Ho 58 anni. Alla cassa del supermercato di Bologna riconosco una donna che ha rubato mio marito e capisco quanto mi sia costata la felicità.
Allinizio noto solo le mani, non il volto. Sottili, secche, con vene sporgenti. Sta sistemando sul nastro il pane, il latte, una confezione di riso, le cosce di pollo, un vasetto di ricotta economica e una piccola barretta di cioccolato.
Poi toglie la barretta.
La cassiera annuncia il totale, la donna apre il portafoglio, riconta le banconote e sussurra:
Non mi serve la barretta.
E, mentre si volta, la riconosco.
Ginevra.
La prima moglie di mio marito.
Quella donna di cui, per trentanni, mi ripetevo: «E allora, lamore non chiede permesso».
Ho 58 anni.
Trentanni fa avevo ventotto anni. Lavoravo al reparto progettazione, mi tingevo le labbra di rosso vivo e pensavo che la vita stesse appena iniziando.
Vincenzo aveva nove anni più di me. Non era bello da copertina, ma aveva un fascino diverso: calmo, sicuro, capace di ascoltare come se fossi lunica donna nella stanza.
Era già sposato.
Lo sapevo fin dal principio.
Lanello al dito. La foto della figlia in portafoglio. Frasi tipiche maschili: «da tempo che la casa è vuota», «viviamo come vicini», «Ginevra non mi capisce», «rimango solo per il bambino».
Ora mi ributta il pensiero di quanto facilmente ci credevo.
Allora, però, mi pareva: la nostra storia è speciale. Non sporca, non volgare, non «un furto». Solo due persone che dovevano incontrarsi.
Ginevra per me non era una donna viva, ma un ostacolo. Un personaggio dei suoi racconti. La moglie fredda. Stanca. Sempre scontenta. Che non curava il proprio aspetto. Che non coglieva lanima delicata di un uomo che desidera calore.
Non lavevo mai vista, ma la consideravo già colpevole.
Facile, vero?
Se la moglie è cattiva, io non distruggo la famiglia. Mi sento quasi una salvatrice.
Un anno dopo Vincenzo mi lascia.
Scoppia uno scandalo terribile, ma ho solo la sua versione. Ginevra piange, urla, la figlia si chiude nella sua stanza, la suocera lo maledice al telefono.
Lui arriva a casa mia con due valigie e il volto di chi ha finalmente scelto la vita.
In quel momento mi sento vincente.
Non lo dico ad alta voce, ma dentro sento: mi ha scelto, quindi devo essere migliore.
Ci sposiamo otto mesi dopo.
E la felicità è reale. Non mentirò.
Ci amiamo davvero. Facciamo gite al mare, ristrutturiamo la casa, nasce nostro figlio. Vincenzo lavora, porta soldi, costruisce una villa di campagna, ripara lauto, mi compra gli stivali quando vede che quelli vecchi si inzuppano.
Con la figlia del suo primo matrimonio il rapporto peggiora. Allinizio la vede la domenica, poi sempre meno, fino a quando lei smette di rispondere.
Io dico:
Ha bisogno di tempo.
E nel profondo mi rallegra, perché le domeniche ora sono solo nostre.
Di Ginevra ne parliamo di rado; se lo facciamo, è soltanto un accenno.
Ritorna a chiedere soldi. Vuole mettere in ordine la vita del figlio. Non riesce ad accettare che tutto sia cambiato.
Io annuisco.
Mi è comodo pensare a Ginevra come alla ex moglie cattiva. Se è cattiva, non ho colpa.
Trentanni passano.
Vincenzo muore due anni fa, per un infarto, a casa, al mattino. Ancora metto due tazze sul tavolo e poi ne rimuovo una.
Il figlio è adulto, vive da solo. Ho un appartamento, una casa di campagna, una pensione, un piccolo lavoro parttime. Non è lusso, ma è una vita normale.
Quella stessa vita che abbiamo costruito io e Vincenzo.
Quel giorno entro al negozio solo per il latte.
E vedo Ginevra alla cassa.
È molto più invecchiata. Siamo quasi coetanee, ma sembra più vecchia non per letà, ma per una stanchezza che ha scolorito le spalle, il passo, lo sguardo.
Rimuove la barretta, prende la busta e sta per uscire.
Voglio voltarmi dallaltra parte.
A dir poco.
Fingere di non riconoscerla. Uscire. Dimenticare.
Ma lei mi fissa.
E mi riconosce subito.
Buongiorno, Marina.
Resto senza parole.
Buongiorno.
Ci troviamo alluscita del negozio. La gente gira intorno a noi con i carrelli, un ragazzino chiede una gomma da masticare alla madre, qualcuno litiga davanti al bancomat.
Io guardo la donna la cui vita è stata spezzata a metà, e non so cosa dire in momenti così.
Come sta?
È la domanda più sciocca che si possa fare.
Lei sorride a malapena.
Vivo.
Poi aggiunge che ha saputo della morte di Vincenzo dalla figlia.
Dalla sua figlia.
Quella stessa bambina che un tempo si chiuse in camera quando il padre se ne andava con le valigie.
Le chiedo come vada.
Ginevra mi guarda intensamente.
Vuole davvero sapere?
Non rispondo.
Ha una disabilità dopo un incidente. Da anni non cammina bene, non può lavorare davvero. Viviamo insieme.
Non lo sapevo.
Vincenzo non me lo diceva. O lo diceva e io non ascoltavo. O non gli chiedei mai per capire.
Le propongo di accompagnarla a casa.
Non so perché. Forse volevo alleviare, almeno un po, il peso. Forse, per la prima volta, volevo sentirmi non più vincitrice, ma semplicemente una persona.
Allinizio rifiuta, poi accetta. È stanca, lo si legge sul volto.
In macchina viaggiamo in silenzio. Guardò di soprassalto il suo vecchio cappotto pulito, la busta logora, i capelli raccolti in un nodo.
E mi ricordo di quando trentanni fa Vincenzo diceva:
Non è più una donna. Si occupa solo di casa, di pretese.
E penso: forse non ha smesso di essere donna. Forse ha solo tenuto da sola la casa, il figlio e un marito che già guardava altrove.
Al suo palazzo fermo il motore.
Ledificio è vecchio, un palazzo di cinque piani, la porta sgangherata. Sulla porta cè due signore che chiacchierano. Al piano terra le tende alle finestre.
Dico senza un vero motivo:
Ho sempre pensato che avrei dovuto parlare con lei.
Ginevra non si gira.
Quando?
Non trovo le parole.
Non lo so. Allora.
Lei risponde con calma:
Allora non voleva parlare. Voleva vincere.
È così preciso che resto in silenzio.
Apre la porta, la richiude e mi guarda.
Sa, lho odiata per molto tempo.
Faccio un cenno.
Capisco.
No. Non capisce.
Stringe la busta con entrambe le mani.
Quella volta non ha portato via un uomo. Mi ha portato via una vita normale.
Quelle parole mi spazzano il respiro.
Vorrei contraddirla.
Che non si può strappare una persona se non vuole, che è adulta, che se ne è andata da sola, che se la famiglia fosse stata felice non se ne sarebbe andata.
Conoscevo tutti questi discorsi a memoria, li usavo da trentanni per difendermi.
Ma lì, accanto a me, cera la donna che aveva appena tolto la barretta perché non aveva soldi.
E tutte le mie frasi perfette diventano patetiche.
Ginevra parla con calma, senza alzare la voce. Ciò rende tutto più doloroso.
Mi racconta che allora si prendeva cura della madre di Vincenzo dopo lictus. Portava la figlia dal medico, faceva due turni. E lui tornava a casa profumato di profumo, e lei doveva ancora essere leggera, comprensiva, brillante.
Quando lui se ne è andato, lei aveva trentanni.
Non era una vecchia, né un mostro. Solo una donna con un figlio, un mutuo e una suocera malata, che lui le aveva lasciato per sei mesi mentre noi ricominciavamo la nostra vita.
Sussurro:
Non lo sapevo.
Lei si gira di scatto:
E voleva sapere?
E non rispondo.
Perché no.
Non volevo la versione in cui lamore è più forte delle circostanze. Non volevo la versione in cui non ho colpa. Non volevo credere che la prima moglie avesse rovinato tutto. Non volevo che luomo fosse fuggito per mancanza di responsabilità, ma per felicità.
Ginevra scende dallauto. Io scendo anchio, senza capire davvero perché.
Ginevra, mi scusi.
Lei mi guarda stanca:
Non serve.
Perché?
Perché a lei serve ora. Non a me.
Resto con le chiavi in mano, come una bambina davanti a una maestra severa.
Parla più piano:
Ho vissuto. Come ho potuto. Ho cresciuto la figlia. Ho curato la madre. Immaginate? Mi chiamava ancora nuora. E lui veniva una volta al mese, con i soldi e gli occhi colmi di colpa. Poi veniva meno.
Vincenzo mi diceva che la aiutava.
Non chiedi quanti.
Diceva che con la figlia è difficile, che è influenzata dalla madre.
Non chiedo perché.
Diceva che Ginevra è forte, ce la farà.
Io credevo.
Perché se Ginevra ce la fa, io posso essere felice senza il suo dolore.
Di fronte alledificio, Ginevra si ferma e dice lultima frase:
Non è solo colpa sua, Marina. Lui era più, ma non siete state cieche. Non guardavate.
Poi entra nel palazzo.
Resto seduta in macchina per venti minuti.
Poi torno a casa e, per la prima volta dopo tanti anni, guardo la mia vita non come una storia damore bella, ma come una casa costruita in parte con i detriti altrui.
La casa è comè: la cucina, le tende, la foto di Vincenzo sullo scaffale. Sorride, abbronzato, con la canna da pesca.
Un tempo guardavo quella foto e pensavo: mio marito, il mio amore, il mio destino.
Ora la guardo e penso: quanti hanno pagato per farlo diventare mio?
La sera il figlio mi chiama.
Mamma, come va?
Quasi rispondo bene.
Ma non riesco.
Gli racconto dellincontro con Ginevra, della sua vita difficile, della disabilità della sorella.
Lui sospira:
Mamma, ma è passato tanto tempo. È come se fosse di un secolo fa.
Frase comoda.
Un secolo fa.
Allora non fa più male.
Allora si può non pensare.
Io rispondo:
Per lei non è un secolo.
Lui tace.
Da quel giorno ricordo ciò che prima evitavo.
Come Vincenzo ritardava gli alimenti, poi mi comprava un nuovo cappotto. Come andavamo al mare quando lui diceva che la figlia non aveva tempo per le vacanze. Come mi irritavo quando Ginevra chiamava la sera.
Una volta dissi:
Non basta più darle soldi oltre gli alimenti. Anche noi abbiamo un figlio.
Lui mi guardò stranamente, ma non rispose.
Ora mi vergogno. Non è una vergogna patinata che può farmi migliorare, ma è una vergogna viscida, tardiva e inutile.
Non posso ridare a Ginevra la giovinezza. Non posso farle tornare la figlia accanto al padre. Non posso tornare a vivere una versione onesta della felicità.
Posso solo smettere di mentire, almeno ora.
Una settimana dopo trovo il numero di Ginevra. Guardo il cellulare per un po, poi scrivo:
«Ginevra, non chiedo più scuse. Ha ragione, era per me. Però se sua figlia ha bisogno di aiuti medici o farmaci, sono pronta. Senza condizioni».
Risponde il giorno dopo:
«Ci penserò».
E basta.
Forse non scriverà mai. E avrà ragione.
Non ho più il diritto di introdurmi nella sua vita con beneficenza, come se qualcosa potesse rimediare. Ma non posso più fare finta che nulla sia accaduto.
La cosa più strana di tutta questa storia è che, davvero, amavo Vincenzo.
E non posso dire che la nostra vita fosse una bugia.
Cerano tenerezza, cera un figlio. Ci furono anni belli. Cerano serate in cui mi stringeva la mano e io ero felice.
Ma ora accanto a quella felicità rimane per sempre unaltra donna alla cassa, che toglie la barretta perché non ha abbastanza soldi.
E non riesco più a toglierla via.
Forse è questa la ritardo resa dei conti.
Non perché ti portano via qualcosa, ma perché ti mostrano finalmente il prezzo intero di ciò che una volta hai preso.
Siate sinceri: se una donna, anni addietro, ha sottratto un uomo sposato e ha vissuto felice con lui, ha il diritto, dopo tutti quegli anni, di chiedere perdono a chi ha distrutto la sua vita? O il pentimento tardivo dovrebbe spettare solo a chi per troppo tempo ha chiamato il dolore altrui la propria sorte?







