— Michele, aspettiamo da cinque anni. Cinque. I medici dicono che non avremo figli. E qui…

Michele, aspettiamo da cinque anni. Cinque. I medici dicono che non avremo figli. E adesso

Michele, guarda! resto immobile accanto al cancellone, incapace di credere a quello che vedo.

Michele entra goffamente, piegandosi sotto il peso di un secchio pieno di pesci. Laria fresca di luglio trapassa le ossa, ma ciò che scorgo sulla panca mi fa dimenticare il freddo.

Che cosè? posa il secchio e si avvicina.

Su una vecchia panca accanto al recinto cè un cesto di vimini. Dentro, avvolto in una coperta sbiadita, cè un neonato.

I suoi grandi occhi nocciola lo fissano direttamente senza paura, senza curiosità, solo guardando.

Signore mio soffia Michele da dove è spuntato?

Sfioro delicatamente i suoi capelli scuri. Il bambino non si muove, non piange, resta immobile.

Nel suo minuscolo pugno stringe un foglio di carta. Lo apro con cautela e leggo il biglietto:

«Per favore, aiutatelo. Non posso. Scusate».

Dobbiamo chiamare la polizia sbuffa Michele, grattandosi la nuca e informare il comune.

Io sollevo subito il piccolo, lo stringo al petto. Lodore è di polvere di strada e capelli non lavati. Il suo indumento è logoro, ma pulito.

Ginevra, Michele guarda preoccupato non possiamo prenderlo così.

Possiamo incrocio il suo sguardo. Michele, cinque anni di attesa. Cinque. I medici dicono che non avremo figli. Ecco…

Ma la legge, i documenti i genitori potrebbero comparire obietta lui.

Scuoto la testa: non verranno. Lo sento nel profondo.

Il bambino sorride improvvisamente, come se capisse la nostra conversazione. È sufficiente. Attraverso amici troviamo una tutela temporanea e sistemiamo i documenti. Il 1993 è difficile.

Nel giro di una settimana notiamo cose strane. Il piccolo, che chiamo Luca, non reagisce ai suoni. Allinizio pensiamo che sia solo assorto, concentrato.

Poi il trattore del vicino ruggisce sotto le finestre e Luca non si muove né un millimetro. Il cuore mi stringe.

Michele, non sente sussurro la sera, mentre lo adagio nella vecchia culla che ho ereditato da mio nipote.

Michele fissa il fuoco nel camino, poi sospira: andiamo dal dottore a Siena, al Dott. Marco Bianchi.

Il dottore esamina Luca e alza le mani: sordità congenita, totale. Non cè chirurgia possibile non è il caso.

Piango tutto il tragitto verso casa. Michele resta in silenzio, stringendo il volante finché le nocche si inbiancano. La sera, mentre Luca dorme, Michele estrae una bottiglia dallarmadio.

Michele, forse dovremmo

No riempie mezza tazza e la beve dun tratto. Non lo cediamo.

A chi?

A lui. Non lo diamo a nessuno afferma con decisione. Ce la farò da solo.

Ma come? Come lo insegneremo? Come

Michele mi interrompe con un gesto:

Se serve, tu imparerai. Sei insegnante, inventerai qualcosa.

Quella notte non chiudo gli occhi. Giaccio a fissare il soffitto, pensando: Come insegnare a un bambino che non sente? Come dargli tutto ciò di cui ha bisogno?. Allalba realizzo: ha occhi, mani, cuore. Ha tutto ciò che serve.

Il giorno dopo prendo un quaderno e inizio a progettare. Cerco libri, invento metodi per insegnare senza suoni. Da quel momento la nostra vita cambia per sempre.

In autunno Luca compie dieci anni. È seduto alla finestra a disegnare girasoli. Nel suo album i fiori non sono solo piante danzano, girano in un balletto unico.

Michele, guarda tocco il marito entrando nella stanza.

Ancora giallo. Oggi è felice.

Negli anni abbiamo imparato a capirci. Prima ho padroneggiato la dactilologia lalfabeto con le dita poi il linguaggio dei segni.

Michele apprende più lentamente, ma le parole più importanti «figlio», «ti amo», «orgoglio» le conosce da tempo.

Non abbiamo scuole per bambini come Luca, così lo istruisco io stessa. Legge rapidamente: alfabeto, sillabe, parole. Conta ancora più veloce.

Ma lessenza è il disegno. Traccia su tutto ciò che trova: sul vetro appannato, sulla lavagna che Michele ha costruito apposta, poi su carta e tela.

Ordino i colori dalla città via posta, risparmiando su me stessa, per dargli materiali di qualità.

Ancora il tuo muto sta scarabocchiando? sbuffa il vicino Sempronio, sbirciando oltre il cancello. Che ne dici di lui?

Michele alza lo sguardo dal giardino:

E tu, Sempronio, che fai di utile? O solo sparlare?

Il rapporto con i contadini è difficile. Non ci capiscono, prendono in giro Luca, lo insultano, soprattutto i bambini.

Una volta Luca torna a casa con la camicia strappata e un graffio sulla guancia. Silenziosamente mi indica chi lha ferito Kolja, il figlio del caposquadra del villaggio.

Piango pulendo la ferita. Luca asciuga le mie lacrime con le dita e sorride: non è il caso di preoccuparsi.

Quella sera Michele esce, torna tardi, non dice nulla, ma ha un livido sotto locchio. Dopo quellincidente nessuno osa più avvicinarsi a Luca.

Alladolescenza i suoi disegni evolvono. Nasce uno stile unico, quasi alieno, che rappresenta un mondo senza suoni, ma con una profondità che toglie il fiato. Le pareti di casa sono coperte delle sue opere.

Una commissione del distretto arriva per controllare il mio insegnamento domestico. Unanziana signora dal volto severo entra, osserva i quadri e resta immobile.

Chi li ha dipinti? chiede sottovoce.

Mio figlio rispondo con orgoglio.

Dovreste farlo vedere a dei professionisti si toglie gli occhiali. Il vostro ragazzo ha un vero dono.

Abbiamo timore. Il mondo fuori dal villaggio sembra enorme e pericoloso per Luca. Come farà senza di noi, senza i segni familiari?

Andiamo insisto, raccogliendo le sue cose. È la fiera degli artisti del distretto. Devi mostrare le tue opere.

Luca ha ormai diciassette anni. È alto, snello, con dita lunghe e uno sguardo attento che sembra cogliere tutto. Annuisce, incapace di opporsi.

Alla fiera i suoi dipinti sono esposti nellangolo più remoto: cinque piccole tele campi, uccelli, mani che tengono il sole. La gente li osserva, ma non si ferma.

Allora appare una donna argentata, schiena dritta, sguardo acuto. Sta ferma davanti ai quadri, poi si volta verso di me:

Sono le sue opere?

Del mio figlio indico Luca, che tiene le mani sul petto.

Non sente? domanda, notando il nostro linguaggio gestuale.

Sì, dalla nascita.

Annuisce:

Mi chiamo Vera Bianchi, lavoro per una galleria darte a Roma. Questopera osserva la piccola tela con il tramonto su un campo contiene ciò che molti artisti cercano da anni. La voglio comprare.

Luca si blocca, fissando il mio volto mentre traduco le parole con i gesti. Le sue dita tremano, i suoi occhi tradiscono dubbio.

Non considererebbe davvero una vendita? insiste la professionista, voce di chi conosce il valore dellarte.

Non balbetto, il sangue che sale alle guance. Non abbiamo mai pensato di venderla. È la sua anima sulla tela.

Vera estrae un portafoglio di pelle e, senza contrattare, indica una cifra limporto che Michele guadagnava in sei mesi nella sua carpenteria.

Una settimana dopo ritorna, prende un secondo dipinto quello con le mani che sorreggono il sole mattutino.

A metà autunno il postino consegna una lettera:

«Le opere di vostro figlio mostrano una sincerità rara. Comprensione profonda senza parole. È ciò che i veri collezionisti cercano oggi».

La capitale ci accoglie con strade grigie e sguardi freddi. La galleria è un locale minuto in un vecchio palazzo di periferia, ma quotidianamente ci sono visitatori attenti.

Osservano i quadri, discutono di composizione, di scelta dei colori. Luca resta in disparte, seguendo i movimenti delle labbra, i gesti.

Sebbene non senta parole, le espressioni gli parlano: qualcosa di speciale sta accadendo.

Iniziano borse di studio, tirocini, pubblicazioni su riviste darte. Lo soprannominano Lartista del silenzio. Le sue opere, veri urli muti dellanima, trovano eco in chi le guarda.

Passano tre anni. Michele, con gli occhi lucidi, accompagna Luca alla sua prima mostra personale. Io cerco di reggere i brividi, ma dentro tutto rimbomba.

Il nostro ragazzo è ormai adulto, lontano da noi. Ma un giorno, in una luminosa mattina, ritorna alla soglia con un mazzo di fiori di campo. Ci abbraccia, prende le nostre mani e ci conduce, attraversando il villaggio, verso un campo lontano.

Lì serge una casa nuova, bianca, con balconi e grandi finestre. Il villaggio da tempo si chiede chi sia luomo ricco che la sta costruendo, ma nessuno ne conosce il proprietario.

Cosè? sussurro, senza credere ai miei occhi.

Luca sorride e tira fuori le chiavi. Dentro troviamo stanze spaziose, un laboratorio, scaffali pieni di libri, mobili nuovi.

Figlio mio Michele, sbalordito, si guarda intorno è la tua casa?

Luca scuote la testa, gesticolando: Nostra. Vostra e mia.

Ci porta fuori, dove sulla parete della casa spicca un enorme dipinto: il cesto accanto al cancellone, la donna con il volto radioso che tiene il bambino, e sopra, in segni, la frase: «Grazie, mamma». Rimango immobile, incapace di muovermi. Le lacrime scorrono, ma non le asciugo.

Michele, sempre riservato, avanza allimprovviso e stringe Luca così forte che quasi non respira.

Luca ricambia labbraccio, poi allunga la mano a me. Restiamo così, tre, al centro del campo accanto alla nuova casa.

Oggi i quadri di Luca adornano le gallerie più prestigiose del mondo. Ha aperto una scuola per sordi nella città capoluogo della provincia e finanzia progetti di sostegno.

Il villaggio è fiero di lui il nostro Luca, che sente con il cuore. Michele e io viviamo ancora nella stessa casa bianca. Ogni mattina esco sulla veranda con una tazza di caffè, guardando il quadro sul muro.

A volte mi chiedo: che cosa sarebbe accaduto se quella mattina di luglio non fossimo usciti? Se non avessi visto quel bambino? Se avessi avuto paura?

Luca ora vive in città, in un grande appartamento, ma ogni fine settimana torna a casa. Mi stringe e tutti i dubbi svaniscono.

Non sentirà mai la mia voce, ma conosce ogni parola. Non sentirà la musica, ma ne crea una sua di colori e linee. E guardando il suo sorriso felice, capisco: a volte i momenti più importanti della vita avvengono nel silenzio più assoluto.

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— Michele, aspettiamo da cinque anni. Cinque. I medici dicono che non avremo figli. E qui…
— È il mio appartamento, mamma! E non voglio che ci viva il tuo nuovo marito! — Portalo da uno psicologo, Sima. Quel figliastro tuo sembra matto! E poi, perché un ragazzino di sedici anni dovrebbe decidere come dobbiamo vivere noi adulti? Toglili l’appartamento e mandalo a quel paese! *** Sima si asciugò la fronte con il dorso della mano. Aveva trentotto anni, ma si sentiva come se ne avesse cento. E non era colpa dei figli, della casa o dei soliti problemi di soldi. Il vero problema era quella cartellina di documenti nascosta in cima all’armadio, sotto una pila di lenzuola. La porta d’ingresso sbatté. — Sono a casa! — risuonò la voce potente di Igor. Sima trasalì. Una volta quella voce le dava sicurezza, la faceva sorridere. Ora le portava solo ansia. Igor entrò in cucina senza togliersi le scarpe. Era un uomo massiccio, operaio, con le mani sempre screpolate e lo sguardo cupo sotto le sopracciglia folte. — Che faccia lunga hai? — chiese baciandola distrattamente sulla guancia. — I ragazzini ti fanno impazzire di nuovo? — Va tutto bene — rispose Sima, girandosi verso la pentola. — Lavati le mani, tra poco si mangia. Igor si lasciò cadere sullo sgabello, che scricchiolò sotto il suo peso. — E Artyom dov’è? — chiese guardandosi intorno. — In camera sua. Sta facendo i compiti. — “Sta facendo i compiti”… Sicuro che non sia incollato allo smartphone? Gli hai detto di buttare la spazzatura? O devo farlo sempre io? — Igor, ci pensa lui. Lascia che si mangi un boccone prima. Igor emise un grugnito, tamburellando le dita sul tavolo. Sima conosceva bene quel ritmo: era il segnale che stava per scoppiare una lite. — Senti, Sima — iniziò lui appena il piatto di minestrone fu davanti a sé — stavo pensando a quell’appartamento. Sima si immobilizzò con il mestolo ancora in mano. Ci risiamo. Ogni giorno la stessa storia, come un disco rotto. — Igor, ne abbiamo già parlato — sussurrò lei piano. — E che abbiamo parlato? — Igor alzò la voce e la forchetta tintinnò sul piatto. — Hai detto “no”, e basta? Finita la discussione? Usa la testa, Sima. Quell’appartamento resta vuoto! È anche ben ristrutturato! E noi qui, ammassati e a farci i conti in tasca. Hai visto gli stivali di Lisa? Sono ormai un colabrodo! — L’appartamento non è mio, Igor. È di Artyom. — Gli ha solo sedici anni! — sbottò il marito. — Sedici! Che se ne fa ora di un appartamento? Per portarci le ragazzine? Prima che finisca le superiori, poi l’università, poi la leva… Passeranno anni! E noi potremmo affittarlo. Sai quant’è l’affitto, Sima? Mille euro al mese! Mille! Potremmo permetterci gli stivali, il cibo, e pagare prima il debito della macchina. Sima si sedette davanti a lui, intrecciando le mani. Fisicamente le faceva male avere questa conversazione. — È un regalo dei nonni, quelli paterni. L’hanno comprato per lui, solo per lui. Non per noi, non per saldare i tuoi prestiti, non per gli stivali di Lisa. Per Artyom. Per dargli un inizio. — Ma che inizio! — Igor gettò la forchetta sul piatto. — Sarebbe un riccone? Ha una famiglia! In famiglia si condivide. Abbiamo tre figli insieme, Sima! Tre! Anche a loro serve qualcosa da mangiare e da mettere ai piedi. E questo qui invece… si crede il signore. L’egoista di turno. Sull’uscio apparve una figura alta e magra. Artyom. Durante l’estate era cresciuto, ora sembrava goffo e spigoloso. Il volto segnato da un’espressione di difesa silenziosa e antica. — Non sono un signore, — disse dando un’occhiata cupa al patrigno. — E non sono un egoista. — Oh, guarda chi c’è… Sentivi tutto? — Con tutto il baccano che fate, lo sentono anche i vicini. Zio Igor, quell’appartamento è mio. La nonna Valeria e il nonno Sergio l’hanno sempre detto: solo mio. Perché potessi andarmene da voi appena diventassi maggiorenne. — Ah così ti hanno detto? — Igor diventò paonazzo. — Che devi andare via? Noi ti diamo tutto e tu stai già pensando a scappare? — Sì, lo sogno! — gridò Artyom, e la voce gli tremò, alzandosi in un acuto. — Perché non ti sopporto più! Fai sempre il conto di ciò che mangio! “Questa è casa mia, le mie regole”. Ora avrò una casa tutta mia! E le mie regole! — Maleducato! — Igor si alzò facendo cadere lo sgabello. — Come parli a tuo padre? — Tu non sei mio padre! — sbottò Artyom. — Il mio vero padre non c’è più. Tu sei solo il marito di mamma. E mi odi. Artyom si girò e corse in camera. La porta sbatté dietro di lui. In cucina rimase solo il sibilo della minestra sul fuoco. Igor respirava affannoso, appoggiato al tavolo. — Hai visto? — sibilò. — “Non sei mio padre”. Dieci anni mi sono fatto il mazzo per lui! Da quando aveva sei anni l’ho tirato su! E lui… “Tu non sei niente per me”. — Igor, calmati — Sima cercò di abbracciarlo ma lui la respinse. — Non toccarmi. Gli do tutto e lui mi sputa in faccia. Tutta colpa di quell’appartamento maledetto. “Unico nipote”, ma i miei allora? Non sono nipoti? — I tuoi genitori, Igor — disse Sima con freddezza — in dieci anni non hanno mai speso un euro per i nostri figli. Solo messaggi su WhatsApp ogni tanto. Sempre in vacanza, sempre con macchine nuove. Mai un regalo a Lisa. Invece quei due… hanno perso un figlio. Artyom è tutto ciò che gli resta di lui. Hanno diritto a viziarlo. — Vai vai… difendilo sempre. Igor prese il cellulare e uscì sul balcone. Sima sapeva che avrebbe chiamato sua madre, la signora Tamara, per lamentarsi ancora dell’“ingrato figliastro”. *** La sera trascorse in un silenzio pesante. Igor ignorava Artyom, Artyom non usciva dalla stanza. Sima si sentiva in mezzo al fuoco. Il giorno dopo, sabato, suonò il campanello. Era sua suocera, Tamara Petronilla. Donna energica, rumorosa, sempre pronta a dire la sua. — Ciao ragazzi! — esclamò entrando con una torta. — Facciamo due chiacchiere davanti a un caffè. Sima sospirò. Una visita della suocera non portava mai nulla di buono. Quando furono tutti seduti (meno Artyom, che si rifiutò di uscire), Tamara andò subito al punto. — Igor mi ha raccontato tutto — annunciò, tagliandosi una fetta di torta. — Dell’appartamento, dico. — Mamma, ora basta — intervenne Sima. — Ce la sbrighiamo da soli. — Ma ce la sbrighereste davvero se c’è casino in casa? Io voglio solo il meglio. Voi dite di affittare. Ma secondo me è poco. — In che senso? — Igor non capiva. — L’affitto è solo una sciocchezza. I subaffittuari rovinano la casa, poi spenderete di più per sistemarla. Bisogna venderla! Sima rischiò di strozzarsi con il tè. — Cosa? — Venderla! — confermò la suocera con gli occhi che brillavano. — Ditemi, vale sui duecentomila? Bene! La vendete. I soldi si mettono da parte, a ciascun figlio! Uguali. Anche ad Artyom, Lisa e i piccoli. Per studiare, per il futuro. Questa sì sarebbe giustizia. Siamo una famiglia sola! Perché uno deve stare in mezzo all’oro e gli altri niente? Igor si grattò la testa. — Beh… un senso ce l’ha. Giustizia. — Ma quale giustizia!? — Sima si alzò facendo rovesciare la tazza. Il tè si sparse sulla tovaglia ma lei non ci badò. — È una casa intestata ad Artyom! Un atto di donazione! Non abbiamo il diritto di venderla! — Oh, smettila — fece Tamara con un gesto della mano — Tu sei la madre, sei tutrice. Si trova sempre qualche permesso, si può dimostrare che le condizioni migliorano. I soldi vanno su un conto e via. Basta avere il principio: non si può fare favoritismi! Sennò nasce solo invidia e ostilità. Se si divide tra tutti, saranno finalmente fratelli, si aiuteranno. Artyom poi vi ringrazierà, vedrete. — Ma davvero… — Sima era fuori di sé — Volete sistemare i vostri nipoti con quello che mio figlio ha ricevuto per via della morte di suo padre, coi soldi messi via da quei poveri vecchi? Ma voi che avete fatto per i nipoti? — Non stare a guardare nei miei affari! — si risentì Tamara. — Siamo pensionati, ci meritiamo un po’ di riposo. E poi Artyom non si può lamentare: il suo patrigno lo mantiene. Il tuo ex — pace all’anima sua — mica paga più gli alimenti! È solo grazie a Igor che Artyom ha qualcosa. Dovrebbe anche lui dare una mano alla famiglia. Proprio allora la porta della cucina si spalancò. Artyom, pallido e con il labbro tremante, stringeva una borsa da ginnastica. — Ho sentito tutto, — disse piano. Igor e Tamara tacquero, fissandolo. — Avete detto tutto… Volete togliermi tutto. Dividere. ‘Per giustizia’. — Tesoro, hai capito male… — iniziò Tamara con una voce melliflua. — Ho capito benissimo! — urlò Artyom. — Voi mi odiate! Per voi sono solo una bocca di troppo! Vi interessa solo la mia casa, così potete spartirvela! Si voltò verso la madre. — Mamma, me ne vado. — Dove? Temy, aspetta! — Sima gli corse dietro. — Vado da nonna Valeria. L’ho chiamata, mi aspetta. Non posso più stare qui. Lui… — indicò Igor — vuole farmi fuori. Mi ha pure detto ieri che mio padre era un fallito e un ubriacone. Che finirò pure io così. Sima rimase di sasso. Si girò pianissimo verso il marito. — L’hai davvero detto? Igor arrossì, abbassando gli occhi. — …Sì. Mi è scappato. Per fargli abbassare la cresta. — “Per educarlo”? — sussurrò Sima. — Il mio primo marito era un ingegnere. Non beveva. Morì sul lavoro, salvando altri. Tu lo sai benissimo. Come hai potuto? — Perché non ne posso più! — sbottò Igor. — Gira per casa tutto fiero! “La mia casa”, “tu non sei nessuno”! E io chi sono? Solo un mulo! Voglio vivere! E invece devo tirare avanti coi soldi contati, col suo appartamento vuoto! Sì, sono geloso! Sì, mi rode! Perché a lui sì e ai miei figli no?! — Perché così è la vita, Igor! — urlò Sima. — Non si può togliere a un orfano per dare ai propri figli! È una vigliaccata! Artyom si era già messo le scarpe. — Me ne vado, mamma. Le chiavi… le lascio qui. Della mia casa. Posò il mazzo sul mobile dell’ingresso: — Fateci quel che volete. Affittate, vendete. Non mi interessa più. Basta che mi lasciate in pace. Aprì la porta. — Temy! — Sima lo prese per la giacca. — No! Quella casa è tua! Non permetterò a nessuno di venderla! Hai capito? Non finché avrò vita! Artyom la guardò. Aveva le lacrime agli occhi. — Sei sua moglie, mamma. Sceglieresti sempre lui. Voi siete la famiglia. Io… io sono solo un ricordo del tuo primo matrimonio. Un errore di gioventù. — Non dirlo mai più! Sei mio figlio! Il primo, il più prezioso! — Lasciami, mamma. Devo andare. Ora. Si liberò e corse via per le scale. Sima si lasciò scivolare a terra, in lacrime. Tamara, vedendo come si mettevano le cose, si affrettò ad alzarsi. — Ma che drammi… Quel ragazzo è scosso, Sima. Serve uno specialista. Vabbè, io vado. Finitevi la torta. Uscì di scena lasciando marito e moglie in una serata da rovine. Igor fissava la torta intatta. La rabbia si affievoliva, lasciando spazio a un senso di vuoto e vergogna. Sentiva i singhiozzi della moglie nell’ingresso. Gli tornarono in mente gli occhi pieni di dolore di Artyom: “Dividetela pure tra voi”. Si ricordò di quando Artyom, ancora piccolo, sette anni forse, gli aveva fatto un disegno per la festa del papà. “A papà Igor”. Un carro armato tutto storto e verde. Allora non sapeva che Igor non era il suo vero padre. Poi lo scoprì. E qualcosa si ruppe. E invece di rimetterlo a posto, Igor aveva continuato a peggiorare la situazione. — Sono una bestia, — mormorò a voce alta. Sima alzò lo sguardo, rigata dal trucco ormai colato. — Cosa? — Sono una bestia, Sima. Una bestia morale. Si sedette accanto a lei nell’ingresso. — Ha ragione. Sono geloso. La gelosia mi divora. Ho quarant’anni e non ho niente, solo debiti. E lui, a sedici, ha già tutto servito. E i suoi nonni sono fantastici, sì. I miei… mia madre è venuta solo a mettere zizzania. Mi sono fatto incastrare. Prese la mano di Sima. Era fredda. — Perdonami. Quelle cose sul padre non dovevo dirle. Era solo per ferirlo, perché io stesso sto male. Non sono stato all’altezza. — Hai rischiato di perdere tutto, Igor, — sussurrò Sima. — Anche me. Se Artyom fosse andato via e non fosse tornato, io non te l’avrei perdonato. — Lo so. Ora vado a prenderlo. — Dove? — Dai suoi nonni. Avrà preso l’autobus, ma lo raggiungo. Magari lo aspetto lì. — Non vorrà parlare con te. — Parlerà, glielo farò capire. Gli chiederò scusa. Come un uomo. Igor si alzò, prese il giubbotto e il mazzo di chiavi: quelle di Artyom. — Sono sue. Deciderà lui. Vuole lasciarle vuote? Fa bene. Vuole portarci le ragazze? Non mi interessa. È di Artyom. Noi ce la caveremo, io mi troverò un extra lavoro, la sera magari guido i taxi o altro. Non si può pretendere nulla da lui. Sima lo guardò, per la prima volta dopo settimane senza distanza negli occhi. C’era speranza. — Riportamelo, Igor. Per favore. Digli che lo amiamo. Che non è stato un errore. Che è dei nostri. — Te lo riporto. *** Igor trovò Artyom alla fermata dell’autobus. Il ragazzo era rannicchiato su una panchina, la borsa ai piedi. L’autobus non era ancora arrivato. Igor parcheggiò, scese dall’auto. Appena Artyom lo vide, si alzò pronto a scappare. — Aspetta! — gli urlò Igor — Non sono venuto per fare scenate! Si avvicinò con le mani in alto, come se si arrendesse. — Temy… Artyom. Ferma. — Cosa vuoi? Le chiavi? Igor tirò fuori la chiave dalla tasca. — Sì… quasi dimenticavo di riconsegnartele. Tieni. Allungò la mano. Artyom lo fissò sospettoso, poi guardò la chiave. — È tua, — disse Igor. — E nessuno te la tocca. Tua madre non permetterà a nessuno di vendere o affittare. Mia mamma è andata oltre, gliel’ho già detto di farsi gli affari suoi. — E tu? Non volevi affittarla anche tu? — Sì, lo ammetto. Sono stato stupido. Era solo l’invidia che mi accecava. Mi vergogno, Temy. Te lo dico sinceramente. Quello che ho detto di tuo padre era solo una cattiveria. Lui era una brava persona, un eroe. La mamma me ne ha sempre parlato bene. Ho voluto ferirti. Scusami. Artyom taceva, il vento gli spettinava i capelli. — Non sono perfetto, Temy. Abbiamo problemi, i piccoli urlano, io sono stanco. Ma tu sei uno di famiglia. Ti ho cresciuto dalla prima elementare. Ti ricordi quando ti ho insegnato a pedalare? La ginocchiata sbucciata e ti ho portato in braccio? — Mi ricordo — mormorò Artyom abbassando lo sguardo. — Allora ti chiamavo figlio. E lo sei ancora. Solo che me ne sono dimenticato, accecato dai soldi. Igor si avvicinò ancora. — Torniamo a casa? Tua madre è disperata. Piange. — Sta piangendo? — Sì, piange tanto. Dice che senza di te non c’è vita. E anche i piccoli si sono svegliati, Pasha chiede di te. Artyom si soffiò il naso. Quel nodo enorme nell’anima, pian piano, sembrava sciogliersi. — E la casa? — chiese sottovoce. — Quella è tua. E basta. Vivici quando vuoi, affittala, lasciala vuota. Ma io vorrei… — Igor esitò. — Vorrei che rimanessi ancora con noi. Senza di te ci manca qualcosa. Artyom riprese la chiave. Il metallo freddo nella mano, ma le parole del patrigno scaldavano il cuore. — Va bene — disse lui. — Torniamo. Ma di’ a mamma di non piangere. — Glielo dirai tu. Salirono in macchina. Igor accese il motore ma non partì subito. — Senti, Temy. Che ne dici, saltiamo la minestra e andiamo in pizzeria? Prendiamo una bella margherita gigantesca. E anche la coca, ma non diciamolo a mamma che abbiamo bevuto la cola. Artyom fece una timida risata. — Ok. Ma allora prendiamo anche le patatine per Pasha e Sasha. — Fatto. La macchina ripartì verso la città. La questione della casa — che quasi aveva distrutto la famiglia — restava alle spalle, sciogliendosi tra i rumori della strada e i fumi della sera. Li aspettava una pizza e, forse, una lunga chiacchierata serale… finalmente senza urla. Perché a volte, solo rischiando di perdere tutto, capisci davvero quanto vale la famiglia.