Il Bambino AbbandonatoIl piccolo, avvolto in una coperta di lana, si avvicinò timidamente al fuoco del caminetto, sperando di trovare il calore di una famiglia che lo accogliesse.

Al mattino Ginevra ha un sogno strano: il suo figlio, Alessio, sta sul gradino di casa e bussa alla porta. Si sveglia di soprassalto, scatta a piedi nudi verso lingresso.

Senza fiato, si appoggia alla soglia e resta immobile. È silenzio, nessuno. Questi sogni la ingannano spesso, ma ogni volta corre alla porta e la spalanca. Anche ora apre di colpo e fissa il vuoto notturno. Loscurità e il crepuscolo della notte la circondano. Cercando di calmare il cuore che batte forte, si siede sullo scalino. Allimprovviso sente uno strano suono: un fruscio o un cigolio.

Di nuovo il gattino del vicino si è impigliato, pensa Ginevra e si dirige verso i rovi di ribes, come ha fatto più volte. Ma non è un gattino: la sua mano afferra un panno infilato tra i rami. Il panno è una vecchia copertina colorata; la tira più forte e scopre, sul retro, un bambino piccolo. Il neonato è quasi nudo, avvolto solo da una leggera copertina. È un maschietto.

Dal suo ombelico ancora attaccato, capisce che è appena nato. Il piccolo è già bagnato, senza forze, probabilmente affamato. Quando Ginevra lo prende tra le braccia, emette un flebile pianto. Senza pensarci, lo stringe al petto e corre dentro. Prende una lenzuola pulita, lo avvolge, lo copre con una coperta calda e inizia a scaldare il latte. Lava il biberon, trova ancora il ciuccio che usava nella primavera scorsa per allattare il capretto.

Il bambino succhia avidamente, poi, riscaldato e sazio, cade in un sonno profondo. Lalba si affaccia, ma Ginevra resta immobile, fissando il suo ritrovamento. Ha più di quarantanni; nel villaggio la chiamano zia. Ha perso il marito e il figlio nella guerra, un anno dopo laltro, e ora vive sola. Non riesce ad abituarsi alla solitudine, ma la dura realtà le ricorda costantemente il vuoto, e ha imparato a contare solo su sé stessa. Ora è confusa, non sa che fare. Guarda il bambino addormentato, che respira tranquillo come tutti i neonati, e pensa di chiedere aiuto a una vicina.

Va da Grazia. Grazia, diversamente da tutti, ha una vita tranquilla: non ha mai avuto marito né figli, nessuna perdita in guerra, né funerali. Vive per il proprio piacere. I suoi uomini sono solo brevi passaggi, mai trattenuti. Ora, Grazia, bella e fiera, sta sul suo marciapiede con una scialle gettata sulle spalle, godendosi i raggi del sole nascente. Dopo aver ascoltato il racconto notturno, risponde brevemente:

E allora, che ti serve? e rientra in casa. Ginevra la osserva andare via, nota il tendaggio che si muove alla sua finestra: qualche corteggiatore notturno. Perché? Davvero, perché? sussurra.

Rientra, nutre il bambino, lo avvolge in asciutto, raccoglie del cibo per il viaggio e parte verso il capannone per prendere un passaggio verso la città. Dopo pochi minuti un camion si ferma accanto a lei.

Allospedale? chiede lautista indicando il pacco che tiene.
Allospedale, risponde Ginevra con calma.

Al rifugio, mentre compilano i documenti per il piccolo, non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, un nodo nel cuore che la tormenta. Il vuoto dentro di sé è immenso, lo stesso che provò quando seppe della morte del marito e poi del figlio.

La responsabile gli chiede:
Come lo chiami? Che nome ha?
Nome? ribatte Ginevra, riflette un attimo e, inaspettato, risponde si chiama Alessio.
Buon nome commenta la responsabile qui abbiamo molti Alessio e Caterina dopo la guerra. Capisco, i parenti sono morti, ma chi abbandona un bambino così? Non è una madre, è una rondine!

Le parole non sono rivolte a lei, ma un peso si posa sul cuore di Ginevra. Tornata a casa al tramonto, accende la lampada nella sua dimora vuota. Sul tavolo trova la vecchia copertina di Alessio, che non aveva buttato via, ma messo da parte. La prende tra le mani e si siede sul letto.

Sfiorando meccanicamente il panno umido, resta così per un po, senza pensare a nulla. Le dita scoprono in un angolo un piccolo nodo. Dentro cè un foglietto grigio e una croce di stagno su una cordicella. Legge il foglietto:

«Cara donna, perdonami. Non ho più forze, domani non sarò più qui. Non abbandonare mio figlio, fai per lui ciò che io non posso fare». Accanto cè la data di nascita del bambino.

Ginevra scoppia in lacrime, piange come se piangesse un defunto. Le lacrime scorrono a flusso continuo, mentre pensa al giorno del suo matrimonio, alla felicità con il marito, al primo Alessio, al sorriso di quel periodo. Nel villaggio le altre donne invidiavano la sua gioia: era radiosa perché il marito era amato, il figlio era amato. Prima della guerra il figlio aveva concluso il corso di autista e aveva promesso di portarla in una nuova macchina promessa dal collettivo. Poi è scoppiata la guerra

Ad agosto del 42 le portano la cassa del marito, a ottobre la stessa per il figlio. La sua luce si spegne, il mondo diventa grigio. Diventa come le altre vedove del villaggio: di notte corre alla porta, la spalanca, scruta il buio ma non cè nulla, solo fruscii notturni e il gattino del vicino. Quella notte non riesce a dormire, corre fuori, ascolta il silenzio e attende qualcosa.

Al mattino torna in città. La responsabile del rifugio la riconosce subito e non si sorprende quando Ginevra dice di voler riprendere il bambino, perché così le ha ordinato il figlio perduto.

Va bene, risponde, ti aiuteremo con i documenti.
Avvolge Alessio in una coperta, esce dal rifugio con il cuore cambiato: non cè più quel vuoto opprimente, ma spazio per gioia e amore. Se la vita è destinata a rendere felice qualcuno, allora accadrà, e Ginevra lo sente. Nella casa vuota la attendono solo le foto di marito e figlio appese al muro.

Questa volta i volti le appaiono diversi: non più seri e tristi, ma illuminati, sereni, incoraggianti. Ginevra stringe Alessio al petto e, mentre guarda le immagini, sente di essere forte lui avrà bisogno di lei a lungo. Mi aiuterete? dice alle fotografie.

Vengono passati venti anni. Alessio cresce diventando un giovane bello da far girare la testa. Molte ragazze sognano di stare con lui, ma lui sceglie la più cara al cuore, la sua Livia. Un giorno la porta da Ginevra a presentarsi, e la nonna capisce che il suo figlio è ormai un vero uomo. Benedice la coppia, il matrimonio è una festa, i due cominciano a costruire il proprio nido. Con il tempo arrivano i figli, e il più piccolo prende ancora il nome Alessio. Ginevra si ritrova ricca di discendenti.

Una notte si sveglia al rumore di qualcosa fuori dalla finestra e, per abitudine, corre alla porta. La spalanca e scende nel cortile. Una tempesta si avvicina, il cielo è illuminato da lampi.

Grazie, figlio mio, sussurra al buio, ora ho tre Alessio e vi amo tutti.
Un grande albero, piantato dal marito quando è nato il primo Alessio, fruscia al marciapiede, e un lampo scintilla come il sorriso di quel bambino.

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