Grano saraceno al posto del tartufo

Riso al posto di tartufo

Stavo davanti ai fornelli e guardavo come, nel tegame, la crema che avevo preparato con cura per due ore si stava lentamente separando. La salsa cremosa al tartufo, pensata per accompagnare il risotto ai porcini, sarebbe dovuta venire vellutata, omogenea, quasi viva. Eppure, il burro era rimasto in superficie, la base densa formava grumi sul fondo.

Abbassai la fiamma e ricominciai a incorporare piccoli cubi di burro freddo, mescolando lentamente, con il movimento a cerchio che ricordavano le mie mani. Fuori, era ormai buio, i lampioni erano accesi e giù per via Monte di Pietà le macchine sfioravano lasfalto. Un tipico sabato sera di ottobre a Milano.

Francesca, quanto ci metti ancora? Ho fame da mezzogiorno.

Carlo stava sulla soglia della cucina. Faceva così da sempre: non entrava mai davvero, come se la cucina non gli appartenesse. Mani nelle tasche, quel mezzo sorriso che in ventitré anni non avevo mai imparato a interpretare. Non era impazienza, era altro.

Venti minuti, dissi senza voltarmi. La salsa fa i capricci.

Venti minuti. Capito.

Sparì. Sentii il suo peso che affondava sul divano del soggiorno, la TV che parte alta e poi subito abbassata quasi a zero. Un segnale che conoscevo bene.

Alla fine la salsa venne. Non perfetta, ma quasi. Il risotto era cremoso quanto basta, con la giusta consistenza difficile da centrare. Sistemai tutto sul piatto, aggiunsi scaglie sottili di tartufo nero, comprato dal mio rivenditore di fiducia al mercato, spendendo per quel piccolo tubero quanto prima bastava a me e a unamica per un pranzo in un buon bistrot.

Sistemai in tavola. Accesi le candele. Non per romanticismo, ma perché la luce delle candele migliora ogni pietanza e anche la persona che cucina. Copre le ombre stanche sotto gli occhi.

Carlo si sedette, prese la forchetta, guardò il piatto.

A lungo.

Ancora risotto, sentenziò.

Hai chiesto qualcosa coi funghi.

Funghi sì. Ma non per forza risotto. La settimana scorsa ne ho mangiato uno da Sergio, sai, lui il cuoco vero. Impossibile fare paragoni.

Mi sedetti di fronte, presi la mia forchetta.

Assaggia, prima.

Assaggiò. Masticava lentamente come se fosse un esperto allassaggio.

Il riso è un po scotto.

È cotto giusto. Al dente, come si deve.

Secondo te. Va bene.

Mangiammo in silenzio. Io fissavo le candele, lui il piatto, sempre con quella strana espressione. Fuori Milano continuava a vivere, correre, noncurante di risotti.

La salsa è un po troppo grassa, aggiunse a piatto quasi vuoto.

Non risposi.

Sai perché lo dico? Perché sono sincero. Vuoi migliorarti come cuoca, no?

Non ti ho chiesto niente, risposi.

E sbagli.

Poi se ne andò a vedere la partita. Io sparecchiavo, lavavo i piatti, grattavo via dal fondo quel resto di salsa al tartufo che valeva quasi come un profumo délite e che avevo rifatto tre volte pur di ottenere la giusta consistenza. Avevo studiato la tecnica su un libro francese, comprato ai corsi di cucina per centocinquanta euro. Avevo portato il tartufo attraverso mezza città in un contenitore, per non rovinarlo.

Grassa.

Poggiai le mani sul bordo del lavello e guardai lacqua che scivolava giù nello scarico. Poi asciugai le mani, spenti la luce della cucina e andai in camera.

Niente di speciale. Una sera come tante.

***

Lucia arrivò sabato verso le tre. Telefonava sempre almeno quaranta minuti prima, così facevo in tempo a sistemare il soggiorno e preparare qualcosa per il tè. Mia suocera era di quelle persone che notano il disordine, ma non lo dicono mai, solo spostano lo sguardo lungo il davanzale.

Settantotto anni, minuta, asciutta, la schiena dritta che avrebbe invidiato una ragazza di quaranta. Aveva perso il marito sei anni prima, e da allora viveva sola nel suo appartamento ai Navigli, rifiutando di trasferirsi nonostante gli inviti di Carlo. Io non lho mai invitata a venire da noi e lo sapevamo bene, senza dirlo mai.

Quel giorno era più pallida del solito, lo notai subito quando le aprii la porta.

Vieni, Lucia. Ho fatto una torta di noci.

Grazie Francesca. Carlo è a casa?

È uscito da Sergio. Torna per cena.

Annui e andò dritta in cucina, cosa insolita: di solito preferiva la poltrona accanto alla finestra in soggiorno.

Preparai il tè, tagliai la torta.

Come ti senti? chiesi.

Bene. Solo un po di pressione, nulla di grave.

Assaggiò un pezzetto di torta.

È buona, disse. E lo disse in modo così semplice e caldo che mi venne quasi da piangere.

Per un po rimanemmo in silenzio. Lucia beveva piccoli sorsi di tè guardando fuori – sugli alberi ormai quasi spogli, a fine ottobre, ondeggiava il vento.

Francesca, voglio chiederti una cosa, disse infine. Non ti offendi?

Ci provo.

Mi fissò a lungo.

Ti ricordi che facevi la designer?

Non mi aspettavo la domanda.

Sì, certo.

Eri brava, vero?

Dicevano di sì.

Io lo so. Ho visto i tuoi progetti. Ricordi quellappartamento in Brera che ristrutturasti per la famiglia di medici? Ci sono stata una volta. Era magnifico. Pensai: questa vede lo spazio.

La guardai stupita.

Perché mi dici questo, Lucia?

Poggiò la tazza con la delicatezza di chi fa tutto con cura per necessità più che per scelta.

Perché mi vergogno, disse piano.

Non sapevo cosa rispondere. Lucia non usava mai parole così. Della generazione che sa tacere sulle cose più importanti.

Dovevo dirtelo molto prima. Magari dieci anni fa, quando lasciasti il lavoro. Ma ho taciuto. Pensavo che non fosse affar mio. Magari era proprio quello che volevi. Magari era giusto così.

Abbassò lo sguardo sulle mani ancora eleganti.

Carlo non ama le cose elaborate.

Credetti di aver sentito male.

Cosa?

Non le ha mai amate. Da ragazzo aveva lo stomaco delicato, il medico glielo aveva detto: pasta, minestrone, carne in bianco. La sua pietanza preferita? Riso alla parmigiana con una cotoletta, ci mangiava tutti i giorni senza mai stancarsi.

La cucina era diventata silenziosa. Solo il frigo faceva un rumore lontano, come una vita che non ti riguarda.

E allora perché… iniziai, la voce stonata, come non fosse la mia.

Perché chiedeva fois gras, tartufi, si lamentava della salsa… concluse lei. Sì.

Lucia mi guardò negli occhi. In quei suoi occhi cera qualcosa di più profondo del rancore o della compassione: qualcosa di antico, pesante.

Gli piaceva il processo, disse. Gli piaceva guardare quanto ti affaticavi, vedeva come spendevi soldi, tempo, energia, per poi aspettare la sua sentenza. Gli piaceva dire che non era abbastanza. Lo faceva sentire superiore.

Poggiai piano la tazza.

Capisce cosa sta dicendo?

Sì. Ci ho pensato a lungo prima di sedermi qui. Lo so bene.

E ha taciuto dieci anni.

Ho taciuto trentotto anni, Francesca. Da quando Gianni lo faceva a me con la cena.

Gianni. Giovanni, suo marito, padre di Carlo. Lho conosciuto poco: è morto un anno dopo il nostro matrimonio. Lo ricordo come un uomo grande e cortese con tutti.

Un buongustaio, disse lei, e nel tono cera amarezza avvolta dalla calma. Anche io cucinavo. Anche io rincorrevo la perfezione. Anche a me diceva salsa troppo ricca, carne troppo secca. Un giorno però lho visto da sua madre in campagna: mangiava riso col burro e pane come un bambino che sta finalmente a casa. Tre piatti. E sorrideva. Nessuna critica. Solo serenità.

La ascoltai. Intanto fuori iniziava una pioggia sottile.

Allora capii. Ma non andai via. Altri tempi. E Carlo è cresciuto vedendo questo. Ha capito che così si tiene legato qualcuno. Che quelle sono armi. E le ha usate.

Lui… lo faceva apposta, dissi. Non più una domanda.

Non credo si dicesse ogni volta ora la umilio. Le persone semplicemente vivono come hanno visto vivere. Cercano di sentirsi necessari sulla pelle altrui.

Mi alzai. Non perché volessi andarmene, ma perché restare seduta era insopportabile. Feci qualche passo, guardai la pioggia, via Monte di Pietà bagnata, passanti sotto gli ombrelli.

Dieci anni.

Dieci anni di corsi di cucina: prima base, poi avanzati, fino alle specializzazioni francesi e italiane. Libri, video, messaggi a chef sui social. Al mercato a scegliere sempre lingrediente più raro. Abbinare vini. Pensare a equilibri di sapori. Svegliarmi di notte con lintuizione per una salsa.

Pensavo fosse la mia nuova professione, la mia vocazione, il sostituto del design.

E lui, invece, dentro di sé, avrebbe solo voluto riso col burro.

Perché me lo dice ora? chiesi senza girarmi.

Perché io sono vecchia, rispose semplicemente Lucia. E tu, Francesca, hai cinquantadue anni, e non sei affatto vecchia. Anzi, è quasi un inizio.

Mi girai. Il suo sguardo era fermo. Niente pietà e quello era importante.

E anche perché, sussurrò, è colpa mia. Non che volessi. Ma lho cresciuto così, senza insegnare altro. E questa è la colpa che posso almeno rimediare dicendoti la verità.

Ritornai al tavolo. Sedetti. Presi il tè ormai freddo.

Non cambierà, concluse. Non ti dico cosa devi fare, ma tu sappi come stanno le cose.

Finimmo il tè quasi in silenzio. Poi si preparò, indossò il cappotto, aiutai io con i bottoni perché le dita le facevano male.

La torta era buonissima, disse in uscita.

Grazie.

Semplice. Di casa. La più buona che tu mi abbia mai fatto.

Chiusi la porta e rimasi un po ferma nellingresso, a guardare i giubbotti di Carlo.

***

Le due settimane dopo cucina e casa andarono avanti come sempre. Preparavo lo stesso di sempre, mossa dallabitudine: un terrine di coniglio, un bisque di crostacei raro, un dolce giapponese imparato in un corso di primavera.

Carlo mangiava. Commentava. Io ascoltavo in silenzio.

Eppure qualcosa in me era cambiato. Una specie di vetro mi divideva da quello che succedeva. Mi vedevo dallesterno: io che grattugio la scorza del limone, che aggiungo zafferano, che porto il piatto e aspetto. Aspetto il giudizio. E ora, quando lui prendeva la forchetta, vedevo quel momento in cui ancora nulla era detto ma lui già godeva dellattesa. Solo dellattesa.

Ritornavano in mente i miei progetti di design. Entri in uno spazio e lo vedi già completo. Ascolti il cliente, scopri non solo ciò che dice, ma ciò che davvero desidera. Gioisci quando la gente entra nella stanza fatta e rimane senza parole.

Una volta avevo lo studio mio, piccolo, in zona Isola, condiviso con altre due. Caffè pessimo in tazze sbeccate e discussioni infinite sui colori delle pareti.

Carlo diceva che quello non era serio. Che dovevo scegliere: famiglia o lavoro. Che lui guadagnava bene, che le commesse erano fonte di stress, che vivere serenamente era più importante.

Scelsi la famiglia. Avevo quarantadue anni. “Tanto, a lavorare torno”.

Sono passati dieci anni.

Presi il telefono e scrissi a Chiara Bernardi. Avevamo lavorato insieme. Lei era rimasta nel mondo del design, aveva un piccolo studio. Ogni tanto ci sentivamo, gli auguri e poco più.

Ciao Chiara, come stai? Ti andrebbe di vederci?

Rispose dopo mezzora.

Francesca! Ma certo! Quando?

***

Ci trovammo in un bar in corso Garibaldi. Chiara era quasi uguale a tanti anni fa, corto ora i capelli, qualche filo argentato che non nascondeva. Stava bene.

Ti trovo in forma, disse.

Sei una pessima bugiarda, risposi.

Rise.

Va bene, sei stanca. Ma sei sempre tu.

Abbiamo preso un caffè. Non sapevo da dove iniziare. Guardavo fuori.

Chiara, hai un lavoro per me? Dico sul serio.

Mi squadrò.

Sul serio?

Sul serio.

Da dieci anni fermi.

Ma non ho dimenticato. Credo di no.

Pensò a lungo.

Ora ho tre progetti, uno grosso fuori città. Mi servirebbe una mano. Ma guarda che torni come apprendista, Francesca. Non perché non vali, ma perché i programmi si sono evoluti, i clienti pure. Sei pronta?

Sì.

E quanto vuoi?

Quello che puoi.

Mi scrutò ancora. Trovò qualcosa in me, non so cosa.

Ok. Vieni lunedì. Vediamo.

Lunedì arrivai. Ogni giorno restavo dalle nove alle sei, sette. Studiavo i nuovi software, ripescavo vecchi saperi. A volte sbagliavo in modo ridicolo, ma qualcosa tornava. Come andare in bici: anche se la testa dimentica, il corpo si ricorda.

A casa ora cucinavo riso.

La prima volta per caso. Tornata tardi, stanca, con le idee solo di dormire. Guardai nel frigo: ingredienti gourmet per ricette complicate. Richiusi. Andai alla dispensa: riso, un barattolo di sugo, burro.

Lessi il riso, aggiunsi sugo, burro. Chiamai Carlo.

Guardò il piatto strano, con uno sguardo interdetto.

Cosè?

Riso con sugo.

Vedo. Tutto ok?

Stanca. Domani cucino altro.

Si sedette. Mangiò. Zero commenti. Fino allultimo chicco.

Io lo guardavo e pensavo a quello che aveva detto Lucia. A suo marito felice in campagna. Tre piatti, niente critiche.

Carlo si alzò, andò via. Nessuna parola. Buona o cattiva.

Anche quello era un segnale.

***

Il dialogo arrivò due settimane dopo. Tornando dal lavoro, in ascensore pensavo ai colori di un progetto. Apro la porta, tolgo le scarpe. Il televisore in salotto acceso.

Dove sei stata? chiese Carlo senza voltarsi. Sono le otto.

Al lavoro.

Sempre Chiara.

È il mio lavoro, Carlo.

Spense la TV e si voltò.

Francesca, così non va.

In che senso?

Non puoi sparire tutto il giorno. Abbiamo una famiglia, una casa. E il frigorifero vuoto.

Ci sono uova, patate, salame. Puoi cucinare.

Mi guardava come parlassi in tedesco.

Stai scherzando?

No. Ti dico solo cosa cè in frigo.

E i tuoi tartufi? Le salse? Hai dimenticato come si cucina davvero?

Tolsi il cappotto, lo appesi con calma.

Carlo, posso parlare? Calmi?

Di cosa?

Di noi. Di questi anni. Di cosa succede in questa casa.

Lo vidi irrigidirsi: le spalle, lo sguardo tirato.

Cosa succede? Io lavoro. Tu stai a casa.

Ora non più. E non voglio più farlo.

Hai deciso tu, senza parlare.

Sto parlando adesso.

Si alzò, andò alla finestra. Tornò.

Francesca, sei cambiata. Prima avevamo una famiglia normale. Tu cucinavi, io giudicavo. Era il nostro equilibrio!

Era tuo, Carlo. Non mio.

Lo sapevo, mamma ti ha parlato. Sempre lei…!

Lo guardai. Luomo con cui avevo vissuto ventitré anni. In questo appartamento che era sempre stato suo: mobili, colori, finestre, scelti prima che io arrivassi. Io non ho mai cambiato nulla, e sì che avrei saputo come. Facevo la designer.

Tua madre ha detto la verità, dissi. Tutto qui.

Che verità? Che è una vecchia che ama i drammi?

Che a te piace la cucina semplice. Lo stomaco delicato. Che da piccolo adoravi il riso col burro.

Pausa.

Corta. Ma cera.

Bagianate.

Ne hai mangiato senza fiatare due settimane fa.

Avevo fame!

Carlo, basta. Solo per un attimo fermati.

Si fermò. Mi osservò.

Io non voglio litigare, dissi. Voglio parlare onestamente. Ti chiedo: vuoi vivere diversamente? Non come gli ultimi dieci anni?

Qualcosa passò nei suoi occhi. Qualcosa di vero, quasi.

Diversamente come?

Da pari. Tu lavori e io pure. Si può mangiare semplice o raffinato, ma nessuno umilia nessuno. Ognuno dice ciò che pensa. Senza giochi.

Lungo silenzio.

Io non ti ho mai umiliata, mormorò. Dico solo la verità. Sono sincero.

Sei un sincero che finge di detestare il riso mentre io spreco soldi e tempo dietro ai tartufi.

Silenzio.

Non è onestà, aggiunsi. Con calma, solo e sempre i fatti.

Nessuna risposta. Andò in camera e chiuse piano la porta.

Io in cucina, patate fritte per me sola. Poi seduta a lungo, il tè in mano, ascoltando lui camminare.

***

I mesi dopo furono come il ghiaccio che si scioglie piano. Niente drammi da film, solo ogni giorno lasci che uno strato vecchio si stacchi.

Carlo le provò tutte.

Primo: loffesa. Giornate col broncio, aspettando che cercassi la pace. Non lo feci. Cucina semplice, pulizie, lavoro, ritorno tardi.

Poi: la tenerezza. Una volta fiori, tulipani a novembre, palesemente presi sotto la metro. Propose una cena fuori. Ci siamo andati, la serata anche piacevole, chiedeva del lavoro, rideva. Pensai: forse qualcosa cambia.

Il giorno dopo, però, la frase: “Ma perché per i miei amici non hai preparato qualcosa di speciale ieri?”. Detto come sempre, nemmeno se ne accorse.

Farò una pasta e uninsalata, risposi.

Pasta?

Sì. Pasta.

Scherzi?

Mai stata più seria.

Vidi la faccia: quellespressione. Non aveva ancora capito che adesso la vedevo.

Poi vennero i litigi veri. Con voce alta, accuse, liste di tutto il bene fatto per me. Casa, soldi, la libertà di non lavorare, la cucina come hobby. I suoi “investimenti”.

Hai investito, risposi una volta. Ma io non sono una fabbrica, Carlo. Sono una persona. I tuoi investimenti su di me non funzionano.

Non capì. Non volle.

Lucia mi chiamava ogni settimana. Discreta. Chiedeva come andava. A volte solo un brava, resisti. Una volta disse:

Lui è arrabbiato con me?

Un po, risposi.

Lascia che si arrabbi. Io per la prima volta sono dalla parte di qualcuno. Non mi era mai successo.

La capivo.

A dicembre, Chiara mi affidò un progetto tutto mio. Un piccolo appartamento sui Navigli, giovane coppia. Dovevo pensarne la ristrutturazione dallinizio alla fine. Notti intere senza dormire, non perché non sapessi cosa fare sapevo ma temevo di aver perso la mano.

Non era vero.

La cliente mi guardò entrando nella sua nuova casa e, per trenta secondi, tacque. Poi disse:

Lei fa magie.

Quello era il mio nome.

***

A febbraio capii che per me e Carlo non ci sarebbe stato altro. Non perché non avessi voglia: io ci provavo, parlavo, restavo. Non scappavo a dormire da unamica o a consultare avvocati, ma leggevo spesso articoli sulle relazioni e ci riconoscevo dettagli troppo precisi.

Ma lui voleva me comero prima. Non me davvero: piuttosto una donna in attesa del suo giudizio. Cercava un riflesso autorevole, non una compagna.

Come riconosci un marito manipolatore? Così: vuoi la tua attesa, non i tuoi successi. Senza quella tua incertezza, lui non sa più chi sia.

Carlo non era cattivo, nemmeno violento. Non beveva, non tradiva (credo), pagava tutto. Un po di affetto a modo suo, certo, ma non bastava.

Non si può vivere diventando ogni giorno meno di quello che sei. Io nel marzo chiesi il divorzio.

In principio non ci credette. Poi provò a convincermi. Poi si arrabbiò. Poi ancora tentò invano. Lucia andò a parlargli; non so cosa gli disse, ma dopo quel colloquio lui si chiuse in se stesso, freddo, distante.

Lappartamento era suo. Lo sapevo. Me ne andai da Claudia, la mia amica, una stanza libera per tre mesi mentre cercavo altro. A giugno presi un bilocale in zona Porta Romana. Vista su una strada piccola, nemmeno bella come via Monte di Pietà ma vera.

Feci tutto il restyling da sola. Nulla di eclatante, ma curando ogni dettaglio. Per la prima volta, mi chiesi davvero: che cosa voglio? Già lo sapevo, solo non avevo mai posto la domanda.

***

È passato un anno.

Ora è aprile. Ho cinquantatré anni. Dalla mia cucina guardo i ciuffi bianchi di fiori tra gli alberelli sotto casa, non so nemmeno che pianta sia, ma la guardo ogni mattina mentre preparo il caffè.

Caffè semplice, alla moka. Buoni chicchi, niente più cerimonie.

Chiara mi ha voluta partner dello studio a gennaio. Ora abbiamo quattro progetti, io ne seguo due da sola. Dormo di nuovo bene. A volte mi sveglio pensando a una soluzione per una stanza, alla luce, a un colore. Ma è bello. È la mente che lavora, non lansia.

Lucia chiama ancora ogni settimana. Da poco sono andata da lei ai Navigli con una torta. Abbiamo parlato a lungo, più del passato e del futuro che del presente. Mi ha raccontato di Giovanni, degli anni in silenzio. Pensavo a quanto il dolore si trasmette, inconsciamente, finché qualcuno, un giorno, non si ferma e dice: basta.

Lei non riuscì a fermarsi. Ma ha aiutato me a farlo. Conta.

Carlo abita lì. Ogni tanto ci scriviamo per questioni pratiche. Sento che frequenta corsi di cucina. Forse vero. A volte la gente cambia solo quando non ha più nessuno da tenere legato.

Non lo penso spesso. Capita, sì. In certi negozi vedo un tartufo nero in barattolo, resto un secondo a guardarlo tra sorriso e nodo alla gola. Dieci anni non scompaiono con uno schiocco.

Ma non mi lascio andare troppo alla nostalgia.

Andrea lho incontrato a settembre. Venne come cliente: doveva ristrutturare casa dopo la morte della moglie, scomparsa due anni prima, cancro, rapido. La casa era antica, piena delle sue foto. Mi disse: non tolga le foto, solo voglio più luce.

Capivo benissimo.

Andrea ha cinquantiquattro anni, ingegnere di ponti. Mi fece sorridere spesso il parallelo: lui costruisce ponti, io dò forma allo spazio. Cè simmetria.

È una persona calma. Non silenziosa: proprio serena. Ti guarda negli occhi, ride di gusto. Non si mette in mostra.

La seconda volta mi invitò per un caffè dopo un appuntamento di lavoro.

Siamo andati, poi a camminare. Poi ancora caffè. Poi cinema, un film francese piacevole. Mi sono sorpresa a pensare quanto fosse bello stare accanto a qualcuno solo vivo, semplicemente.

Ci vediamo da mesi, con calma. Nessuna fretta. Ognuno di noi ha già visto la vita.

Il venerdì viene a casa mia.

***

Oggi è venerdì.

Tornata alle sei, ho svuotato i sacchetti della spesa: cosce di pollo, patate, cipolle, carote. Prezzemolo fresco. Panna acida.

Dalle cosce con le verdure esce un buon pasticcio da forno. Non è una torta vera e propria, diciamo uno sformato: strati di patate, pollo, cipolla, carota; sopra la panna e poi in forno. Alla fine una manciata di prezzemolo.

Lo preparo quando ho voglia di qualcosa di casalingo. Non raffinato, solo di casa.

Mentre lo sformato cucinava, mi cambiavo e sentivo il profumo riempire lappartamento. Cipolla soffritta, pollo, un tocco daglio. Quellaroma tipico delle cucine delle nonne. Non lo ricordavo da ventanni.

Alle sette suona il citofono.

Apro la porta. Andrea entra, mette giù il sacchetto. In cima una bottiglia di vino.

Ciao, dice.

Ciao! Che profumo cè qua?

Annusa laria.

Sembra… patate?

Sformato. Pronto tra unora.

Perfetto, sorride. Ho portato il vino. E anche… scava nel sacchetto queste.

Tira fuori una scatolina di cioccolatini al latte con nocciole, quelli comuni del supermercato.

So che ti piacciono, mi dice.

Come lo sai?

Una volta lhai detto. A settembre, davanti alla pasticceria.

Rimango col pacchetto in mano, con unemozione quasi troppo grande.

Ti ricordi questi dettagli, dico.

Ci provo, risponde, sincero, senza enfasi.

Andiamo in cucina. Io controllo il forno: ancora qualche minuto. Lui apre il vino, versa nei bicchieri. Si siede sullo sgabello.

Come va il progetto? Quello in via Manzoni?

Il cliente è difficile, confesso. Vuole tutto, subito, e spendendo poco.

Succede.

Sì. Ma qualcosa di buono ne uscirà. Cinque metri di soffitto: non si può sbagliare.

Annuisce. Osserva i miei gesti ai fornelli.

Francesca, dice.

Sì?

Sei felice? Ora. Non in generale, adesso.

Lo guardo. È serio.

Ora? Sì. Proprio ora sì.

Bene, dice, e non aggiunge altro.

Lo sformato è pronto. Cinque minuti di riposo, una pioggia di prezzemolo. Tavola senza candele, solo la luce gialla della lampada.

Andrea guarda il piatto.

Bello, dice.

È solo uno sformato.

Profuma bene. E anche bello a vedersi. Ma sai fare qualcosa di brutto?

Rido.

Non ho mai provato.

Mangiamo. Chiede il bis, porge il piatto senza parole. Servo ancora. Chiacchieriamo dei suoi ponti, della visita a sua figlia a Torino, dei miei sogni di un viaggio estivo ovunque sia. Lui propone la Liguria.

Poi il tè. I cioccolatini semplici.

Fuori Milano, aprile, il profumo dellasfalto bagnato, gli alberi fioriti che ondeggiano.

Penso: ecco. Questo è. Non una festa. Solo una sera. Una persona vera vicino, un cibo che sa di casa e nessuno sguardo in attesa di un voto.

A volte ripenso a quegli anni di truffe e bisque di aragoste. Ai tegami, alle salse fallite, allenergia che spesa solo per sentire grassa. Mi spiace. Per il tempo, per me. Ma la malinconia lunga è un lusso che non mi concedo più.

Autostima di una donna: lessi questa frase in un articolo. Ma non è una dote innata. Si costruisce. A volte crolla, a volte si ricomincia a cinquantadue anni davanti a un pc sconosciuto in uno studio nuovo, piena di insicurezze, ma non molli. Resta. E pian piano ricominci a vedere lo spazio.

I confini personali non amo il termine alla moda, ma ora davvero capisco cosa significa. Non è un muro: è solo sapere dove finisci tu e inizia laltro. Solo questo.

La ricetta della felicità, forse davvero, è semplice. Fare quello che sai, stare con chi ti vede davvero. Cucinare ciò che ti rende serena. Non aspettare il voto.

A cosa pensi? chiede Andrea.

Lo guardo. Il viso tranquillo. Il tè in mano.

Allo sformato, dico.

Ride.

Buon argomento.

Il migliore, annuisco. Un altro po di tè?

Sì, grazie.

Verso. Mi avvicino alla finestra. Gli alberi bianchi ondeggiano. Milano ronza ovattata come un congegno enorme: indifferente a piatti, salse, tartufi e risi. La città vive e io vivo. Il tè è caldo, in cucina cè ancora il profumo del forno, una piantina fresca sul davanzale che ho scelta la settimana scorsa, solo perché mi piacevano le foglie.

Solo perché mi piacevano.

Lho comprata.

Ed è così che ora vivo.

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