La valigia è già davanti alla porta, e sul fornello bolle ancora il minestrone. Con crostini. Come piace a lui.
Marina asciuga le mani asciutte con un canovaccio — meccanicamente. Guarda la nuca familiare, il neo dietro l’orecchio che ha baciato mille volte. E non lo riconosce.
— Sei in viaggio?
— No, Marina. Me ne vado.
La parola resta sospesa in cucina come odore di bruciato.
— Dove?
— Da un’altra.
Il canovaccio cade dalle mani.
— Ivo…
— Marina, niente scene. Lo sappiamo entrambi che è finita da tempo. Io mi sono deciso, tu no.
— Finita? — ride. Nervosamente, terribilmente. — Domani è il nostro anniversario. Diciotto anni.
— Appunto. Diciotto anni dello stesso minestrone.
Il colpo arriva dritto allo stomaco. Lei rimane senza fiato.
— Ho lasciato il dottorato per te. Avrei potuto…
— Non saresti stata nessuno. — Lui sorride. Il sorriso di chi compatisce. — Restauratrice. A chi serve oggi, icone, polvere… Ti ho dato una vita, comunque. L’appartamento. La macchina. Il mare ogni anno.
— Tu mi hai dato?..
— E chi altro. Va bene. L’appartamento è intestato a me, ma non sono una bestia. Vivi qui un mese o due. Poi vediamo.
Lei si aggrappa allo schienale della sedia. Le dita diventano bianche.
— Chi è?
— Che differenza fa.
— Chi?
Lui guarda l’orologio.
— Licia. Trentadue anni. È viva, Marina. Capisci? Va a teatro, scia, ride. Tu invece sei diventata una governante. Non te ne sei neanche accorta.
Marina tace. Ha un nodo in gola.
Ivo afferra la valigia. Sulla porta si gira — e negli occhi qualcosa passa. Non rimpianto. Fastidio. Come il padrone che lascia il vecchio cane al canile.
— Non preoccuparti. Trentotto anni non sono una condanna. Goditi la libertà, Marina. Te la sei meritata.
La porta si chiude.
Il minestrone sul fuoco continua a raffreddarsi.
La prima settimana non piange. Gira per l’appartamento come in un museo di vita altrui. Le sue camicie. Il suo spazzolino. La tazza ancora piena sul tavolo.
All’ottavo giorno chiama Tiziana.
— Marina, viva?
E scoppia. Singhiozza al telefono così forte che la vicina del piano di sotto sale a chiedere se va tutto bene.
— Tizia… ho trentotto anni. Sono un posto vuoto. Diciotto anni a fare minestrone, non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho tenuto un pennello…
— E cosa ricordi?
— Cosa?..
— Ricordi perché hai scelto restauro?
Marina si blocca. Le appare davanti: la Galleria degli Uffizi, lei diciannove anni, sta davanti alla Madonna del Cardellino e piange. Perché gli uomini sapevano creare cose così. E conservarle.
— Ricordo.
— Allora vai a prendere i tuoi colori in cantina. So che sono lì. Li ho visti cinque anni fa.
I colori si trovano. In una scatola da scarpe, sotto vecchie tende. Secchi, metà irrimediabilmente. Ma i pennelli — i pennelli sono intatti. Di martora, comprati un tempo con la borsa di studio, rinunciando ai pranzi.
Marina si siede sul pavimento della cantina e piange. Ma in modo diverso. Piano.
La mattina dopo si iscrive ai corsi dell’Accademia di Belle Arti di Roma. A pagamento. Soldi — gli ultimi, messi da parte per una vacanza che ora non serve.
Va dal parrucchiere. Taglia la treccia che Ivo le vietava di toccare da vent’anni. Nello specchio la guarda una donna sconosciuta. Con zigomi aguzzi, occhi vivi e arrabbiati.
— Ciao, tanto tempo.
Tre mesi di studio. Musei, appunti. Di notte disegna — prima timidamente, poi con più sicurezza. Le mani ricordano. Le mani non hanno dimenticato.
A febbraio chiama Tiziana.
— Marina, c’è una cosa. Ricordi Arcangelo Lombardi, quello con cui lavora Michele? È morta sua nonna, ha ereditato una casa in Toscana. Vecchia. E lì ci sono icone, un intero scaffale. Voleva buttarle…
— Non osi! — Marina balza in piedi. — Che non le tocchi!
— Ecco, pensavo — magari le dai un’occhiata? Lui paga.
— Le guardo. Domani.
Le icone sono in condizioni pessime. Otto pezzi — anneriti, con il gesso sollevato, con crepe. Marina si china su di loro — e il cuore batte così forte che lo sente nelle orecchie.
— Signor Lombardi, — dice con voce rauca. — Questa… devo vederla sotto la lampada, ma sono quasi certa. Seicento. Scuola toscana. Molto preziosa.
Lui alza un sopracciglio incredulo.
— Quanto vale?
— Restaurarla — non posso dire con precisione. Ma venderla dopo — tanto.
— E lei sarebbe capace di restaurarla?
Marina guarda le tavole. I volti che appena emergono dalla fuliggine. Capisce: è la chance. L’unica.
— Sì.
Il lavoro dura sei mesi. Affitta un piccolo laboratorio in periferia — l’odore dei solventi in appartamento è insopportabile. Mangia pane e olio. Perde dodici chili. Piange due volte per la disperazione, quando rischia di rovinare il lavoro. Una volta chiama la sua insegnante alle quattro di notte — quella, santa donna, arriva un’ora dopo con un thermos.
Poi arriva la prima icona. Liberata. Splendente.
Arcangelo Lombardi resta a lungo in silenzio.
— Marina. È un miracolo.
— Non è un miracolo. È lavoro.
Lui paga il doppio. Una settimana dopo chiama un suo conoscente. Poi il conoscente del conoscente. Poi un gallerista di via Condotti.
Il passaparola è il mezzo più veloce del mondo.
Passa un anno. Poi un altro.
Ora Marina vive in un altro appartamento — in affitto, ma suo. Con soffitti alti. Laboratorio a Trastevere, lista d’attesa di sei mesi. Lavori per due monasteri e una collezione privata di un noto imprenditore, il cui cognome sui giornali economici viene scritto con reverenza.
Si chiama Domenico Verdi.
Lui viene in laboratorio di persona. Non manda corrieri. Siede su una sedia vicino alla finestra e guarda come lavora. A volte porta il caffè. A volte niente.
— Lei è un cliente strano, signor Verdi.
— Sono una persona strana. Le dispiace se resto?
— No.
Quarantacinque anni. Vedovo. Occhi intelligenti e stanchi, mani da pianista — anche se lui non suona il pianoforte, ma il mercato delle fusioni.
Tra loro non c’è niente. Ancora. Ma Marina a volte si sorprende ad aspettare le sue visite.
Quella sera non vuole andare da nessuna parte.
Ma Tiziana insiste — anniversario della galleria in via Condotti, tutti i bellunesi, non si può mancare, hai clienti tra loro, basta stare in clausura.
Marina indossa un vestito nero — semplice, il primo vestito di un buon stilista in vita sua, comprato un mese fa. Orecchini di perle — regalo di un cliente grato. Tacchi a cui si era disabituata.
Domenico Verdi la prende da solo, senza autista.
— Lei stasera…
— Cosa?
— Splende.
Lei ride. Davvero. Per la prima volta da tanto tempo.
Nella sala brusìa di conversazioni, champagne. Marina si ferma davanti a un dipinto di Fattori — fa finta di guardarlo. Solo per riprendere fiato.
— Marina?..
Si gira.
Davanti a lei c’è Ivo.
Invecchiato. Grigio. Borse sotto gli occhi. In mano un calice, la mano trema un po’. Accanto — una donna giovane, magra, con faccia scontenta. Appesa al suo braccio come a un appendiabiti, e fa le bizze:
— Ivo, andiamo, è noioso…
— Aspetta, Licia.
Lui guarda Marina e non la riconosce.
— Tu? Sei tu?
— Ciao, Ivo.
— Tu… come sei cambiata.
— Il tempo passa.
Licia tira la manica.
— Chi è?
— È… la mia ex moglie.
Licia la squadra con rapido sguardo femminile. Dalle scarpe agli orecchini. Il viso si allunga un po’.
— Piacere. Vado al bar.
E se ne va, ticchettando con i tacchi.
Restano soli. In mezzo alla sala, tra la folla — ma soli.
— Tu cosa ci fai qui?
— Lavoro. Sono restauratrice. Clienti.
— Restauratrice? — lui sbatte le palpebre. — Davvero?
— Davvero.
— Marina… — si avvicina. Odora di cognac. — Devo dirtelo. Sono stato un idiota.
Lei tace.
— Questa Licia — un incubo. Vuota. Non sa nemmeno friggere un uovo. Sempre discoteche, villaggi turistici, ristoranti. Sono stanco, Marina.
— Immagino.
— La lascio. Ho già presentato la richiesta. — Le afferra la mano. — Ricominciamo. Tu mi hai amato. Mi hai sempre amato.
Marina guarda le sue dita. Estranee. Un tempo le più care. Ora solo estranee.
Con dolcezza libera la mano.
— Ivo. Ti ricordi cosa mi hai detto quando te ne sei andato?
Lui aggrottò la fronte.
— Hai detto: Goditi la libertà.
— Marina, non volevo…
— Aspetta. Voglio ringraziarti. Senza ironia.
Lui guarda, senza capire.
— Mi hai davvero regalato la libertà. Per molto tempo non sono riuscita a scartare il regalo — come quello che hai paura di aprire. Poi l’ho aperto. Dentro c’ero io. Quella che avevo seppellito diciotto anni fa.
— Marina…
— Quindi grazie. E — no. Non torno.
— Ma perché? Ho l’appartamento, i soldi, ti manterrò…
— Ivo. Mi mantengo da sola. Da tempo.
In quel momento arriva Domenico Verdi. Tranquillo, sommesso, con due calici.
— Marina, è pronta? Il collezionista da Milano aspetta di conoscerla.
— Sì, signor Verdi. Certo.
Lui tende la mano. Lei l’accetta.
Ivo resta a guardarli. La sua schiena dritta. Come quell’uomo in abito costoso si china rispettosamente verso di lei.
Al bar Licia brontola qualcosa. Lui non sente.
Marina sulla porta si volta un secondo. E — no, non trionfante. Semplicemente saluta con la mano. Come si saluta un conoscente incontrato per caso, senza rancore.
Il collezionista è un uomo corpulento dai capelli grigi con occhi azzurri da bambino. Bruno Nanni. Bacia la mano all’antica, con inchino, dice signora — senza ironia.
— Il signor Verdi mi ha raccontato meraviglie di lei. Non ci credevo. Ora vedo che non mentiva.
— Non ha ancora visto i miei lavori.
— Li ho visti. Tre mesi fa. Madonna della Tenerezza, Settecento. Ricorda?
Marina ricorda. Sei mesi di lavoro.
— È stato lei a comprarla?
— Io. E ne voglio un’altra. Ho qualcosa di delicato. Possiamo parlare?
Si spostano alla finestra. Domenico Verdi resta presso una colonna — discreto, a distanza, ma vicino. Marina lo sente con la schiena, e stranamente scalda.
Con la coda dell’occhio vede: Ivo è ancora di fronte al dipinto di Fattori. Solo. Licia se n’è andata — probabilmente con una scenata. Lui guarda verso di lei, ma Marina non si volta più.
— Ho un’icona, — dice piano Bruno Nanni. — Senese. Cinquecento. Il problema è che la sua storia è opaca.
Marina si irrigidisce.
— Rubata?
— No, no, cosa dice. Esportata negli anni Venti. Poi Parigi, New York. Due anni fa l’ho comprata all’asta, legalmente. Ma voglio riportarla a casa. E nella sua vera forma. Nell’Ottocento l’hanno molto ridipinta. Sotto le ridipinture, ne sono convinto, c’è un capolavoro.
— Perché vuole farlo?
Bruno Nanni tace.
— Mia nonna era di Siena. Nel ’24 se ne andarono. Suo padre, prete, fucilato nel ’37. Cerco quest’icona da quarant’anni. E l’ho trovata.
A Marina pizzicano gli occhi.
— Mi impegno.
Il lavoro sull’icona senese deve iniziare tra un mese — dopo gli accordi documentali. Intanto la vita scorre.
Lunedì mattina Marina arriva in laboratorio e trova sotto la porta una busta. Senza francobollo. Un biglietto con una scrittura familiare e irregolare:
“Marina, dobbiamo parlare. Non al telefono. Mercoledì alle sette davanti al tuo laboratorio, al bar all’angolo. Se non vieni, capirò. Ma ti prego. I.”
Siede a lungo fissando la carta. La appallottola. La spiana. La appallottola di nuovo.
Mercoledì alle sette arriva.
Non sa bene perché. Forse vuole mettere un punto — non quello bello della galleria, ma quello vero. Quotidiano. Definitivo.
Ivo l’aspetta al tavolino d’angolo. Davanti a lui una tazza di tè, intatta. Si alza quando lei arriva, impacciato.
— Grazie per essere venuta.
— Ho venti minuti.
— Faccio presto. — Si aggrappa alla tazza. — Marina, senza Licia, senza pubblico… Non ho detto bene quella sera alla galleria. Più precisamente, non l’ho detto come dovevo.
— Come dovevi?
Alza gli occhi. Marina vede all’improvviso: nei suoi occhi si agita una paura vera. Quella che viene quando capisci di aver fatto qualcosa di irreparabile.
— Ho sbagliato così tanto che ancora non riesco a rimediare.
— Sì.
— Cosa, sì?
— Sì, hai sbagliato. — Lo dice senza rabbia. Come una constatazione. — Perché mi hai chiamato?
Pausa. Tira fuori dalla tasca una scatola di velluto, consumata. Marina la riconosce subito.
— L’anello della nonna, — dice piano.
— Lo ricordi?
L’anello di sua nonna, con un piccolo smeraldo. Diciotto anni fa Ivo lo regalò a Marina per il fidanzamento. Dopo un paio d’anni glielo chiese indietro — in custodia, per i futuri figli. Figli non ce ne sono stati. L’anello è rimasto a lui.
— Voglio restituirtelo. È tuo. Di diritto.
— Non posso.
— Prendilo e basta. Non è una proposta. Ho capito tutto quella sera alla galleria. Ho visto come eri con quel Verdi… — la voce vacilla. — Lo ami?
Marina tace. Sincera, ascolta dentro di sé.
— Ancora non lo so. Ma potrei. Se il tempo lo concede.
Ivo annuisce. Pesantemente.
— Ne sono contento. Davvero. È un brav’uomo, mi sono informato.
— Ti sei informato?
— Eh sì. Diciotto anni sono stato tuo marito. Ho diritto.
Marina lo guarda e vede — per la prima volta, forse in tutta la vita — non un padrone, non un offensore, non un traditore. Solo un uomo stanco, non più giovane, che ha perso la partita più importante. E ora lo capisce.
Non fa più male. Prova una pietà umana.
— Ivo. L’anello non lo prendo. Dallo… non so. A tua nipote, quella di Ludovica che sta crescendo. O in chiesa.
— Una cosa ti dico. E basta. D’accordo?
— D’accordo.
— Grazie per essere andato via.
Lui guarda senza capire.
— Se non te ne fossi andato, avrei fatto minestrone fino a sessant’anni. E ti avrei odiato in silenzio, di nascosto, senza confessarlo nemmeno a me stessa. E avrei odiato me stessa. Ora non ti odio. Né te, né me. È una cosa rara.
Lui tace. Una lacrima scende lenta, pesante sulla guancia. Non la asciuga.
— Stammi bene, — dice Marina. — E abbi cura di te.
Si alza. Indossa il cappotto. Sulla porta si gira — lui siede a capo chino. Le spalle tremano lievemente.
Marina esce in strada. Le sbatte in faccia il vento — freddo, odoroso di foglie e un po’ di fumo.
Cammina sul viale e piange. Piano, senza singhiozzi. Non di dolore. Non di soddisfazione. Solo — un grande capitolo doloroso si è chiuso. Senza uncini, senza sbavature. Ha mollato la presa.
E solo in fondo, un piccolo spino, siede un qualcosa di indefinito. Non pietà. Dubbio. E se fosse stato inutile? E se diciotto anni non fossero vani, e se fosse giusto dare un’altra chance?
Marina arriva alla metropolitana. Si ferma. Resta ferma dieci secondi.
E capisce: no. Non vano.
Scende sulla scala mobile.
L’icona senese si rivela più difficile del previsto. Tre strati di ridipinture. Il più basso — Cinquecento, come promesso da Bruno Nanni. Tra quello e la superficie, altri due: Settecento e fine Ottocento. Ognuno va rimosso millimetro per millimetro.
Lavora quasi un anno.
In quell’anno molte cose cambiano.
Domenico Verdi le fa una proposta ad aprile. Non al ristorante, non con un anello — è troppo intelligente. Sono seduti nella sua piccola cucina, bevono tè.
— Marina. E se ci sposassimo?
— Così, su due piedi?
— Perché complicare? Non abbiamo vent’anni. Sappiamo cosa vogliamo.
— E cosa vuole, signor Verdi?
— Lei. Per tutta la vita. Se non è pronta — aspetto. Sono paziente.
— Mi dia fino all’autunno.
— Fino all’autunno, va bene.
Non si offende. È davvero paziente.
A maggio Tiziana racconta: Ivo si è trasferito in periferia. Ha venduto l’appartamento a Roma, comprato una casa in un paesino del Lazio. Con Licia ha divorziato in fretta, senza scandali. Ora ha una vicina. Vedova. Gli fa le minestre. Tranquilla.
Marina, sentendo, sorride senza sapere perché. Lascia stare. Purché sia almeno un po’ sereno.
Ad agosto accade il fatto principale. Rimuove l’ultimo strato di ridipintura dall’icona senese.
E sotto si apre il volto.
Marina è in laboratorio da sola, alle due di notte, e guarda il volto del Salvatore — quieto, severo, dipinto dalla mano di un maestro sconosciuto cinquecento anni fa. Che ha attraversato guerre, rivoluzioni, emigrazione, oceano, aste. Ed è tornato — a casa. Al nipote di quel prete fucilato nel ’37.
Chiama Bruno Nanni. Lo sveglia.
— Signor Nanni, mi scusi… Si è rivelata.
Silenzio all’altro capo. Lunghissimo. Poi sente un uomo anziano piangere — lontano, nella sua casa sull’Isola Tiberina.
— Signora, — dice infine, con voce tremante. — Parto subito. Non riesco ad aspettare domani.
Arriva alle sette del mattino, non sbarbato, con un abito sgualcito, una scatola di cioccolatini — goffa, ridicola, come se andasse all’asilo.
Entra in laboratorio. Vede l’icona. E cade in ginocchio.
Marina si volta. Lascia che sia solo. Con lei. Con la nonna. Con il bisnonno. Con tutta quella grande storia terribile e luminosa che converge in un punto — nel suo laboratorio a Trastevere.
A settembre Marina si sposa.
Nozze tranquille. Una ventina di persone. Tiziana e suo marito. L’insegnante dell’Accademia. Bruno Nanni, venuto apposta da Milano. Alcuni monaci del monastero per cui ha lavorato — seduti in un angolo, bevono timidi succhi di frutta.
Vestito color crema, semplice. Tra i capelli una rosa bianca. Senza velo. Alla seconda volta non serve.
Domenico Verdi mette l’anello nuziale — sottile, di oro bianco. Senza pietre. Lui sa che lei non ama il luccichio.
Marina ha quarantadue anni.
La sera, quando gli ospiti se ne vanno, stanno sul balcone del nuovo appartamento, bevono vino. Tacciono.
— Dimo. Solo ora ho capito una cosa.
— Quale?
— Quando Ivo se ne andò, disse: Goditi la libertà. Canzonatorio. Invece è stato come se mi avesse benedetto.
Domenico Verdi le prende la mano. Le bacia il palmo. Non risponde. Fa bene quando qualcuno non risponde a ogni frase con qualcosa di bello.
Marina finisce il vino. Posata il bicchiere.
Domani in laboratorio. Lì la aspetta un nuovo lavoro — niente di speciale, un’icona dell’Ottocento da una chiesa di campagna in Umbria. Piccola, semplice, senza documenti d’archivio, senza leggenda. Solo un’icona portata dal parroco locale, arrivata in autobus in un sacco di tela.
Marina ci pensa con piacere.







