Oggi ho scritto questa pagina di diario con una mano che ancora trema. Ma ho bisogno di fissare ciò che è successo, perché non voglio dimenticare la lezione che ho imparato a mie spese.
Ero convinto, con tutta la testardaggine che mi porto dentro, che il rifacimento della casa fosse la priorità. Che mio figlio, un bambino di otto anni, se la sarebbe cavata. Che il cane, quel randagio che mio figlio aveva chiamato Pallino, non era poi così importante. Così, nonostante le lacrime e le suppliche di Alessio, ho portato Pallino al canile. Undici giorni dopo, mia moglie Marina entrò nella stanza di nostro figlio e trovò un disegno. E da lì, tutto è cambiato per sempre.
Ricordo quei sacchetti accanto alla porta d’ingresso. Due: in uno le ciotole, nell’altro gli avanzi di crocchette e una palla di gomma che Pallino si portava dietro ovunque da quando era cucciolo. Alessio li vide prima ancora di togliersi le scarpe da ginnastica. Pallino gli diede una leccata sul ginocchio e scodinzolò così forte da far tintinnare la ciotola dentro la busta. Il suo pelo rosso odorava di cortile, di foglie autunnali e di quel calore tutto canino che a mio figlio, da sempre, faceva stringere qualcosa sotto le costole. Si accovacciò, lo abbracciò con entrambe le braccia. Pallino si immobilizzò, si strinse al suo fianco e appoggiò il muso sulla spalla del bambino.
La zampa posteriore sinistra gli cedeva. Zoppicava da cucciolo, e Alessio era abituato a sorreggerlo sotto la pancia quando si sedeva.
In cucina fischiava il bollitore. Marina stava ai fornelli, girandosi la fede nuziale all’anulare. Velocemente, come un tic, lo faceva sempre quando voleva dire qualcosa ma non trovava le parole. Io ero seduto al tavolo, schiena dritta, mani incrociate davanti a me. Una tazza di caffè era appoggiata esattamente al centro del piattino.
«Mamma, perché?» chiese Alessio.
Marina non si girò. Le sue dita sulla fede accelerarono.
«Papà, perché quei sacchetti fuori dalla porta?»
Bevvi il caffè in un sorso solo. Posai la tazza senza fare rumore.
«Alessio, abbiamo deciso. Portiamo via il cane oggi.»
«Dove?»
«Al canile. È un posto serio, ho informato. Cucce riscaldate, cibo buono.»
Alessio guardò sua madre. Lei fissava la finestra, il cielo grigio di novembre che schiacciava i tetti. L’anello continuava a girare.
«Mamma?»
Il bollitore scattò, si spense. Si sentiva il respiro di Pallino nel corridoio.
«Mamma, diglielo tu.»
Marina aggiustò lo strofinaccio sul gancio. Lo tolse, lo riappese, anche se era già dritto.
«Papà ha ragione, Alessio. Dobbiamo rifare la casa. Per il cane qui sarà…»
«Pallino! Si chiama Pallino!»
«Per Pallino qui sarà difficile. Vernice, polvere, attrezzi per terra. Potrebbe stare male.»
Lo disse con voce piatta, come se ogni parola fosse già stata recitata la sera prima, mentre Alessio dormiva.
Mio figlio strinse il bordo della sedia. Le nocche erano bianche.
«Lo porterò fuori tre volte al giorno. Starà chiuso in camera con me. Non darà fastidio. Per favore.»
Mi alzai. La sedia scricchiolò sul linoleum.
«Ho detto così. Tra mezz’ora si parte.»
«Per favore. Per favore, no.»
La sua voce divenne sottile. Trasparente, come se le parole lo attraversassero senza fermarsi. Pallino raspò le unghie sulle piastrelle, zoppicò fino in cucina e si sedette accanto a lui, appoggiando il fianco alla sua gamba. Posò il muso sul suo ginocchio. E restò fermo. I suoi occhi erano marroni, con puntini rossi, e guardavano verso l’alto tranquilli. Non capiva. Si fidava di tutti in quella casa.
Marina socchiuse gli occhi. Un secondo, forse due. Poi li riaprì e infilò la mano in tasca per prendere le chiavi della macchina.
Alessio indossò la giacca.
«Alessio, è meglio se resti a casa. Non è necessario che tu venga.»
«No, vengo!» La sua voce era incrinata, quasi in lacrime.
In macchina odorava di benzina e plastica calda. Il sole non usciva, e la città fuori dal finestrino sembrava disegnata a matita grigia su carta bagnata. Pallino era sdraiato sul sedile posteriore, con la testa sulle gambe di Alessio. Mio figlio non piangeva. Stava dritto, accarezzava la testa rossa, e le sue dita si muovevano lente, regolari, come se volessero imprimersi ogni gobba, ogni ricciolo di pelo.
Io guardai una volta nello specchietto retrovisore. Distolsi subito lo sguardo.
Marina guidava e pensava alla carta da parati del corridoio. Ai rulli, al colore “avorio” che avevamo scelto sabato scorso al negozio di bricolage. Tra un mese la casa sarebbe stata luminosa. Pulita. Senza peli sul divano, senza il ticchettio delle unghie al mattino.
Il canile era in periferia, dietro ai box. Un edificio grigio con una porta di ferro, oltre la quale odorava di candeggina, cemento bagnato e qualcosa di acido, denso, che ti faceva venire voglia di respirare con la bocca. Dal fondo arrivavano latrati. Non forti, non arrabbiati. Malinconici, come se qualcuno chiamasse senza più credere di essere ascoltato.
Una donna in grembiule verde ci venne incontro. Sorrise a Pallino, gli grattò l’orecchio.
«Bravo, rosso. Lo sistemiamo noi, non vi preoccupate.»
Alessio teneva il guinzaglio. Con tutte e due le mani, stretto, tanto che il cuoio gli segnava i palmi. Le dita erano arrossate dalla tensione.
«Alessio, da’ qua.»
Allungai la mano. Il palmo grande, odoroso di olio di macchina, aperto davanti al suo viso.
Lui guardò il guinzaglio. Poi guardò Pallino. Poi di nuovo il guinzaglio.
E aprì le dita. Lentamente.
La donna prese il guinzaglio e portò Pallino lungo il corridoio. Il cane zoppicava sulla zampa posteriore sinistra, e le unghie ticchettavano sulle mattonelle, e quel suono rimbalzava vuoto perché il corridoio era lungo e deserto. Alla curva, Pallino si voltò.
La donna girò l’angolo. Il ticchettio divenne più fievole, più fievole. E scomparve.
In macchina, al ritorno, mio figlio si sedette dietro il sedile del guidatore. Proprio dove dieci minuti prima c’era Pallino. La fodera conservava ancora il suo odore: pelo caldo, cortile, foglie autunnali. Alessio appoggiò la guancia al sedile e chiuse gli occhi.
Marina allungò la mano per accendere la radio. Io scossi la testa. Facemmo venti minuti di viaggio. Nessuna parola.
A casa Alessio si tolse le scarpe, passò davanti alla cucina e si chiuse in camera. La porta fece un lieve scatto. Solo chiusa.
Marina mise via i sacchetti vuoti, li piegò con cura e li infilò nel bidone della spazzatura. Poi vide la ciotola.
Una ciotola di plastica rossa, con i segni dei denti sul bordo. Pallino la rosicchiava da cucciolo, quando non sapeva ancora che le ciotole non sono per quello. Marina la prese, la tenne tra le mani. La plastica era leggera e liscia, i segni dei denti ruvidi sotto le dita. Rimise la ciotola a terra.
Il giorno dopo notammo le stranezze.
Alessio non chiese cosa ci fosse per cena. Non accese la televisione. Non tirò fuori il diario dallo zaino. Tornò da scuola, si tolse le scarpe, andò in camera. Zitto, come un’ombra che scivola sul muro.
Marina bussò.
«Alessio, vuoi la pasta? Col formaggio, come piace a te?»
Dalla porta arrivò un cigolio del letto. E poi silenzio.
Rimase lì mezzo minuto. Ascoltò il silenzio. Se ne andò.
La sera dissi: si abituerà. I bambini dimenticano in fretta. Tra una settimana correrà come prima. Lo dissi con sicurezza, in piedi nel corridoio, dove sulla parete c’era ancora il segno delle unghie lasciato da Pallino il primo mese.
Al quinto giorno chiamò la maestra. La sua voce era cauta, come di chi cammina sul ghiaccio sottile.
«A casa va tutto bene?»
«Sì, certo. Perché?»
«Alessio non risponde in classe. Per niente. Sta seduto, guarda fuori dalla finestra. Durante l’intervallo se ne sta in un angolo. I compagni gli si avvicinano, lui tace.»
Marina si morse il labbro.
«È che… abbiamo portato via il cane. In un canile. Si abituerà.»
La maestra restò in silenzio. Qualche secondo, e in quella pausa Marina sentì più che in qualsiasi parola. Poi la voce all’altro capo del telefono disse:
«Capisco.»
Quel «capisco» rimase sospeso in casa per tutta la sera. Come l’odore della vernice che non avevamo ancora aperto, ma che era già lì.
Al settimo giorno Alessio smise di venire a cena. Marina metteva il piatto. Lo riprendeva intatto. La pasta si raffreddava e copriva di una pellicola, e questo, non so perché, era insopportabile.
Comprai i rulli e il primer. Strappai la vecchia carta da parati nel corridoio. Sotto, i muri erano grigi, con macchie di colla secca e una crepa dal pavimento al soffitto, che prima nascondeva un disegno a forma di veliero. Odorava di umidità. Non era diventato bello. E il silenzio non era quello che avevo immaginato.
La ciotola rossa era ancora in cucina. Marina non riusciva a toglierla. La prese tre volte, la rimise tre volte. La quarta la capovolse con il fondo in su. Poi la rimise come prima.
Un giorno, mentre Alessio era a scuola, Marina entrò nella sua stanza. Voleva mettere in ordine.
Sul tavolo c’era un disegno.
Una casa con il tetto a triangolo e un comignolo da cui usciva fumo. Normale, come disegnano tutti i bambini. Accanto, un bambino: gambette a stecco, testa tonda, braccia aperte. E accanto al bambino, una macchia rossa con quattro zampe e una coda a uncino. Il bambino e il cane erano disegnati con forza, con un pennarello rosso e una matita arancione, tanto che la carta era segnata.
La casa, invece, era vuota. Finestre senza tende, porta spalancata. Dentro, nessuna figura, nessun mobile. Bianco.
Niente mamma. Niente papà. Solo bianco oltre la porta aperta.
Marina si sedette sul letto di nostro figlio. Prese il disegno, lo avvicinò. In basso, sotto la casa, con lettere storte e minuscole: «Pallino vengo a prenderti».
Senza virgola. Senza punto. Una promessa scritta da una mano che non sapeva ancora tracciare diritto le lettere.
La fede al dito le pesava così tanto che Marina se la tolse. La posò sul tavolo accanto al disegno. E restò lì, a fissare il muro, perché non pensava più alla carta da parati. Non al colore avorio. Non ai peli e non alle unghie.
Pensava a una cosa sola: nostro figlio aveva disegnato una casa in cui lei non esisteva.
Quella sera Marina mise il disegno davanti a me. Non spiegò nulla. Lo appoggiò sul tavolo, accanto al piatto.
Io guardai a lungo. Poi spostai il piatto.
«Lo riprendiamo.»
Marina sbatté le palpebre.
«Pallino. Domani mattina.»
E lo dissi io, non lei. Lei si aspettava di dover discutere, convincere, puntare il dito sul disegno. Ma io guardavo quella casa vuota, senza persone, e sul mio viso qualcosa si muoveva, come se i muscoli non sapessero che espressione prendere.
«Domani. Di mattina presto.»
Marina annuì. Voleva dire grazie, ma la parola le rimase nella gola. Non c’era nulla per cui ringraziare. Non era un regalo. Era il tentativo di riparare ciò che noi stessi avevamo rotto.
La mattina arrivammo al canile. La stessa porta di ferro. Lo stesso odore di candeggina e cemento bagnato. La donna uscì, questa volta con un grembiule blu, ma la faccia era la stessa.
Pallino ci riconobbe dalla soglia. Si lanciò contro la rete del box, guaì, scodinzolò così forte che tutto il corpo vibrava. Era dimagrito in quei giorni: le costole sporgevano sotto il pelo rosso, e la zampa posteriore sinistra cedeva più di prima. Zoppicò verso di noi più veloce di quanto potesse.
Presi il guinzaglio. Quello stesso, di cuoio, consumato. Il palmo avvolse la striscia come se non l’avessi mai lasciata.
A casa, Alessio era in camera. La porta chiusa.
Le unghie ticchettarono sulle piastrelle del corridoio. Non forte. Irregolari, con un cedimento ogni quattro passi.
La porta della camera si aprì.
Mio figlio stava sulla soglia. Pallino gli corse incontro, gli ficcò il muso nella pancia, gli leccò la mano, il ginocchio, di nuovo la mano. La coda batteva contro il muro.
Alessio si sedette per terra. Le dita si infilarono nel pelo rosso, che odorava di canile, di candeggina, di estraneo. Ma sotto quell’odore ce n’era un altro, vecchio, vero, quello che da sempre gli stringeva qualcosa sotto le costole.
Disse la prima parola dopo quei giorni:
«Pallino.»
Poi alzò la testa. Guardò sua madre. Guardò me.
Marina si accovacciò accanto a lui.
«Alessio…»
Non si scostò. Ma non si strinse neanche. Stava seduto per terra, abbracciando il cane, e ci guardava come se ci vedesse per la prima volta. E non era sicuro di riconoscerci.
Pallino leccò il mento di mio figlio e si calmò. Si sdraiò accanto a lui, appoggiando il fianco caldo.
Marina versò le crocchette nella ciotola di plastica rossa con i segni dei denti sul bordo. Pallino zoppicò verso la cucina, le unghie ticchettarono, cominciò a mangiare con avidità, fretta. Alessio sedeva accanto.
Io ero in piedi nel corridoio, dove le pareti scrostate odoravano di umidità e colla vecchia. Il rullo giaceva in un angolo, coperto di polvere. Il primer si era seccato nel barattolo. La crepa dal pavimento al soffitto era ancora lì.
Dalla cucina arrivava il rumore della ciotola che sbatteva sul pavimento e il suono di chi mangia.
Io stavo fermo e guardavo i muri. Il rifacimento della casa non era nemmeno cominciato. E ora non importava più se sarebbe mai cominciato. Perché in questa casa, ciò che c’era da riparare era ben altro.
**Lezione personale:** Ho imparato che una casa non si abita con i muri nuovi. Si abita con le persone che ci stanno dentro, e con le loro promesse. La crepa più grande non era nel muro. Era nel cuore di mio figlio. E quella, per fortuna, si è rimarginata.







