Ciao tesoro, ti racconto cosa è successo con Gigliola, la nostra amica appena trasferita fuori città.
Gigliola era lì, con una piccola zappa elegante in mano, quando i suoi dita si spalancarono per lo spavento. Il legno, con un colpo leggero, cadde sul terreno secco e screpolato. Non era ancora riuscita a emettere un respiro la voce alle sue spalle era così improvvisa e tagliente da sembrare il cigolio di un albero vecchio, ma con una sicurezza da non credere, da farle correre un brivido freddo lungo la schiena.
Nel tuo orto non cresce nulla, cara, perché ti fa visita un fantasma. Non lo vedi? Guarda bene, bambina, fai più attenzione disse una anziana sconosciuta, con tono severo ma un pizzico di pietà, fissando Gigliola con quegli occhi spenti, quasi sbiaditi dal tempo, ma incredibilmente perspicaci.
Gigliola si girò lentamente, quasi meccanicamente, e per la prima volta vide davvero quel pezzo di terra davanti alla sua nuova, tanto desiderata casa. Il cuore le si strinse per una strana malinconia indescrivibile. Lo aveva osservato ogni giorno, ma solo ora ne comprese lorrore. Proprio davanti al grazioso recintato che tanto amava, cera un lembo di terra morto, bruciato, assolutamente senza vita.
Né erba, né fiori, né un solo segno di vita. Dietro la casa, nei suoi aiuole curatissime e nei fiori, rose rosse sbocciavano a destra e a manca, begonìe si stendevano al sole e i cespugli di ribes erano verdi e rigogliosi. Il contrasto era spaventoso, innaturale. Gigliola provò a rianimare quel suolo concimò, smuovette la terra, lo annaffiò con lacrime quasi disperse, ma tutto fu vano.
Immersa nei suoi tormenti da giardiniera, non si accorse nemmeno che, accanto al cancello spalancato, si avvicinava una figura curva dagli anni, ma non dallo spirito, una sconosciuta.
Se avessi indossato un vestito da ballo per la sera, avresti scavato nella terra nera con tanta grazia osservò la vecchia con un sorriso appena accennato, ma senza cattiveria, indicando labbigliamento di Gigliola: una blusa rosa perfetta e dei pantaloncini sportivi in tessuto tecnico.
Gigliola, istintivamente, si guardò allo specchio, spazzò via una ciocca rossa ribelle che le spuntava sulla fronte e arrossì leggermente.
È è il mio completo da giardinaggio, nonna. Tecnico, traspirante cercò di spiegarsi, ma la voce era fioca. E i vicini qui è un nuovo e bel quartiere, tutti passano con eleganza Pulito, ordinato Nessuno viveva qui prima, è tutto da zero
Ma la nonna non ascoltava più. Si voltò, si aggrappò a un bastone di legno di recupero e, lentamente, scomparve nella polvere estiva dietro la curva della strada. Gigliola restò sola, con un silenzio assordante che le rimbombava nelle orecchie, rotto solo dal pulsare del proprio cuore.
«Come può succedere? pensò agitata, togliendosi i guanti da giardino e controllando distrattamente il suo impeccabile manicure. Come è possibile che un fantasma venga a trovarmi nella mia nuova casa luminosa? Che vuole?»
Per fortuna, prima del trasloco, quasi una fuga dal trambusto di Milano verso la quiete di una provincia toscana, aveva finito un corso di manicure. «Ora le mie mani saranno sempre perfette pensò con una punta di amara ironia sarebbe bello se anche il giardino fosse così, fiorirebbe subito, senza apparizioni.»
Al marito, Marco, sempre occupato, non raccontò nulla della strana visita. Temeva la sua risata pragmatica. Ma il pensiero della vecchia rimaneva impresso, trasformandosi in unidea ossessiva. Nessun fertilizzante costoso, nessun consiglio su internet o dei vicini esperti riusciva a far rinverdire quel punto morto, che rimaneva arido come una tomba.
Gigliola amava veramente il giardinaggio. Aveva seguito corsi online, comprato riviste belle, si ispirava a ogni foto. Il processo le dava gioia: toccare la terra, inspirarne lodore, curare i germogli. I primi risultati erano buoni, ma quel lembo davanti allingresso sembrava impenetrabile, come se una barriera invisibile lo tenesse lontano da ogni vita.
Dovrò forse assumere un paesaggista costoso, mormorò guardando fuori dalla finestra il macigno nero del suo fallimento. Ma se davvero cè un ospite etereo, forse nemmeno loro potranno aiutare.
Passarono alcuni giorni. Gigliola, dopo aver finito di guardare un nuovo video di un giardiniere esperto, pose il cellulare da parte. La notte fuori era silenziosa, priva di stelle. Marco dormiva, russando al ritmo dei suoi pensieri daffari, e Gigliola, pur sapendo che doveva dormire, non riusciva a chiudere occhio.
Che afa! sussurrò, togliendosi una coperta di seta, e si avviò verso la porta di vetro che conduceva al balcone spazioso.
Aprì piano, uscì sotto un cielo notturno fresco. Laria era dolce e pulita. Dallaltezza del secondo piano, il pezzo di terra morta era quasi invisibile, nascosto sotto lorlo di un grande acero. Decisa, si arrampicò sul parapetto gelido per guardare meglio nel buio.
E lo vide.
Sotto la luce di una luna stretta e ricurva, che si faceva strada tra nuvole strappate, una figura sconosciuta camminava sulla terra scavata ma morta. Un uomo, di spalle a lei, con movimenti lenti, quasi faticosi, come se attraversasse una resistenza invisibile. Si accovacciò, si alzò di nuovo, infilò il dito di un vecchio stivale consumato nella terra, toccandola con dita lunghe, pallide, cercando qualcosa.
Il cuore di Gigliola si fermò, poi batté così forte da farla tremare. Guardò più a fondo, e più vedeva che qualcosa non quadrava. Luomo era semitrasparente, la luce lunare filtrava attraverso il suo corpo tenue, avvolto in un vecchio giubbotto. I suoi movimenti erano innaturali, privi di gravità terrestre. Non era affatto un uomo vivo.
Le gambe le cedettero, unondata nera di panico le scosse la testa. Stava per cadere dal balcone su pietre appuntite, ma allora luomo si girò.
Lo guardò dritto negli occhi. Il volto era inespressivo, scolpito come marmo pallido, con baffi depoca e capelli lisci pettinati in una riga netta. Gli occhi erano vuoti, neri, senza fondo.
E allimprovviso alzò le braccia, lanciandole in avanti come a volerla afferrare, le dita gelide si avvicinavano al suo viso. Il suo sguardo apparve sempre più vicino, riempiendo lo spazio. Gigliola, con un soffio di lamento, si spinse indietro, inciampò e rotolò nella camera, sul pavimento freddo.
Trovare la vecchia nonna fu sorprendentemente semplice. Gigliola era convinta che una donna così non potesse vivere nel loro pulitissimo villaggio di case nuove. Decise quindi di cercare nel borgo antico, oltre il ponte, nella piccola frazione che dorme. Chiese alle zie del villaggio, sedute sulla panchina vicino al pozzo.
Parcò la sua city car vicino a una casetta cadente, con infissi intagliati ma sbiaditi. Il cancello sembrava sorretto da una sola vite arrugginata, così decise di non bussare.
Nonna! chiamò timidamente, guardando tra le assi del recinto. Nonna Rosa? Mi chiamo Gigliola! La scorsa settimana mi ha parlato del mio terreno del ospite
La porta cigolò e spuntò la nonna, che la scrutò.
Gesù, sei ancora vestita da sfilata mormorò, osservando la sua tunica di chiffon e i tacchi alti. Poi, sorrise. Entra, se sei già qui! Attenta a non rompere i pavimenti con i tacchi! Cosa ti porta qui?
Gigliola, passando la soglia, sentì un nodo stringersi alla gola.
È vero, è lì. Lo ho visto stanotte la sua voce tremava. Se voi vedete queste cose e non vi spaventate forse lavete già incontrato prima. Sapete come scacciarlo? Le sue mani tremavano, il suo manicure brillava nella penombra.
Lo sapevo, bambina annuì la nonna, gli occhi pieni di qualcosa di indecifrabile. Vuoi che lo scacci?
Gigliola annuì, poi aprì la sua elegante borsa di cuoio e tirò fuori qualche banconota.
Non so quanto costi, non sono avara! Se serve di più, vado al bancomat, porto quello che serva! disse, offrendole la moneta.
Nonna Rosa osservò i soldi, poi lo sguardo si addolcì.
Basta disse dolcemente. Ti aiuterò. Siediti, ti preparo si interruppe, imbarazzata. Scusa, non ho più tè, la scorta è finita. Il negozio più vicino è a tre miglia
Gigliola si mise su una sedia scrostata, osservando il focolare: tende di lino rattoppate, una tovaglia assente, un mobile con una porta rotta, una zuccheriera vuota, un cestino di pane vuoto. Tutto era povero, vuoto, solitario.
Prendi la bottiglia dal frigo chiamò Rosa dalla stanza accanto. È una tisana di erbe fatta in casa, un po amara ma rinvigorente. Versane anche per me, per favore.
Gigliola aprì il frigorifero traballante. Oltre a una bottiglia di liquido torbido, cerano tre uova, una barattola di crauti e un barattolo vuoto.
«Cavolo pensò è così povera! Io sono arrivata qui con la mia auto costosa e il vestito di seta.»
La voce della nonna le chiese se avesse trovato.
Sì, Nonna Rosa, sto per arrivare!
Rosa le porse un pacchetto di giornale avvolto in spago.
Pianta questo al tuo punto morto, non troppo profondo, su un piccolo scavo. In tre giorni lospite sparirà. Sono solo erbe, rami secchi, bacche di bosco tutto per il bene. Ti va un sorso di quella tisana?
Gigliola bevve, il sapore amaro le scaldò lanima.
Deliziosa sorrise sinceramente, prendendo il pacchetto. Posso offrirti qualcosa? Prima di partire ho preso due confezioni in promozione, non riesco a portarle via potrei lasciarle qui?
Senza attendere risposta, uscì alla ricerca del supermercato, tornò subito con una busta enorme piena di cose: olio di girasole, tè nero (di solito beviamo quello verde), biscotti, dolci, carne, riso integrale, farro. Scoprì che il congelatore di Rosa era pieno a crepapelle. Stava distribuendo tutto, ma non osava guardare la nonna negli occhi, temendo di sembrare una caritatevole.
Ma la nonna, vedendo la generosità di Gigliola, cominciò a versare lacrime leggere sulle guance, asciugandole con un fazzoletto.
Grazie, figlia mia sussurrò, quasi come il fruscio delle foglie.
Grazie a lei rispose Gigliola, cercando di nascondere il suo imbarazzo. Tornerò a curare il mio orto! E se non le dispiace, passerò di tanto in tanto a far visita. Mi incuriosisce tutto questo.
Così piantò il faggetto nel punto indicato. Non vide più luomo con i baffi. Una settimana dopo, come promesso da Rosa, spuntarono i primi germogli timidi: un po di erba, qualche dente di leone. Gigliola pianse di gioia, perché la terra era tornata a vivere.
Lo stesso giorno, Nonna Rosa, appoggiata al suo bastone, camminò lentamente verso una vecchia tomba abbandonata sul sentiero del villaggio. Salutò chi sa chi, si inginocchiò e cominciò a rimuovere erba secca intorno a una lapide di pietra, dove spuntava una foto sbiadita di un uomo con baffi folti.
Grazie, Pietro Stoppani mormorò, accarezzando la pietra. Ti ho aiutato, ora aiuto io. Riposa in pace.
Due settimane dopo, Gigliola tornò da Rosa, bussò delicatamente e, sentita la voce entra!, posò la borsa pesante sul davanzale.
Nonna Rosa, sono io, Gigliola! Come va il nostro ospite?
Ciao, ciao rispose la donna, un po più fresca. Il fantasma è sparito?
Sì, grazie a te! esclamò Gigliola, arrossendo, e indicò la borsa. Ho portato un po di cose: tende, asciugamani, coperte, stoviglie le nostre stoviglie a viole, perfette per la tua cucina rustica. Posso mostrarti la tovaglia?
Continuò a svuotare la borsa, elencando ogni oggetto, scusandosi per non volere apparire ingrata.
Nonna Rosa la osservava, il volto si fece più triste e severo. Alla fine si sedette, le mani artritiche poggiate sul tavolo.
Basta, piccola. disse con voce affaticata. Sei una brava ragazza, Gigliola. Ma devo confessarti qualcosa.
Gigliola rimase immobile, con una coperta colorata tra le mani.
Cosa? balbettò, toccandosi lorecchio. Stamattina ero in piscina, forse…
Ti ho ingannata ripeté Rosa, la voce tremante. Sono stata io a portare quel fantasma sul tuo terreno, lho invitato a venirti a trovare. Lo ho fatto per avere un po di soldi, una piccola carità. Sono vecchia, fame, freddo Nessuno mi dà nulla, solo se offro un aiuto.
Ma perché? domandò Gigliola, il cuore pesante.
Rosa raccontò: aveva scoperto il vecchio sepolcro di Pietro Stoppani, luomo del villaggio, e lo aveva invocato per farlo camminare sul terreno di Gigliola, impedendo che la terra nascesse. Le erbe e il pacchetto erano solo una scusa, un trucco per farla credere di aver scacciato il fantasma.
Gigliola rimase immobile, il silenzio rimbombava nelle orecchie. Guardò la donna curva, la povertà, la disperazione che laveva spinta a una truffa così crudele. Non provò rabbia, ma una profonda compassione.
Si avvicinCon un sorriso dolce, Gigliola abbracciò Rosa, la perdonò e, piantando insieme un nuovo albero, fece rinascere la terra finalmente guarita.







