risposta miagola forte, come per confermare.
I primi due giorni Vittorio cerca di cacciare l’ospite indesiderato. Ma Felice non molla. Sta sotto la porta, miagola, graffia. E quando Vittorio esce per andare al supermercato, il gatto lo segue passo passo.
«Ma ti sei affezionato a me?» chiede Vittorio il terzo giorno, guardando gli occhi grigi.
Felice fa le fusa in risposta.
«Va bene, entra. Ma solo temporaneamente. Finché non troviamo il padrone.»
In casa il gatto si comporta in modo strano. Non esplora il territorio, come fanno di solito gli animali. Va subito alla finestra, salta sul davanzale e resta immobile a guardare la strada.
«Cosa cerchi?» chiede Vittorio.
Felice non risponde. Siede e guarda lontano.
Dopo una settimana la vita di Vittorio comincia a cambiare.
Prima succede l’incredibile: lo chiamano dal vecchio lavoro.
«Vittorio Marchetti?» sente la voce familiare del capo. «Sono Igor Bianchi. C’è da parlare.»
Vittorio rabbrividisce. Probabilmente vogliono fargli pagare il danno di quel giorno in cui è arrivato ubriaco.
«Mi dica» risponde con voce rauca.
«Insomma. Ho licenziato il tecnico Pietro. Irresponsabile. Domani arriva la commissione, devo consegnare il cantiere. Mi dai una mano?»
«Igor, pensavo che ce l’avesse ancora con me.»
«Ma che rabbia! Sei un brav’uomo, solo che la vita ti aveva messo alle strette. Domani vieni?»
Vittorio guarda Felice. Il gatto è sul davanzale e fa le fusa senza voltarsi.
«Vengo» dice Vittorio con decisione.
Il lavoro fila liscio. Le mani ricordano ogni movimento, l’occhio coglie ogni minimo difetto. Alla sera il cantiere è pronto.
«Ma guarda!» esclama Igor Bianchi. «In un giorno hai fatto quello che Pietro tormentava per una settimana.»
«Esperienza» risponde Vittorio modestamente.
«L’esperienza è buona. Torna a lavorare. Una condizione: neanche una goccia sul posto di lavoro.»
«Inteso.»
A casa Vittorio va subito da Felice.
«Allora, amico, come va? Ho trovato lavoro. Ora ti darò da mangiare.»
Il gatto si volta e guarda Vittorio. Nei suoi occhi gialli passa qualcosa di simile all’approvazione.
E dopo un’altra settimana accade un altro miracolo.
Vittorio torna dal lavoro e vede una figura familiare all’ingresso del palazzo. Sofia. Sta con una valigia e piange.
«Cosa è successo?» le si avvicina.
«Vittorio» singhiozza. «Posso venire da te? Sergio mi ha cacciato. Ha detto che si è stancato del gioco.»
Vittorio guarda la moglie che piange. Un mese fa l’avrebbe supplicata in ginocchio di tornare. Ora sente solo pietà.
«Entra» dice piano. «Prendi un tè?»
«Sì. E questo gatto di chi è?» si stupisce Sofia vedendo Felice sul davanzale.
«Mio, ora. Si chiama Felice.»
«Ti ricordi Luna? L’ho portata da mia madre. Sergio non ama i gatti.»
«Capisco.»
Siedono in cucina e bevono il tè. Sofia racconta della vita con Sergio, si scusa, chiede perdono. Vittorio ascolta e pensa che strano – non c’è rabbia. Solo stanchezza.
«Vittorio, ricominciamo?» dice lei. «So di essere stata stupida. Ma un tempo ci amavamo.»
Vittorio guarda Felice. Il gatto siede nella stessa posa e fissa la finestra.
«Sai, Sofia» dice lentamente. «Ti perdono. E ti capisco. Io bevevo davvero troppo. Ma non posso tornare indietro.»
«Perché?» lo guarda stupita.
«Perché sono cambiato. E anche tu. Siamo già estranei.»
Sofia piange ancora più forte.
«Ma ti farò dormire qui» aggiunge Vittorio. «Domani ti aiuto a trovare un appartamento. Ora ho un lavoro, posso darti una mano per un po’ con i soldi.»
Quella notte dormono in stanze diverse. Felice non si stacca da Vittorio, sta accanto e fa le fusa.
Al mattino, quando Sofia si prepara ad andare, si ferma sulla soglia.
«Vittorio, davvero sei cambiato. Sei diventato più forte, forse.»
«Forse.»
Dopo un altro mese Igor Bianchi propone a Vittorio di diventare capocantiere.
«Vedi come ti trattano i ragazzi? Ti rispettano. E lavorano meglio con te.»
«Ci penserò» risponde Vittorio.
A casa va da Felice.
«Che dici, amico? Accetto?»
Il gatto si volta e lo guarda. Negli occhi c’è una certa tristezza.
«Cosa hai?» si preoccupa Vittorio. «Sei malato?»
Felice miagola piano, in modo speciale. Non come prima.
Quella notte Vittorio si sveglia per una sensazione strana. Il gatto è vicino a lui sul cuscino e lo guarda dritto in faccia.
«Cosa succede, Felice?»
Il gatto allunga una zampa e tocca delicatamente la guancia di Vittorio.
«Felice, mi spaventi.»
Al mattino Vittorio si sveglia solo.
Felice è scomparso.
Vittorio perlustra tutta la casa, tutto il palazzo, il cortile. Attacca volantini con la foto di Felice, chiama tutti i canili. Il gatto non si trova da nessuna parte.
«Non può essere!» urla girando per le strade. «Le finestre erano chiuse! La porta era chiusa!»
Ma Felice si è dissolto, come se non fosse mai esistito.
Per tre giorni Vittorio non riesce a mangiare. Siede alla finestra e aspetta. Magari torna?
Al quarto giorno squilla il telefono. Una donna dice che parlerà del gatto solo di persona.
Dopo un’ora è sulla porta:
«Vittorio Marchetti? Mi chiamo Nina Fabbri. Sono per l’annuncio. Per il gatto.»
«Ha visto Felice?» si riscuote Vittorio.
«Posso entrare? Mi stanco se resto in piedi.»
Vittorio la fa entrare in casa. Lei si siede nella poltrona, sospira pesantemente.
«Giovanotto, mi descriva com’era il suo gatto.»
Vittorio descrive Felice – grigio, occhi gialli, targhetta con nome al collo.
Nina Fabbri annuisce.
«E quando è arrivato da lei?»
«Due mesi fa. Sotto la pioggia. Bagnato, affamato.»
«Capisco» tace un attimo. «Mi dica, la sua vita dopo il suo arrivo è cambiata?»
«È cambiata» risponde onestamente Vittorio. «Molto. Ho trovato lavoro, ho risolto con mia moglie. Come se tutto si fosse sistemato.»
Nina Fabbri sorride tristemente.
«Senta, giovanotto. Felice era il mio gatto. È morto sei mesi fa. Di vecchiaia. Ha vissuto quattordici anni.»
Vittorio resta immobile.
«Che dice?»
«È sempre stato speciale. Fin da piccolo. Sentiva le persone. Non sono pazza, se lo pensa. Solo che a volte accadono cose che non si spiegano.»
«Ma come, perché…»
«Felice da vivo scappava spesso di casa. Lo trovavo nei posti più impensati. Sapeva dove serviva aiuto. Andava da persone sole, da malati. Li aiutava a superare la difficoltà. Poi tornava a casa.»
Vittorio ascolta senza credere alle proprie orecchie.
«Dopo la sua morte ho pensato spesso – perché non poteva restare? Tanta gente ha ancora bisogno di aiuto.»
«E lei crede che lui, che era davvero lui?»
«E lei non lo crede?» lo guarda dritta Nina Fabbri. «I gatti normali non si comportano così. I gatti normali non spariscono da una porta chiusa.»
Vittorio va alla finestra.
«E ora cosa devo fare?» chiede piano.
«Vivere» risponde semplicemente Nina. «Vivere bene. Felice ti ha insegnato a credere di nuovo in te stesso. Questo è stato il suo regalo.»
«E se ricado? Se ricomincio a bere?»
«Non ricadrai» dice la donna. «Ora sai di essere capace di essere diverso.»
Dopo che Nina se ne va, Vittorio resta a lungo davanti alla finestra. Il sole tramonta, tingendo il cielo di rosso.
«Grazie, amico» sussurra nel vuoto.
E all’improvviso gli sembra – un vento leggero muove la tenda. Come se qualcuno invisibile avesse miagolato in risposta.
Dopo una settimana Vittorio accetta la proposta di diventare capocantiere. Dopo un altro mese conosce una donna sull’autobus – lei sta portando a curare una gatta randagia.
«Che bella» dice Vittorio, guardando la gatta tricolore.
«Sì, ma non ha padroni» risponde triste la donna. «Io mi chiamo Anna, tra l’altro.»
«Vittorio. E se diventassi io il padrone?»
«Lei?»
«Be’, se non le dispiace.»
Anna ride.
«Non mi dispiace. Come la chiamerà?»
Vittorio guarda gli occhi gialli della gatta.
«Felicia. In onore di un gatto speciale.»
Da qualche parte in alto nel cielo un gatto grigio di nome Felice fa le fusa soddisfatto. Il suo lavoro è finito.
Vittorio ha ricominciato a credere nella vita. E nel fatto che i miracoli accadono a chi è pronto ad accoglierli.
E questo, forse, è la vera magia.
Direte – non può succedere? Forse. Ma io vi auguro di incontrare, nei momenti difficili, il vostro «Felice».







