La moglie ha fatto tutti i conti

Quindi vuoi prenderti anche la pelliccia, disse Elena con voce calma, anche se dentro aveva un nodo così stretto che le mancava il respiro. E pure la macchina. E quel servizio di piatti che abbiamo comprato insieme alla fiera, nel duemilaotto.

Michele era seduto davanti a lei, dallaltra parte del lungo tavolo nello studio dellavvocato. Indossava il suo abito migliore, grigio scuro, proprio quello che aveva scelto lei per una riunione importante sette anni fa. Ora anche quello, probabilmente, veniva considerato un suo bene personale.

Elena, non è colpa mia. Non lho deciso io, è la legge. Le cose comperate coi miei soldi durante il matrimonio possono essere considerate…

Michele, lho sentito, lo interruppe lei senza alzare la voce. Il tuo avvocato me lha spiegato per mezzora. Ho capito tutto.

Lavvocato di Michele, un ragazzo giovane col taglio perfetto, studiava i suoi fogli. Lavvocata di Elena, la signora Tamara, una donna di esperienza, mise una mano sul tavolo, come a frenare il tempo.

Signora Elena, disse con calma, abbiamo ascoltato la posizione della controparte. Propongo di chiudere qui, per oggi.

Aspetti, fece Elena, senza alzarsi. Guardava Michele. Lo guardava proprio, il viso che conosceva da ventitré anni, ogni ruga, ogni piccolo movimento. Quando si spostava con la spalla sinistra era perché si sentiva a disagio; quando evitava lo sguardo era perché aveva già deciso. Voglio farti una domanda, soltanto una.

Vai, disse lui finalmente guardandola.

Ti ricordi quando, nel duemilaquattro, hai avuto quellincarico per cui siamo andati a Bologna? Io allora ho lasciato il mio lavoro, quello che amavo. Ho smesso di frequentare quei corsi. Siamo stati tre mesi in affitto con Chiara e Antonio, mentre tu ti ambientavi. Te lo ricordi?

Silenzio.

Voglio solo sapere se te lo ricordi davvero, Michele.

Me lo ricordo, disse lui infine, piano.

Allora basta così, chiuse la borsa e si alzò.

Fuori era marzo, cielo grigio e tempo freddo. Tamara la raggiunse davanti allascensore e le prese il braccio, come fa una madre.

Lei tiene duro, disse.

Non tengo duro, rispose Elena sinceramente. È che non ho ancora capito cosa sia successo.

Uscì in strada e restò lì, a guardare le macchine che passavano. Aveva cinquantadue anni. Ventitré dei quali passati accanto a Michele Romano. Praticamente senza contributi, negli ultimi sedici anni non risultava assunta da nessuna parte. Niente risparmi da parte, nessuna carriera, neanche un timbro scaduto sul libretto. Solo lappartamento dovera vissuta con i figli, mentre Michele era sempre via per lavoro. E pure quello, intestato a lui.

Questa era la sua storia, la sua vita. E ancora non sapeva come sarebbe finita.

La sera, Chiara arrivò da lei con un sacco di vaschette piene di cibo e gli occhi pieni di preoccupazione. Aveva ventotto anni, lavorava come designer e ormai viveva sola da quasi tre anni. Antonio, ventisei, era a Milano, scriveva poco, ma la settimana prima aveva chiamato: Mamma, tu resisti, sono con te. Poche parole, ma contavano.

Vuole davvero prendersi la pelliccia? chiese Chiara mentre sistemava tutto in cucina. È impazzito?

Il suo avvocato dice che è bene in uso temporaneo. Sembra un contratto daffitto, vero?

Mamma, è assurdo.

È una separazione, Chiara. Qui tutto diventa un po assurdo.

Elena si versò il tè, sedette stringendo la tazza tra le mani. In cucina odorava di casa, come quando erano entrati in quellappartamento, nel duemiladieci. Acquistato insieme, scelto insieme, arredato insieme. Aveva pitturato le pareti di quella cucina con le sue mani, provando i colori a campione, portandoli persino al mare per vedere come cambiavano alla luce.

Ma lappartamento era intestato a Michele. Per comodità, aveva detto lui allora. Dai Elena, che ti cambia a chi è intestato, siamo famiglia. E lei aveva annuito, perché davvero le sembrava che non contasse.

Cosa dice la signora Tamara? chiese Chiara.

Dice che ci vorrà tempo. Sarà una procedura lunga e non ho solide basi per lassegnazione dei beni perché non risultano contributi ufficiali. Niente busta paga, nessuna dichiarazione dei redditi, niente che possa portare davanti a un giudice per dire: ecco, ho lavorato anche io.

Ma tu hai lavorato, hai fatto tutto!

Il lavoro domestico, Chiara, non conta legalmente. O perlomeno così sostiene il loro avvocato. Elena prese un sorso di tè. Ma qualcosa mi inventerò.

Lo disse serenamente. Talmente serenamente che Chiara la guardò stupita.

Il mattino dopo tirò fuori un quaderno spesso e cominciò a scrivere. Ci mise ore, come le aveva insegnato sua madre: quando hai un guaio, scrivilo su carta. La carta non interrompe.

Scrisse tutto quello che aveva fatto in sedici anni senza contratto. Pulito la casa, 87 metri quadrati. Preparato colazione, pranzo, cena ogni giorno, escluse le rare volte in cui Michele diceva dessere troppo stanco e proponeva il ristorante. Portato i bambini a scuola, alle attività, dal dottore. Fatto nottate con loro quando stavano male. Organizzato traslochi tre cambi città in quegli anni, tre nuove scuole, tre case da far diventare casa.

Accoglieva i colleghi di Michele in casa. Si ricordava i nomi delle mogli e dei figli, sceglieva i regali giusti, apparecchiava tavole che facevano dire agli ospiti: Michele, che fortuna avere una moglie così!. E Michele ringraziava come si ringrazia per un mobile di pregio.

Era la sua segretaria personale, anche se non si dava quel titolo: ricordava appuntamenti, gestiva le telefonate quando lui era impegnato, guardava le carte che portava a casa in cartella sotto la dicitura dai unocchiata. Lei guardava. Lei capiva. Aveva lasciato luniversità di Economia per quel famigerato trasferimento, ma la testa funzionava ancora benissimo.

Quando il quaderno fu pieno per un terzo, chiamò la signora Tamara.

Voglio fare unanalisi dei costi, disse senza preamboli. Dettagliata. Prezzi di mercato per ogni servizio: donna delle pulizie, cuoca, tata, psicologa, segretaria privata, organizzatrice di eventi. Voglio calcolare quanto Michele avrebbe speso assumendo dei professionisti.

Tamara restò in silenzio un attimo.

È un approccio originale, rispose.

Non è vietato, vero?

No, non lo è. Anzi, in certi casi è stato utile per riconoscere il contributo del coniuge non lavoratore.

Allora mi ci metto.

Ci lavorò due settimane. Sembrava strano ma liberatorio. Telefonava alle imprese di pulizie chiedendo i prezzi per un appartamento di tre camere. Chiedeva il costo di una cuoca a domicilio. Calcolava le tariffe di una segretaria, e quanto prende uno psicologo a seduta: dopotutto, aveva ascoltato lo stress del marito per anni ogni sera.

Le cifre crescevano sul foglio.

Donna delle pulizie, due volte a settimana, tariffa media di Bologna, per sedici anni. Cuoca, cinque giorni a settimana. Tata per i primi anni. Segretaria. Quattro cene aziendali organizzate a casa ogni anno. Ore da psicologa, quasi duecento in tutto, se stimava onestamente.

Quando vide il totale, restò a rileggere. Poi chiuse il quaderno, fece due giri per casa, osservò la strada fuori dal finestrone, la neve che iniziava a sciogliersi.

Non era solo un racconto, era un documento contabile.

Signora Tamara, le disse al prossimo incontro, mettendo la stampa delle pagine davanti a lei, ho fatto i calcoli. Sedici anni. E senza contare le rinunce personali.

Tamara sfogliò con cura. Poi si tolse gli occhiali e guardò Elena.

Ha fatto un lavoro meticoloso.

So lavorare meticolosamente, rispose Elena. Solo che nessuno se ne era mai accorto.

È un argomento forte. Ma il giudice potrebbe prendere posizione diversa. Non esiste una linea unica in questi casi. Tamara rimise gli occhiali. Signora Elena, posso chiederle una cosa? Lei era al corrente degli affari di suo marito?

Elena si immobilizzò un secondo.

Che intende?

In senso pratico. Ha mai dato unocchiata ai suoi documenti? Ha mai visto qualcosa?

Rimase in silenzio. Pensò alle cartelle che Michele portava a casa, a certi accordi, a certe aziende solo di facciata Aveva visto abbastanza da capire. Solo che non aveva mai voluto soffermarsi. Era affar suo, pensava. O era anche affar suo?

Ho visto qualcosa, disse infine. Non tutto. Ma qualcosa sì.

Me lo racconti, disse Tamara, calma.

Così Elena iniziò a raccontare, senza fretta. Di una società, Edilità Nord Italia, di cui Michele parlava, anche se non compariva sulla carta. Di trasferimenti importanti che aveva intravisto su un file lasciato aperto mentre lui era in cucina. Si era impressa le cifre, cinque anni fa. E di una conversazione ascoltata per caso, a fine di una cena, con due ospiti che credevano lei fosse fuori dalla stanza. Si era ricordata i nomi, aveva memoria per queste cose. Michele diceva sempre: Elena, hai una memoria di ferro. Forse non aveva mai pensato che sarebbe stata una minaccia, un giorno.

Tamara ascoltava e prendeva appunti. Poi, con aria seria:

Quello che mi ha detto è pesante. Adesso non entro nel merito legale, ci devo pensare bene. Ma una cosa gliela dico: suo marito ha molto da perdere se certe cose saltano fuori. E cè chi non gradirebbe che certe informazioni finissero sotto gli occhi della Guardia di Finanza o dellAgenzia delle Entrate.

Lo so.

E sappia che non informeremo nessuno. Ma lasciamo intendere che alcune cose esistono. Nelle trattative di accordo.

Ho capito.

Daccordo?

Elena la guardò dritta.

Signora Tamara, vuole portarsi via la pelliccia che mi ha regalato lui stesso, lasciarmi senza casa, senza tutela, cancellando ventitré anni di vita che ho dato a questa famiglia. Certo che sono daccordo.

Tamara annuì.

Allora cominciamo.

Fu a metà aprile che Michele la chiamò di persona. Non lavvocato, lui. Il numero apparve sul display. Non era più Miki, come lo chiamavano sua madre e gli amici. Adesso, per lei, era solo Michele Romano, la controparte nella causa.

Ti ascolto, disse.

Elena. Parlava a voce bassa, quasi timida. Da anni ormai alzava la voce o manteneva una freddezza da estraneo. Mi è arrivato il tuo report.

Sì, la signora Tamara lo ha mandato al tuo avvocato.

Ci sono dei conti, dei calcoli

Sono la contabilità dei miei servizi. Sì.

Elena, non è una cosa normale, mettersi a contare così

Sentì dentro crescere qualcosa di fermo, piccolo ma deciso.

Michele, sei andato dallavvocato chiedendo la restituzione di regali di matrimonio, dichiarando i miei regali beni in uso temporaneo. Sei stato tu a voler contare. Io ho solo continuato.

Lui taceva. Sentiva il respiro dallaltro lato.

E cera anche una lettera, una nota del tuo avvocato.

Lo so.

Cerano dei riferimenti…

Michele, lo interruppe gentilmente, incontriamoci. Non in uno studio legale. Da persone normali. Evitiamo la guerra in tribunale.

Lunga pausa.

Va bene, disse poi.

Si videro in un bar sulla Darsena, là dove camminavano spesso, i primi anni bolognesi. Lei arrivò in anticipo, scelse il tavolino alla finestra, ordinò un caffè. Guardava il fiume. Il ghiaccio era quasi sparito, lacqua era viva.

Michele entrò e la vide subito. Le sembrò invecchiato, o forse era lei a vedere ora un uomo, non suo marito.

Si sedette di fronte, sfogliò il menù più per finta che per fame.

Stai bene, disse lui.

Per favore, niente complimenti.

Ok. Posò il menu. Cosa vuoi?

La casa. Lo disse netta. Quella dove viviamo. Intestata a me. E una somma. Ho calcolato la cifra minima del report. E nessuna pretesa da parte tua su ciò che cè in casa.

Lui la scrutava.

E poi?

E poi niente. Siamo a posto. Firmiamo, ognuno per la sua strada.

E le informazioni?

Restano con me. Non mi servono. Ma esistono. Solo questo.

Era una frase piatta, senza minaccia. Semplicemente fatto.

Michele abbassò gli occhi, poi li rialzò.

Sei cambiata, Elena.

No. Ho solo imparato a essere me stessa.

Lui guardava la Darsena, gli ultimi blocchi di ghiaccio che scivolavano via. Lei lo fissava, e sentiva che non le faceva più paura. Né odio, né soddisfazione. Solo una stanchezza che si alleggeriva.

È stato un matrimonio lungo, Michele. Non voglio finirlo nellodio. Né per noi, né per i nostri figli. Chiedo meno di quanto mi spetterebbe.

Lui annuì, piano.

Ne parlo con lavvocato, disse.

Va bene.

Finì il caffè, si infilò il cappotto.

Stammi bene, Michele, disse senza ironia. E stavolta davvero non gli voleva male. Semplicemente, non gli voleva più nulla.

Uscì sulla Darsena. Aria fresca, odore di fiume e primavera. Gabbiani lontani. Camminando pensava a cosa sia la giustizia in famiglia. Aveva creduto per anni che bastasse la bontà. Invece no. Bisognava difenderla, la giustizia, senza rabbia, ma difenderla.

Tre settimane dopo, gli avvocati firmarono laccordo.

La casa passava a Elena. Più una somma, quella che aveva detto al bar. Non una cifra da sogno, ma abbastanza per ripartire. Per riprendere fiato.

La ricordava bene, quella sera in cui tutto fu firmato. Tornò a casa, in cucina, la stanza le cui pareti aveva colorato lei stessa. Si mise alla finestra. Guardava fuori. Niente di speciale: un cortile, pozzanghere, bambini, una signora anziana col cane. Ma sentiva che qualcosa dentro di sé si stendeva, come una schiena che finalmente si raddrizza.

Chiamò Chiara.

Mamma, come va?

Bene, Chiara. Davvero bene.

Sicura?

Sì, sul serio. Vieni nel weekend? Faccio una torta, così festeggiamo.

Cosa festeggiamo?

Un nuovo inizio, disse Elena ridendo. Non pensava che avrebbe riso davvero, ma la risata uscì dolce e spontanea. Solo una torta e una chiacchierata, tra noi.

Vengo volentieri, rispose Chiara. E in quella voce cera un sospiro di sollievo.

Antonio scrisse la stessa sera: Mamma, so che si è sistemato tutto. Sei stata brava. Davvero. Rilesse il messaggio tre volte, poi appoggiò il telefono. Non aveva bisogno della sua approvazione, se nera resa conto da poco. Ma faceva piacere, come tutto ciò che è bello e non strettamente necessario, ma prezioso quando cè.

Le settimane successive furono piene di carte. Passaggi di proprietà, documenti, richieste in Comune, file negli uffici. Aprì un conto bancario tutto suo, su cui Michele non aveva alcun accesso. Una cosa piccolissima, ma di una soddisfazione enorme.

Una sera prese il report economico fatto in inverno e lo riguardò. Si accorse che sapeva fare i conti, organizzare, leggere documenti. Aveva una laurea lasciata a metà, mai sfruttata perché era arrivata la famiglia. Ma la testa era quella.

Scrisse su un foglio alcune parole. Poi altre. Poi prese il telefono, cercò sul web cosa serve per aprire una piccola impresa. Ricerca di locali in affitto. Leggeva articoli sulle donne di mezzetà che vogliono tornare autonome. Se ne convinse: corsi di contabilità per donne. Proprio per quelle come lei, brave con i numeri, abili nelle carte, a organizzare tutto, ma che non hanno mai tradotto queste competenze nella vita ufficiale. Senza un curriculum vero, col lavoro invisibile.

Chiamò Nina, unamica che non vedeva da un anno.

Nina, hai un minuto?

Elena! Ti stavo per chiamare io. Ho saputo della tua storia.

È andata. Senti, mi serve capire come funzionano i corsi di formazione. Tu lavoravi in un centro, vero?

Sì, fino a due anni fa.

Raccontami qualcosa. Devo capire il mercato delleducazione degli adulti.

Nina rise.

Mi spaventi, ma in positivo! Vieni domani, ne parliamo.

Il giorno dopo Elena era a casa sua. Passarono ore in cucina, una parlava, laltra prendeva appunti. Poi si invertivano. Dopo tre ore, sulluscio Nina la fissò:

Elena, quello che hai fatto non lavrebbe fatto chiunque. Quel rapporto, quel coraggio… Ci vuole testa, e fegato.

Semplicemente non avevo alternative, rispose Elena.

Non dire così. Pure la mia vicina non ne aveva, quando è stata lasciata. Sono tre anni che piange. Tu sei ripartita in pochi mesi.

Elena si mise il cappotto, voltandosi sulluscio.

Nina, ci vuoi entrare con me in questa cosa? Non come impiegata. Come socia.

Nina la fissò.

Dici sul serio?

Certo.

Mi dai qualche giorno per pensarci?

Ovviamente.

Nina richiamò dopo due giorni.

Ci sto, disse. Ma partiamo a piccoli passi. Io non amo rischiare troppo.

Neanche io, sorrise Elena. Proprio per questo partiamo piano.

Lestate fu di lavoro vero. Ma non quello invisibile di casa che sparisce appena fatto: la cena si mangia, il pavimento si sporca, le camicie si stropicciano. Qui era diverso. Il lavoro si vedeva, lasciava il segno.

Affittarono uno spazio piccolo in periferia: quattro stanzette, una cucina, una sala dingresso. Nina gestiva la burocrazia, lei i programmi didattici. Insieme scelsero il nome: Sul Proprio Conto. Elena lo pensò pensando proprio al suo conto bancario nuovo: il proprio conto, di cui sei unica proprietaria. Nina approvò subito.

La prima classe fu piccola, dodici donne. Quasi tutte simili: una pausa lunga dal lavoro, poca fiducia, la sensazione di non valere più. Elena, nei loro occhi, vedeva sé stessa qualche mese o anno prima.

Insegnava a parlare chiaro di soldi, senza gergo. Cosè un bilancio, perché deve farselo una donna, come leggere documenti e non avere paura di carte importanti. Che il lavoro di casa vale, se solo impari a pensarlo così.

Un giorno in aula Vera, una signora di cinquanta, la interruppe:

Signora Elena, parlate come se ci foste passata lei stessa.

Ci sono passata davvero, rispose Elena.

In classe calò un silenzio diverso.

E cosa lha aiutata? chiese Vera.

Carta e matita, rispose. Quando non sai che fare, scrivi tutto. Quello che sai, che sai fare, che hai fatto. Lo guardi. E spesso scopri di aver fatto più di quanto credevi.

Lautunno arrivò tutto insieme, come sempre a Bologna. Ottobre sgretolò gli alberi in un paio di giorni. A Elena piaceva quella stagione. Ci vedeva onestà: nientaltro che quello che è.

Il secondo corso ebbe venti iscritte. Nina diceva che era unottima crescita. Facevano progetti per lanno nuovo. Elena ascoltava, annotava, rideva. La sera tornava a casa, ora davvero sua. Cucinava, a volte semplicemente, a volte per il piacere di farlo. Parlava con Chiara, messaggiava con Antonio. Si guardava film che Michele trovava noiosi. Scopriva che invece erano belli. Semplicemente, ora poteva finirli senza che nessuno si lamentasse.

Un giorno, al supermercato, si trovò faccia a faccia con Michele. Lui in fila alla cassa, impacciato, con una donna più giovane accanto. Elena li vide prima che lui vedesse lei. Non fuggì, non si affrettò, stette lì.

Quando la notò, lui ebbe unespressione complicata. Lei non cercò di leggergliela.

Elena, fece lui.

Ciao, Michele, rispose piatta.

Si guardarono un attimo. Ventitré anni di vita, di fila dal salumiere. Poi lui annuì, lei annuì, e lui uscì.

Uscita, rimase sulla strada. Faceva freddo, odore di neve in arrivo. Ma dentro era vuoto, non gelido, non cattivo vuoto come una stanza dove finalmente hai tolto i mobili che non ti piacevano. Più spazio, punto.

Tornava a casa, pensava alle storie di vita vera. Le vivi da dentro, ti sembrano enormi, insormontabili. Da fuori sono una separazione come tante in Italia: marito e moglie, ventitré anni insieme, poi ognuno per la sua strada. Ma da dentro è unaltra cosa. Reimpari a camminare. Ti accorgi che per anni hai camminato appoggiandoti su qualcun altro. Ora trovi il tuo equilibrio.

Elena laveva trovato. Non subito, non facilmente.

A novembre arrivò una nuova allieva, presentata da Vera. Si chiamava Silvana, 48 anni, sempre con le mani nervose sulle ginocchia. Dopo la lezione andò da Elena:

Signora Elena, mio marito dice che non valgo nulla. Che senza di lui sarei persa. Lo sto quasi credendo.

Elena la fissò. Vedeva qualcosa di sé, come in uno specchio imperfetto.

Sa tenere una casa?

Sì.

Sa organizzare, ricordarsi che cosa serve fare?

Certo.

Sa parlare con le persone, risolvere problemi, tranquillizzare chi ha vicino?

Forse sì.

Allora sa fare tanto, disse Elena. Solo che nessuno glielo ha mai fatto dire con le parole giuste. Qui impariamo esattamente questo.

Silvana la guardò come chi finalmente sente ciò che aspettava da anni.

Davvero? sussurrò.

Davvero, rispose Elena.

Lasciò lufficio tardi, fuori era già buio. Nina era rimasta con lei, a discutere il calendario di dicembre. Ora Elena camminava da sola tra le vetrine, tra gente coi sacchetti, tra le luci natalizie già sparse ovunque. Da sempre, ogni anno.

Pensava a Silvana, a Vera, alle dodici donne della prima classe, alcune ora lavorano, una ha aperto un piccolo negozio, unaltra finalmente ha affrontato una questione col marito rimandata da anni. Lei non dava ricette, non faceva la morale. Mostrava solo che tutto si può contare, basta cambiare punto di vista. Che ciò che era invisibile può diventare visibile.

Arrivata al fiume. Era il suo posto dove riflettere. Lacqua era nera e calma, le luci vi si riflettevano in linee lunghissime. Era freddo, ma bello. Prese il telefono: messaggio di Chiara: Mamma, domani arrivo. Porto qualcosa di buono. Un bacio.

Rispose: Ti aspetto. Vieni presto.

Chiuse il telefono. Rimase ancora a guardare lacqua. Pensava a cosa significhi ricominciare dopo un divorzio. Tutti ne parlano, come fosse una festa, oppure una tragedia. Invece no. È semplicemente un altro giorno. Ti svegli, ti lavi i denti, bevi il tè. Guardi la casa che ora è davvero tua. Pensai che forse doveva spostare il divano, da anni voleva farlo, ma Michele diceva che così andava bene. Chiami la figlia. Vai al lavoro. Torni a casa la sera.

La casa, finalmente, era sua. Il lavoro era suo. La vita, sua.

Non era una vittoria con le fanfare. Non era una fine tragica. Era solo un nuovo inizio, tranquillo e vero.

Tornò a casa.

Il giorno dopo Chiara arrivò davvero presto, con una torta fatta da lei e notizie entusiastiche dal lavoro. Si sedettero in cucina, vicino alla finestra, il muro di quel verde che Elena aveva scelto. Il sole di novembre, pallido, sul tavolo.

Mamma, disse Chiara mentre tagliava unaltra fetta, posso chiederti una cosa?

Dimmi pure.

Non ti dispiace? Di tutto. Tutti questi anni, la fatica, e finisce così.

Elena strinse la tazza tra le mani, come sempre. Pensò.

Un po mi dispiace, disse poi. Il tempo dato non torna, le energie messe dove non servivano. Sì, mi dispiace. Per davvero.

Chiara la ascoltava in silenzio.

Ma non mi pento di voi figli. Né di ciò che so fare. Né di essere sopravvissuta quando pensavo di non farcela. Ho sempre pensato che il mio valore fosse rendere felici gli altri, essere buona madre, brava moglie. Invece cè anche altro. Ho capito solo ora, a cinquantadue anni, che valgo anche solo per me stessa.

Non è tardi, mamma.

No, sorrise Elena. Non è tardi.

Rimasero in silenzio. Un silenzio buono.

Posso portare una mia amica ai corsi? Si è appena licenziata ed è un po spaesata.

Certo, portala. A gennaio riaprono le iscrizioni.

Fuori scendeva la prima neve seria, poca, cauta. Si poggiava sui cornicioni, sulle macchine, sui rami nudi degli alberi. Elena la guardava e pensava che questanno, linverno, non faceva nessuna paura.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

three + eighteen =