Ha sopportato tre inverni di fila e non è unesagerazione. Per un gatto di strada ciò è quasi un miracolo: pochi felini riescono a vivere così a lungo.
È nato in una casa modesta di Trastevere, accanto a una gatta madre, Marta, che si fidava delle persone. Ma il destino ha cambiato tutto in un attimo.
I padroni sono morti in un incidente stradale, e il loro figlio adulto, Alessandro DeLuca, un uomo che detestava i gatti e custodiva il suo feroce cane da guardia, Rocco, ha deciso di liberarsi degli invasori del suo appartamento. Senza pensarci due volte, ha cacciato lintera famiglia felina fuori dal portone.
Il primo inverno nessuno è sopravvissuto: né la madre né i fratelli né le sorelle. Alcuni li ha portati la fame, altri il gelo, altri ancora i cani o le auto. Solo uno è rimasto vivo un soffice gattino rosso.
Lha raccolto il custode del condominio, Gianni. Raccolto è unespressione forte: lo ha solo notato, gli ha strappato il piccolo corpo dalla madre, lha portato in cantina e lo ha sistemato accanto alle tubature calde. Lì lo ha nutrito per tutta la stagione.
Così è rimasto in vita.
Nessuno gli ha dato un nome. Dalla finestra rotta della cantina si intrufolava fuori, imparando la dura arte della sopravvivenza da randagio: stare lontano dai cani, nascondersi dagli uomini, rosicchiare i rifiuti, ingannare la fame.
Il secondo inverno lo ha affrontato da solo. Il custode è stato licenziato per una sbornia; al suo posto è arrivato un nuovo responsabile, severo e parsimonioso. Non gli ha più offerto cibo, ma almeno non ha rotto la finestra. Basta così: è di nuovo passato linverno nella cantina, ha imparato a difendersi e a lottare per ogni boccone.
Il terzo inverno è stato il più spietato. Tutte le finestre della cantina sono state sbarrate. Dove andare? Dove nascondersi dalle notti gelide?
È stato costretto a cercare un nuovo rifugio. Le cantine erano chiuse, ma in un cortile ha scoperto un luogo strano: una vecchia fossa dimenticata, scavata anni prima accanto a una tubatura di riscaldamento. Le tubature calde scivolavano a galla sulla terra, il buco era nascosto da un fitto cespuglio, e nessuno sapeva della sua esistenza.
Ha impilato dentro stracci, vecchi vestiti, creando una specie di nido. Sotto di lui crollavano i balconi, la neve cadeva più lieve, ma il tubo caldo scioglieva il ghiaccio, mentre lumidità e il vento gelido penetravano fino alle ossa
Linverno è passato, ma è uscito da esso quasi un fantasma: magro come uno scheletro, il pelo a ciuffi, gli occhi perennemente vigili. Nelle strade, la vecchiaia arriva presto e lui è già considerato un veterano. Il cibo è più un miserabile avanzi.
Poi la fossa è stata scoperta. Prima delle prime piogge autunnali, qualcuno ha notato quel buco brutto e ha deciso di riempirlo.
È tornato, come sempre, a dormire sul tubo e ha trovato la terra appena rinvenuta. Si è seduto di fronte a un piccolo cumulo e ha fissato a lungo. Era, in sostanza, la sua condanna. Ha capito subito: quel luogo non si ritroverà più; gli altri rifugi erano già occupati da altri gatti.
Si è accoccolato in un mucchio umido di foglie cadute, tremando dal freddo, ma ancora resistente. E in quello stato, al limite della vita, è caduto innamorato.
Sì, ha capito bene. Si è innamorato.
Non nutriva speranze. Era una gatta di straordinaria bellezza: Ginevra, una femmina elegante che viveva in un appartamento al primo piano. Amava stare sul davanzale a guardare fuori. Lui stava lì sotto, fissandola. Dentro quel gelo, qualcosa si scaldava.
Un giorno ha avuto il coraggio: è salito su un albero, è saltato su una larga gronda di ferro sotto la finestra. I padroni di Ginevra avevano usato quella gronda in inverno per conservare provviste, ora era inutilizzata. Da allora vi andava spesso, si sedeva, osservava la gatta attraverso il vetro e sospirava.
Non chiedeva nulla. Solo ammirava. A volte lei scendeva allo scantinato per mangiare, e lui inghiottiva la saliva non per invidia, ma per una semplice vuotezza animale dentro di sé.
Decise: se il destino lo avrebbe portato via quellinverno, che fosse qui, davanti alla sua finestra. Si avvolgerebbe in una palla, la guarderebbe e se ne andrebbe non per paura, ma in tranquillità.
Lo immaginava sorridendo: il magro gatto rosso, silenzioso, che muore sul suo amato davanzale.
Un giorno la padrona lha notato e ha gridato, agitandosi con le mani. Lui è scappato, ma è tornato. E ancora.
Il padrone Marco Bianchi lha visto e non lo ha cacciato. Gli ha guardato negli occhi e lì ha visto tutto: speranza, dolore, stanchezza e adorazione per la sua gatta di casa. Non è riuscito a scacciarlo.
Al contrario, ha iniziato a infilare di nascosto un pezzetto di carne, una polpetta, una salsiccia, dietro la finestra. Il gatto mangiava. Un giorno luomo si è avvicinato al vetro, e il rosso, tremante, ha alzato la zampa, lha premuta contro il vetro e ha miagolato.
La gatta ha guardato prima luomo, poi il rosso. Nel suo sguardo cera sorpresa.
«Sai», ha sussurrato luomo, «lei è contraria a un secondo gatto. Ho chiesto il cucciolo mi ha rifiutata».
Ha abbassato le mani. Il rosso ha capito tutto. Non si è offeso. Casa non è per lui. Casa è per i puri, i puliti, i giovani, i coccolosi.
Quella sera il freddo era particolarmente pungente. Era bagnato, gelato, e improvvisamente ha capito: non cè più senso. Né nelle foglie, né nella ricerca di angoli, né nelleterna sopravvivenza.
Se la fine è inevitabile, che sia qui, accanto al finestrino da cui la sua piccola meraviglia lo osserva.
Ha deciso: che quella notte sia lultima.
Voleva incontrare il suo epilogo con dignità. Dare un ultimo sguardo a colei a cui il cuore era legato, miagolare qualcosa di caldo verso di lei, come un augurio di felicità e lunga vita e svanire. Prima ha pianificato di finire quello che luomo gli aveva lasciato, e quando lei si sarebbe ritirata al suo nido caldo, si avvolgerebbe proprio al vetro e si addormenterebbe in un sonno dal quale non si sveglia più.
Allimprovviso è caduta una neve inattesa, e la gatta osservava con piacere i fiocchi bianchi che giravano dietro il vetro e si posavano sul gatto rosso, seduto fuori. Il suo sguardo si ralleggiava al ballo della neve. Non poteva immaginar
si che quella bellezza lo stesse lentamente uccidendo, che lo guardasse attraverso il ghiaccio del vetro. Non conosceva il gelo, non sapeva cosa significasse gelare dallinterno.
Il rosso, nel frattempo, si stava indurendo. La salsiccia mangiata poco prima gli dava ancora un flebile calore, ma si scioglieva con le ultime forze. Il vento lo bruciava, il gelo si insinuava nelle ossa, e persino stare in piedi diveniva difficile. Lo sguardo verso di lei rimaneva fisso, ma ormai sapeva che non avrebbe potuto durare molto.
Si preparava a quel commiato come se fosse levento più importante della sua vita. Voleva andarsene con grazia: unultima occhiata alla sua amata, un miagolio dolce, un pensiero di felicità per lei, poi sparire. Il piano era semplice: finire lultimo boccone che luomo gli aveva lanciato, attendere che lei tornasse al suo appartamento, e allora, arrotolato in una piccola palla al freddo vetro, saltare nel sogno da cui non si ritorna.
Il temporale di neve è scoppiato, e la gatta sul caldo davanzale guardava incantata il lento valzer dei fiocchi. Le piaceva vedere le pale bianche posarsi sulla schiena rossastra del suo ammiratore fuori. Per lei era uno spettacolo bello, quasi un gioco. Non sapeva che quel disegno nascondeva la morte. Non capiva che la neve è freddo, che il vento è dolore, che la fame è tortura. Non conosceva mai la strada.
Il rosso, seduto fuori, si induriva sempre di più. La salsiccia, ingurgitata unora prima, aveva lasciato lultimo fuoco di calore, ma era ora spento. Ogni respiro diventava più pesante, le zampe intorpidite, la coda indurita dal gelo. Continuava a fissarla, ma il corpo perdeva forza.
La gatta continuava a osservare il suo misterioso ammiratore, e lui non riusciva più a stare in piedi. La schiena tremava, gli occhi si chiudevano. Ha alzato lo sguardo a lei unultima volta. Ha premuto il naso intorpidito contro il vetro gelido, senza aspettare che lei andasse via e si è arrotolato in una piccola palla stretta.
Il suo corpo tremava. Il freddo rosicchiava ogni osso. Ha iniziato a respirare verso se stesso, cercando di generare un granello di calore, e gli è parso di averlo un po ottenuto. Ma il gelo era più forte. Il gelo rapiva la vita lentamente, ma inesorabilmente.
Allimprovviso una strana sensazione lo ha colto: il freddo ha smesso di essere dolore. Una sonnolenza dolce, avvolgente, è scesa su di lui come una coperta. Ha deciso di non lottare più. La fine era vicina.
Ha aperto gli occhi unultima volta e lha vista. Lei, la stessa per cui aveva scalato la gronda, per cui era rimasto in vita tutti quei giorni. «Che bello» ha pensato. «Che morte leggera»
La testa è caduta, gli occhi si sono chiusi. Ha avuto limpressione che una finestra si aprisse, e delle mani gentili lo sollevassero, lo accarezzassero, sussurrandogli parole tenere. Accanto a lui cera lei, quella che aveva fatto battere il suo cuore, e insieme sono andati verso una ciotola calda di cibo.
«Che sogno meraviglioso» è balenato nella sua mente.
La gatta continuava a fissare il manto di neve che ricopriva il rosso. Ha miagolato, piano, quasi interrogativo. Voleva che si muovesse. Ha picchiato con la zampa sul vetro. Nessuna reazione. Ha miagolato di nuovo, più forte. Poi ha sbattuto la zampa sullo specchio di vetro più violentemente, come a chiedere: «Perché non rispondi?!»
Ma il gelo lo aveva già stretto. Non poteva più sentire. Stava scivolando nel silenzio.
La neve lo ha trasformato in un cumulo bianco, lo ha avvolto come un sudario.
«Che sta urlando lì?» ha gracchiato una donna, irritata. «Guardare la neve, vero?»
Luomo ha alzato lo sguardo dal divano, ha visto il vetro. La gatta batteva la zampa contro il vetro. Improvvisamente ha avuto una luce. Ha ricordato gli occhi di lei e gli occhi del rosso.
Senza pensarci, è corso al vetro, ha spinto le persiane.
«Che diavolo fai?!» ha strillato la moglie. «Sei fuori di testa?! Chiudilo subito!»
Ma lui non sentiva. Anche la gatta lo aiutava, saltando, miagolando.
Il vetro si è aperto, e la neve e il vento sono entrati nella casa.
«Chiudete!», ha urlato la moglie, ma luomo non ascoltava. Ha cercato, ha trovato, in un angolo, un piccolo cumulo di neve.
Lha afferrato, gelido, leggero come il vuoto, e lha portato in bagno. La gatta lo ha seguito, la donna li ha inseguì.
Il bagno si è riempito di spruzzi e vapore. Luomo ha lavato il corpo freddo e ghiacciato del gatto rosso con acqua tiepida. La gatta si è seduta sul bordo, lo ha guardato e ha pianto come un gatto.
«Faccio quello che posso», sussurrava luomo, mentre le sue dita massaggiavano il piccolo petto, cercando di far entrare vita nel muso del gatto. La donna è rimasta in piedi, in silenzio, osservando.
«Per favore torna», pregava, mentre la gatta miagolava con lui.
Allimprovviso il rosso ha sentito, da lontano, una voce chiamarlo da un altro mondo. Si è chiesto: «Perché? Lì è così buono, così tranquillo. Perché tornare dove cè dolore?»
Ma poi ha sentito la voce di lei, quella per cui ogni giorno trovava la forza di vivere. «Non può essere è così vicina? Devo vedere, anche solo con un occhio»
Gli occhi si sono aperti lentamente, come se le palpebre fossero un peso. Ha alzato lo sguardo e ha visto. Luomo, il viso arrossato per lemozione, accanto a lei. Vivevano, felici, con gli occhi pieni di gioia.
«Cè!», ha gridato luomo, stringendo il bagnato rosso al petto.
La gatta è saltata a terra, ha girato, ha festeggiato, miagolando felice.
«Porta un asciugamano! Asciugacapelli! Sbrigati!»
Lhanno asciugato, lhanno riscaldato con asciugamani morbidi, lhanno asciugato con il phon, lhanno accarezzato e hanno pronunciato parole dolci. Il rosso giaceva, non sapendo se era sogno o realtà. La gatta gli annusava il muso, si strofinava contro di lui.
Pensava: «Non può essere vero. È troppo bello per essere reale. Ho dovuto morire per arrivare a questo.»
Poi la donna gli ha versato del latte tiepido. Il gatto ha bevuto un sorso unondata di calore ha attraversato la gola. Ha tossito, ha spinto la ciotola con la zampa, e poi ha iniziato a leccare con entrambe le zampe, ansioso.
«Vivrà», ha dettoE così, amato, visse felice per sempre accanto al suo davanzale.







