Chiunque lo farebbe cosìCosì, senza esitazione, Marco si avventurò nella piazza affollata, convinto che fosse la decisione più naturale da prendere.

28giugno 2026 Diario

Mi sono svegliato alle 6 in punto, senza alcuna sveglia. Ho sempre pensato che alzarsi al sorgere del sole fosse il modo migliore per non correre verso lautobus e, soprattutto, per concedermi una passeggiata tranquilla per le vie di Milano, assorbendo lenergia positiva di una città ancora addormentata. Il mio lavoro è per lo più da sedutoinpiedi, così non ho più bisogno dei mezzi pubblici.

Mentre attraversavo la piazza davanti alla stazione, un suono tenue mi ha colto di sorpresa: un lieve rintocco, quasi impercettibile tra il brusio urbano. Ho voltato lo sguardo e ho visto un vecchio telefono a pulsanti abbandonato su un marciapiede. Questi dispositivi non si vedono più, a meno che non li usino gli anziani che non vogliono o non possono permettersi uno smartphone.

Mi sono avvicinato, ho raccolto il cellulare e ho notato, sul piccolo schermo, la scritta NONNA AMATA in caratteri grandi. Prima che potessi rispondere, il display è passato a chiamata persa. Dopo pochi secondi la linea è tornata a squillare. Ho premuto il tasto verde, ho avvicinato lapparecchio allorecchio e ho sentito la voce di una donna, agitata:

Alessio, perché non rispondi? Va tutto bene?

Mi è rimasto il cuore in gola. Come faceva a conoscere il mio nome? Era uno scherzo? Ho guardato intorno, sperando di scorgere qualcuno con una telecamera, ma la strada era deserta.

Alessio! Perché stai zitto? È successo qualcosa?

Io, ancora confuso, ho cercato di capire chi fosse quella voce.

Buongiorno, chi è? Con chi sto parlando?

La donna, visibilmente colta di sorpresa, ha risposto con un respiro affannoso:

Sono Valentina Petroni. Stavo chiamando mio nipote, ma ho sbagliato numero. Scusi, per Dio.

Ho tratto un profondo sospiro, pronto a spiegare che avevo trovato il telefono e a chiedere come restituirlo, quando la chiamata è stata nuovamente interrotta.

Mentre mi avvicinavo al grande edificio dove lavoro, il cellulare è tornato a suonare.

Alessio?

Era la stessa voce femminile.

Valentina Petroni, buongiorno ancora. Non stacchi il telefono, per favore. È curioso, ma anchio mi chiamo Alessandro e non conosco suo nipote. Ho trovato il telefono vicino alla fermata; probabilmente lo ha perso lui.

Cè stato un errore: ho il numero del nipote salvato in rubrica, non potevo sbagliare. Come posso contattare il ragazzo?

Mi spiace, non posso aiutarla direttamente, ma posso portare il telefono al nipote. Dove si trova attualmente?

Ho guardato lorologio e ho capito che non avrei potuto restituirlo subito: il turno al lavoro era imminente e il rapporto dovevo finire.

Sono al mio cottage fuori città, al Lago di Como. Non so quando tornerò a casa. È una situazione assurda, non so più che fare persino scendere io stessa nel pozzo.

In che pozzo?

Capisce, Alessandro la mia gatta è finita in un pozzo. Non so come sia arrivata lì, qualcuno lha gettata. Piange, non riesce a uscire, e io non so come aiutarla se non scendendo io stessa.

Ho provato a immaginare la scena: una nonna sola in una casa di campagna, una gatta intrappolata. Mi è venuto un nodo allo stomaco.

Valentina, mi dica lindirizzo, chiamo i soccorritori.

Ho premuto i tasti, ma lo schermo era spento: la batteria si era scaricata. In quel momento è arrivata la macchina del direttore generale, una berlina elegante. È sceso un uomo sulla sessanta, con capelli brizzolati ma dal portamento dignitoso.

Alessio, che fai qui in piedi? Vieni, al lavoro! mi ha salutato Igor Bianchi, il nostro capo.

Ho annuito, ma la sua espressione era preoccupata.

Hai dormito poco? Hai problemi con il rapporto?

No, tutto a posto. Dormito bene, il rapporto sarà pronto oggi.

Mi ha incoraggiato dicendo che il prossimo consiglio di amministrazione avrebbe discusso la nomina del nuovo responsabile di filiale, e che avevo buone possibilità. Mi ha ricordato che la posizione è ambita da molti, compreso Nicola, il collega geloso.

Pensavo ancora alla nonna e al suo gatto. Lidea che una donna potesse scendere in un pozzo mi ha sconvolto; se qualcosa fosse accaduto, non lo perdonerei a me stesso. Mi sono alzato dalla sedia, ho preso la mia giacca e mi sono diretto verso luscita, dove ho incrociato Nicola.

Dove vai così di fretta? Non è il momento di svignarsela. mi ha sputato.

Ho una faccenda urgente. ho risposto, senza aggiungere altro.

Non cera taxi in vista.

Dove andrò? mi sono chiesto, guardando la mia automobile. Il capo aveva una vettura parcheggiata vicino; ho corso verso di lui.

Ehi, Igor! ho chiamato, Hai per caso una mappa delle case di campagna?

Ciao, Alessandro. Che succede? ha sorriso.

Devo andare al cottage di Valentina. È urgente.

Lui ha esitato, ma alla fine ha accettato. Con il motore acceso, la berlina è partita verso il lago, mentre Nicola osservava dallautomobile di rappresentanza, con un ghigno di chi sapeva già di aver perso unoccasione.

Siamo arrivati al portale di un piccolo complesso di villette.

E adesso? ho chiesto a Igor.

Aspetta qui, ti seguirò.

Ho iniziato a camminare lungo le strade sterrate, chiamando Valentina! Valentina! a squarciagola. Nessuno rispondeva. Dopo aver percorso diversi chilometri, ho udito una voce familiare, rauca ma riconoscibile.

Sì è qui

Mi sono avvicinato a un cancello di legno e ho visto una donna anziana, con gli occhi pieni di speranza.

Giovane, sei tu quello che mi ha chiamato?

Sono Alessandro. Abbiamo parlato al telefono.

Mi ha ringraziato con un sorriso che sembrava non riuscire a tradurre la gratitudine. Mi ha indicato il pozzo sul retro della casa.

Andiamo, Alessandro, ma non sono sicura di riuscire.

Mi sono avvicinato al vecchio pozzo di pietra. Non è così profondo, ho pensato, circa quattro metri. Sul fondo, una gattina bianca e grigia mi fissava con occhi disperati.

Hai acqua qui?

No, da due anni è secco. Lacqua è stata tagliata, ma il pozzo è ancora lì.

Mi ha raccontato che la copertura di ferro era stata rubata e che non sapeva chi avesse gettato il gatto lì dentro. Ho chiesto se avesse una scala o una corda.

Nessuna scala, nessuna corda. Ho solo il capanno in fondo al giardino, ma è pieno di attrezzi.

Sono entrato nel capanno, ho frugato tra i rami e le vecchie corde, e sono uscito con una fune di circa dieci metri, non molto robusta ma lunica disponibile.

Metterò una corda, scenderò e prenderò il gatto.

Ha annuito, pregandomi di stare attento. Ho legato unestremità al tronco di un albero robusto, ho lanciato laltra giù nel pozzo e ho iniziato a scendere. Il gatto, allinizio, mi ha sibilato, ma dopo qualche minuto si è calmato, intuendo che non voleva farmi del male. Lho accarezzato delicatamente e, con la fune, lho sollevato.

Mentre saliva, la nonna ha gridato:

Alessio, stai bene?!

Ho risposto, ma la sua voce è cambiata, quasi un sussurro.

Sì, ma la gatta è incinta!

Non avevo mai visto una gatta dare alla luce, e il pensiero che fosse appena al tramonto mi ha colto di sorpresa. Ho chiesto una scatola di cartone dal capanno.

Portala subito, altrimenti

Mi ha passato la scatola; ho messo il gatto al suo interno, ho praticato due fori per far passare la corda e le ho chiesto di tirare su.

Mentre la nonna cercava di afferrare la fune, la corda si è allentata e io sono scivolato di nuovo verso il basso.

Alessio! Che succede?!

Ho sentito la sua voce tremare. Sono riuscito a risalire, ma la corda si era semplicemente slegata, non rotta. Ho provato a lanciare la fune di nuovo, ma Valentina non riusciva a prenderla.

Alla fine, il collega Igor è arrivato sul posto, ha afferrato la fune al volo, lha annodata bene e ha tirato su di me. Siamo riusciti a estrarre il gatto, la madre e, poco dopo, tre piccoli gattini, tutti intatti.

Valentina ha pianto di gioia, ringraziandomi con parole che non riusciva a trovare. Ho messo i cuccioli nella scatola, li ho coperti con una coperta e lho promessa di portarli tutti al sicuro.

Portiamoli a casa, Alessandro. E poi torniamo al lavoro, altrimenti il capo non ci aspetterà.

Il viaggio di ritorno è stato rapido; Igor mi ha lasciato al parcheggio, mentre il sole tramontava sopra il lago.

Al ritorno in ufficio, il capo Igor Bianchi mi ha accolto con una smorfia di rabbia:

Alessio, sei impazzito? Hai abbandonato il lavoro senza avvertire, lasciando il rapporto incompleto, e poi mi hai fatto fare la fila per il tuo autista!

Ho spiegato lintera vicenda, dal telefono trovato alla gatta in pericolo. Igor ha ascoltato in silenzio, poi ha sorriso.

Non mi aspettavo nulla di tutto questo.
Nemmeno io, ho risposto, ma ho capito che dovevo fare qualcosa.

Il capo ha ammesso che, nonostante il caos, il gesto dimostrava il mio carattere. Ha deciso di non considerarmi per la direzione della filiale, ma ha riconosciuto il mio valore umano.

Da quel giorno, visito spesso Valentina al suo cottage. Il nipote, anche lui chiamato Alessandro, è diventato il nostro amministratore di rete; è brillante, anche se inesperto. La gatta, di nome Vittoria, mi accoglie sempre con un miagolio felice, e i tre gattini hanno trovato presto una nuova famiglia: uno è stato adottato da me, un altro da Igor, e il terzo da Nicola, che finalmente ha smesso di tramare.

Il tutto mi ha insegnato una cosa: a volte la vita ti getta in un pozzo profondo, ma se trovi la corda giusta e un po di coraggio, puoi risalire e portare con te qualcosa di più prezioso di un semplice rapporto di lavoro.

Fine.

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Chiunque lo farebbe cosìCosì, senza esitazione, Marco si avventurò nella piazza affollata, convinto che fosse la decisione più naturale da prendere.
E ora non sono più la tua mamma!