— Buongiorno, cara. Fonte: https://gotovim-samy.ru/bez-rubriki/dobroe-utro-lyubaya.htmlMentre il profumo del caffè si diffondeva nella cucina, lei lo guardò con occhi pieni di dolcezza.

Caro diario,
mi son alzato, come sempre, un minuto prima che la sveglia squillasse. È unabitudine rimasta dal servizio militare; scivolo fuori dal letto, senza aprire gli occhi, e faccio qualche piegamento a terra. Il sangue riprende a pulsare, scacciando gli ultimi residui di sonno.

«Vado a svegliare i ragazzi, Ginevra», dico a me stesso. I ragazzi sono i miei due gemelli di dieci anni, Matteo e Luca, che dormono nella stanza accanto. Due piccole copie di me, con la bocca leggermente aperta, come se fossero intrappolati nello stesso sogno.

Il riscaldamento ha faticato tutta la notte, così non ho rischiato di alzarli prima del solito. Mi sono fermato un attimo a contemplare le loro figure, ormai più robuste. Io, a loro età, ero lopposto: magro, goffo, incurvato, timido un atteggiamento che i coetanei prendevano per codardia. A scuola gli studi andavano liscio; le offese dei compagni, no. Non sapevo difendermi, sapevo di essere più debole. In educazione fisica ci provavo con tutte le mie forze, ma le prese in giro dellallenatore mi ammutoliscono. La mamma, con la sua solita fermezza, ci ripeteva:
«Non ho generato un ragazzo italiano per vederlo andare a rompere nasi».
Così, la timidezza mi ostacolò anche qui, e il sogno di diventare forte svanì per un po.

La mamma raramente alzava la voce; era più una presenza di cura e affetto. Dalla sovrabbondanza di protezione, fuggii subito dopo la scuola e mi arruolai. Due anni dopo tornei al campo, più robusto, pronto a combattere. Il dolce ragazzo timido si trasformò in un candidato al titolo di Maestro di Sport nella boxe. Purtroppo, per la madre, lIdea di giovane atleta era più di una moda; decisi comunque di proseguire la carriera sportiva.

Gli anni universitari mi aprirono una nuova vita: gare frequenti, la vita al dormitorio, nuovi amici. Emerse la prima vera difficoltà: le ragazze. Nonostante i successi in pugilato, la timidezza rimaneva intatta. Avvicinarsi, chiedere un appuntamento o semplicemente parlare con una donna a ventanni era più difficile che a dieci. Fino al giorno in cui lho incontrata.

Ginevra era la stella nascente dellateneo. Campionessa di salto in alto, snella, bionda, occhi verdi, intelligente e sorridente, ma con unaura silenziosa, quasi aliena. Da lì le soprannominarono lAliena. Diventammo subito amici. Passavamo ore insieme senza dire una parola, tifavamo luno per laltro alle competizioni, e dopo il primo bacio le ho proposto subito di sposarci.

Il Matrimonio dei Marziani festeggiammo con tutta la facoltà; eravamo amati per la nostra semplicità e apertura. Un anno dopo Ginevra scoprì di essere incinta. Di sera cominciai a lavorare alla Stazione di Milano Centrale, facendo il facchino. Stranamente, proprio in quei giorni mi sentii davvero forte, non per i sacchi pesanti, ma perché capii che avrei potuto provvedere, che avrei potuto crescere dei figli. Ero forte, e avevo lei al mio fianco.

Il medico rassicurava Ginevra sul buon andamento della gravidanza, scherzando:
«Scherzo, ma se non ti piacciono i bambini, il risultato sarà il doppio: avrai due cuccioli».
Di notte sognavamo insieme il futuro: i figli, la casa sul mare, la vita che avremmo costruito. Ma la notte è fatta per sognare.

Il giorno prima del parto, mi prese la mano, mi guardò negli occhi e pregò:
«Promettimi che, qualunque cosa succeda, non li lascerai».
Allinizio rimasi smarrito, quasi deciso a reagire, ma guardando i suoi occhi, annuii. Il giorno seguente iniziarono le contrazioni. Il travaglio fu lungo, difficile; quasi unintera giornata rimase incosciente, i medici non riuscivano a capire la causa dellemorragia. Quando la scoprirono, era ormai troppo tardi.

Quella notte non ricordo nulla, tutto è passato come un sogno. Mi svegliai al mattino sulla banchina della Stazione di Milano, immerso in una pozzanghera, la testa che girava. Lalcol era ancora nel sangue, ma una sola idea mi risvegliò: mi aspettavano due piccoli.

Mi laureai bene alluniversità, ma non partecipai più alle gare. Il Comitato Sportivo mi assegnò un appartamento, dove mi trasferii con i ragazzi. Allinizio mi aiutava la mamma; poi i bambini crebbero e cominciammo a vivere tutti tre insieme. Gestivo alcune sezioni sportive al Politecnico di Torino, ma quando i miei figli andarono alla prima elementare, trovai lavoro nella loro scuola. Continuai a fare il facchino alla stazione la paga dellallenatore non è proprio una fortuna. Negli ultimi anni, non porto più sacchi, ma faccio il caposquadra del turno.

Le cose si sono sistemate, però dentro di me resta una pesantezza: vorrei sfogarmi, ma mi sento come se avessi perso la voce senza Ginevra. Gli amici hanno provato a presentarmi altre donne, ma non riuscivo a stare seduto a un appuntamento senza pensare a lei, al suo sguardo, ai suoi capelli. Così ho iniziato a parlare da solo di notte, a rimproverarmi per parlare con lei immaginaria, a condividere consigli. Ieri, i ragazzi si vantavano di aver scritto il compito di matematica più veloce:

«Io dico che vantarsi è una vergogna per un uomo, e studiare solo per i voti è altrettanto vergognoso. Lorgoglio è ciò che conta. Sono bravi, sono intelligenti, forti e onesti E sai, il mio allenatore allesercito mi diceva: Il coraggio è larte di temere senza mostrarselo. Io temo di lodarli troppo, di mostrare debolezza. Non ho mai detto loro che li amo, ma loro lo sanno, vero Ginevra?»

Le lacrime mi salirono in un attimo; mi alzai per abbracciarli, per dirgli quanto li amassi, quanto fossero importanti per me ma mi fermai: era notte, temei di svegliarli.

La cucina al mattino è fresca; il termometro fuori segna meno cinque gradi. È un inverno secco, ma la neve sembra non volersi fermare. Dallappartamento sopra, una donna anziana spazza il cortile, parlando tra sé e sé. Improvvisamente, i ragazzi entrano. Il più grande, nato cinque minuti prima del fratello, inizia a preparare il tè; il più piccolo mette la padella sul fuoco è il suo turno di cucinare la colazione per la famiglia.

Allimprovviso, uno spinge laltro con il gomito. Si avvicinano timidi al padre, lo abbracciano e dicono:
«Papà, sappiamo che a volte parli con mamma Trasmettile che la ricordiamo tanto, ma la amiamo ancora di più. E anche te, papà».

Oggi ho capito che la forza non è solo nei muscoli, ma nella capacità di accogliere il dolore, di tenere vicino chi amiamo e di trasformare la nostalgia in gratitudine. Questa è la lezione che porto con me, giorno dopo giorno.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

18 − 4 =

— Buongiorno, cara. Fonte: https://gotovim-samy.ru/bez-rubriki/dobroe-utro-lyubaya.htmlMentre il profumo del caffè si diffondeva nella cucina, lei lo guardò con occhi pieni di dolcezza.
La Libertà di Essere Se Stessi