Grazia, ti sposi?
E tu te lo prendi? scacciò di dosso la mano di Michele Zottini, il tipetto un po scorbutico, e rispose pronta. Michele rise di gusto, mostrando i denti come un ladro incallito, e scrutò le forme generose di Grazia Agapova.
Allora, la risposta è sì? provò a prendere Grazia per mano Michele. Altrimenti corriamo a farci una capriola tra il fienile o almeno ti do una mano.
Grazia non perse tempo e spinse Michele dritto in un cespuglio di ortiche, dove atterrò come un elicottero, mosso le braccia in modo esagerato e buffo. Il club giovanile scoppiò a ridere.
Ehi, ciccina, uscito dal cespuglio e strofinandosi il posteriore, Michele sputò proprio ai piedi di Grazia, mostrando tutta la sua fastidiosa irritazione, pensi che ridiamo di te è contro di te che ridi
Grazia si voltò, serrando le labbra per non piangere. La sua amica Natalina le mise una mano sulla spalla. Dai, Grazia, non conosci ancora Michele? A lui basta fare il furbo.
Grazia sorrise. Non aveva intenzione di piangere. Era ormai abituata a queste scenette. E capiva bene: è più facile per Natalina placare la situazione, la sua ciccina non è una vera e propria roccia, è una ragazza forte, ma al suo fianco sembra un salice sottile.
Andiamo, il film sta per cominciare chiamò Natalina, e le due entrarono, insieme a tutti gli altri, nelloscurità del circolo sociale del villaggio.
Con cura sistemò il vestito e si sedette su una panchina di legno cigolante, tipica dei locali di campagna degli anni 60. Non era il massimo del comfort, ma il piacere di vedere un film era più che sufficiente.
Grazia sospirò osservando le eroine snelle sul grande schermo.
La sorella maggiore, Maria, aveva una corporatura diversa più snella, proprio come il padre, che era altrettanto magro. Anche il fratellino Carlo era sottile come una cannuccia. La madre, invece, era più rotonda, e sembra proprio che la genetica abbia preso il sopravvento su Grazia. A differenza di questo, la madre di Grazia, Claudia, non aveva alcun problema a muoversi veloce come un fulmine, e tra lei e il padre cera sempre un clima daccordo. Guardandoli, sembrava proprio una coppia di scarpe: lui alto e magro, lei paziente e vivace, eppure la gente diceva sempre che i due erano una coppia di scarpe.
Grazia sospirò, pensando che forse non avrebbe mai trovato una coppia nel suo piccolo borgo né altrove.
La domenica le amiche la chiamarono al centro civico, dove presto sarebbe arrivato un camion con una bancarella di gelati, così da potersi sistemare su una panchina di legno traballante, saltellando sul ciottolo come una pallina.
Furono poi portate fino al cuore del paese, dove sorgeva il palazzo del consiglio comunale e la piazza assolata, con la musica che usciva da un impianto di diffusione a tutto volume. Vicino, una barchetta di spremuta di mela attirò lattenzione delle ragazze, che vi corsero, ridendo e strizzando gli occhi per il sole, felici per la calda giornata estiva.
Guarda che ciccina! sentì Grazia e, per un attimo, pensò che non fosse riferita a lei, ma le sue amiche non avevano nessuna ciccina così tanto. Si girò, e lì, allombra di un albero, due ragazzi la osservavano. Uno era pensieroso, assorto nei suoi pensieri; laltro, con uno sguardo beffardo, la scrutò da capo a piedi e spintonò il compagno più serio.
Grazia si avvicinò alle amiche, desiderosa di nascondersi da quegli sguardi taglienti, che le sembravano pronti a pizzicarla, a stringerla, e a fare una smorfia ironica.
Ragazze, riusciamo ancora a farci una danza! annunciò Nina.
Ma la sera è già quando torniamo a casa?
Ce la facciamo! Zio Vittorio ha promesso di venire a prenderci dal centro culturale. Allora, andiamo o no?
Andiamo!
Le danze al centro culturale del distretto non erano come quelle del club dove tutti i ragazzi spensierati ballavano senza pensare a nulla. La musica era spesso ununica fisarmonica, ma qui cerano colonne bianche, gente in gran numero, e una musica diversa. Qualche volta lorchestra della provincia veniva a suonare, ma solo per le feste.
Grazia guardò il bordo del suo vestito azzurro, contenta di aver scelto proprio quello, e cercò di stare al passo, correndo dietro le compagne.
Nessuno la invitò, lo sapeva bene. Ma le ragazze subito cominciarono a girare, felici, sorridenti.
Lei rimase fermata accanto a una parete, e sembrava che tutti la osservassero. Perché no? I suoi capelli castani, intrecciati in due trecce, il naso a patata, le guance paffute se qualcuno avesse guardato negli occhi, avrebbe potuto leggere non solo il suo sguardo ma anche un pizzico di speranza per la propria felicità.
Forse potremmo anche noi danzare perché stare lì fermo?
Allora riconobbe subito quello che stava in piedi sulla piazza accanto al ragazzo beffardo era Stefano.
Posso? annuì, timida.
Lui, più alto di lei, silenzioso, alla fine chiese: Come ti chiami?
Grazia, ma tutti mi chiamano Gasha.
Io sono Stefano.
Da dove vieni?
Da San Pietro.
Ah, è qui vicino.
Dove abiti?
Qui, adesso. Prima in città, studiavo e lavoravo.
Stefano la accompagnò fino allauto, voleva dire qualcosa ma non trovò le parole. Pensò che fosse noioso, e così si avvicinò a lei.
Vedo che eri vicina alla ciccina, commentò il suo amico Luca.
Perché la chiami così? Ha un nome, lo sai, rispose Luca con un sorriso: Gasha.
Oh, Stefano, mi sa che ti sei già innamorato
Perché così subito? È solo una ragazza carina, simpatica e dolce e sembra anche buona
Stefano, non prendertela, sto solo scherzando. Ma seriamente, ti organizzeresti un altro incontro o rimarrai solo?
Non sono solo, ho Valeria e Vito, devo occuparmi di loro. Una ragazza perché una donna dovrebbe prendersi i figli di altri, quando i suoi saranno suoi?
Stefano accarezzò i suoi capelli scuri, salutò il suo amico e tornò a casa.
Era cresciuto lì, era andato via per studiare. Sua madre, con due piccoli, faceva quel che poteva. Un anno prima la madre era morta. Stefano, sconvolto dalla notizia, era tornato a casa; la sorella e il fratello lo raggiunsero: il settenne Vito gli avvolse le ginocchia, e la decenne Valeria afferrò la mano, senza lasciarlo andare.
Arrivò anche zia Zoe, amica della madre. Con voce alta, si lamentò per gli orfani e subito si asciugò le lacrime con un fazzoletto, poi disse a Stefano: Devi sposarti, Stefano. Ora sei il capofamiglia, il sostentatore Devi sposare una donna con figli, così sarà equo. Conosco una signora la bambina Serafina Ricci, più giovane di Vito, ti andrà bene. Forse la conosci, vive poco distante.
La conosco, lho vista una volta, rispose Stefano, ma non è per me. E Serafina non mi attira.
Beh, Stefano, non hai scelta, la ragazza non ti accetterà altrimenti. Pensa, perché farle una vita dura quando puoi aiutarla
È la Valeria e il Vito il cesto?
Non attaccarti alle parole, ammorbidì la zia, è così nella vita.
No, Zia Zoe, mi arrangerò da solo.
Guarda, così Serafina non si farebbe vedere, e con i bambini sarebbe più facile
Stefano rimase in silenzio, per non creare polemiche.
Poi, tornando a casa, ricordò la conversazione. Voleva che anche quella ragazza di San Pietro stesse al suo fianco. Quando si avvicinò allauto, la guardò, forse sperando una parola, un invito, una promessa ma Stefano rimase muto. Non osò. Non era ancora sposata, perché avrebbe dovuto prendersi i figli di altri per Stefano la famiglia era una cosa sacra, non li avrebbe abbandonati.
***
Grazia trascorse tutti i giorni a ricordare lo sguardo grigio di quel ragazzo timido, e pensava che, non sapendo nulla di lui, lo voleva vedere comunque. «Bene, pensava Grazia, davanti allo specchio, ciccina, è proprio una ciccina. Anche se Natalina mi chiama ciccina nostra con affetto, è comunque un po amaro».
La domenica successiva, quando le amiche la invitarono al centro civico, Grazia rifiutò. «Che ci faccio lì? pensò, ricordando Stefano. Se avesse voluto, lavrebbe chiamato subito, ma lui rimaneva in silenzio».
Dal lunedì il lavoro nei campi era tanto, e le ragazze, stanche, si sdraiarono sullerba: qualcuna si sedette, altre si sdraiarono.
Oh, Grazia, mi sono dimenticata tutto corse Natalia, avvicinandosi e sussurrando devo dirti che quel ragazzo di cui parlavi, quello che era al ballo laltra volta, ti ha invitata a venire domenica prossima. Lorchestra arriverà, e lui ti ha chiamata.
Me?
Sì, te. È venuto a chiederti perché non sei venuta.
Allora andremo tutti.
Andremo tutti, ma lui ti aspetterà.
Le guance di Grazia si arrossarono. Prima fu gioia, poi pensò: «Forse è come Michele Zottini, mi porta al fienile solo per fare uno scherzo». E così trascorse la settimana con quel pensiero.
Non andarono in piazza. Nemmeno al ballo. Separate dalle compagne, Grazia e Stefano trovarono un posto in una panchina di un parco ombreggiato.
Volevo rivederti subito confessò Stefano, stringendo la sua cappellina con le mani nervose. Ma ho pensato che magari non volevi forse hai già un fidanzato?
Non ho un fidanzato.
Nemmeno io ho una sposa ammise, arrossendo. Ma ho dei figli.
Grazia lo guardò sorpresa: così giovane e già dei bambini
Sorella minore e fratello, dieci e sette anni. Il padre non cè, e ora la madre non cè più. Sono io il più grande. Guardò negli occhi di Grazia, come a dire: «ecco chi sono». Per questo non ti ho chiamata ma mi sei piaciuta.
Anche a me piaci te sussurrò.
Ho deciso di parlare subito, altrimenti sarebbe più doloroso ora sai tutto di me.
Qualcosa è cambiato? chiese Grazia. Mi piacevi allora, e adesso mi piaci ancora.
Allora Stefano, incerto ma emozionato, la abbracciò delicatamente e le disse a balzoni: Grazia, Valeria e Vito sono buoni, mi ascoltano cresceranno, avranno le loro famiglie, parola di onesto, non sono un peso al collo.
Stefano, che peso? Sono i tuoi i più piccoli
***
In autunno la famiglia Agapova pulì lorto insieme, e al tramonto fece fresco, così accendevano il camino di casa. Grazia stava accanto al fuoco, ancora nel suo vestito azzurro, guardando lorologio.
Claudia sospirò e disse: Ecco, il figlio di mezzo si sposa. Il ragazzo è buono, anche se ha dei figli
Il padre, battere le dita sul tavolo, guardò la moglie. Con un ragazzo così, anche con i figli, la nostra Grazia non sarà mai sola. E cresceranno e faranno le proprie famiglie.
Arrivano! esclamò Claudia. Tutta la famiglia è qui per portare la sposa.
Grazia si staccò dal fuoco come una foglia, dimenticando persino di indossare il cappotto, e corse fuori ad incontrare lo sposo.
La sorella minore, Valeria, e il fratellino Vito si precipitavano verso di lei, afferrandola per mano. Non cerano parole, ma gli occhi dicevano tutto. Cera Stefano, e ora cera anche Grazia.
Lasciate andare Grazia rise Stefano lasciatemi solo un abbraccio.
Sì, farina farina, sposo e sposa! cantavano i bambini, poi andarono tutti insieme nella casa. E Grazia dimenticò i soprannomi che le avevano dato, in scherzo o in rabbia probabilmente non li ricorderà più, a meno che qualcuno non la chiami ancora affettuosamente ciccina.
Tiziana Vittorio.







