Dopo una maratona di ragionamenti degna di un consiglio comunale, io e mio marito Gregorio decidiamo di accogliere una bambina di due anni dallistituto, ignorando le chiacchiere da bar e le opinioni non richieste di amici e parenti. Siamo testardi come muli toscani: lasciamo perdere i consigli altrui e seguiamo la nostra strada, con la convinzione di chi ha appena vinto una partita a briscola.
Non ho mai avuto il piacere di conoscere mio padre, e mia madre era una presenza più rara di un parcheggio libero in centro a Firenze. Solo dopo, gli assistenti sociali mi raccontano come sono finita in comunità: a dodici mesi, la polmonite mi mette KO, e sono talmente debole che non riesco nemmeno a piangere. Passo giorni interi immobile nel lettino, mentre mia madre, disperata, si consola con il vino nella stanza accanto. Cresco in una casa dove il Chianti scorre più dellacqua, e il tintinnio delle bottiglie mi fa compagnia di notte. I vicini, esasperati dai miei pianti, convincono mia madre a portarmi allospedale. Linfermiera, entrando, si accorge che i miei vestiti stanno prendendo fuoco; ci vogliono tre persone per spegnere tutto. Mi trasferiscono durgenza al pronto soccorso, dove mi curano le ustioni. Mia madre, nel frattempo, non si fa vedere nemmeno per sbaglio.
La pace trovata nellistituto mi accompagna anche dopo la nascita del mio primo figlio. Ricevo unistruzione da manuale, trovo un lavoro che mi soddisfa, e la nostra casa a Firenze è grande e accogliente come una tavolata domenicale. Vivere con Gregorio è una gioia: il nostro amore è semplice, genuino, come quello di una famiglia che si è ritrovata dopo una lunga partita a nascondino. Lunica cosa che manca? Un altro figlio
Così, insieme a Gregorio, adottiamo una bambina di due anni dallistituto. Le critiche non ci fermano: la portiamo con noi nel trasloco a Firenze, affrontando anche il rischio di qualche malattia ereditaria, come se fosse una lotteria della Befana. Da quel momento, però, la salute della piccola è sempre stata impeccabile!
Ogni giorno ringrazio la sorte per avermi dato la testa dura e la capacità di pensare con la mia testa, senza farmi influenzare dagli altri. Nessuna delle previsioni catastrofiche dei medici si è avverata: mia figlia sta benissimo e cresce felice. Trovo troppo facile dare la colpa ai geni difettosi per le difficoltà di un bambino, come se lambiente e laffetto fossero roba da poco, e tutto dipendesse dai genitori biologici. In realtà, a un bambino serve solo amore e la certezza di essere importante, per diventare una persona onesta.
Il quinto anniversario delladozione si avvicina, e sento una certa agitazione. Amo mio figlio quanto la mia seconda figlia, Anna, nata da me: entrambi sono la mia famiglia, il mio piccolo clan fiorentino. Ma una parte di me teme che Anna scopra di essere stata adottata e ci rimanga male. Non ho idea di come affrontare la questione, se dovesse venirne a conoscenza. Riuscirà a capirlo? Questo pensiero mi mette più ansia di una fila alle Poste, persino più della possibilità che qualcuno glielo dica prima di me.



