– Marco, sei fuori di senno? Pensi che ti inviti a vivere da me per i soldi? Mi dispiace per te, è tutto.

Costantino, sei fuori di testa?Pensi che ti inviterei a vivere con me solo per i soldi?Mi dispiace per te, è tutto.

Costantino era seduto nella sua sedia a rotelle, fissando il cortile interno dellospedale di Milano attraverso una finestra ricoperta di polvere. Il corridoio terminava in un piccolo giardino con banchi di prodotti tipici e fioriture, ma quasi nessuno lo attraversava.

Era inverno, il gelo avvolgeva la città e i pazienti uscivano raramente per una passeggiata. Costantino era solo nella sua stanza. Una settimana prima il suo compagno di reparto, Luca Ternini, era stato dimesso; da quel giorno il silenzio nella stanza sembrava assordante.

Luca era un ragazzo socievole, divertente, con un milione di storie da raccontare come un vero attore. Studiava recitazione al terzo anno di una scuola darte. Stare con lui era impossibile da annoiare; ogni giorno la madre di Luca, una signora robusta di nome Elena, portava dolci appena sfornati, frutta fresca e caramelle, che condivideva generosamente con Costantino.

Con la partenza di Luca il piccolo senso di casa della stanza svanì, lasciando Costantino più solo e inutile che mai.

Le sue riflessioni tristi furono interrotte dallingresso di una infermiera. Guardandola, il suo animo si addensò ancor più: al posto della giovane e simpatica Alessia, comparve la perenne signora Lucrezia Arduini, sempre con un sopracciglio aggrottato e unespressione di perpetua insoddisfazione.

Da due mesi a quellospedale Lucrezia non aveva mai mostrato un sorriso; la sua voce era unespressione perfetta del suo volto: dura, aspra e sgradevole.

Allora, che ti tratti?sbottò Lucrezia, tenendo pronto un ago pieno di farmaci.

Costantino sospirò, piegò la sedia e si avvicinò al letto. La infermiera lo spinse agilmente in posizione orizzontale, poi lo ribaltò rapidamente a pancia in giù.

Togli i pantaloni,ordinò, e Costantino obbedì senza protestare. Liniezione fu eseguita con perizia; egli, nella sua mente, ringraziò silenziosamente Lucrezia.

«Quanti anni avrà?» pensò, osservando la mano tremante che cercava la vena sottile del suo braccio esile. «Forse è già in pensione. La pensione è piccola, perciò deve essere così severa».

Quando lago penetrò la vena pallidoazzurro, Costantino solo si contorse leggermente.

Finito.Chiedé la dottoressa?chiese improvvisamente Lucrezia, già pronta a uscire.

No, non ancora,scosse la testa Costantino.Forse più tardi.

Aspetta.E non stare al bordo della finestra, ti entra freddo, sei secco come un biscotto,disse Lucrezia, uscendo dalla stanza.

Costantino provò a rispondere con rabbia, ma le parole della infermiera, per quanto aspere, mostravano una strana tenerezza. Non aveva mai conosciuto una cura così.

Costantino era un orfano. I genitori persero la vita quando lui aveva quattro anni in un incendio che devastò la loro casa di campagna. Un’ustione al cuore della sua spalla e al polso rimaneva come cicatrice, segno di quella notte in cui sua madre, con lultimo sforzo, lo lanciò fuori da una finestra rotta, salvandolo dal tetto incendiato che seppellì tutta la famiglia.

Fu così che finì in un orfanotrofio. I parenti esistevano, ma nessuno lo accoglieva. Dalla madre ereditò gli occhi verdi e il sogno, dal padre laltezza, la camminata elegante e la passione per la matematica. I ricordi dei genitori arrivavano a tratti, come fotogrammi di un film: una festa di paese con la madre che sventolava una bandiera colorata, o il padre che lo portava in spalla sotto una brezza estiva.

Ricordava anche il gatto rosso della casa, chiamato Micio, o talvolta Barbone. Lalbum di foto di famiglia era andato in fumo nello stesso rogo.

Nessuno lo visitava in ospedale: non cera nessuno. Quando compì diciotto anni lo Stato gli assegnò una stanza luminosa in un dormitorio universitario al quarto piano. Vivere da solo lo piaceva, ma a volte la solitudine lo schiacciava. Con il tempo imparò a convivere con quel vuoto, scoprendo persino dei vantaggi.

Guardare i bambini con i genitori nei parchi, nei supermercati o semplicemente per le strade di Milano gli rapprendeva il cuore di pensieri amari.

Dopo il liceo non riuscì a entrare alluniversità, gli mancavano i punti; dovette iscriversi a un istituto tecnico. Gli piaceva, la materia gli stava a cuore, ma con i compagni di corso non riuscì a fare amicizia. Era silenzioso e riservato, preferiva i libri e le riviste scientifiche ai giochi rumorosi e ai videogiochi.

Gli scambi con i compagni riguardavano solo lo studio. Con le ragazze era ancora più difficile: la sua timidezza non era considerata una virtù maschile, e cerano sempre altri più decisi a contenderle. Inoltre, a diciotto anni e mezzo la sua figura appariva più giovane di un sedicenne, così divenne quel cavallo bianco del gruppo, ma non gli diede fastidio.

Due mesi fa, correndo sul marciapiede ghiacciato per non fare tardi alle lezioni, scivolò in un sottopassaggio e si ruppe entrambe le gambe. Le fratture furono complesse, la guarigione lenta e dolorosa, ma nelle ultime due settimane il dolore accennava a diminuire.

Sperava di essere dimesso presto, ma lappartamento dove viveva non aveva ascensore né rampe per disabili; doveva ancora girare in sedia a rotelle per molto tempo.

Nel pomeriggio, dopo il pranzo, entrò nella stanza il dottor Romano Abramo, traumatologo. Esaminò le radiografie, poi pronunciò:

Caro Costantino, buona notizia: le fratture stanno finalmente consolidandosi. Tra qualche settimana potrai stare su una deambulazione. Non ha più senso tenerlo qui; dovrai continuare le cure in ambulatorio. Tra unora arriverà la dimissione, sarai libero. Qualcuno ti accompagnerà?

Costantino annuì in silenzio.

Perfetto.Chiamo subito Lucrezia, ti aiuterà a raccogliere le cose. Stammi bene, Costantino, e cerca di non ritornare più qui.

Farò del mio meglio,rispose.

Il dottore strizzò locchio e uscì; Costantino rimase a riflettere sul futuro. Fu interrotto da Lucrezia Arduini.

Che aspetti? Ti stanno per dimettere,disse, porgendogli uno zaino sotto il letto.Prepara le cose, Nina Petri verrà a cambiare la biancheria.

Costantino chiuse lo zaino, sentì lo sguardo attento dellinfermiera.

Hai mentito al medico?chiese, inclinando leggermente la testa.

Di che cosa?fece una smorfia Costantino.

Non fare lo scarso, Costantino. So che nessuno ti verrà a prendere. Come farai a tornare a casa?

Ce la farò,ringhiò.

Ti servirà almeno un mese prima di camminare senza supporti. Come vivrai così?

Mi arrangierò, non sono più un bambino.

Allimprovviso Lucrezia si sedette sul letto accanto a lui e lo guardò intensamente.

Costantino, forse non è affar mio, ma con queste ferite avrai bisogno di aiuto. Da solo non ce la farai. Non prenderla sul personale, è solo verità,diceva con voce più dolce.

Ce la farò da solo,ribatté.

Non ce la farai. Lavoro da dieci anni in medicina. Cosa ti ostini a dire?

Allora perché dirmi queste cose?

Perché ti servono ancora,sospirò.Abito fuori città, ma il portico è a due scalini; ho una stanza libera. Quando potrai alzarti, tornerai a casa. Io vivo sola, il marito è morto da tempo, niente figli.

Costantino fissò la infermiera, sorpreso. Vivere da lei? Era uno sconosciuto, e lui aveva già smesso di sperare in chiunque tranne se stesso.

Perché taci?chiese, aggrottando le sopracciglia.

È imbarazzantebalbettò Costantino.

Smetti di fare il drammatico. Un cane a rotelle in una casa senza ascensore è una tortura,replicò Lucrezia con il suo tono brusco.Allora, vieni da me?

Costantino esitò. Da un lato, abitare nella casa di una sconosciuta era davvero scomodo; dallaltro, Lucrezia non sembrava così distante.

Nel corso di quei mesi, la donna aveva curato di lui con frasi ricorrenti: Il tè di oggi è caldo, apri la finestra, non è freddo da questanno, Mangia il formaggio, è ricco di calcio, ti farà bene. Erano le uniche voci amiche nella sua stanza. Ora, lunica persona pronta a soccorrerlo era proprio lei.

Accetto,disse infine,ma non ho soldi la borsa di studio arriva tra poco.

Lucrezia, con le braccia incrociate, lo fissò sorpresa, poi tornò ad arricciare le sopracciglia e con una punta di amarezza rispose:

Costantino, sei fuori di testa?Pensi che ti inviti a vivere qui per soldi?Mi dispiace per te, è tutto.

Io non volevo offenderla,interruppe Costantino, ma si fermò a metà frase.

Non mi offendo. Andiamo nella zona di degenza, ci siederemo finché finisce il mio turno,ordinò linfermiera,presto partirò, e partiremo.

Lucrezia abitava in una casetta piccola e ordinata, con finestre strette. Dentro cerano due stanze accoglienti; una divenne la nuova dimora di Costantino.

I primi giorni fu timido, quasi non usciva dalla stanza, temendo di disturbare la padrona di casa.

Basta nascondersi,gli disse linfermiera più anziana,chiedi quello che ti serve, non sei un ospite.

In realtà Costantino amava quellambiente: le nevi fuori dalla finestra, il crepitio allegro del fuoco nel camino, il profumo del cibo casalingo tutto gli ricordava la casa dei genitori e uninfanzia felice e lontana.

Passarono i giorni. Il suo carrozzone rimase nella stanza, poi arrivò il deambulatore. Era tempo di tornare in città.

Durante una visita alla clinica, Costantino, zoppicando, camminava accanto a Lucrezia, condividendo i progetti per i prossimi giorni:

Devo affrontare gli esami, i voti, è un incubo quello che ho perso,lamentava.

Prendi il tuo corso tecnico,rispondeva Lucrezia,non scomparirà. Inizia a correre come se fossi bruciato, cosa ha detto il medico? Riduci il carico temporaneo sulle gambe!

Negli ultimi mesi la loro intimità cresciuta. Costantino si trovava sempre più a non voler lasciare quella dimora accogliente e quella donna che gli sembrava una seconda madre. Non riusciva aE così, sotto la luce tremolante del camino, Costantino giurò che quella casa sarebbe rimasta il suo rifugio eterno, dove lamore di Lucrezia avrebbe curato ogni ferita.

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