E Baffo stava seduto al cancello ad attendere. Giorno. Due. Una settimana… Cadde la prima neve — rimaneva lì. Le zampe gelavano, lo stomaco brontolava per fame, ma lui aspettava.

Era una di quelle prime mattine di aprile in cui la neve ancora avvolgeva gli angoli ombreggiati delle colline del lago di Como, ma i raggi timidi del sole facevano già spuntare un verde delicato. Un minuscolo gattino grigiobianco si era accoccolato sul tubo caldo di una drogheria di campagna, cercando un po di calore.

«Mamma, guarda!» esclamò con gioia una bambina di circa sette anni, i riccioli di Ginevra svolazzanti. «Un gattino!»

La madre, Marta, strinse le labbra in una smorfia:

«Andiamo, Marta. È sicuramente sporco e pieno di pulci.»

Ma Ginevra, già inginocchiata, allungò la mano. Il gattino non fuggì, si limitò a emettere un flebile miagolio.

«Per favore, mamma! Lo portiamo a casa!»

«No, e ancora no! Abbiamo affittato un appartamento, e lì non si può tenere animali!»

Passò Oliva, la vicina di casa, e fermandosi ascoltò il litigio. I suoi occhi si posarono sul piccolo, così dolce e speranzoso, e sul viso di Ginevra, ormai intriso di lacrime.

«Dove volevate portarlo?», chiese.

«A casa», singhiozzò Ginevra. «Ma mamma non lo permette.»

Oliva rifletté. Nel suo rustico di campagna, poco più di un chilometro dal lago, i topi si erano moltiplicati. Un gattino così piccolo sarebbe diventato un cacciatore eccellente.

«Sai una cosa», disse con voce morbida, «ho una cascina grande, con giardino. Lì il gattino starà bene.»

Il volto di Ginevra si illuminò di speranza.

«Davvero? E come lo chiamerete?»

«Briciola», rispose Oliva in un lampo, «perché è a strisce, come un pezzetto di pane.»

Così Briciola entrò nella loro vita. Grigiobianco, occhi color ambra, incredibilmente fiducioso; appena accarezzato iniziava a fare le fusa, stringendo il muso contro il palmo. E si rivelò un cacciatore di topi più astuto di quanto il sogno avesse previsto: in una sola settimana eliminò tutti i roditori del giardino. I proprietari erano entusiasti, felici e sollevati.

Briciola si affrettava a incontrarli ogni sabato alla porta, si addormentava ai loro piedi, come se avesse già capito che quella era la sua famiglia, il suo destino. E il suo pensiero era che così sarebbe rimasto per sempre.

Ma lautunno cambiò tutto. A novembre Oliva e il marito Andrea tornarono per lultima volta, per chiudere la cascina per linverno.

«Che faremo con Briciola?», chiese Oliva, infilando le bottiglie di vino nella borsa.

«Niente», sbuffò Andrea. «Ce la farà da solo. I gatti vivono per strada, si arrangiano al freddo.»

E se ne andarono.

Briciola rimase alla porta, a attendere. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Cadde la prima neve. Le zampe gelavano, lo stomaco si contorceva per la fame, ma lui rimaneva lì, convinto che avrebbero ritornato. Ritorneranno, lo ripeteva la sua immaginazione, con la promessa di un ritorno certo.

Le forze lo abbandonavano, e con esse anche la speranza.

«Ehi, piccolo», udì una voce ruvida un giorno, «sei gelato?»

Sopra di lui stava Giovanni Bianchi, il pensionato del casolare accanto, lunico a sfidare linverno da solo. Le sue mani erano calde, e il suo odore non era di freddo né di paura, ma di qualcosa di solido, di casa.

«Vieni da me», sussurrò lanziano. «Ti scaldano.»

Briciola andò. In quel momento comprese una verità semplice: non tutti gli uomini sono uguali.

Giovanni, sessantuno anni, aveva smesso di correre da tempo. I figli erano andati, la moglie se ne era andata tre anni prima; rimaneva solo con il suo casolare e i ricordi. Linverno qui era consuetudine: in città è soffocante, i vicini sono estranei; qui, silenzio, neve fuori dalla finestra e il crepitio accogliente del camino.

Lo avvolse in una vecchia maglia di lana e lo portò dentro.

«Allora, amico», mormorò mentre versava una pentola di latte sul fuoco, «raccontami come ti sei ritrovato al gelo.»

Il gatto rimase in silenzio, gli occhi dambra pieni di una tristezza che stringeva il petto.

«Capisco», annuì Giovanni. «Ti hanno abbandonato. Poveri umani Dio perdoni loro.»

I primi giorni Briciola si nascose dietro il focolare, mangiava solo quando Giovanni non lo osservava, come se temesse un inganno. Giovanni non si affrettava; lasciava una ciotola di cibo, parlava a bassa voce:

«Ecco, un po di polenta. Non è un banchetto, ma è cibo. Non ti vergognare.»

Oppure:

«La neve è spessa, è bello star qui dentro, vero?»

Dopo una settimana il gatto si fece più audace, prima mangiò accanto a Giovanni, poi si avvicinò, e pochi giorni dopo saltò in grembo.

«Ecco, finalmente!», rise Giovanni. «Facciamo amicizia sul serio.»

Accarezzò il collo di Briciola, e il felino cominciò a fare le fusa, timide, poi più forti, sicure.

«Bravo», disse lanziano. «Adesso sarà tutto bene.»

La vita scorreva diversa. Ogni mattina Giovanni si svegliava e trovava Briciola al lato del letto; la colazione la condividevano. Di giorno leggeva il giornale, il gatto sedeva sul davanzale. Talvolta uscivano insieme nel cortile: spalavano la neve, spalavano i sentieri. Briciola correva dietro di lui, si tuffava nella neve, giocava con i fiocchi.

«Hai dimenticato come si gioca», rideva Giovanni. «Non ti preoccupare, imparerai di nuovo.»

Di sera Giovanni raccontava molto: della vita, dei figli, di Micio, il suo vecchio gatto che era morto lanno scorso.

«Era un buon gatto, leale. Quindici anni mi ha tenuto compagnia. Quando è andato via ho pensato che non avrei più avuto animali. È stato doloroso.»

Briciola ascoltava, facendo le fusa come se comprendesse ogni parola.

A Capodanno il gatto era ormai sistemato: dormiva ai piedi del nonno, apriva la porta quando lui tornava, catturò persino un topo e lo portò fiero al padrone.

«Cacciatore vero!», esclamò Giovanni. «Ma non ti preoccupare, abbiamo già abbastanza cibo.»

Linverno volò, febbraio divenne marzo. Una mattina, davanti alla porta, si udì il rombo di unauto.

Briciola si irrigidì, corse alla finestra. Giovanni sbirciò fuori e aggrottò le sopracciglia.

«Sono arrivati», disse a bassa voce. «I vostri ex padroni.»

Dalla macchina scesero Oliva e Andrea, soddisfatti, occhi brillanti, curiosi di quel terreno.

«Dove è il nostro Briciola?», chiamò Oliva a gran voce. «Brrr, vieni qui, cacciatore di topi!»

Il gatto tremò, attaccandosi al vetro.

«Non vuoi tornare da loro?», sussurrò Giovanni.

Briciola guardò Giovanni, e negli occhi gialli delluomo il felino lesse una risposta senza parole. Capì tutto.

«Va bene», disse Giovanni, «è chiaro. Loro verranno a prenderlo, credono che sia ancora loro.»

La porta scoppiò in un fragore di colpi.

«Giovanni!», strillò Oliva. «Sappiamo che il gatto è qui! Uscite subito!»

Il nonno si alzò lentamente dalla sedia; Briciola fuggì sotto il letto, nascondendosi in un angolo.

«Stai zitto», sussurrò luomo. «Non farsi vedere.»

La porta si aprì. Oliva e Andrea erano lì. Lei, decisa e impaziente; lui, timido e incerto.

«Buongiorno», disse Giovanni con voce secca.

«Dove è il nostro gatto?», balzò Oliva. «I vicini dicono che lo tenete!»

«Quale gatto?», chiese il pensionato, impassibile.

«Non fate finta di niente! È grigiobianco, Briciola. Labbiamo lasciato in autunno, pensando che si cavasse da solo, ma ora è qui con voi.»

«Lavete lasciato?», gli occhi di Giovanni si indurirono. «In novembre? Nella neve? Fuori?»

Andrea balbettò: «È un gatto, deve saper sopravvivere.»

«Sopravvivere?», ribatté Giovanni, avvicinandosi. «Un gatto di casa in inverno sulla strada? Capite quello che dite?»

«Basta moralismo!», intervenne Oliva. «Vogliamo il gatto. Ci servono i topi. Restituitelo!»

«No», rispose bruscamente Giovanni.

«Cosa significa «no»?», sbottò Oliva. «È il nostro gatto!»

«Il vostro?», rise Giovanni, voce rauca. «E dove eravate quando tremava al cancello, morente di fame? Dove eravate quando lho portato a casa, mezzo morto?»

«Non lo sapevamo», balbettò Andrea.

«Non lo sapevate o non volevate sapere?», alzò la voce Giovanni. «In estate lo coccolavate, dinverno lo avete gettato via come un oggetto rotto!»

«Chi sei tu per dirci cosa fare?», esplose Oliva. «Se non ci ridate il gatto»

«Allora?», interruppe lui. «Ci porterete in tribunale per un animale che avete lasciato morire?»

Fu allora che il muso familiare di Briciola spuntò dietro la gamba di Giovanni. Il gatto sbucò, gli occhi fissati su Oliva.

«Eccolo!», esultò Oliva. «Briciola, vieni qui!»

Il felino rimase stretto a Giovanni, immobile.

«Vedi?», sussurrò lanziano. «Ha scelto. E la sua scelta non è a vostro favore.»

«Sciocchezze!», gridò Oliva, avanzando. «Dateglielo!»

«Non lo darò», replicò Giovanni.

«Chi sei tu per vietarci?», urlò Oliva. «Andrea, dì qualcosa!»

Andrea rimase muto, il volto colmo di colpa.

Allora intervenne una voce nuova: la signora Margherita, la vicina di casa.

«Sono tornati, eh?», disse, socchiudendo gli occhi. «E chiedete di nuovo il gatto?»

«Sì, è nostro!», ribatté Oliva.

«Vostro?», rise Margherita amaramente. «Chi lo ha nutrito tutto linverno? Chi lo ha curato quando era raffreddato?»

«Non lo chiedevamo», balbettò Andrea.

«Esattamente», tagliò Margherita. «Non lo chiedevate perché vi importava farla finita! Estate giocattolo, inverno spazzatura!»

Altri vicini si radunarono, tutti dalla parte di Giovanni. La signora Semenza, la panettiera del paese, commentò:

«Non avete coscienza, buttare un animale al gelo!»

E il signor Semenza, più tranquillo, aggiunse:

«Briciola è ora di Giovanni. È giusto!»

Margherita chiese: «E se lo prendessero con la forza?»

Giovanni rispose: «Che provino.»

Oliva lanciò unultima occhiata furiosa:

«Questo non finisce!», sbottò, e si diresse verso lauto. Andrea la seguì, senza alzare lo sguardo.

Nessuno li vide più. La coscienza forse si era risvegliata, o forse la realtà del sogno si era chiusa. I vicini formarono un muro intorno a Giovanni, e Briciola mostrò chiaramente dove fosse la sua vera casa.

Lestate tornò sulla cascina di Oliva e Andrea; i topi si moltiplicarono a dismisura.

Nel crepuscolo dorato, Briciola si accoccolò sul davanzale, guardando il lago riflettere i sogni dei passanti, sapendo di aver finalmente trovato la sua casa.

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E Baffo stava seduto al cancello ad attendere. Giorno. Due. Una settimana… Cadde la prima neve — rimaneva lì. Le zampe gelavano, lo stomaco brontolava per fame, ma lui aspettava.
Mi sono sposata a soli diciotto anni: mio marito aveva vent’anni più di me, e proprio quella differenza d’età mi attraeva.